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venerdì 30 settembre 2016

Come i bolscevichi risolvettero il problema abitativo. Il miracolo di Leningrado, un caso di scuola (1917 – 1950).

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli



Leningrado, la vecchia San Pietroburgo, non è solo la Città eroica che ha retto uno degli assedi più terribili della storia, quello nazista, con centinaia di migliaia di morti, evacuati, feriti e dispersi, in uno scenario eguagliato forse soltanto dalle vicende spartane del III sec. a.C. No, Leningrado è anche il gelido, epico, affascinante teatro della Rivoluzione bolscevica del 1917, Rivoluzione che per prima ha liberato le masse operaie e contadine dall'oppressione capitalista e feudale. 

In quella splendida, antica città creata dal nulla per la ferrea volontà dello Zar Pietro, su paludi e naturali prolungamenti del Golfo di Finlandia, i bolscevichi, saliti al potere, dovettero subito confrontarsi con molteplici problemi, precipitato storico dell’arretratezza di un Paese sì dominato da secoli da un'élite di rapaci sfruttatori, sì immerso nelle secche di un sottosviluppo solo di quando in quando interrotto da isolotti di modernità, ma anche popolato, come pochi altri al mondo, da geni prodigiosi e talenti raffinatissimi. In questo singolare, intrigante prisma dialettico, storico, culturale e politico, i bolscevichi proiettarono la vivida luce del loro primato, rimodellando le sfaccettature, limando gli angoli e abolendo le forme anacronistiche, stantie ed ossificate di vecchi costrutti sociali ed economici che qualcuno, per suo interesse, riteneva eterni ed immutabili. 

E vennero la riforma agraria, le nazionalizzazioni delle industrie, con la promozione della più ampia partecipazione, del più profondo e consapevole apporto autogestionario da parte degli operai e dei lavoratori tutti (non sempre raggiunto, invero, ma costantemente fissato all'orizzonte come meta), il suffragio universale senza barriere di "genere" (le donne russe furono le prime a votare in Europa, se si escludono quelle del non più esistente Granducato di Finlandia, tra l’altro facente parte dell’Impero russo, laddove le suffragette britanniche ebbero la loro soddisfazione solo nel 1928). 

Non solo: i bolscevichi, in condizioni, le peggiori possibili ed immaginabili, stretti fra l’arretratezza e la povertà del patrimonio edilizio ereditato dal vecchio regime e fra le distruzioni della guerra civile scatenata dai reazionari interni e dagli imperialisti esterni, riuscirono, per un laicissimo miracolo della buona volontà, a risolvere il problema abitativo, facendo di Leningrado, fin dagli anni '20, la prima Città al mondo senza gente che dormiva sotto i ponti, sulle panchine, in falansteri simili a camere d’ospedale o in malsani scantinati. Ciò, mentre nel mondo capitalista le gente crepava di fame e si vedeva sfrattare anche da miseri tuguri. 

Come fu risolto il problema abitativo? 

Con una molteplicità di misure complementari e convergenti verso l’obiettivo stabilito, ossia quello di dare ad ognuno un tetto sopra il capo! 

Vediamo la situazione generale. Il punto di partenza, come abbiamo accennato, non era certo entusiasmante: il patrimonio abitativo non era certo enorme e quel poco che c’era era ripartito in maniera scandalosa. Basti pensare che, nel 1900, quando furono censiti 1.418.000 abitanti, si rilevò che 38.000 cittadini, appartenenti a privilegiate minoranze, avevano a disposizione, ciascuno, dai 30 ai 70 metri quadrati di area abitabile a testa. 

A fronte di ciò, 82.000 cittadini, tra i più derelitti, dovevano pigiarsi in spazi angusti, con meno di 2 metri quadrati a testa. In questo panorama, ben 11.376 appartamenti erano liberi, vuoti, cinici monumenti al più immorale degli sprechi, alla più cocente delle ingiustizie. C’era poi tutta una pletora di lavoratori che alloggiava in dormitori, convitti ecc. ... 

