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domenica 5 aprile 2020

L’UMANESIMO RIVOLUZIONARIO DI GUTTUSO TRA AVANGUARDIE, REALISMO SOCIALISTA ED IMPEGNO MILITANTE. RIFLESSIONI SU UNA TESTIMONIANZA DA UN VIAGGIO IN URSS.

Di Luca Baldelli

Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, nutriti gruppi di militanti politici, sindacalisti, scienziati, medici, artisti, filosofi, e persino religiosi, si recarono in URSS, nel quadro di viaggi di solidarietà, conoscenza ed approfondimento della complessa realtà sovietica. Varie furono le testimonianze raccolte nell'ambito dell’editoria legata al movimento operaio: di certo, una delle più significative “pietre miliari” è rappresentata dal libro “Noi siamo stati nell’Urss”, stampato dalla casa editrice Macchia nella collana “Mondo nuovo”, curata dall’ Associazione Italia – Urss. Tale collana si fregiò di titoli assai interessanti: solo per citarne alcuni, “America” di Ilja Ehrenburg, “Nuove vie alla biologia” di T.D. Lysenko, “Miciurin – Lysenko – Burbank trasformatori della natura” di A. Molodcikov. Accanto a tali testi, di rilevante importanza sia per la conoscenza della realtà del mondo capitalista che per la piena comprensione dei traguardi raggiunti dalla scienza e dalla cultura sovietiche, “Noi siamo stati nell'URSS” brilla ancora oggi per l’onestà intellettuale delle sue voci narranti, per il puntuale e preciso corredo di dati e riferimenti che, allora, contribuirono a rintuzzare e smentire le calunnie della propaganda antisovietica e che, ai nostri giorni, rappresentano un ausilio fondamentale, attualissimo, per demolire le fragili, mendaci eppur persistenti basi della storiografia apologetica del sistema borghese, la quale pretende di dipingere settanta e più anni di storia dell'Urss come un coacervo di errori, fallimenti o, peggio, crimini. Ci sembra giusto trattare – e lo faremo – una per una le testimonianze contenute nel testo in questione; cominciamo, per ora, dal racconto di un eccelso artista, epico vate istoriante su tela e non solo l’epopea del movimento operaio, contadino e comunista: Renato Guttuso. Classe 1911 (la sua nascita fu però denunciata solo nel 1912, per contrasti insanabili fra i suoi genitori, di orientamento liberale e progressista, e l’Amministrazione comunale di Bagheria), Guttuso, dopo un’iniziale militanza giovanile nei GUF (Gruppi Universitari Fascisti), fucine, in modo solo apparentemente paradossale, di talenti quasi tutti insofferenti nei confronti del fascismo regime, e quasi tutti futuri antifascisti, si iscrive al PCd’I clandestino nel 1940, assumendo su di sé tutti i rischi di una militanza cospirativa ferocemente combattuta dal regime. 

Renato Guttuso
A determinare tale svolta, una progressiva ma inarrestabile presa di coscienza rispetto alla reale situazione dell’Italia e del mondo, agevolata dalla conoscenza, a Roma (Città nella quale Guttuso si era trasferito nel 1937), di tutto un milieu artistico ed intellettuale ostile al fascismo, alla sua retorica insopportabile, al suo carattere guerrafondaio, non meno che al novecentismo, inteso come corrente culturale incarnante lo spirito di “ordine” e “disciplina” elevati a sistema, con contestuale ripudio reazionario della valenza positiva delle avanguardie e l’esaltazione, viceversa, dei loro contenuti più dozzinali e corrivi. Ad animare i fermenti, in questo stimolante crogiolo di spiriti liberi ed insubordinati, sono nomi come quelli di Mario Mafai, padre di quella che diverrà la nota giornalista Miriam e convinto militante comunista nel dopoguerra; Marino Mazzacurati, il quale sarà autore, con l’architetto Lusignoli, del “Monumento al partigiano” di Parma (1954-56) e di quello dedicato alle Quattro Giornate a Napoli; Toti Scialoja, pittore, poeta e scrittore, funambolo del pennello e della parola, che coniuga fede cattolica e militanza progressista; Antonello Trombadori, giovane critico d’arte, effervescente ed incontenibile figlio del pittore Francesco, nonché futuro elemento di punta del PCI, parlamentare per anni ed anni. 

Grazie a questi contatti, Guttuso matura dunque compiutamente la scelta antifascista, che lo espone a seri pericoli e minacce, a tal punto che l’artista è costretto a lasciare la Capitale per trasferirsi a Genova, centro nel quale prosegue nelle sue creazioni. 

Con la vittoria della Resistenza, la liberazione del Paese dal giogo nazifascista, l’avvento della Repubblica, Guttuso riprende il suo posto in piena libertà nelle fila del rinnovato universo culturale italiano, sposando nella maniera più appassionata e vibrante ispirazione e militanza, impegno per la diffusione e divulgazione del Bello, per il suo simposio artistico con il desiderio di riscatto delle masse oppresse. Nel febbraio del 1948 è tra i fondatori dell’ Alleanza per la difesa della cultura, il cui manifesto, pubblicato su “L’Unità” del 21 febbraio 1948, costituisce una prova di forte consapevolezza del compito dell’intellettuale progressista nell’Italia di allora: 

“E’ ora – vi si legge - che gli strumenti e i mezzi di espressione della cultura vengano sottratti all’arbitrio di interessi e di forze estranee. Solo una solidarietà organizzata delle forze della cultura con le aspirazioni e le energie di tutto il popolo può far sì che la voce dell’intelligenza riacquisti la sua autorità e la sua risonanza nel Paese:
  • per una cultura nazionale che, nella tradizione italiana, si apra ad un sincero e spregiudicato scambio con quelle delle altre nazioni, ma rigetti ogni invadenza ed esclusivismo di merci, straniere ad ogni cultura;
  • per la libertà della cultura contro ogni nuovo e rinascente tentativo di adescamento, di corruzione e di soffocamento burocratico; 
  • per la democrazia della cultura, che aperta al popolo, dalla scuola al libro al teatro, ne esprima la coscienza e le aspirazioni” (1) 
I funerali di Togliatti di Renato Guttuso
In tanti, in quel cruciale 1948, firmano, con Guttuso, a difesa della dignità e dello spessore della cultura: intellettuali di ogni tendenza e di diverse sensibilità, ma tutti uniti dal rifiuto dell’invadente colonialismo culturale americano, coi suoi sottoprodotti, e della cappa di conformismo, oleografia e menzogna creata dalla Dc al potere, specie dalla sua ala più reazionaria, che sarà capace di denunciare ed esecrare anche un capolavoro quale “Umberto D”, fedele ritratto delle ingiustizie e delle miserie dell’Italia postbellica, come un film disfattista e di “pessimo servigio alla sua Patria” (2). Se l’Alleanza per la difesa della cultura non è, a dispetto di quanto asserito dalla storiografia reazionaria e borghese, una sterile “cinghia di trasmissione” del PCI e del FRONTE POPOLARE (formazione unitaria del PCI e del PSI presentatasi all'epica tornata elettorale del 1948), nondimeno in essa i militanti comunisti e socialisti, o comunque riconducibili a quelle aree, senza impegnare altri di matrice liberale, radicale, cattolico-democratica o indipendente, bensì nel totale rispetto delle loro convinzioni e posizioni, guardano giustamente all'URSS come faro di libertà, emancipazione, fucina culturale. Guttuso, che tra l’altro disegna anche lo storico simbolo del PCI, è in testa a questa schiera e, tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ’50, si reca in Urss: l’incontro con la realtà del primo Paese con gli operai ed i contadini al potere è oltremodo positivo e foriero, per l’artista, di nuove impressioni, fecondi suggerimenti, vivaci stimoli. Egli ne riferisce, come abbiamo scritto, in un capitolo di “Noi siamo stati nell’URSS” dal titolo “Felice incontro con la vita e la cultura sovietica”. 
Vita e cultura: un binomio per Guttuso indissolubile, inscindibile; già in questo si coglie appieno la sua coscienza militante. Egli traccia subito una netta differenziazione tra i viaggi nell'emisfero capitalistico – borghese e quelli nell'emisfero socialista: 
“Il mondo capitalista – scrive – è pieno di sfumature tutte derivanti dal principio dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo, sostanzialmente uguale in tutti i Paesi a struttura capitalistica. Sfumature, accenti, toni che debbono essere compresi nella loro realtà se non si vuole dare un giudizio di superficie. Il viaggiatore, per capire qualcosa del paese in cui va, dovrà rendersi conto di tante cose, oltre che dei costumi e dei caratteri particolari, egli dovrà rendersi conto del maggiore o minore indice di disoccupazione, della maggiore o minore diffusione della prostituzione, del maggiore o minore grado di aggressività degli sfruttatori, della maggiore o minore violenza dell’odio di razza, ecc… Per tutto questo ci vuole tempo. Ma quando il viaggiatore arriva in terra sovietica non vede un’altra faccia dello stesso prisma di ingiustizia e di sciagure, vede invece un prisma nuovo, ricco di infinite facce, ma limpido ed aperto allo sguardo dell’uomo che dei suoi occhi e della sua ragione si serve secondo l’onestà e la coscienza. Qui non c’è bisogno di troppo tempo per capire che non c’è lo sfruttamento capitalistico, che non c’è disoccupazione, che non c’è prostituzione, che non c’è odio di razza”.
Ecco dunque che lo sguardo intuitivo e speculativo dell’uomo di cultura, del militante, coglie un’indubbia evidenza, che è foriera di tante altre conseguenze e situazioni le quali, a cascata, originano proprio dal carattere socialista dello Stato e dall’assenza di ogni struttura e sovrastruttura capitalistico – borghese. In Urss regna un umanesimo rivoluzionario, che vibra possente nelle corde di Guttuso, e che pervade ogni aspetto della vita associata, aprendo una porta alla speranza delle masse oppresse di tutto il mondo. Per l’artista, si tratta dell’ ambiente migliore che egli possa desiderare, perché lo libera da ogni condizionamento economico e da ogni distorsione degradante dei “gusti” e delle “mode” dal capitalismo determinati: 
“Nella vita e nella società sovietica – scrive l’artista – ogni uomo trova gli elementi utili alla soluzione dei suoi propri problemi, oltre alla soluzione dei problemi generali che riguardano la vita degli uomini. Tutti sanno quanti e quali sono i problemi di un uomo di cultura nei paesi a struttura capitalistica (Quando parlo di ‘uomini di cultura’ mi riferisco a coloro che della cultura hanno una concezione attiva ed umana, non agli snob dei vari specialismi, e non agli amici della morte, della corruzione, della sfiducia). E quanti e quali problemi si presentino oggi ad un pittore: come la funzione dell’artista sia stata dalla società borghese respinta ai margini, annientata”. 
In Urss, Guttuso giunge alla piena consapevolezza di quanto profondo sia il ruolo della cultura, tutta, come fronte di lotta tra socialismo e capitalismo e quanto sia, per il potere borghese, essenziale, vitale, tenere le briglie del mondo della cultura, per procedere, a riverbero e rimando, sul condizionamento e sulla propulsione della struttura economica: 
“là – si legge nelle sue pagine – ho capito perché uno dei fronti di lotta più duri è quello della cultura. E perché l’argomento della cultura è per i nemici del socialismo l’argomento principale”. 
Colpite i Bianchi con il cuneo rosso di El Lissitzky


