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venerdì 29 giugno 2018

La politica degli USA nei confronti dell’Italia [National Security Study Memorandum (NSSM) 242 del 11 giugno 1975]

Di DAVIDE SPAGNOLI

La traduzione che presentiamo riguarda un interessante documento prodotto da un gruppo interdipartimentale coordinato dal Dipartimento di Stato, datato 11 giugno 1976, il National Security Study Memorandum (NSSM) 242.
Il 4 maggio 1975 il Presidente Gerald Ford, successo alla carica dopo le dimissioni di Richard Milhous Nixon - rassegnate per evitare l’impeachment in seguito agli arresti di stretti collaboratori implicati nello scandalo Watergate – domandò uno studio sulle opzioni possibili della politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia. Poco più di un mese dopo la richiesta del Presidente Ford, alle elezioni regionali tenute il 15-16 giugno il Partito Comunista ottenne 10.148.723 voti con un incremento percentuale del 5,60%: la distanza tra PCI e DC era di 549.434, cioè l’1,81%.
Quindi una richiesta quanto mai importante.
Il documento tradotto, “NSSM 242. La politica degli USA nei confronti dell’Italia”, non è stato completamente desecretato, alcune parti sono state censurate e il lettore le troverà come “Omissis” con l’indicazione del numero di righe epurate. Il censore ha anche chiaramente riscritto alcune parti del Memorandum. A tutt’oggi non è neppure possibile studiare le 7 tabelle che dall’indice risultano allegate al documento e neppure conoscere le valutazione per ognuna di queste fatte dal gruppo interdipartimentale. Ma anche così monco “La politica degli USA nei confronti dell’Italia” è un documento estremamente interessante che mette in luce anche quanto i dirigenti comunisti non conoscessero il punto debole degli USA: non la prospettiva del socialismo – che i relatori dimostrano di non temere affatto – e neppure una uscita dell’Italia dalla NATO, ma, sorprendentemente, come una vittoria del PCI avrebbe potuto dar luogo alla nascita di un nazionalismo di sinistra in paesi molto sensibili all’eurocomunismo come la Francia e la Spagna – allora ancora sotto il tallone della dittatura franchista.
Il nazionalismo di sinistra avrebbe potuto essere un serio ostacolo al progetto teso a salvaguardare gli interessi economici degli Stati Uniti nel Vecchio continente: l’Unione Europea.
Già da queste poche righe si vede quanto sia esplosivo e iconoclasta il materiale tradotto.

LINK AL PDF


martedì 15 settembre 2015

Dal pubblico al privato: privatizzazione nell’Italia fascista degli anni ‘20

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Continuando nella nostra tradizione di sciupafiabe, presentiamo la traduzione di uno studio accademico sulle privatizzazioni fatte da Mussolini appena salito al potere. A proposito di "anticapitalismo" del fascismo con buona pace dei sansepolcristi della prima ora, il primo atto del primo governo di Mussolini quale fu? una bella privatizzazione...

TRADUZIONE

giovedì 1 maggio 2014

IN FABBRICA documentario di Francesca Comencini

REDAZIONE NOICOMUNISTI

A cura di Danila Cucurnia







Un bellissimo documentario creato dalla regista Francesca Comencini trasmesso su Rai 3 nel 2007. Tratta e spiega la storia del lavoro in Italia da subito dopo la seconda guerra mondiale fino ad oggi; immigrazione, lotte dei lavoratori, sindacati, scioperi...un quadro di come la classe operaia è cambiata e di come quelle coscienze siano state annientate dal capitalismo. Un documentario in 8 parti, da guardare con attenzione, che spero molti compagni commenteranno.


"In Fabbrica" è una storia di volti, di facce operaie, un ritratto umano delle persone che hanno popolato e popolano le fabbriche italiane. E' un omaggio al loro lavoro, ai loro gesti, alla loro professionalità. E' un mosaico di voci, di dialetti, un ritratto della grande e della piccola fabbrica che insieme ci restituiscono un'immagine dell'Italia.Questo racconto inizia dal cancello di una fabbrica degli anni Cinquanta. Dietro il portone una massa di lavoratori si prepara ad entrare, alcuni a piedi, altri trascinando una bicicletta o un motorino. Sono vecchie immagini degli archivi Rai, girate dentro una fabbrica siderurgica. All'interno gli operai sono al lavoro: precisi, puntuali calcolano i gesti, sopportano il rumore.Da questa fabbrica del primo dopoguerra inizia il nostro viaggio attraverso la coscienza operaia del Novecento per comprendere e restituirne tutte le trasformazioni.La narrazione è affidata alla voce degli operai, sono loro a raccontare il proprio lavoro, le aspirazioni, le sconfitte, le speranze. Il racconto è formato da interviste d'epoca, tratte dagli archivi Rai e Aamod, e da testimonianze dirette raccolte in una fabbrica di oggi. Dall'Italia contadina a quella del miracolo economico, dalle lotte dell'autunno caldo ai 35 giorni di sciopero serrato alla Fiat, fino ai giorni nostri attraverso i volti e le voci operaie." (http://www.cinemaitaliano.info/infabbrica)
Francesca Comencini