Ancora nel 1910, 63.089 persone alloggiavano in 8292 seminterrati, tra umidità, topi e altre gioiose amenità da campionario dell’orrore abitativo. Espansioni massicce di edificato non erano d'altronde pensabili, sia per le condizioni di guerra e mobilitazione permanente, egemoni dal 1917 al 1922, sia per i sottovalutatissimi e quasi mai menzionati (dalla storiografia e dagli studi urbanistici classici) ostacoli naturali, per molti versi insormontabili: un terreno paludoso, sabbioso, friabile, che solo lo Zar Pietro, con la sua ostinazione, poteva trasformare in una landa abitata, strappando al Golfo di Finlandia il suo naturale prolungamento. 

Che fare, allora, tanto per porre l’interrogativo del pragmatismo rivoluzionario di Lenin? 

Si cominciò con un’opera di censimento e ricognizione degli alloggi esistenti, a partire dagli antichi palazzi dell’aristocrazia e degli alti ceti, giù giù fino ai condomini più moderni e recenti. Squadre di operai e funzionari addetti computarono i metri quadrati disponibili, analizzarono scrupolosamente bisogni e possibilità legati ai vani, interrogarono famiglie e individui, per poi ripartire lo spazio nella maniera più equa possibile. 

Checché ne dica, delirando, la letteratura  anticomunista, nessuno che avesse una quantità giusta e tollerabile di metri quadrati a disposizione, rapportata alla condizione oggettiva presente, fu espropriato del diritto di continuare ad abitare i propri spazi. 

"Il potere sovietico, pur generalizzando la nazionalizzazione delle case dei grossi capitalisti – scrissero Bucharin e Preobrazhenskij ne "L’ABC del comunismo" - non ha alcun interesse a toccare le proprietà degli operai, impiegati e piccolo – borghesi". Si espropriarono solo e soltanto gli alloggi di individui e famiglie che fruivano di metri quadrati in visibile e smaccato eccesso, alla faccia dei senzatetto, degli inquilini di stamberghe e casupole e via elencando. Anche in quel caso, però, il nobile, o l’industriale, o l’intermediario, o la qualsivoglia figura borghese espropriata, se non decideva di andarsene o di darsi alla macchia contro il nuovo governo sovietico, non veniva cacciato via, spinto in strada. No, la superiore umanità dei bolscevichi risparmiava, a questi sfruttatori e parassiti, il destino che per secoli avevano riservato ai figli del popolo. Ognuno poteva conservare per sé un ambiente o anche più, all'interno della propria residenza.

Ogni Soviet, in tutto lo sterminato Paese del socialismo al potere, creò nel proprio seno una "divisione" speciale che si occupava del patrimonio abitativo e delle condizioni di alloggio della popolazione; non una burocrazia autoritaria e imperiosa, distaccata e fredda, ma una squadra di lavoratori, funzionari, ispettori che, ciascuno con il proprio ruolo, assumevano decisioni in forma collegiale e concertata, per il supremo obiettivo del bene comune. 

Gli affitti vennero calmierati e i fitti arretrati, molti dei quali vere e proprie pretese degne del peggior strozzino, vennero spesso annullati, non solo a Pietrogrado (la Città assumerà il nome di Leningrado dal 1924, dopo la morte del leader rivoluzionario, ma in tutte le Russie, in tutto l’estesissimo territorio posto sotto il controllo sovietico. Ovunque i proletari furono liberati dalla prigionia delle stamberghe, degli alloggi di fortuna, e trasferiti in palazzi ampi e maestosi, spesso di eccezionale pregio artistico e architettonico. 

I detrattori del socialismo hanno sempre sparso a piene mani dileggio e critica sulle coabitazioni di più famiglie in uno stesso appartamento, frequenti nei primi anni del potere sovietico e ridotte al minimo a partire già dagli anni '50 – '60, ma questi corifei senza pudore del marciume capitalista hanno dimenticato che chi prima era vissuto per decenni in catapecchie di 20 o 30 metri quadrati, senza acqua, luce, gas e locali salubri, grazie alla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre varcò la soglia, assieme alla propria famiglia, di palazzi principeschi dalle volte arabescate e dalle scalee imponenti, con stanze ampie, soffitti elevati, ambienti ampi ed areati. 

Qui, per una famiglia tipo, coabitare, significò avere una grande cucina e una latrina in comune con altri individui o gruppi familiari, quando precedentemente la prima era un buco e la seconda un foro scavato in terra, mentre per il resto ogni nucleo familiare ebbe a disposizione, a seconda della consistenza numerica dei propri membri, due, tre o quattro stanze individuali, ricavate dall'equa divisione degli ambienti. 