Guttuso mette in luce, con molta acutezza, come, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, vi fosse, tra i poeti, gli scrittori, i cineasti, gli artisti in genere dell’occidente, una forte fascinazione per il mito rivoluzionario bolscevico, per la sua epopea ed i suoi protagonisti nel campo culturale e creativo. Egli poggia le sue considerazioni su dati di fatto: il suprematismo di El Lissitzky e Malevic, con le sue influenze e gli apporti di Tatlin, Larionov ed altri ancora; il costruttivismo di Rodchenko, Gabo, Ginzburg; la poesia di Majakovskij, Pasternak, Bloch e di altri ancora: tutto questo ribollente catino politico, umano e culturale, che in terra di Russia e in Urss poi trovò la sua arena, influenzò non poco i futuristi, i dadaisti e tutte quelle avanguardie che, come vulcani, specie nei primissimi anni ’20 eruttavano lava creatrice quasi in ogni parte dell’Europa occidentale, da quella ex asburgica e mitteleuropea fino a quella latina e mediterranea. Qual era, però, la ragione profonda di una “moda” così penetrante, invasiva e pervasiva? Guttuso è quanto mai profondo e calzante nel rispondere a tale complesso interrogativo, nella misura in cui non solo ribadisce e sottolinea la differenza tra “intellettualisti”, sensibili al potere suadente dell’arte in sé e per sé, e uomini di cultura, preoccupati sempre di coniugare sperimentazione artistica e consapevole militanza politica e sociale, ma, allargando il campo di osservazione e di indagine, coglie anche un elemento storico – culturale innegabile, aderente all’intellettualismo: alla base di quella sorta di ipnosi per le avanguardie russe e sovietiche, vi era 

“l’illusione che nel Paese del socialismo vi fosse il clima più adatto all'espansione di tutto l’anarchismo, l’esasperato individualismo, l’avanguardismo in senso deteriore, che caratterizzano l’intellettuale medio nella società capitalistico – borghese; c’era inoltre la sensazione che la Rivoluzione d’Ottobre fosse un’avventura spietata, un disperato romanticismo (C’era in sostanza una interpretazione ‘esistenzialista’ ante-litteram, della Rivoluzione d’Ottobre). Sulla durata di questa avventura i più saggi tra i ‘simpatizzanti’ non si facevano illusioni e ne prevedevano una rapida liquidazione”. 

Ecco, dunque, che la Rivoluzione, secondo la perspicace riflessione di Guttuso, era vista da una parte consistente delle avanguardie occidentali non nel suo portato di rivolgimento radicale, di affrancamento di milioni di uomini e donne dalla schiavitù capitalistico- borghese e feudale, laddove ambo le forme convivevano nel vecchio edificio zarista, bensì come un “soprammobile”, un oggetto d’arredo, un vezzo, un ammennicolo da esposizione buono solo per soddisfare l’infinito narcisismo di individui distaccati dal corpo sociale, quando non logorati dal vizio, o a suggerire sogni esotici, onirici voli di evasione dalle catene di un’interiorità malata e solipsistica. Di certo, quasi nessuno dei fieri paladini delle avanguardie occidentali avrebbe sottoscritto l’appello – esortazione di Majakovskij 
“le strade siano i nostri pennelli, le piazze le nostre tele”; 
molto meglio i salotti, le conventicole della finta trasgressione, i “bei gesti” anche eroici, anche di rottura con realtà sonnolente e becere, ma alieni da ogni solido fondamento radicato nel sentire delle masse. Se tutto ciò era un dato di fatto, nel senso della direttrice Europa – URSS, allo stesso modo il ragionamento valeva per l’URSS e per settori di quelle correnti che, all'interno di quel Paese, guardavano ai fermenti dell’avanguardia occidentale, con occhi certamente non rivolti ad alcunché di costruttivo: 

“Infine c’era il fatto – scrive Guttuso – che nel periodo cosiddetto del comunismo di guerra, accanto ai valori nuovi, come appunto Maiakovski, trovarono posto altri elementi che in realtà erano cascami dell’ ‘avanguardismo’ cosmopolita”. 