http://it.wikipedia.org/wiki/Francesca_Comencini


  1. Gli immigrati Italiani e delle prime difficoltà nell'affrontare la vita per tanti Italiani costretti a lasciare il loro paese alla ricerca di un lavoro e una vita migliore. https://www.youtube.com/watch?v=Kgfw-mrXvL0
  2. Le condizioni del lavoratore alla fine degli anni '40 fino agli anni '50. https://www.youtube.com/watch?v=cT0HhOTqCno
  3. Lo sfruttamento dei lavoratori dalla fine degli anni '50 e inizio anni '60. https://www.youtube.com/watch?v=3ovVkXgiPFM
  4. Le prime lotte sindacali alla metà degli anni '60. https://www.youtube.com/watch?v=dCfbzekT9Q8
  5. Le prime vittorie nel campo del lavoro. https://www.youtube.com/watch?v=oRc-YCAXOb4
  6. Il movimento operaio tra la fine degli anni '60 e la metà degli anni '70. https://www.youtube.com/watch?v=hyYyjGY9WFA
  7. Gli anni '80: inizio del declino del lavoro in questo paese. https://www.youtube.com/watch?v=HU29nCJqnyc
  8. Oggi: gli anni 2000... https://www.youtube.com/watch?v=TDpNMIEy8CA


Le condizioni di lavoro nelle fabbriche italiane, dagli anni ’50 a oggi

La storia delle lotte operaie nel documentario di Francesca Comencini "In Fabbrica"


“In Italia si registrano quotidianamente tre morti sul lavoro”. Così recita, in apertura di documentario, la voce over della regista Francesca Comencini che con il suo lavoro, “In Fabbrica”, ricostruisce per tappe, seguendo il tracciato di un decennio alla volta, la storia degli operai italiani. E l’amara constatazione finale è che dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, molto poco è cambiato.

L’autrice è andata a scovare alcuni materiali filmati conservati nelle teche Rai, che a riguardarli da questo scorcio d’inizio millennio rivelano una carica di interesse addirittura superiore a quella che dovevano possedere già all’epoca.

I giornalisti di allora, rileviamo, non si limitavano ad intervistare i giovani operai delle fabbriche del Nord, ma si spingevano più oltre nell’indagare sul loro passato, ponendo domande alle famiglie d’origine di quei ragazzi, in particolare alle loro madri rimaste nei paesi natii. E quelle coriacee donne del Sud, ben allenate al dolore, non potevano che dirsi consapevoli della necessità del sacrificio: quello di vedersi costrette a mandare i loro figli a guadagnarsi da vivere nel ricco settentrione e separarsene, forse, per sempre. Tutto questo avveniva già durante gli anni ’50. Allora come oggi, la speranza era ed è quella di un futuro stabile. Eppure si tratta dell’unica stagione propriamente felice per gli operai, grazie alle iniziali speranze che accompagnavano i primi lavoratori “all’avventura”. Ci troviamo nello snodo fondamentale in cui l’agricoltura perde il primato occupazionale a favore dell’industria. Ma sono solo numeri, come rimarca la Comencini. Cosa avveniva, piuttosto, all’interno di chi era stato agricoltore, e si ritrovava ora in fabbrica?Fa un certo effetto scoprire giovani donne impegnate nelle officine dell’Italia dell’epoca. Le giovani emigrate, ammaliate dalla libertà che il Nord sembrava offrire alle ragazze, si esprimevano ormai, quasi inconsapevolmente, attraverso una parlata “padana”. La vivacità e spensieratezza di quell’epoca colma di speranze per il futuro, insomma, sembra non far difetto neppure alle giovani operaie intervistate.In una maglieria, un’imprenditrice ricorda i suoi molti lavori di gioventù (cameriera, mondina) e ricorda con dolore le molte sofferenze patite. Sull’onda dei ricordi, le scappa detto che le giovani mondine, a guardarle ora, le “fanno pietà”.Ma la sorpresa rasenta l’incredulità quando le telecamere scovano, alle prese con i macchinari, addirittura bambinetti di 10 anni, i quali guadagnavano solo 200 Lire lavorando a mezza giornata. Ci si dimentica che anche questo avveniva, fino a non molto tempo fa, nel nostro Paese! Il lavoro minorile era una piaga eccezionalmente diffusa, lo si riteneva come un “male necessario”. Che ne è stato di questi ragazzini, costretti a contribuire al bilancio familiare sacrificando il loro diritto all’infanzia? Anche se si dichiarano ben contenti, ubbidienti e pieni di volontà, desiderosi di specializzarsi in quella professione faticosa... Una multa di 3.000 Lire, ci fa sapere un cronista, è quanto rischiava al massimo un imprenditore se veniva trovata nella sua fabbrica un minore (di 15 anni).