I proletari alloggiarono quindi, grazie ai Soviet, in Palazzi nei quali, in occidente, solo la più pingue borghesia e i più insigni rampolli di blasonate famiglie potevano vivere o sperare di vivere. E lo fecero, nei primi anni, senza pagare alcun affitto, o pagando solo cifre simboliche. Vi fu anche chi, per esigenze di studio o di attività, per meriti guadagnati sul campo col suo lavoro a vantaggio della collettività, poté continuare ad abitare in spazi più grandi della media: non mancarono i casi di villette a un piano rimaste in proprietà ai loro legittimi (in quel caso) detentori, studiosi, intellettuali, militari, o divise con alcune famiglie lasciando ai vecchi proprietari la gran parte dello spazio disponibile. 

Anche il grande Bulgakov, nelle sue opere, fa cenno a questi episodi, si vedano "Cuore di cane" e "Il Maestro e Margherita". Tornando alla situazione di Pietrogrado, poi Leningrado, nel giro di poco tempo nessuno più, o quasi, abitò cantine, sottotetti, casupole cadenti e malsane. 

Alla primavera del 1918, i lavoratori poterono a ragione vantarsi di vivere ormai come mai avevano vissuto prima d’ora. Gli sconvolgimenti della guerra civile portarono, però, subito difficoltà e non vi fu tempo di cullarsi sugli allori. Visti i gravi problemi di approvvigionamento della città, con le truppe bianche che stringevano d’assedio i centri controllati dai bolscevichi e vi impedivano l’afflusso di derrate e merci, molti scelsero di andarsene nelle campagne o altrove, in contesti più tranquilli e meno esposti alla pressione controrivoluzionaria. 

Gli abitanti diminuirono da 2.500.000 nel 1917 a 750.000 circa nel 1920, quando il rigidissimo inverno costrinse tanta gente a utilizzare come legna, per riscaldarsi, anche vecchi e pregiati mobili. Nel 1921, quando la guerra civile si spense, con la vittoria schiacciante dei bolscevichi, sostenuti dalla quasi totalità della classe operaia e dalle masse contadine, queste ultime conquistate con i decreti sulla terra, diretti contro i latifondisti e la Chiesa, si rilevò che il 25% degli appartamenti esistenti a Pietrogrado erano vuoti. Mentre molte case abbandonate furono demolite, fu guadagnato dai ceti popolari ulteriore spazio sottratto a borghesi e nemici del popolo scappati, trasferitisi, posti sotto misure cautelari o condannati. Da notare il fatto che, almeno fino al 1925/26, molta della popolazione cittadina era fluttuante e molti nuclei familiari, fino al 30%, erano formati da un’unica persona: lavoratori avventizi, gente delle campagne che aspirava a guadagni supplementari, piccoli intermediari e sensali sopravvissuti al tramonto del capitalismo... Un universo variegato e per molti aspetti pittoresco, che durò finché durò la NEP. 

L’avvio della pianificazione quinquennale, a partire dal 1928, consentì di migliorare costantemente le condizioni di alloggio degli abitanti della città, ribattezzata Leningrado, soprattutto dal punto di vista qualitativo. I censimenti e le elaborazioni statistiche rivelano, dalla fine degli anni '20 e per tutti gli anni '30, un costante miglioramento delle forniture e delle dotazioni degli alloggi leningradesi: qui, dove era stata compiuta la rivoluzione copernicana del dare a ciascuno un tetto, a partire da un lascito storico di sicuro non incoraggiante, ora quel tetto diventava, per tutti e per ciascuno, sempre più comodo e confortevole. 

Non si dia calcolo a chi presenta indici di metri quadri pro – capite in calo: se infatti in alcuni annuari si può leggere che la superficie pro – capite abitabile (la "zhilaja ploschad", formata da tutte le stanze meno cucine, servizi, bagni, corridoi e ripostigli) scese da 8,5 metri quadrati nel 1927, a 5,8 metri quadrati nel 1935, c’è da tener presenti tuttavia alcuni punti fermi. 

Nello stesso periodo, la popolazione di Leningrado, in conseguenza del poderoso sviluppo industriale, crebbe a ritmo impetuoso da 1.700.000 a oltre 2.700.000 individui, per poi salire fino a quasi 3.000.000 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. 