Dunque, l’artista sottolinea come, accanto al fervore schiettamente innovativo della parte migliore delle avanguardie sovietiche, con le loro audaci creazioni e sperimentazioni, radicate nel vivido retaggio della cultura nazionale russa, vi sia stato, fino al definitivo consolidamento del potere sovietico, un nutrito stuolo di artisti ed intellettuali denigranti quel retaggio e tutti orientati ad idolatrare un occidente decadente ed invadente rispetto alla corretta e giusta valorizzazione della ricchissima, oseremmo dire proteiforme cultura russa, sia nella sua accezione tradizionale, popolare che in quella più “elevata” ed “accademica”. L’umanesimo di Guttuso, unito al carattere non settoriale né tecnico - specialistico della sua riflessione, identifica il momento della cesura con tale decadentismo deteriore, presente ad oriente e ad occidente, e ne coglie esattamente le implicazioni, in Europa ed in URSS: esso si registra
“quando il potere sovietico cominciò a mettere le sue radici in profondità, quando l’influenza ideologica della cultura della borghesia nella sua fase di decadenza cominciò a spegnersi; quando la cultura divenne un’arma, come disse Stalin, per la costruzione del socialismo, quando si operò quella trasformazione della ‘qualità’ in quantità per una nuova ‘qualità’, e la cultura da proprietà e piacere di pochi divenne proprietà di tutti”. 
In quel momento, 
“cominciò contro la cultura sovietica la grande offensiva. E allora anche parecchi degli ‘amici’ di prima divennero violenti nemici della nuova cultura sovietica e si sentirono depositari dei ‘valori eterni della cultura’, contro una cultura e un’arte create dall'uomo e a servizio dell’uomo”. 
Ecco dunque che il consolidamento delle articolazioni dello Stato e del Partito, l’avvio dei Piani quinquennali, la salda guida di Stalin, portano ad una nuova linfa artistica, con la ripulitura di ogni tipo di creazione dai germi dell’individualismo, dell’autocompiacimento borghese, dalla sudditanza nei riguardi dell’occidente. A questo punto, assistiamo al naturale smascherarsi degli intellettualisti europei ed occidentali, i quali passano, nei riguardi del sistema sovietico, da una simpatia poggiante sul malinteso ad un’ostilità fondata, viceversa, sulla più piena consapevolezza della natura del primo Paese con gli operai ed i contadini al potere. Allo stesso modo, in URSS il filisteismo borghese, il cosmopolitismo snazionalizzante, dinanzi a questa nuova temperie, fondata sulla più ampia partecipazione e spinta delle classi popolari, sono costretti a battere in ritirata. Con tale passaggio, con tale cesura, la cultura sovietica viene ad acquistare gambe e braccia sempre più robuste e vede fiorire, in tutta la sua originalità e potenza, il realismo socialista. Nelle arti figurative come nella musica, nella letteratura come nel cinema, esso si afferma come esaltazione di una nuova concezione del mondo, che fa tesoro della parte più positiva dell’eredità della Proletkul’t, della RAPP (Associazione russa degli scrittori proletari) e di altri cenacoli sorti con la sincera intenzione di andare, per dirla coi populisti ottocenteschi, “verso il popolo”, eliminando o contenendo al massimo, però, le incrostazioni anarcoidi, spiritualiste, velleitarie delle origini. Un nuovo filone che è espressione di una visione del mondo non meccanicistica, non positivistica, tanto meno di genuflessione della produzione artistica a diktat e stereotipi, come la critica borghese ha sempre, falsamente, sostenuto. L’opera letteraria, musicale, pittorica, cinematografica, scultorea, non diventano mere “sovrastrutture” meccaniche della base economica strutturale socialista in evoluzione, ma si fanno potenti, lucidi specchi degli sforzi eroici di tutta la società sovietica, con le sue contraddizioni, i suoi sentimenti, i suoi successi, sulla via dell’edificazione del socialismo. Non vi sono trionfalismi retorici ed ampollosi, né vi è decadimento dell’estetica, nei capolavori del realismo socialista, bensì un rinnovato impulso che esalta come mai prima il senso del Bello legandolo al Vero, e, quindi, ricongiungendo finalmente la filosofia ed il pensiero creatore all'eredità del Platonismo, della classicità più autentica e sempre attuale. Nelle opere di prosa e poesia di Majakovskij, Fadeev, Ostrovskij, Fedin, Simonov, Scholokhov, in quelle pittoriche di Brodskij, Nalbandyan, Gerasimov, Favorskij, in quelle scultoree di Vera Mukhina, in quelle musicali di Dunaevskij, qualcuno può seriamente ravvedere solo lo strepito dei martelli pneumatici, il bagliore degli altiforni, la lotta per gli ammassi nei kolkhoz, o uno stile coartato dalla propaganda e dall'oleografia, e non piuttosto un’eleganza e ricchezza di forme ed espressioni, di soggetti e tinte, di panorami e situazioni? Qualcuno può seriamente affermare che l’uomo ritratto in queste creazioni è un robot freddo ed inumano o non piuttosto una persona a tutto tondo che lotta, si interroga, vive, ha passioni, valori ed anche contraddizioni? O forse che per qualcuno la riflessione interiore deve essere solo pessimismo sconfortante, la vita solo salotti e belletti, la fiducia nel domani un atto di fede da coniugare, senza troppe illusioni, all'ottativo? Altro interrogativo: ci troviamo dinanzi ad un filone tutto sovietico e per niente aperto a “contaminazioni” ed apporti stranieri? Nemmeno per sogno: a parte il fatto che basterebbe leggersi Feuchtwanger per rendersi conto di quanto il popolo sovietico, nei “terribili” (per la propaganda borghese falsa e bugiarda) anni ’30 conoscesse a fondo gli scrittori occidentali, il realismo socialista vede vibrare nelle sue corde (e vale anche il viceversa, beninteso!) Faulkner ed Hemingway, Dos Passos e Steinbeck, Verga e Capuana, persino (orrore, per i dogmatici!) il Pirandello delle maschere, laddove queste vengono evidenziate nel filisteismo, nell'ipocrisia dei burocrati e dei ceti spossessati e tirate giù vigorosamente dalla consapevolezza comunista e proletaria, marxista – leninista, della valenza di critica ed autocritica nei nuovi rapporti umani che la società socialista reca con sé. Con ciò intendiamo asserire che non vi furono libri, tele, pellicole, rappresentazioni teatrali e composizioni musicali di scarso valore, mediocri? Certo che ve ne furono, ed un popolo come quello sovietico, che leggeva, frequentava teatri, si recava al cinema più di qualsiasi altro popolo al mondo (basta dare un’occhiata ai dati statistici in merito, per appurare come stessero le cose) ne discuteva in circoli aperti, nei tanti incontri con gli autori, nella miriade di iniziative disseminate ovunque nello sconfinato suo Paese, con franchezza e spirito costruttivo, offrendo suggerimenti e spunti: un panorama che, nei sistemi capitalistici, era ristretto a pochi, elitari circoli. 
“Una scienza a servizio dell’uomo, una letteratura priva di ogni aspetto di lusinga, di corruzione. Una scienza e un’arte dirette a migliorare gli uomini ed aumentare la loro fiducia in sé stessi”. 
Questo vede, con sincerità ed obiettività, Guttuso nel suo viaggio in URSS. 

Se il realismo socialista costituì, senza dubbio, un modello per tantissimi artisti ed uomini di cultura di tutto il mondo, esso non pretese mai di rappresentare un punto di arrivo da copiare pedissequamente: intanto, non aveva canoni assoluti ed invasivi da proporre o, peggio, imporre, se non il riferimento alla concreta situazione sociale, economica e spirituale dei lavoratori. Come tale, poteva incrociare l’analisi intimistica così come la lotta per la realizzazione dei piani quinquennali, le mobilitazioni per gli scioperi e la presa di coscienza dell’operaio alla catena, la condizione del bracciante agricolo così come quella del piccolo artigiano oppresso da banche e monopoli, la famiglia operaia nel sistema socialista ed in quello borghese-capitalistico. Nessun limite, nessun paletto assoluto e coercitivo, ma infinite possibilità, tante quante ve ne sono nella vita di un uomo e, proprio per questo, nessuna “carta carbone” da raccomandare agli artisti ed intellettuali che all'URSS guardavano. Guttuso pone all'attenzione del lettore anche questo elemento, ed anzi lo rinvigorisce, nella sua riflessione, riallacciandolo alla questione del rapporto con la cultura popolare e tradizionale russa, che è e resta, per il realismo socialista, non un qualcosa da respingere come anacronistico, tramontato, sterile, ma, al contrario, un caposaldo da integrare e valorizzare, recuperare ed anzi inverare nei suoi lati positivi e sempre propulsivi, nel quadro della costruzione della nuova società socialista. Non è, questo, un forte nesso con la riflessione gramsciana sul nazionalpopolare? La cultura sovietica, nel suo essere universale, parla certamente al mondo, ma non soffoca le altre voci, le altre sensibilità, le altre culture, come invece fa il mercato infetto dei cascami d’Oltreatlantico: 
“anche nel campo della cultura – scrive Guttuso – il Paese del socialismo è il paese più avanzato al mondo. Cosa significa questo? Significa forse che bisogna imitare Repine invece di Cezanne? O Gorki invece di Proust? O Sciolokov invece di Faulkner? La ‘cultura’ borghese suole muoversi negli ‘ambiti’ del gusto ufficiale, e non esiste tirannia peggiore ed ufficialità peggiore di questi ‘ambienti culturali’ di moda. Abbiamo visto e vediamo tanti uomini annientarsi e distruggersi in questi ambienti, convinti con ciò di avere trovato la propria libertà. Per questi gruppi intellettuali il problema si pone proprio così: o Cezanne o Repine. Ed è, s’intende, un modo servile e imbecille di porre il problema (…) E’ stato Stalin che contro il cosmopolitismo della forma e contro la distruzione dei contenuti ha detto per la prima volta che l’arte deve essere nazionale nella forma e socialista nel contenuto. E il nostro Gramsci ci aveva insegnato il significato delle ‘spinte nazionali’, attraverso le quali si costruisce il socialismo. La cultura sovietica ci insegna appunto che è quando si dimenticano i caratteri nazionali che l’artista esprime un gergo cosmopolita senza radici e senza ragioni”. 
E’ da questo complesso di verità e constatazioni che nasce, vive e si alimenta, con Guttuso ed altri, non un “realismo socialista” italiano che sarebbe stato, nel suo sorgere per gemmazione e procedere per grottesche scopiazzature, nient’altro che la riproposizione meccanica di una corrente sovietica, utile a nessuno, men che meno alla cultura sovietica ed alla sua proiezione internazionale, bensì il fiume impetuoso e limpido della pittura neorealista, originale, nazionale e popolare ad un tempo, coi suoi Guttuso ed i suoi Birolli, i suoi Vedova ed i suoi Turcato, coi suoi Sassu e le sue Anna Salvatore. E tutto ciò non per caso né per estemporanea grazia, ma per la natura intrinseca del realismo socialista, per il suo rispetto per ogni positiva, finanche caleidoscopica specificità, a differenza della pseudo-arte usa e getta del capitalismo. Mentre infatti il realismo socialista conduce all'esaltazione dei caratteri nazionali radicati e costruttivi di ogni cultura, l’industria del consumismo culturale occidentale, che astrae dagli intellettuali ed artisti di valore, anzi li combatte e li ostracizza, o ne fa oggetti da business travisando la loro valenza e la loro presa sul reale, massifica, livella verso il basso, impone una koinè svilente e deteriore, un coacervo di riti che, come rulli compressori, spianano ogni specificità…E lo fa coi “Rocky” e coi “Rambo”, diremmo oggi per andare avanti rispetto alla narrazione guttusiana, ma interpretandone in pieno il senso e l’orientamento, non meno che con i “Mac Donald’s” e con la letteratura da supermercato. Con fenomenologie, insomma, straniere ad ogni vera cultura, per riprendere un’espressione efficace del citato manifesto dell’Alleanza per la difesa della cultura del 1948. Contro tale cosmopolitismo deteriore, e pure finto e contraddittorio rispetto alla propria etimologia e semantica (non ha senso definirsi cittadino ed intellettuale del mondo, se il mondo è uno e livellato nell'onnipervasività senza alternative dell’americanismo), l’argomentare di Guttuso è quantomai attuale, dopo ben 70 anni. Anzi, lo è oggi come forse mai lo è stato, oltretutto ribadito e rinnovato da tutta una serie di altre prese di posizione dell’artista (3). Esso ci consegna l’onestà intellettuale e la passione civile e politica di un grande uomo, compagno, artista, originale e fecondo, mai conformista e chiuso dietro pretesche ed ipocrite clausure, ma aperto anche alla mondanità senza mai perdere se stesso. Un personaggio a tutto tondo, che parlò e parla col pennello ma anche, come abbiamo visto, con altri mezzi. Tutti da ascoltare.