Forme di lavoro prive di garanzie e di regole erano, insomma, all’ordine del giorno. Tra il ‘58 e il ‘63 esplodeva, di fatto, il celebre “miracolo economico italiano”. La disoccupazione scendeva ai suoi minimi storici: dal 5% di inizio anni 50 al 3% di inizio ’60.Il lavoro sottopagato e l’arricchimento esponenziale delle imprese, tuttavia, diffonde il formarsi di una prima (presa di) coscienza di classe. E allora le dichiarazioni rese ai microfoni e alle telecamere cominciano a mutare di tono, mentre l’entusiasmo delle madri e dei padri vien meno. Nel 1962 il rinnovo del contratto dei metalmeccanici alla Fiat rappresenta il culmine della tensione sociale tra sindacati e vertici dell’azienda.

A fine anni ’60 le aziende assumono in blocco, concorrendo a formare una nuova ondata di emigrazione di massa. Ma se le fabbriche si limitavano ad assumere, poi mancavano di fatto gli alloggi per i migranti nelle ricche città del Nord. Così, dopo aver lavorato duramente per tutto il giorno, quei poveri operai, stremati, si vedono costretti ad andare a riposare in stazione. Le telecamere ce li mostrano che dormono come sassi sulle scomode panche di marmo. Il lavoro dell’operaio diventa sempre meno qualificato, con le assunzioni di massa e l’aumento della produttività. E il lavoro non significa altro più che la sopravvivenza. Ma ecco che nel ‘69, in tutte le grandi fabbriche del Paese, gli operai si mostrano per la prima volta finalmente uniti in una comune coscienza di classe. E’ il cosiddetto “autunno caldo” dei lavoratori italiani. Qui vengono mutati i rapporti di forza tra operai ed imprese. Aumenti salariali, più diritti e migliori condizioni di vita: questo quanto rivendicano i manifestanti. I filmati propongono bellissimi canti sardi degli scioperanti. E straordinario scoprire la forma di protesta contro la RAI, definita “serva dei padroni”. Già allora si puntava il dito contro la proposizione distorta della realtà: caroselli, canzonette, mai che il servizio pubblico si degnasse di raccontare le storie vere degli operai. I primi successi sindacali riempiono di entusiasmo e di speranza per il futuro gli operai. Con straordinaria dignità, esigendo il diritto di essere uomini, uniti e solidali nelle loro lotte. Il diritto alla vita, per se stessi e per le proprie famiglie. “La fabbrica diventa il centro politico del Paese”. Sottolinea sempre la Comencini, la cui voce di commento accompagna premurosamente le varie fasi. Contro la spersonalizzazione della catena di montaggio, gli operai propongono la ricchezza della propria creatività. Ogni operaio suggerisce invece di occuparsi, da principio alla fine, di un’intera fase del processo di lavorazione.

“Gli anni ’80 arrivano come il risveglio da un sogno”. Nasce un’economia brutale, diversa. “La voce operaia, compatta per circa un decennio, comincia a incrinarsi”. 14.000 lavoratori licenziati nel solo settembre dell’80 alla Fiat. Comincia un’altra fase di dura mobilitazione tra picchetti e presidi operai e Fiat. La prova di forza dura 35 giorni. Le voci dei manifestanti rivelano ancora e sempre la loro origine meridionale. Partono le prime contestazioni operaie contro il sindacato. Il segno dei tempi che cambiano si ritrova nelle immagini delle persone comuni che si schierano per la prima volta contro le proteste operaie, utilizzando i loro stessi sistemi: manifestando, scendendo in strada. Fanno emergere ulteriori istanze lavorative, diverse da quelle operaie. I sindacati, infine, si piegano. In 23.000 finiscono in cassa integrazione. “Dopo quei 35 giorni, sugli operai è sceso il silenzio”.