Roma, che in quegli anni subì un aumento di popolazione di poco inferiore, con cifre assolute pari alla metà rispetto a quelle della "finestra sull'occidente", si riempì di casupole e baracche, nelle misere periferie ritratte col pennello del più vivo neorealismo da Manfredi in "Brutti, sporchi e cattivi". 

Leningrado, al contrario, non conobbe baracche e alloggiamenti precari se non quelli, del tutto provvisori, e oltremodo decorosi, destinati ai costruttori edili che tirarono su nuovi palazzi residenziali per i lavoratori dove si poteva, in un terreno angusto, ricavato con le unghie e con i denti da ardite bonifiche nel corso dei secoli e naturalmente svantaggiato nella conformazione. 

Inoltre, va ricordato che le cucine, i bagni e i ripostigli, tutti elementi urbanisticamente e civilmente considerati, in Urss, al di fuori dello spazio vitale sul quale calcolare l’affitto,  diventarono negli anni ’30 sempre più presenti, ampi e funzionali, mentre gli appartamenti individuali via via sostituirono quelli in coabitazione. 

E come tacere, poi, il grande sforzo volto a fornire, ad ogni alloggio, il gas necessario per cucinare e riscaldarsi?

I dati ci dicono che, nel corso degli anni ’30, già 23.200 appartamenti furono connessi alla rete del gas. Ciò equivale a dire, tenendo conto delle coabitazioni in alloggi con bagno e cucina in comune (il 70 – 80 %), che, a quell'epoca, già 200.000 persone circa, su più di 2.000.000, beneficiavano di questo modernissimo confort, confort di cui ancora oggi sono prive, nella nostra "progredita" e "civile" Italia, tante famiglie, costrette a ricorrere alle bombole. Il gas leningradese meriterebbe una trattazione a parte, per l’impegno, lo sforzo e la capacità dimostrati da tecnici e maestranze che, nel giro di 15 anni, a guerra finita, valorizzando gli scisti bituminosi della regione leningradese ed estone, lo porteranno praticamente in ogni alloggio. Nei Paesi capitalisti, Italia compresa, si arriverà allo stesso obiettivo, del tutto parzialmente, a macchia di leopardo, negli anni '70 - '80, e senza avere la difficoltà di far passare condotte e canali di distribuzione in un territorio gelato per gran parte dell’anno, con relative manutenzioni e migliorie. 

La Seconda Guerra Mondiale portò morte e distruzione a Leningrado, nei 900 memorabili giorni dell’assedio nazifascista, poi spezzato dall'eroismo e dal valore dell’Armata Rossa. Quei 900 giorni significarono anche, per il patrimonio abitativo della Città, un calvario senza precedenti: 

  • il 19,7% del fondo abitativo totale andò distrutto (3,3 milioni di metri quadrati di spazio abitabile);  
  • il 13,2% dello stesso fondo subì gravi danneggiamenti (2,2 milioni di metri quadrati di spazio abitabile). 
  • alla fine del conflitto, il 35% delle case necessitavano di riparazioni alle pareti ed alle intercapedini; 
  • l’80% presentava vetrate rovinate o distrutte; 
  • il 72% aveva tetti sfondati o gravemente danneggiati; 
  • l’85% mostrava facciate rovinate. 
Fognature, reti del riscaldamento, ascensori, caldaie, reti elettriche... Tutto danneggiato, fuori uso o logorato. Il compito della ricostruzione si presentò, davanti ai leningradesi, non facile né difficile, semplicemente titanico. E fu scritta, con ardore e abnegazione, un’altra pagina eroica. Mentre i fogliacci delle varie borghesie capitaliste raccontavano di gente che viveva nei solai, nelle cantine, nei magazzini, senza mai spiegare mai perché ciò accadeva, senza mai menzionare le distruzioni apportate dai nazifascisti, i leningradesi ricostruivano la loro città, più bella e radiosa di prima. In pochi anni, forti delle esperienze post – rivoluzionarie, vennero eliminati del tutto, di nuovo, ricoveri di fortuna, magazzini uso abitazione, cantine – dormitorio. 

Una ventina di trust edili, agili ed operativi, garantirono un nuovo miracolo, compiuto senza aiuti dall'estero e senza i denari del Piano Marshall (a proposito di "ricostruzioni" mitizzate, o non opportunamente contestualizzate...). 