NOTE

Assai utili questi testi, sia pure diversissimi tra loro, ma tutti concorrenti nel tracciare un profilo a tutto tondo dell’artista.

giovedì 2 gennaio 2020


Quando Guiboud Ribaud visitò le prigioni sovietiche.

Di Luca Baldelli

La denigrazione e la demonizzazione di Gulag e prigioni sovietiche ha toccato vette inarrivabili, che solo una paziente opera di controinformazione riesce in parte a contrastare, in presenza di un’assoluta asimmetria di mezzi e possibilità per farsi sentire ed ottenere tribune adeguate onde consentire all’opinione pubblica di farsi la sua idea, libera e senza pregiudizi, nella verità e non in odio ed in contrasto ad essa. Per decenni si è parlato di milioni, decine di milioni di Sovietici finiti nelle fauci mai sazie di Gulag danteschi e prigioni lovercraftiane. Un esercito di senza nome, di schiavi, di iloti spacciati per veri dalla storiografia capitalista e borghese. Son bastati pochi storici, per giunta spesso anche anticomunisti, per vedere che nei documenti degli archivi sovietici, peraltro apertamente manipolati con l’avvento del gorbaciovismo e, soprattutto, col crollo dell’URSS, era nascosta una verità ben diversa: meno detenuti che nei mitici States e nessun regime concentrazionario da Babilonia dei tempi biblici o da hitlerismo conclamato. L’impossibile equazione tra “stalinismo” e nazionalsocialismo, ancora una volta appariva per quello che era e stavolta col conforto di numeri inoppugnabili: una vile impostura! Zemskov ed altri storici, tutti anticomunisti, liberal – democratici o indipendenti, si incaricavano di dimostrare il contrario di quel che invece sostenevano (e sostengono) trockisti e finti comunisti revisionisti.
Sarebbe bastato leggere fonti coeve, e tutte OCCIDENTALI, del resto, per rendersi conto che la storia era ben altra.
Una di queste fonti riguardava un noto avvocato francese, Guiboud Ribaud. Costui, nel 1927, espresse il desiderio di far visita alle prigioni dell’URSS, per rendersi conto di persona della situazione. Qualsiasi governo o regime che avesse avuto interesse a nascondere qualcosa, gli avrebbe o chiuso le porte o aperte solo quelle preventivamente mondate da catenacci lordi di sangue e sudore. Nulla di tutto ciò avvenne per il principe del foro francese: egli poté avere subito, telefonicamente, un elenco di centinaia di prigioni dal Commissariato DEL popolo per la giustizia della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e poté scegliere tutte quelle che più gli interessavano. Varcate le soglie delle prigioni prescelte, trovò un mondo per lui sorprendente: non galeotti con palle a calcagna logore e stremate, ma persone di più nazionalità che camminavano per i corridoi, sorseggiavano del tè, conversavano serenamente. Nessun idillio, ma nemmeno l’inferno da tanti millantato. Ne uscì un’opera: “Ou va la Russie?” ( Parigi 1927), con un bel capitolo, il SETTIMO, dedicato ai penitenziari.
L’opera era recensita e prefata dal grande Henri Barbusse (1873-1935), sincero amico dell’URSS e grande intellettuale francese, conterraneo di Guiboud-Ribaud.

Henri Barbusse

L’aspetto più interessante, o comunque uno dei più significativi del libro, è senza dubbio la narrazione della sorpresa derivante dal vedere individui che, condannati alla pena capitale per delitti e reati politici, si erano visti le pene drasticamente ridotte per merito della dialettica processuale, aspetto questo sempre negato dai detrattori dell’URSS, per i quali nemmeno gli avvocati sarebbero esistiti nella grande Unione dei Soviet. Mentre i Tribunali fascisti esiliavano e condannavano a morte, in Urss si redimeva e si lavorava per la correzione ed il recupero sociale del reo. L’avvocato francese, venuto in Urss con sincera voglia di capire, ma anche con in testa tanti motivi ricorrenti della propaganda antisovietica, se ne tornò al suo Paese completamente convinto della verità che aveva visto e che era, per sé stessa, indiscutibile. Egli si attirò l’odio e l’ostilità di tanti bugiardi e mediocri, ma la stima di tutti gli uomini sinceramente obiettivi, democratici, senza paraocchi. Dopo di lui, sarà la volta di Lenka Von Koerber e di tanti altri scrittori, studiosi, sociologi, i quali visiteranno le carceri sovietiche, trovando dinanzi ai loro occhi prigionieri più liberi dei cittadini liberi dei Paesi capitalisti, i quali lavoravano percependo il salario degli operai liberi e godendo di condizioni premiali assolutamente invidiabili. M. S. Callcott, negli USA, riuscirà a mandare alle stampe nel 1935 “Russian Justice“, nel quale parlerà di questo e di altri aspetti, mettendo in rilievo, senza apologie e senza incensi, la superiore (oggettivamente) realtà della civiltà sovietica.

Lenka von Koerber 


Una civiltà dove l’ingegner Ramzin, condannato nel processo del PARTITO INDUSTRIALE, non fu tenuto sempre in prigione, ma portato nell’aula dove dava lezioni, da solo o sotto scorta.
In quegli stessi anni, gioverà ricordarlo, i detenuti dei Paesi capitalisti e fascisti, segnatamente i politici, languivano tra la fame e la tisi nelle galere di sterminio alle quali i fantocci politici del grande capitale li inviavano.

FONTI

Sidney e Beatrice Webb, Il comunismo sovietico: una nuova civiltà, Torino, Einaudi, 1950
P. Guiboud Rubaud, Ou va la Russie,  Paris, Editions sociales internationales, 1928
Lenka von Koerber, Soviet Russia fights crime, London, E.P. Dutton and Co, 1935
Mary Stevenson Callcott,  Russian Justice, New York, Macmillan, 1935


martedì 19 febbraio 2019

La bufala dei 100.000 fucilati dall’NKVD nell’Ucraina occidentale nel 1941



Di Luca Baldelli


Tra il miliardo di persone sterminate dai senzadio kumunisti sovietici guidati dall'uomo più malvagio della storia, trova posto la narrazione dei 100.000 fucilati nell'Ucraina occidentale nei giorni immediatamente seguenti all'invasione tedesca.

Naturalmente l'incipit è ironico, per la comprensione del significato della parola ironia si veda l'Enciclopedia Trec:cani a questo URL:

Ultima cosa. Da qualche tempo siamo soliti abbinare qualche immagine sia alla presentazione sui social che all'interno, ai nostri articoli, questa volta non lo facciamo per non alimentare, in questo caso si tratterebbe di pornografia dell'orrore, questo feticismo dell'immagine. 

Comunque immagini ce ne sarebbero e si potrebbero ritrovare agevolmente nella rete; riguardano gli innominabili massacri perpetrati in quelle terre dai nazisti e dai loro servi, i nazionalisti ucraini.

La bufala dei 100.000 fucilati dall’NKVD nell’Ucraina occidentale nel 1941

venerdì 15 febbraio 2019

La bufala di Stalin che consegnò i comunisti ad Hitler




DI LUCA BALDELLI

Una delle più grandi bugie diffuse dalla propaganda antisovietica ed antistalinista in particolare, è quella dell’intesa Hitler-Stalin, che sarebbe stata cementata dal patto Ribbentrop-Molotov. Sembra ironia e barzelletta dover spiegare che chi distrusse il nazismo non può esser certo stato alleato di chi lo creò, eppure nel mondo borghese e capitalista succede di tutto, non a caso la droga e le sue intossicazioni sono frutto precipuo di questo mondo.
L’Urss riuscì, con quel patto sopra richiamato, ad ottenere tempo e modo per preparare la difesa contro l’assalto delle orde hitleriane, e questo dopo che le Nazioni occidentali “capitalistico-borghesi” e “liberali” avevano a più riprese rifiutato l’idea staliniana di un’alleanza antinazifascista europea e planetaria, pretendendo che l’Urss schierasse l’Esercito da sola e da sola si sacrificasse per tutti, istigando la Polonia (che tutto era meno che una Nazione pacifica) a sabotare ogni possibile intesa con l’Unione Sovietica, (vedasi qui) consegnando ad Hitler la Cecoslovacchia e la sua sovranità su un piatto d’argento, affinché un domani rivolgesse le sue armate contro il primo Stato mondiale degli operai e dei contadini. Da tutti questi bei pulpiti si è parlato e si parla di “alleanza” fra Hitler e Stalin, si sono inventate e si inventano storielle buone solo per i gonzi, si è cercato e si cerca di inquinare i cervelli e le coscienze. Si è così creata a tavolino la storia dei “protocolli segreti” del Patto Ribbentrop-Molotov, dei quali abbiamo già parlato (rimando al mio saggio: IL PATTO MOLOTOV – RIBBENTROPP. VERO PATTO, FINTI PROTOCOLLIIL PATTO MOLOTOV – RIBBENTROPP. VERO PATTO, FINTI PROTOCOLLI), e si è pure tentato di far passare, con documenti sempre fasulli o scientemente distorti, l’idea di un’intesa tra NKVD e GESTAPO per gestire la partita degli “oppositori”, con le relative deportazioni ed i relativi “trasferimenti” da una Nazione all’altra di personaggi “scomodi” da internare.