“Dal nostro Paese, però, non sono sparite le fabbriche”. I materiali d’archivio, significativamente, finiscono e la regista si trova allora a doversi muovere in prima persona. Entra nelle fabbriche con la sua telecamera e va ad osservare la situazione attuale. I “nuovi operai” le rivelano che nei primi tre anni si dispone di soli 60 giorni totali di malattia. Altrimenti “si va al 50%”. Tradotto, significa che si percepisce metà stipendio. “E questo” rimpiange amaramente l’operaio “perché non si lotta più come un tempo”. Nella piccola fabbrica si scopre un’umanità variegata, e purtroppo divisa. Un giovane operaio senegalese si dice ben deciso a lavorare al meglio delle proprie possibilità, come il ragazzino calabrese degli anni ’50 che avevamo visto intervistato una mezz’ora prima. Una giovanissima operaia palermitana invece afferma: “Dopo il lavoro basta, mi ritiro, basta”. Non ha altri sogni o passioni, rivela quasi vergognandosene. Una ragazza madre settentrionale spera in qualcosa di buono per la sua bambina. Durante i massacranti turni di lavoro, affida la figlia a sua madre, la nonna della piccola. Quante donne che fanno questo lavoro massacrante da sempre! Donne di ogni provenienza, emigrate dell’est Europa e dell’Africa, dell’Asia e di tutte le città e i paesini d’Italia, come mostra quest’ultima fabbrica.

“E’ l’andamento del mondo, ora, che ci impone l’immigrazione: è un processo irreversibile. Non è niente di nuovo, ma fa parte della storia del mondo”. Parole di grandissima saggezza pronunciate dal giovane emigrato del Senegal. E’ lo straordinario suggello del film, dedicato al papà di Francesca, Luigi Comencini.

La messa in onda del documentario, avvenuta ieri sera su Rai3, è stata preceduta da un’intervista alla regista, la quale, così interrogata: “Da dove nasce l’idea di un film sul lavoro? Come mai questo interesse?” rispondeva:“La domanda, semmai, dovrebbe essere inversa. Come è possibile non interessarsi al lavoro? Si tratta di uno dei temi principali nella vita delle persone”. Anche se sono nuovamente “sparite” dalle notizie dei telegiornali, le morti bianche continuano, silenziosamente e quotidianamente, a mietere le loro vittime in tutto il Paese. Se la tv spesso dimentica, è il cinema che deve tornare a farsi carico di assolvere la sua funzione di specchio della realtà che ci circonda. 











giovedì 14 novembre 2013

Alitalia: dalla privatizzazione alla vendita.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Danila Cucurnia




Si torna a parlare i questi giorni della vendita, dopo la privatizzazione, di una importante azienda nazionale operante in un settore strategico: il trasporto aereo.

Perché strategico? Perché il fatto di avere una compagnia aerea italiana crea un indotto che moltiplica di 4 volte ogni euro investito.
Molti si chiedono come mai un'azienda che un tempo era tra le prime per volume di passeggeri e rotte coperte, si sia potuta ridurre ad essere un'azienda che produce solo deficit.
Indubbiamente molti fattori endogeni ed esogeni hanno condotto a questo stato di cose: Alitalia (Prima della privatizzazione - Dopo la privatizzazione), fondata nel 1946, conobbe fino all'inizio degli anni '70 un periodo ininterrotto di crescita; questo periodo d'oro, dovuto sia ad una buona amministrazione, sia dal fatto di essere una controllata IRI, che quindi attingeva a finanziamenti pubblici, era dovuto al fattore strutturale della fase espansiva dell'economia capitalista del dopoguerra (il miracolo italiano); ma quando arrivano la crisi petrolifera, che fa salire alle stelle il prezzo del carburante e la diffusione del liberismo selvaggio in economia, con la conseguente deregulation (allo slogan “più mercato meno stato” Jimmy Carter dice infatti che il problema del trasporto aereo in crisi è la troppa “regulation”), si apre la strada ad una concorrenza scatenata e senza regole che fa la prima grande vittima: la PanAM.

Alitalia comincia ad entrare in crisi e l'esasperazione delle lotte sindacali interne non aiutano a sfatare l'opinione che l'azienda italiana vada fallendo non perché sia male amministrata, ma perché è un'azienda pubblica.


Negli anni '90 si cerca di reagire investendo molto, ma il risultato è disastroso: bilanci in grave passivo e tensioni sindacali a dismisura.
Nel 1996 l’azionista, ovvero lo Stato, nomina come Amministratore Delegato, Domenico Cempella, da sempre in Alitalia, che commenta: «Trovai una situazione che si può descrivere così: debiti per 3mila miliardi, patrimonio netto 150 miliardi, 10 anni di perdite e una situazione interna abbastanza difficile perché c’erano delle forti lotte intestine fra sindacati. Era un prodotto che non stava sul mercato, l’Alitalia era veramente tecnicamente fallita».