Le cifre del periodo 1945/1950 sono, a tal proposito, impressionanti:

  • 791.000 metri quadrati di riparazioni capitali effettuate;
  • 28.660 palazzi residenziali sottoposti a riparazioni selettive, di alta qualità, con professionalità scelte;
  • 1.944.000 metri quadrati di ambienti fatiscenti ripristinati e risanati;
  • 13.057.000 metri quadrati di tetti riparati;
  • 4.425.000 metri quadrati di facciate riparate e ridipinte;
  • sostituzioni di sistemi di approvvigionamento idrico e di reti fognarie, con espansione del numero degli alloggi direttamente serviti, in 5003 palazzi residenziali; 
  • 1315 ascensori riparati e ripristinati; 
  • 335 caldaie rimesse in funzione;
  • 3.826.000 metri quadrati di scale e pianerottoli riparati e ricostruiti;
  • 1.153.000 metri quadrati di marciapiedi realizzati, cortili risanati, strade di servizio lastricate;
  • 369.000 alberi ed arbusti piantati nei cortili condominiali. 

Numeri, questi, che la dicono lunga sulla superiorità del sistema socialista, anche rispetto ad una problematica, come quella degli alloggi, che ancora attanaglia e assilla milioni e milioni di persone nel mondo, schiacciate dalla logica del profitto di pochi speculatori e costrette ad abitare in tuguri e slum per la maggior gloria degli sfruttatori. 

L’esperienza di Leningrado (e, in senso estensivo, di tutta l’Urss) ha dimostrato che, anche in questo ambito, un altro mondo è non solo auspicabile, ma anche possibile, purché si abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere la necessità storica di rompere non solo col capitalismo, ma pure col riformismo all'acqua di rose. 

Riferimenti:

Pavel Nikonov: "Storia del fondo abitativo di San Pietroburgo" (relazione del 1994), in russo, online: http://nikonovpn.spb.ru/?p=1059#3

F. Engels : "La questione delle abitazioni", Edizioni Rinascita, 1950

N. Bukharin – E. Preobrazhenskij: "L’ABC del comunismo" (online, http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/Testimarxisti/abcpseconda.html)

Vieri Quilici: "Città russa e città sovietica" (Mazzotta, Milano, 1976)

sabato 6 ottobre 2012

La guerra d'inverno: antefatti del conflitto Urss-Finlandia


REDAZIONE NOICOMUNISTI


Guerra URSS-Finlandia: gli antefatti



Le direttrici delle operazioni belliche

Articolo di Guido Fontana Ros della Redazione Noicomunisti



La Stampa di Torino del 1 dicembre 1939, come tutti i quotidiani occidentali,  così esordiva:

I RUSSI INVADONO LA FINLANDIA – Helsinki bombardata dagli areoplani

Cominciava così il conflitto mitizzato dalla stampa borghese di tutto il mondo: l’epica lotta del popolo finlandese,  novello Davide contro l’orrendo Golia sovietico.
La realtà dei fatti storici, tuttavia è ben altra. Vediamo di inquadrare il conflitto nella situazione politica e geostrategica di quegli anni .
All’indomani della Rivoluzione di Ottobre, come dovrebbe essere noto, il neonato stato sovietico dovette affrontare l’attacco delle nazioni capitalistiche occidentali che inviarono truppe di ben 14 Paesi sul suolo russo. Questo attacco non cessò dopo la vittoria dell’Armata Rossa contro le forze controrivoluzionarie, bensì muto forma. Assunse le vesti sia di guerra commerciale che di spionaggio, di sabotaggio e di eversione. Non si poteva tollerare che vi fosse un sistema socioeconomico altro dal capitalismo…

L a disperata situazione all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre
In questo contesto si inserisce il cosiddetto piano Hoffman, che continuò a essere oggetto di discussione presso gli stati maggiori occidentali per tutti gli anni ’30 dello scorso secolo. Qualche parola su di esso.