Bugie invereconde, costruite su pezzi di carta oscenamente taroccati. Il principale tra essi, riguarda la presunta firma, a Mosca, in data 11 novembre 1938, di un patto tra il capo della GESTAPO (sic!) Heinrich Muller ed il responsabile per l’NKVD (sic!) Stepan Solomonovic Mamulov. Ai sensi di tale intesa, anteriore persino al Patto di non aggressione, i due organi di sicurezza si sarebbero scambiati informazioni su argomenti, persone e movimenti di reciproco interesse, adottando poi adeguate misure di volta in volta stabilite, come la consegna di comunisti tedeschi nelle mani della GESTAPO. Una falsificazione filologicamente maldestra, per chi mastica un po’ di storia e si prende la briga di andare a confrontare fonti e documenti: ora, nel documento la GESTAPO è indicata come “Direzione generale per la sicurezza dello NSDAP (il Partito nazionalsocialista, ndr)”, quando tale denominazione nemmeno esisteva e la GESTAPO era null’altro che la Polizia segreta di Stato (Geheime Staatspolizei), organo dell’apparato statale e non del Partito.

Non solo: Muller, nel giorno 11 novembre 1938, come testimoniano documenti inoppugnabili, si trovava non a Mosca a firmare l’inesistente accordo, ma in Germania a compiere la ricognizione dei danni arrecati dalla Notte dei Cristalli, il pogrom antiebraico al quale non furono estranei agenti provocatori da una parte e dall’altra. Quanto a Mamulov, nel 1938 era responsabile (udite udite!) del Dipartimento agricoltura del VK(b)P della Georgia; solo il 3 gennaio del 1939 avrebbe scalato i vertici della NKVD. Nel 1938, poteva firmare al massimo documenti riguardanti fertilizzanti e capi di bestiame, non certo documenti come quello costruito a tavolino dai falsificatori professionisti. Sulla base di questa patacca, (vedasi Accordo tra Gestapo e NKVD), si è esibito in pompa magna tutto un coro di pseudostorici, memorialisti, personaggi anche con un passato nobile, ma con un presente non altrettanto di…qualità. Tutti impegnati a dimostrare, senza un documento dettagliato che sia uno, senza un elenco di nomi uscito da archivi che si possano definire tali, senza il minimo riscontro, che Hitler e Stalin si sono scambiati prigionieri.

Possiamo certamente annoverare, tra i memorialisti che non ce l’hanno raccontata giusta, Margarete Buber-Neumann (1901- 1989). Ella, nella sua opera Prigioniera di Stalin ed Hitler (tradotto in Italia ed uscito per i tipi de “Il Mulino”, nel 1994) racconta delle sue peripezie e del suo internamento nel lager di Ravensbruck, dopo la sua consegna alla GESTAPO nel 1940, ad opera dell’NKVD. Ebbene, chi era Margarete Buber-Neumann? Attivista comunista sin dall’età di 20 anni, sposata in prime nozze con il figlio del grande filosofo ebreo Martin Buber, divorziò negli anni ’20 risposandosi poi con Heinz Neumann, rampollo di una famiglia borghese e comunista anch’egli.

Nel KPD, Neumann rappresentava l’ala più settaria e dogmatica, impegnata più a sabotare gli sforzi per un vasto fronte antinazista, in nome di un’impossibile autosufficienza, che a combattere l’avvento della peste bruna. Questo atteggiamento, speculare a quello rinunciatario e codardo dei socialtraditori della socialdemocrazia di destra, sarebbe costato molto alla Germania. Fuggiti dalla Germania con l’avvento di Hitler, Margarete Buber (nata Thuring) ed Heinz Neumann ripararono prima in Spagna, poi in Svizzera, quindi, cacciati dalle elvetiche contrade (sempre molto poco solidali con i comunisti e gli antifascisti veri, specie quando non portavano denari nelle banche…), in Unione Sovietica.

Qui Neumann sarebbe stato arrestato nel 1937, condannato a morte e giustiziato, mentre la sua compagna sarebbe stata deportata in un Gulag presso Karaganda (Kazakhstan). Questo, stando ai racconti ufficiali, poiché abbiamo visto, ad esempio per l’italiano Guarnaschelli, (Roma a Mosca: lo spionaggio fascista in URSS e il caso Guarnaschelli di Giorgio Fabre), che la fucilazione data per certa in alcuni documenti non ci fu mai, essendo il rifugiato in questione deceduto di morte naturale. Ad ogni modo, dando per buone le risultanze delle quali disponiamo, Neumann tutto fu meno che un perseguitato: nel 1932, dopo che l’Internazionale comunista aveva già condannato il suo gruppo di accoliti come settario e lontano da ogni applicazione delle direttive generali, Kaganovic scrisse a Stalin riguardo alle diversioni di questa schiera, ma il Piccolo Padre, comunque, ricercò pazientemente il dialogo anche con il Bordiga tedesco, incontrandolo a Soci nell’estate di quell’anno (vedasi lettera di Kaganovich a Stalin). Fu un dialogo tra sordi, ma nessuno può dire che, da parte di Stalin, non vi fu buona disposizione ad ascoltare le ragioni altrui. Il fatto è che Neumann, che era ostile in maniera viscerale al grande combattente antifascista e vera guida dei comunisti tedeschi, Ernest Thalmann, non sentì ragioni e proseguì sul suo sentiero distruttivo.
Ernest Thalmann
Nel 1934, stabilitosi a Mosca, cercò in ogni modo di seminare zizzania nel gruppo dirigente bolscevico ed in quello dell’Internazionale, attirandosi strali e sospetti che, poi, sfociarono nel suo arresto e nella sua eliminazione, nel 1938. Ora, rispetto alla “purga” del 1937/38, molto si è scritto, ed è sempre più chiaro che, in gran parte, fu un’azione efficace nell’eliminare quinte colonne e sabotatori, non fece milioni di morti, fu strumentalizzata, in alcuni casi, da settori trockisti, zinovevisti e bukhariniani per infangare Stalin e creare malcontento. Non a caso, poi l’implacabile giustizia sovietica colpì chi si era fatto scudo con l’esigenza di ripulire il Paese dalle spie e dai criminali per consumare vendette o per destabilizzare il sistema. Non sappiamo molto della sorte di Neumann e della fondatezza dei capi d’accusa su di lui pendenti, ma certamente con i suoi comportamenti e con la sua contiguità ad ambienti e gruppi che sotto sotto simpatizzavano per l’Asse, quando non lo facevano in maniera aperta (si veda l’atteggiamento tenuto da Bordiga, e lo si veda in una fonte al di sopra di ogni sospetto: https://www.avvenire.it/agora/pagine/bordiga- ) non gli giovò di certo.
Amadeo Bordiga

La sua compagna Margarete è un altro enigma, da questo punto di vista: ella ha raccontato di essere stata deportata dall’NKVD e di esser stata poi consegnata alla GESTAPO. Ora, a parte che se fosse stata davvero scomoda e se i Gulag fossero stati quelli che ha raccontati, certamente non sarebbe sopravvissuta, c’è anche da chiedersi per quale motivo reale fu consegnata alla Germania. Stalin protesse tutti i comunisti tedeschi riparati in Urss, altro che consegne e patti con la GESTAPO!

Questa è la storia e riguarda, direttamente o indirettamente, tra gli altri, Misha Wolf e Walter Ulbricht, due nomi non proprio secondari nel panorama comunista tedesco… Abbiamo però notizia di comunisti tedeschi che, invischiati a torto o a ragione in trame eversive nel 1937/38, presi di mira dalla NKVD (alcuni erano spie ed infiltrati fascisti sul serio, come testimoniano anche vicende di italiani chiarite dai documenti desecretati), chiesero ad un certo punto di essere rimpatriati. Ne fa fede un documento, nel quale due comunisti tedeschi, sui quali aleggia ben più che il sospetto di essere state spie naziste, chiesero la protezione dell’ambasciata tedesca per venir rimpatriati senza scontare le pene irrogate dalla giustizia sovietica. I loro nomi: Fritz Baltes e Fritz Vinter. Nessuno di loro, rimpatriato, avrebbe fatto un giorno di lager. Strana storia, per dei comunisti nella Germania di Hitler…

Potevano mancare gli "orrori" di Stalin?