Infatti, mentre in Europa si reagisce alla situazione attraverso piani industriali, investimenti e alleanze ( la deregulation ci mette 15 anni ad arrivare e le compagnie di bandiera perdono il monopolio dei voli nazionali ed europei, arrivano le imprese private che aumentano i voli e diminuiscono i prezzi insieme a qualità e sicurezza. Ciò significa dire addio ai soldi pubblici), in Italia si sta fermi, anzi, la situazione è ancora più grave in quanto l'Alitalia oramai deve coprire i debiti causati dallo Stato attraverso l'uso politico ed elettorale, anziché imprenditoriale, della compagnia nazionale.
Vi sono infatti voli quasi sempre vuoti perché funzionali ai vari politici che devono viaggiare velocemente da Roma a Milano...da Sicilia a Roma...etc etc


E cosa fa Cempella per risanare la situazione?
Cempella riorganizza l'azienda nel giro di due anni: la risana, riesce a pagare i debiti e ad avere utili e propone di far entrare i lavoratori, attraverso la cessione di azioni ai dipendenti, nel consiglio di amministrazione, trovando la durissima opposizione dei sindacati, prima della CGIL e poi degli altri. 
Cempella si rende conto che Alitalia è troppo grande per competere sulle rotte nazionali con le compagnie low cost ed è troppo piccola per competere con i giganti internazionali; propone quindi una fusione con una compagnia che sia complementare ad Alitalia: la KLM (compagnia di bandiera olandese), che possiede i velivoli mancanti ad Alitalia, la quale in compenso ha le rotte che KLM non ha.

Sembra che tutto proceda e che KLM sia favorevole alla fusione anche perché il governo italiano sta investendo per realizzare un grande aeroporto a Malpensa. Per la posizione geografica al centro dell'Europa, Malpensa, si presta a diventare un grande HUB internazionale.
Ma questo tentativo di risanamento viene bloccato da interessi economici della Francia e della Germania che intervengono a Strasburgo accusando Alitalia di concorrenza sleale in quanto gode di finanziamenti statali, contrariamente a quanto stabilito dalle convenzioni (accusa in palese malafede in quanto sia il governo francese che quello tedesco finanziano le proprie compagnie di bandiera, ma evidentemente questo non vale per l'Italia)

A questa situazione si aggiunge il blocco interno bipartisan: la trasformazione di Malpensa in un HUB internazionale viene ostacolata dal centro-destra di Albertini, che preferirebbe dirottare gli investimenti su Linate e dal sindaco di Roma Rutelli, centro-sinistra, che teme un declassamento dell'aeroporto di Fiumicino; tutto questo per non perdere consensi politici. Il colpo di grazia ad Alitalia viene dato da Massimo Dalema che, nominato Presidente del Consiglio, blocca i lavori di Malpensa causando il fallimento del progetto di fusione: pur di uscire dal marasma italiano, gli olandesi di KLM, pagano una pesantissima penale ad Alitalia rischiando loro stessi il fallimento. A quel punto Cempella se ne va sbattendo la porta.



Non ci dilungheremo sul truffaldino tentativo di una cordata nazional-popolare, come quella dei “capitani coraggiosi” alla Colaninno, questa volta capeggiata però da Berlusconi, che mise insieme, nel 2008, il fior fiore dei "prenditori" italiani, da Marcegaglia a Benetton, Riva, Ligresti, Caltagirone per finire a Passera della banca Intesa San Paolo. Naturalmente la pensata straordinaria fu quella di spezzare l'Alitalia in 2 tronconi: una, la "bad company" cioè la parte caricata dai debiti, dagli esuberi ecc, rimase in mano a, indovinate un po', allo stato, quella buona, la "good company" andò alla cordata dei nostri prenditori...
Il giochetto nel 2008 costò circa 3 miliardi di euro ai cittadini italiani, un bel prezzo per mantenere il tricolore sulle ali.
Quindi dal 2008 ai nostri giorni, l'Alitalia ha continuato  a creare debiti.
Sono di questi giorni le notizie di trattative con vari possibili acquirenti da Air France-KLM a Aeroflot passando per la compagnia di bandiera di Abu Dhabi. La storia si ripete con i soliti 2 schieramenti: i patrioti con le solite cordate di prenditori con l'eventuale ingresso delle FS o di Poste Italiane e gli esterofili alla ricerca di acquirenti esteri. In realtà entrambi gli schieramenti rappresentano le 2 facce della stessa medaglia. Quella del capitalismo nel suo aspetto peggiore, quello finanziario cioè quello dedito al saccheggio e alla rapina della ricchezza collettiva della nazione.














mercoledì 9 ottobre 2013

TELECOM: la madre di tutte le privatizzazioni.


REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Danila Cucurnia


Cosa c'era prima di Telecom?


Prima del 1994, il settore delle telecomunicazioni controllato dallo Stato, era diviso fra diverse società operanti in regime di monopolio:

  • SIP che si occupava della rete fissa urbana e della prima rete mobile
  • ASST che gestiva le dorsali e gli snodi teleselettivi
  • ITALCABLE che curava i collegamenti internazionali
  • TELESPAZIO per le comunicazioni satellitari
Tutte queste aziende facevano capo alla capogruppo STET a sua volta controllata dall'IRI. Queste aziende, nel 1994, davano lavoro a 120.000 persone che nel 2002, dopo soli 8 anni, scenderanno a 80.000. Si trattava di aziende che, nonostante i ladrocini perpetrati da manager nominati dai partiti, veri e propri boiardi di stato, riuscivano sovente a produrre utili, innovazione tecnologica e occupazione. Si pensi ad esempio alla CSELT di Torino dove l'ingegner Leonardo Chiariglione inventava lo standard video MPEG e il formato audio mp3, grazie al quale oggi vediamo film e sentiamo musica in internet. Ricordiamo anche l'introduzione negli anni '70 della teleselezione con software e hardware italiano che fece scuola a livello mondiale.

Cosa succede nel 1994?

In quell'anno, essendo internet in Italia ancora agli albori, tutte queste società vengono fuse insieme e nasce la TELECOM. Fin da subito si manifesta la natura truffaldina dell'operazione poiché il capitale immobiliare che l’azienda di stato porta in dote (terreni ed edifici nei centri storici delle più importanti città italiane, ad esempio a Roma in una traversa di Fontana di Trevi, a Milano a Via Cordusio, etc), viene volutamente sottostimato per rendere più appetibile la futura cessione ai privati.

Chi gestisce questa operazione?

A questo punto l'aria comincia ad essere satura di uno strano odore composto da aroma di mortadella e olezzo d'incenso da sacrestia: a gestire l'operazione è Romano Prodi, presidente dell'IRI, che rassegna le dimissioni pochi giorni dopo, quando Berlusconi diventa Presidente del Consiglio.

Con Berlusconi il cammino della privatizzazione si interrompe?

Assolutamente no, si prosegue; viene liquidata la STET e giunge l'ora del passaggio successivo: la collocazione in Borsa di Telecom.

Chi si trova alla regia dell'operazione di collocamento in Borsa della Telecom?

L'olezzo descritto più sopra torna a diffondersi. A dirigere l'operazione ritroviamo il nostro Romano Prodi, nel frattempo tornato alla ribalta come Presidente del Consiglio, che mette insieme un “dream team” (“squadra da sogno” per chi non mastica l'idioma della perfida Albione).
La squadra magica è composta da:
Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro;
Mario Draghi, direttore generale del Tesoro (oggi presidente della Bce);
Vittorio Grilli, braccio destro di Draghi.

Cosa escogita il dream team?

Al grido di “W la modernità” e “mercato è bello”, parte l'operazione per far diventare Telecom una vera Public Company, Wow!
Vendere, vendere! Azionariato popolare! La democrazia nel mercato!
La realtà sarà ben diversa, a dispetto dei proclami che all'azionariato degli investitori di mercato finanziari e industriali non sia riservato più del 3%, mentre al Tesoro andrà il 5,5% (oltre alla golden share: per spiegazioni su cosa è chiedere alla Camusso), si permetterà alla FIAT, con appena lo 0,6%, di dettare legge. Infatti, dopo l'epurazione di Biagio Agnes e Ernesto Pascale, la FIAT fa cacciare dalla guida del gruppo Telecom, Guido Rossi. Umberto Agnelli attraverso il suo fido Gabriele Galateri di Genola e Suniglia ( ci mettiamo anche un VienDalMare al cognome?) nomina come Presidente Gian Mario Rossignolo che verrà allontanato dopo 10 mesi, non prima di aver fatto ridere mezzo mondo.

In tutta questa vicenda manca qualcuno. Dove erano gli intrepidi difensori dei diritti dei lavoratori?