Il piano Hoffmann.
All'inizio della prima guerra mondiale nel 1914,il generale  Hoffmann era stato nominato comandante in capo delle operazioni dell'ottava armata tedesca dislocata nella Prussia orientale con l'ordine di prevenire l'atteso attacco russo. Egli fu il reale artefice della grande vittoria tedesca nella battaglia di Tannenberg. Dopo Tannenberg, Hoffmann diventò comandante delle forze tedesche sul fronte orientale e a  Brest-Litovsk, trattò la pace con la delegazione sovietica. All'inizio della primavera del 1919, il generale Hoffmann è presente alla Conferenza della pace di Parigi con un piano di attacco contro Mosca, che avrebbe dovuto essere diretto dall'esercito tedesco, al fine di “salvare l'Europa dal bolscevismo” .
Plenipotenziari alle trattative di Brest-Litovsk, Karl Hoffmann è il primo a sinistra
In seguito a un incontro a Berlino, con il generale Hoffmann nel 1923, l'ambasciatore inglese lord D'Abernon riporta: « Tutte le sue opinioni sono dominate dal concetto generale che nulla andrà per il suo verso nel mondo finché tutte le potenze civili dell'Occidente non si associano per impiccare il governo sovietico... Richiesto se credeva nella possibilità di un tale accordo tra Francia, Germania e Inghilterra per attaccare la Russia, replicò: - Se è necessario, si deve fare! » A seguito della vittoria dell’Armata Rossa nella guerra civile, Hoffmann si vede costretto a rielaborare il suo piano che circola tra gli stati maggiori d'Europa come memorandum segreto. Naturalmente riscuote grande successo negli ambienti europei filofascisti, infatti il maresciallo Foch e il suo capo di stato maggiore Pétain, stretti amici di Hoffmann, esprimono una totale approvazione. Inoltre viene condiviso da Franz von Papen, dal generale barone Karl von Mannerheim, dall'ammiraglio Horthy e dal capo del Servizio d'informazioni della marina britannica, ammiraglio Sir Barry Domvile. Il nuovo piano Hoffmann prevede quindi, un'alleanza tra la Germania, la Francia, l'Italia, l'Inghilterra e la Polonia contro l'Unione Sovietica. Strategicamente, - secondo le parole di un curiosissimo commentatore europeo, Ernst Henri (nel libro Hitler over Russia) - il piano proponeva:

  • la concentrazione di eserciti sulla Vistola e sulla Dvina per un violento e fulmineo attacco diretto dal comando tedesco, “ contro le orde bolsceviche in rotta”  
  • l'occupazione di Leningrado e di Mosca nel corso di poche settimane  
  •  un rastrellamento definitivo del paese fino agli Urali e la spartizione dell’URSS.

A fianco di questo piano militare, tuttavia esisteva un lavoro sotterraneo di fortissimi gruppi finanziari che aspiravano a mettere le mani sulle immense risorse dell’URSS. Gli stessi gruppi finanziari nel frattempo preparavano l’ascesa del nazismo in Germania anche in funzione antibolscevica.
Testo fondamentale sulle connessioni nazismo/alta finanza
Gran Bretagna, Francia, Germania e nel ruolo di comprimari Polonia e Romania discutevano di come spartirsi l’URSS. La Germania mirava all'Ucraina  e agli Stati Baltici, la Francia al bacino del Donetz e la Gran Bretagna dando seguito alla strategia del “Grande Gioco” si sarebbe appropriata delle regioni caucasiche. Tuttavia c’era un ostacolo: il governo proletario sovietico che, sotto la guida di Stalin, nell'arco di 15 anni portò l’URSS a essere la seconda potenza industriale del mondo. In questo quadro maturò l’infame Patto di Monaco che diede di fatto mano libera a Hitler.
Il 1° settembre 1939, la Germania, con il pretesto di porre fine alle supposte atrocità polacche nei confronti degli abitanti di Danzica, attacca la Polonia. E’ l’apoteosi della Blitzkrieg. Il castello di carte costruito artificiosamente in funzione antisovietica dal Patto di Monaco del 1938 viene schiacciato dai cingoli delle Panzer Divisionen e dal lacerante sibilo degli Stukas.
Attacco nazista alla Polonia
Gli alleati dei polacchi, i francesi e i britannici dichiarano guerra alla Germania ma si guardano bene dall’intraprendere alcuna operazione bellica, lasciando campo libero alla macellazione della Polonia che capitolerà il 27 settembre 1939. Tuttavia il 17 settembre l’Armata Rossa, formalmente in osservanza del Trattato Ribbentrop- Molotov, sostanzialmente per porre l’esercito tedesco alla maggiore distanza possibile dai confini sovietici, entra in Polonia recuperando quei territori russi persi nell’agosto del 1920, con la sconfitta sulla Vistola; sconfitta propiziata da 2 dei più “grandi geni militari del XX secolo”: Tukacevskij e Trotskij…
Il maresciallo Pilsudski vincitore sulla Vistola
Dopo l’avanzata nazista nella Polonia, al governo sovietico si prospetta la necessità di mettere in sicurezza  il fianco baltico da minacce future. Il governo sovietico, in questa ottica, comincia subito a operare per assicurarsi il controllo strategico di quei territori  baltici  che avevano formato una zona-cuscinetto  della vecchia Russia zarista. Entro il 10 ottobre 1939, firma con Estonia, Lettonia e Lituania degli accordi per cui l’Armata Rossa presidia i punti strategici dei paesi baltici. Il 9 ottobre il governo sovietico comincia a negoziare con la Finlandia per arrivare a   formulare le sue richieste il giorno 14 dello stesso mese. 
Il governo sovietico si proponeva di raggiungere sia  il controllo delle vie di accesso marittime a Leningrado che la correzione della frontiera all’estremo nord nella zona di Murmansk, mediante 3 strategie:

a)      bloccando il Golfo di Finlandia con postazioni di artiglieria collocate su entrambe le coste, per impedire che navi nemiche entrino nel Golfo; impedendo al nemico di accedere alle isole del Golfo di Finlandia situate a ovest e nordovest della direttrice di accesso a Leningrado
b)      assicurando una più adeguata copertura alle direttrici di accesso terrestri a Leningrado mediante lo spostamento della frontiera russo/finnica nell'istmo di Carelia, lontano da Leningrado, per far sì che questa non fosse colpita  dal tiro di pezzi d'artiglieria pesante.  Le correzioni della frontiera finlandese proposte dai russi avrebbero lasciato intatte le principali difese allestite dai finlandesi lungo la Linea Mannerheim
c)       correggendo la frontiera al Nord,  precisamente nella regione di Petsamo. La frontiera era una linea retta che tagliava lo stretto istmo della penisola di Ribachi, isolandone l'estremità occidentale. La correzione consentirebbe ai russi di sorvegliare le vie di accesso marittime a Murmansk, impedendo che un eventuale nemico si installasse sulla penisola di Ribachi

In sostanza la proposta del governo sovietico a quello finlandese è la seguente:
  1. si chiede ai finlandesi di cedere, le isole di Hogland, Seiskari, Lavas saari, Tytär saari e Loivisto, e di affittare per 30 anni il porto di Hangö affinché i sovietici potessero allestirvi una base navale con artiglieria costiera in grado di bloccare, insieme alla base navale di Paldiski, sulla costa opposta, l'accesso al Golfo di Finlandia
  2. lo spostamento della frontiera in Carelia e nella regione di Murmansk
  3. a compensazione l'Unione Sovietica si impegna a cedere alla Finlandia i distretti di Repola e Porajorpi e a non richiedere alcuna modifica della linea fortificata finnica Mannerheim.

Il compagno J. Stalin
In pratica la Finlandia avrebbe ricevuto 5463 km quadrati di nuovi territori cedendo in cambio alla Russia aree per un totale di 2729 km quadrati. Quasi il doppio….
Se si esaminano i contenuti di queste proposte, senza pregiudizi anticomunisti, si vede come siano improntate a criteri razionali. Infatti garantiscono una maggiore sicurezza al territorio russo senza pregiudicare la sicurezza della Finlandia, la quale avrebbe potuto attenuare la scomoda strozzatura che la divideva in 2 parti . Questo accordo precludeva ai tedeschi la possibilità di sfruttare la Finlandia come base per un attacco e non procurava all’URSS nessun apprezzabile vantaggio nel caso di guerra con la Finlandia.
Tuttavia le trattative falliscono, poiché il governo finlandese viene sobillato da una parte dalla Germania nazista e dall'altra dalla Francia e Gran Bretagna che pur essendo impegnate contro in nazisti sul fronte occidentale inviano ingenti rifornimenti bellici attraverso la Svezia. Ma non basta, nonostante la minaccia nazista incombente, gli stati maggiori mettono a punto un piano per inviare un corpo di spedizione in appoggio alla Finlandia e addirittura un piano di attacco all'URSS. Ci penserà l'offensiva della Wermacht attraverso il Belgio neutrale e le Ardenne a impedire questa folle decisione...