Sulla Buber-Neumann, non possiamo dire altrettanto. Non vi sono prove di una sua attività a favore della GESTAPO, ma certamente vi sono elementi inquietanti: costei venne rimpatriata e, nel lager, diventò la segretaria particolare della SS Johanna Langefeld, supervisora di ben tre campi di concentramento (Auschwitz, Ravensbruck, Lichtenburg) e svolse servizi per la multinazionale Siemens, legata a doppio filo con il sistema militare-industriale del Reich. Un curriculum un po’ particolare, per una pericolosa comunista… Una comunista che sopravvive ed ottiene anzi incarichi, mentre attorno a sé le donne antifasciste e comuniste più pericolose e combattive cadono sotto ai colpi delle SS e delle malattie endemiche nel sistema concentrazionario (vedasi Buber-Neumann, Margarita e il libro della Buber-Neumann summenzionato): non solo la sua vecchia protettrice, la SS sadica e cinica Lagenfeld, la va a trovare e le racconta particolari e vicissitudini legati al lager, nel quale Grete aveva anche avuto un ruolo nel selezionare prigionieri ed era pure stata punita, successivamente, per vendetta, quando l’astro della Lagenfeld era declinato (vedasi Il cielo sopra l’inferno), ma la Buber-Neumann stessa, in prima persona, prende parte a tutte le crociate anticomuniste ed antisovietiche più chiassose, dal processo Kravchenko (sul quale ci soffermeremo in futuro), trionfo delle bufale antisovietiche sull’holodomor ed altre nefandezze inventate, alla militanza nel Congresso o Associazione per la libertà della cultura, creatura della CIA, come bene ha dimostrato uno studio condotto da Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale



Ad ogni passo, l’ombra delle centrali anticomuniste, dei centri bellicisti antisovietici, va di pari passo con Margerete Buber-Neumann. Colei che ha diffuso, se non per prima in assoluto, per prima con maggiore evidenza, forza e capacità di penetrazione mediatica, il mito dell’accordo tra NKVD e GESTAPO, dello scambio di prigionieri tra Hitler e Stalin. Proprio lei, che nel lager era segretaria di quello zuccherino di Johanna.



mercoledì 30 gennaio 2019

Verità e bugie su Stalin. Un'intervista esclusiva con Grover Furr

Traduzione di Danila Cucurnia


A distanza di circa 15 anni dall'intervista a Grover Furr, rilasciata a Revleft nel luglio 2006 (pubblicata da noi nel 2012 nella traduzione del compagno Davide Spagnoli: Intervista a Grover Furr rilasciata il 18 luglio 2006 a RevLeft); pubblichiamo oggi una nuova intervista, più completa, del dicembre 2018. Gli studi e le ricerche documentali di Furr, che a fine intervista ricorda il collega Domenico Losurdo scomparso nel giugno del 2018, sono una delle fonti più autorevoli per combattere l'anticomunismo e continuare a spazzare via tutto il fango gettato sull'operato di Josif Stalin. (D.C.)

Verità e bugie su Stalin. Un'intervista esclusiva con Grover Furr





giovedì 10 gennaio 2019

Trotskij nell’Italia fascista del 1932 e l’assoluta inconsistenza del PCL


Di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli




In un nuovo articolo, intitolato “Dalla tragedia alla farsa”, emerge per l’ennesima volta l’inconsistenza e il carattere involontariamente autodistruttivo della direzione del PCL, di un nucleo dirigente allo stesso tempo presuntuoso, inetto e sottoposto a continue scissioni: un caso da manuale di teoria e praxis della “scissione permanente”.
Infatti avevamo innanzitutto invitato per ben due volte il micro partitino in oggetto, a partire dal nostro articolo intitolato volutamente “Quattro sfide alla candida ignoranza del PCL sul caso Olberg”, a dare risposta alle questioni concrete da noi sollevate proprio rispetto al caso di Valentin Olberg.
Pur sapendo che non ci sarà risposta neanche stavolta, ripetiamo per la terza e ultima volta almeno tre delle domande da noi sottoposte al PCL già alla fine di novembre del 2018 e, non certo a caso, lasciate senza alcun contraddittorio e replica da parte di Ferrando, nel suo articolo del 3 dicembre. 
“Prima sfida per il PCL: come può spiegare che Olberg non si dichiarò in nessun modo stalinista, e più precisamente una talpa e un agente provocatore stalinista, quando egli venne arrestato agli inizi di gennaio del 1936, proprio dalla polizia stalinista, ossia dal suo (presunto) “datore di lavoro”?
Seconda sfida. Proprio seguendo l’ipotesi avanzata dal PCL non si può spiegare in alcun modo perché Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non abbia affermato e dichiarato subito, nel gennaio 1936, sia verbalmente che per iscritto, che egli volontariamente si era finto trotzkista dal 1929 al gennaio 1936, su incarico della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca; che egli si era volontariamente presentato e fatto passare per trotzkista durante sette lunghi anni, dal 1929 fino all’inizio del 1936, su incarico e dietro ordini proprio della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca.
Terza sfida per il PCL: come può spiegare la distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg, il presunto agente stalinista, ricevette il falso passaporto honduregno nel 1935 dai nazisti e quello nel quale egli confessò tale elemento decisivo alla polizia stalinista nel maggio del 1936?
Infatti un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di più di un anno creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, ossia nel giugno del 1936.
Lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.
Seppur involontariamente, lo storico antistalinista Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: la falla emerge quasi subito, sempre accettando come veritiera tale ipotesi.
Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro e innegabile.
Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale clamoroso aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro elemento sicuro e riportato persino dall’antistalinista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi concreti rapporti logistici con Tukalevskij e i nazisti. 
Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di circa cinquecento giorni tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936, dieci mesi dopo) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.
È solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i circa cinquecento giorni che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936, più di un anno dopo?
Per niente: si tratta invece di un’informazione sicura che demolisce ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente l’ipotesi opposta, di una notizia sicura rispetto a una condotta di Olberg imperniata sul seguire scrupolosamente la “regola del silenzio” rispetto al nemico, nel caso specifico il regime stalinista.
I cinquecento giorni che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data dell’ammissione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto che fa sparire anche i dubbi quasi irragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste”.
Creando, ovviamente, un’inevitabile domanda: perché la Gestapo e i nazisti fornirono un passaporto falso a un intellettuale ebreo, comunista e antistalinista, intenzionato e deciso a entrare in modo illegale nell’Unione Sovietica stalinista del 1935?”.
Anche nel nuovo articolo “Dalla tragedia alla farsa” la direzione del PCL riesce in modo farsesco e più che imbarazzante a non rispondere in alcun modo alle nostre sfide sul caso Olberg.
Nulla, zero e niente anche nella loro ultima pseudo risposta, e la ragione di tale silenzio risulta fin troppo semplice: chi con nulla ferisce, nel nulla perisce.
In secondo luogo avevamo dimostrato già in precedenza e con tutta una serie di argomenti, ivi compreso il significativo e lungo silenzio tenuto in merito dall’intelligente e preparato storico trotzkista Brouè, la concretissima realtà della ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Karl Radek all’inizio del 1932: si può ritrovare tale materiale nel nostro articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij”.
Cosa ha opposto di concreto il PCL, nell’articolo dell’8 gennaio 2019, ai “fatti testardi” (Lenin) che abbiamo presentato rispetto alla cocciuta ricevuta della lettera del 1932, conservata non a caso negli insospettabili archivi Trotskij di Harvard?
Ancora una volta, nulla. Zero. Niente.
In terza battuta avevamo sfidato Ferrando e il PCL almeno a entrare nel merito di “Linköping”: parola e città svedese riportata dallo stesso Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, che demolisce senza scampo la tradizionale tesi antistalinista sulla presunta e immaginaria impossibilità materiale del volo di Pjatakov, nel dicembre 1935.
Anche su questa tematica nell’articolo in oggetto emerge un patetico zero, un niente farsesco e un nulla paradossalmente estremamente rivelatore.
E per le coincidenze da noi evidenziate rispetto agli eventi del 1935, a partire dal fatto sicuro e innegabile che un aereo civile proveniente dall’estero era atterrato in quel mese nell’aeroporto norvegese di Kjeller, a soli cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss e da dove risiedeva allora Trotskij?

Nulla, zero, niente anche in questo caso specifico.