Naturalmente impegnati a intonare inni per la Public Company, infatti CGIL-CISL-UIL, in Telecom, danno il loro consenso all’utilizzazione del TFR, anche nel caso dei lavoratori/trici che già ne hanno usufruito, per l’acquisto delle azioni. Come si vede il vizio di mettere le mani sul TFR parte da lontano. Il prezzo di collocamento in borsa è lit. 10.908 (euro 5.63) e di 10.795 (euro 5.58) per i dipendenti : chi avesse tenuto le azioni Telecom dal 1997 ad oggi (euro 2.09), si troverebbe una perdita del 169% circa, con buona pace di chi sostiene il vantaggio di conferire il TFR dei lavoratori alla Borsa.

Quanto incassò lo Stato dalla collocazione in Borsa?

Il Tesoro incassò dalla vendita 11,82 miliardi di euro, ma dal punto di vista del progetto industriale, dell'occupazione e dell'innovazione tecnologica fu un disastro. Naturalmente la gestione della Telecom viene caratterizzata da faide, guerre intestine, veti incrociati nonostante si crei il cosiddetto "nocciolo duro" dell'azionariato composto da:
  • IMI 0,8%
  • Credito italiano 0,7%
  • Credito Suisse First Boston 0,7%
  • Ifil 0,6%
  • Generali 0,6%
  • Compagnia San Paolo 0,6%
  • Comit 0,5%
  • Ina 0,5%
  • Mps 0,5%
  • Fondazione Cariplo 0,5%
  • Alleanza 0,4%
  • Rolo Banca 0,3%

Come si arriva a Bernabè e alla scalata dei "capitani coraggiosi" di Colaninno ?

Mancano i soldi e si sperava che li mettesse la FIAT visto che c'era un suo uomo al comando, l'eccezionale Gian Mario Rossignolo. La FIAT da quasi un secolo è abituata a prendere dallo Stato mica a mettere, quindi non ci pensa neanche per un minuto, oltretutto è in crisi e piena di debiti...
La presidenza di Rossignolo è attraversata da una straordinaria conflittualità dei managers e dei soci che gli sono dietro e che cercano di assumere il controllo senza metterci altri soldi.
Rossignolo combatte Tommasi, amministratore delegato (proviene dall' IRI-STET) che ha quasi chiuso un accordo con AT&T e manda a monte l’accordo stesso. Tommasi si dimette. Gamberale, sostenuto dai DS, in particolare da D’Alema, gli succede contro Caio, ex Olivetti, sostenuto da Profumo, Credito Italiano. Rossignolo cerca un accordo con Berlusconi (Mediaset), ma trova il veto da parte degli Agnelli; cerca allora un partner internazionale, CABLE & Wireless, ma anche questa operazione non riesce.

Ma questi "capitani coraggiosi" quando entrano in scena?

Nell’ottobre del 1998, arriva Bernabè dall’ENI (aficionado del Club Bilderberg). A questo punto arrivano anche i nostri "capitani coraggiosi": prende il via l’operazione Colaninno-Cuccia-D’Alema che porterà, nel febbraio del 1999, all’OPA lanciata dal consiglio d’amministrazione di Olivetti, che ha venduto INFOSTRADA ed OMNITEL al gruppo Mannesman. Infatti al ragioniere di Mantova, Roberto Colaninno viene un'idea meravigliosa: far comprare all'Olivetti il 51% delle azioni Telecom senza soldi.

Caricatura di D'Alema ispirata da Vauro


Come senza soldi?

Mai sentito parlare delle società "scatole vuote" (chiedere a Berlusconi, lui sì che se ne intende)?
Il nostro ragioniere mantovano crea la BELL società con sede in Lussemburgo. I soci sono Gnutti, altri industriali bresciani, Consorte dell'UNIPOL (Bersani e D'Alema ne sapete qualcosa?) e i furbetti del quartierino. Insomma gli imprenditori vicini al PD.
Bisogna dire che l'operazione, al ragioniere, non sarebbe riuscita senza l'appoggio di Bersani e D'Alema da una parte e di Cuccia dall'altra. Infatti D'Alema, quando si profila l'assemblea dei soci Telecom indetta da Bernabé per decidere sull'OPA, impedisce la partecipazione del Ministero del Tesoro, tant'è che Draghi se lo fa mettere per iscritto, così viene a mancare il numero legale. D'Alema in realtà vuole dare una legnata ad alcuni suoi nemici e crearsi un polo industriale amico, similmente a quanto fatto da Craxi con Schimberni e Gardini.
Dal canto suo Cuccia di Mediobanca procura i contatti con alcune banche internazionali che mettono il denaro come Dlj,Chase, Lehman.
L'Olivetti attraverso la società Tecnost controllata dalla Bell, controlla la Telecom con il 51% delle azioni accumulando un debito di 25,5 miliardi di euro. Non basta: viene creata un'ennesima società la HOPA cui oltre ai soggetti già elencati aderisce anche il Monte dei Paschi di Siena (a volte le coincidenze...). Si tratta di un'operazione di leverage buyout: compri un’azienda facendo i debiti e poi trovi il modo di scaricare il tuo debito sull’azienda che hai scalato.
La gestione di Colaninno è principalmente una gestione finanziaria, preoccupata attraverso artifizi (fusioni, scorpori), di impedire un’eventuale scalata di Telecom e di rendere più agevole il flusso di denaro che da Telecom deve affluire, attraverso le varie scatole, a TECNOST per sanare il debito.
Insomma il gioco delle tre carte fatto da magliari con la benedizione del PD.