Avevamo altresì chiarito che Ferrando, nel suo articolo dell’inizio di dicembre dello scorso anno, non aveva detto alcunché neanche sul terzo capitolo del nostro libro: seguito fedelmente, nella sua strada nichilista, anche dal disastroso articolo intitolato “Dalla tragedia alla farsa”. 
E il quinto capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”? Anche in questo caso nulla emerge dall’articolo in oggetto, che da una farsa si trasforma ormai in una burla mal riuscita.
Zero, nulla e neanche una risposta anche nei confronti dell’apparentemente assurda “gita nel ghiaccio” compiuta da Trotskij dal 20 al 22 dicembre del 1935, in una gelida foresta norvegese e nonostante che egli si dichiarasse allora “malato”, stanco e febbricitante.
Nell’allucinato pezzo in via di esame non si può trovare ovviamente nulla neanche sulla miserevole figuraccia rimediata da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, sempre in relazione alla sopracitata “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935.
Infine avevamo sottolineato già nell’articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij” tutta una serie di indizi e prove indirette a favore dell’esistenza concreta dell’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, nella Norvegia del dicembre 1935.
Non si trattava certo di elementi di poco conto.
Ad esempio lo storico trotzkista Brouè aveva infatti ammesso che Lev Sedov, su incarico di Trotskij, mentì clamorosamente nel 1936 rispetto all’esistenza del concretissimo e indiscutibile Blocco delle opposizioni antistaliniste del 1932.
Inoltre erano venuti alla luce del sole i due viaggi compiuti apertamente da Trotskij, nel novembre e nel dicembre 1932, nell’Italia fascista di quel tempo; due viaggi senza avere guai e scocciature di alcun genere da parte della polizia del prototipo di quei regimi fascisti definiti correttamente dall’Internazionale Comunista di matrice stalinista, nel dicembre del 1933, come “la dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale finanziario”.
Bene, a questo punto ripubblichiamo e ripetiamo per la seconda volta tale sezione del nostro intervento precedente, a cui ovviamente nulla ha potuto obiettare la patetica direzione del PCL all’inizio di gennaio.
“Primi due flash. 
Durante la sesta sessione della commissione Dewey “di fronte alla domanda di Dewey avente per oggetto se egli tenesse “un diario”, Trotskij rispose: non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano. In questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.
Un’evidente bugia, visto che esiste un diario scritto sicuramente da Trotskij nel corso del 1935.
Tra l’altro Trotskij non scrisse unicamente il concretissimo diario del 1935, ma il leader in esilio della Quarta Internazionale ricordò con notevole precisione, in una nota del 9 febbraio contenuta proprio nel suo diario del 1935, che “ne tenni uno” (di diario) “per qualche settimana allo scoppio della guerra”, e cioè nell’agosto del 1914, e anche “un altro in Spagna, dopo la deportazione dalla Francia, nel 1916. Credo che sia tutto”. 
Quindi scopriamo l’esistenza di ben tre diari scritti da Trotskij, nel 1914, nel 1916 e nel 1935: niente male, per una persona che invece dichiarò nell’aprile del 1937 di non tenere “un diario”, a solo due anni di distanza dal momento in cui egli iniziò a scrivere il diario del 1935. 
Sempre sotto l’aspetto dell’abilità di Trotskij nel produrre disinformazione va notato altresì che sempre nel suo diario “dimenticato” del 1935, e più precisamente il 9 aprile del 1935, il leader della Quarta Internazionale annotò che, “nei giorni scorsi, ho letto sulla “Veritè” (l’organo principale di informazione dei trotzkisti francesi, dal 1929 al 1936) “un saggio intitolato: Où va la France? Si tratta di un giornale che, come dicono i francesi, “se rèclame de Trotskij”. Nella sua analisi c’è molto di vero, ma anche molto di taciuto. Non so chi scriva questa serie di articoli” (ripetiamo volutamente: “non so chi scriva questa serie di articoli”) “comunque, uno che conosce a fondo il marxismo”. 
Pertanto Trotskij sottolineò il 9 aprile del 1935, e sempre sul suo diario, che egli non sapeva chi scrivesse “questa serie di articoli”, contenuti sotto il titolo di “Où va la France” e appena usciti su un periodico trotzkista: il problema deriva dal fatto che l’autore di quella “serie di articoli” risulta senza ombra di dubbio proprio lo stesso Trotskij, ossia l’autore delle note contenute nel suo diario del 1935, in data 9 aprile 1935.
In quella data, pertanto, Trotskij dichiarò di non conoscere l’identità dell’autore di un saggio scritto ed elaborato da lui stesso, ossia “uno che conosce a fondo il marxismo”: il leader della costituenda Quarta Internazionale non era diventato schizofrenico di colpo, giudici-lettori.
Essendo ormai in cattivi rapporti con le autorità francesi a partire dalla seconda metà del 1934, dopo la buona accoglienza invece ricevuta al suo arrivo come esule in Francia nel luglio del 1933, Trotskij temeva in quella fase storica un’eventuale perquisizione della polizia locale, che avrebbe potuto colpire e interessare anche il suo diario: non desiderando in alcun modo rivelarsi come l’autore degli articoli dal titolo “Où va la France”, egli dichiarò quindi di non conoscere la paternità di questi ultimi. 
Un trucco e una forma sottile di disinformazione usata, per motivi comprensibili, dal leader in esilio della Quarta Internazionale? Certo, ma si tratta di un’ulteriore prova della capacità di Trotskij di produrre clamorose menzogne, in questo caso non prive d’arguzia e umorismo, quando tale particolare praxis gli faceva comodo e serviva i suoi bisogni concreti”. 
Passiamo ora a un terzo elemento illuminante, ossia la grande elasticità tattica dimostrata dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.
Un notevole grado di spregiudicatezza tattica nei confronti degli apparati statali borghesi era stato usato in ogni caso da Trotskij “già nel dicembre del 1932, rispetto all’orrendo regime fascista italiano allora al potere da dieci anni. 
Tornando nel suo esilio in Turchia, dopo una conferenza da lui tenuta a Copenaghen il 27 novembre del 1932, Trotskij transitò infatti per la Francia al fine di imbarcarsi verso i lidi ottomani, ma egli ebbe allora uno scontro con le autorità di Parigi per banali questioni logistiche; al fine di risolvere la situazione Trotskij cercò e ottenne aiuto, invece che dalla vicina Spagna democratico-borghese del 1932, proprio dalla dittatura anticomunista di Mussolini che, secondo le testuali parole dello storico trotzkista Brouè, gli concesse un “visto italiano di transito”. Quest’ultimo ha notato in proposito che Trotskij, “ripartito il mattino del 2 dicembre,” (1932, da Copenaghen) “attraversa la Francia con Lev Sedov, che l’accompagna fino a Marsiglia: qui hanno luogo incidenti con la polizia francese che lo vuole imbarcare a forza su una vecchia tartana, la Campidoglio” (della serie: la comodità prima di tutto). “Ne nasce uno scandalo da cui esce grazie a un visto italiano di transito”, passando brevemente per Milano prima di imbarcarsi per la Turchia. 
Molto prima dei suoi spregiudicatissimi colloqui in Messico, nel giugno e luglio del 1940, con il funzionario statunitense Robert McGregor, Trotskij non ebbe in sostanza alcun problema politico e morale nel dicembre del 1932 a ricercare e ad acquisire un “visto italiano di transito” dalle autorità fasciste italiane, ossia da quella dittatura reazionaria di Mussolini che da dieci anni perseguitava ferocemente e senza interruzione i comunisti e le forze democratiche. 
La sicura informazione sul viaggio italiano – legale e autorizzato dalle autorità fasciste – del leader in esilio della Quarta Internazionale va inoltre collegata e messa a confronto con la tesi, più volte esposta da Trotskij, secondo il quale egli non prese mai e in alcun caso “accordi”, e non avviò mai anche solo delle “trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Ad esempio anche nel suo testamento del febbraio-marzo del 1940, redatto poco prima della morte del leader della Quarta Internazionale, Trotskij scrisse: “Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v’è una macchia sul mio onore rivoluzionario. Né direttamente, né indirettamente non sono mai sceso ad accordi o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia.
Avendo conosciuto ormai sia il viaggio (legale, autorizzato) di Trotskij, nell’Italia fascista del 1932 sia le affermazioni contenute nel suo testamento del febbraio-marzo 1940, sono possibili a questo punto solo tre ipotesi.
Prima ipotesi: a giudizio del Trotskij che scriveva nel 1940, Mussolini e il regime fascista italiano del 1932 non risultavano dei “nemici della classe operaia”. Escludiamo subito tale tesi.
Seconda ipotesi: Trotskij, nel 1940, si era dimenticato completamente del suo viaggio legale nell’Italia fascista del dicembre 1932. Vista l’ottima memoria di Trotskij, sommata al carattere molto particolare sia dell’incidente di Marsiglia sia della sua successiva permanenza in Italia, dove egli tra l’altro si trovò allora attorniato e seguito da alcuni giornalisti fascisti che cercavano inevitabilmente di ottenere le sue dichiarazioni, escludiamo subito anche tale ipotesi.
A questo punto non rimane che una sola alternativa: Trotskij mentì clamorosamente, anche nel suo testamento del 1940, sul fatto di non essere “mai sceso ad accordi”, “né direttamente né indirettamente”, “o anche solo a trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Riteniamo che tale conclusione sia inattaccabile, visto che per entrare pubblicamente e legalmente nell’Italia fascista del dicembre del 1932 Trotskij doveva inevitabilmente “trattare” e “accordarsi”, “direttamente o indirettamente”, con la polizia fascista e le autorità fasciste italiane: per l’appunto egli doveva quindi “accordarsi” con inequivocabili e sicuri “nemici della classe operaia” come quel funzionario statunitense legato all’FBI, ossia Robert McGregor, a cui Trotskij fornì in Messico tutta una serie di succulente informazioni nell’estate del 1940, durante un colloquio tra i due su cui torneremo in seguito”. 
Un altro segmento “di prove indirette riguarda invece le innegabili ed evidenti bugie espresse nel 1936-37 dal leader della Quarta Internazionale e da suo figlio rispetto alle loro reali relazioni con molti imputati nei processi di Mosca, oltre ai casi sopra esaminati di Pjatakov e Radek. 
Partiamo dalla clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, con l’autorizzazione e l’impulso diretto da parte del padre, rispetto alla reale posizione politica di I.N. Smirnov.
Lo storico trotzkista P. Brouè ci ha infatti informati che dopo il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 “Sedov, spinto dal padre che gli chiede di fare quel che ormai non può più fare di persona, comincia la preparazione di un opuscolo, che lo porta a definire meglio la linea di difesa e a condurre un esame critico molto accurato del verbale del processo. Per evidenti ragioni di sicurezza e per timore di nuocere alla difesa degli uomini nelle mani della GPU” (ossia della polizia stalinista) “che non hanno ancora negato, Sedov decide di negare tutto ciò che ha a che fare con il blocco delle opposizioni del 1932. Per le esigenze della difesa Smirnov, che Sedov ammette di aver incontrato, banalizzando però la conversazione, è trattato come un qualsiasi capitolazionista” (della corrente trotzkista) “del 1929, distinto da Zinoviev solo per sfumature; allo stesso modo, tutti gli imputati di Mosca vengono presentati come avversari politici di Trotskij quali effettivamente sono stati in una certa epoca, ma non erano più veramente nel 1932”. 
Focalizziamo innanzitutto l’attenzione sulla figura di I.N. Smirnov: lo stesso storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, per le “esigenze della difesa” e “spinto dal padre”, Lev Sedov mentì rispetto alla reale posizione e ruolo politico di I.N. Smirnov, e che cercò invece di farlo passare per un qualsiasi “capitolazionista” rispetto a Stalin, mentre sempre Brouè nel 1991 aveva invece stabilito che I.N. Smirnov fosse, senza dubbio e a tutti gli effetti, già nel corso del 1931 un dirigente politico antistalinista assai vicino alla Quarta Internazionale, come si è già citato in precedenza.
Siamo quindi in presenza di una plateale menzogna elaborata di comune accordo dal duo Sedov/Trotskij, certo sostenuta per le legittime “esigenze della difesa” della costituenda Quarta Internazionale (Brouè); ma se Sedov e Trotskij mentirono rispetto al reale ruolo politico svolto da Smirnov per le “esigenze della loro difesa”, per quale motivo non avrebbero potuto (e dovuto) pronunciare menzogne anche rispetto alla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, sempre “per le esigenze della difesa”? Si tratta in tutti i casi dell’esistenza (o non esistenza) di rapporti politici di matrice antistalinista, in entrambi negati con forza da Sedov/Trotskij.
La sequenza di bugie continuò con la clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, rispetto alla concreta e indiscutibile esistenza del “blocco delle opposizioni” nel 1932.
Nel passo sopracitato lo storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, sempre per le “esigenze della difesa” di Trotskij, suo figlio (e in seguito lo stesso Trotskij, davanti alla commissione Dewey e in altre occasioni) mentirono negando la realtà sicura e indubbia del “blocco delle opposizioni nel 1932”, alleanza politica invece realmente formatasi nel corso di quell’anno.
Di nuovo: se Sedov/Trotskij dissero bugie e raccontarono storie anche negando la concreta esistenza di un fronte unito delle opposizioni antistaliniste nel 1932, sempre per le (legittime) “esigenze della difesa”, perché non dedurne che essi raccontarono frottole anche sulla reale posizione politica di Pjatakov/Radek nel 1931-36 e sul volo di Pjatakov, sempre per le legittime “esigenze della difesa” di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale?
Un discorso identico va effettuato anche per la clamorosa menzogna pronunciata da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, (“spinto dal padre”) in relazione ai reali rapporti politici creatisi nel 1932 tra Trotskij e Zinoviev/Kamenev, principali imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936.
Nel passo sopracitato lo storico trotzkista P. Brouè ci informa che, sempre per le “esigenze della difesa”, Sedov presentò “tutti gli imputati di Mosca” (al processo di Mosca dell’agosto 1936) “come avversari politici di Trotskij, quali effettivamente sono stati in una certa epoca ma non erano più veramente nel 1932”: tutti gli imputati quindi, ivi compresi Zinoviev e Kamenev, come del resto fece suo padre qualche mese dopo davanti alla commissione Dewey. 
Di nuovo: se Sedov/Trotskij mentivano sulla reale posizione politica di Zinoviev/Kamenev nel 1932, che allora operavano in qualità di astuti oppositori clandestini di Stalin, oltre che rispetto alla loro reale relazione (di alleanza politica) con Trotskij sempre nel 1932, per quale motivo non dedurre che essi produssero menzogne anche sulla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, oltre che sul volo di Pjatakov?”.
Sempre per le “esigenze della difesa”, certo.
Ultimi due flash rilevanti, rispettivamente su Robert McGregor e sulla gita di Trotskij a Pompei nel novembre del 1932, con un regime fascista allora dominante in Italia.
A giudizio di Trotskij si poteva infatti “diventare un informatore temporaneo dell’apparato statale degli USA, se le circostanze concrete l’avessero richiesto.
Trotskij giunse infatti fino al punto di incontrarsi due volte in Messico nel 1940 con un rappresentante del consolato statunitense nel paese latino-americano, un certo Robert G. McGregor, per un flusso di informazioni a senso unico sulle attività degli stalinisti in Messico, teso e finalizzato ad aprire uno spiraglio alla richiesta di visto per gli USA, espressa da tempo da parte del leader dell’ormai costituita Quarta Internazionale. Nel rapporto dell’FBI del 1940 risulta che “nel giugno, Robert Mc Gregor del consolato si è incontrato con Trotskij nella sua casa… Egli” (McGregor) “si incontrò di nuovo con Trotskij il 13 luglio… Egli diede a Mc Gregor i nomi di pubblicazioni messicane, di leader politici e sindacali e di funzionari governativi che, secondo quanto si asseriva, erano legati con il CPM” (Partito Comunista Messicano). “Egli” (Trotskij) “affermò che uno degli agenti principali del Komintern, Carlos Contreras” (l’italiano Vittorio Vidali) “era al servizio del Comitato Direttivo del CPM. Egli discusse anche i presunti sforzi di Narciso Bassols, ex ambasciatore messicano in Francia, che Trotskij sosteneva fosse un agente sovietico, per ottenere che egli” (Trotskij) “fosse espulso dal Messico”. 
Il professor William Chase dell’università di Pittsburgh, che ha trovato il rapporto arrivato all’FBI nel 1940 proprio negli Us States archives-RG 84, notò giustamente che “col procurare al consolato USA informazioni sui loro comuni nemici, fossero essi messicani o comunisti americani o agenti sovietici, Trotskij sperava di provare il suo valore a un governo” (quello statunitense) “che non aveva desiderio di garantirgli un visto d’ingresso”: diventare momentaneamente un informatore e un confidente dell’FBI non costituiva pertanto un grosso ostacolo per lo spregiudicato e disinvolto Trotskij, sempre che tale azione fosse finalizzata a raggiungere un obiettivo politico da lui ritenuto importante. 
A giudizio di Trotskij, dunque, entrare in rapporti di collaborazione momentanea e tattica con nazioni e apparati statali capitalistici non costituiva certo un tabù e un grave problema politico, in certi casi: provi dunque Ferrando, se ci riesce, a dimostrare che i colloqui confidenziali del 1940 di Trotskij con un funzionario statale americano siano una “falsificazione stalinista”.
Si è inoltre già ricordato in precedenza come il leader in esilio della Quarta Internazionale fosse entrato in diretto e indiscutibile contatto “con le autorità fasciste italiane alla fine del 1932, nel suo viaggio di ritorno in Turchia dalla conferenza da lui tenuta a Copenaghen, e a questo punto si può aggiungere che Trotskij si fermò tranquillamente nell’Italia di Mussolini anche durante la tappa di andata del suo viaggio in Europa, visitando Pompei in compagnia della moglie e attorniato in tale escursione anche da quasi una decina di altre persone.
Avvocato del diavolo: “Servono prove indiscutibili, per questa vostra affermazione”.
Ce le fornisce lo stesso Trotskij che, in un’intervista del 23 novembre 1932 rilasciata al giornale danese Politiken, citò esplicitamente Pompei notando che proprio in quel luogo “noi” – ossia lui stesso e sua moglie – “abbiamo avuto una grande esperienza”.
Si tratta di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?
In ogni caso stiamo analizzando una “grande esperienza” di Trotskij che ovviamente si basava sul preventivo e indiscutibile assenso del governo fascista rispetto al suo passaggio sul suolo italiano, con i relativi contatti preliminari tra le due parti in causa necessari a tal fine.
Per ammissione dello stesso leader della Quarta Internazionale in via di costruzione, dunque, nel novembre del 1932 e durante il viaggio di andata verso Copenaghen Trotskij si fece una bella gitarella a Pompei con la moglie, mentre durante il ritorno in Turchia egli si fermò una seconda volta e di nuovo nell’Italia fascista di quel tempo, sempre volontariamente e sempre con l’accordo indispensabile delle autorità anticomuniste di Roma.
Spesso un’immagine vale più di mille parole, e su questa materia si può facilmente trovare un breve ma interessante filmato sulla gita di Trotskij a Pompei cliccando su internet “Leon Trotsky: Trotsky visits the ruins of Pompeii with his wife, Natalia Sedova” (online footage.tv, 18 giugno 2015); oppure si può osservare la foto con Trotskij e sua moglie a Pompei ricercando “Leon Trotsky Russian statesman, visiting Pompeii with his wife”. 
Si tratta forse di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?”
È stato fin troppo facile evidenziare la totale vacuità e inconsistenza delle corbellerie partorite in questo caso specifico dalla fallimentare micro direzione del PCL: ma ormai, di fronte a un caso clinico di natura politica talmente disperato, conviene proprio pensare ad altro.

10 gennaio 2019