Quand'è che Colaninno va a far danni da un'altra parte?

Abbastanza presto Olivetti comincia a barcollare in Borsa e anche Telecom va sempre peggio, per cui gli amichetti bresciani di Colaninno vogliono sfilarsi; insomma è un prendi i soldi e scappa. Non sembra vero ai loro occhi quando all'orizzonte compare Tronchetti Provera con alle spalle Benetton, Pirelli e banche come la Lazard che fa una buona offerta. Frattanto i debiti di Telecom arrivano a 51 miliardi di euro. Siamo nel 2001-2002.
La gestione di spremitura della Telecom di Colaninno trova un degno continuatore nel Tronchetti Provera, nessun investimento viene fatto.

E il Tronchetti Provera?

Il marito di Afef viene definitivamente travolto dallo scandalo spionistico causato dalla premiata ditta Tavaroli-Sasinini-Ghioni-Cipriani-Mancini, tutti managers Pirelli - Telecom, che godevano piena fiducia di Tronchetti Provera, con l’aggiunta del vice capo del SISMI. Se ne deve andare, non a mani vuote: incassa 295 milioni di euro. Neanche il ragionier Colannino si può lamentare, infatti si porta via anche lui circa 250 milioni.

Chi arriva dopo?

Comincia la lagna dell'italianità della Telecom che si trascina fino ai giorni nostri con l'offerta spagnola.
Vorrebbe comprare Carlos Slim, imprenditore telefonico messicano, oggi l’uomo più ricco del mondo. Bocciato. Bussa alla porta di Tronchetti, Cesar Alierta di Telefónica. Bocciato anche lui. Alla fine fiorisce la impagabile “operazione di sistema”. Il governo Prodi battezza un pasticcio in cui una nuova scatola, battezzata Telco, strapaga a Tronchetti le sue azioni: 2,8 euro contro i 2,2 della quotazione in Borsa.
Ai piccoli azionisti, che detengono l’80% del capitale, niente nemmeno stavolta.
La Telco è formata da Telefónica España, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca.
E chi è il presidente di Mediobanca? Gabriele Galateri di Genola, l’immancabile.
Chi è il direttore generale di Mediobanca? Alberto Nagel, che attualmente intende far vendere a Mediobanca le sue partecipazioni azionarie in Telecom.
E chi è il numero uno di Intesa Sanpaolo? Bazoli, profeta delle operazioni “di sistema”.
L’operazione si chiude a fine aprile 2007. Mediobanca e Intesa Sanpaolo litigano fino a dicembre per scegliere il nuovo manager. Nel frattempo l’azienda rimane affidata a Riccardo Ruggiero, l’uomo di Tronchetti, famoso per gli stipendi, le buonuscite e l’autovelox che lo becca a 311 all’ora in autostrada sulla Porsche e che finirà invischiato nell’inchiesta sulle sim false di Tim.
A dicembre arriva la scelta di Franco Bernabè (di nuovo lui), decisa dal comitato nomine di Mediobanca di cui fa parte Tronchetti, il quale dunque è chiamato a scegliere il successore nell’azienda che ha venduto, ma anche evidentemente comprato.
Elegantemente Tronchetti non si presenta alla riunione dalla quale esce il nome del nuovo presidente di Telecom Italia: Gabriele Galateri di Genola, che lascia così la poltrona di Mediobanca a Cesare Geronzi.
Geronzi passerà alle Generali da dove sarà cacciato e al suo posto di presidenza oggi c’è lui: Gabriele Galateri di Genola e Suniglia, il quale ha comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali.

Stessa domanda di poco più sopra: la “Triplice” cosa ha detto di tutto questo?

Una beata minchia!
Dalla pagina http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585(invito chi volesse approfondire questa vicenda a leggere questo ottimo articolo):
"Negli scenari, sin qui descritti, va sottolineato che CGIL-CISL-UIL & CO hanno tenuto fede al celebre motto “Franza o Spagna, purché se magna”, nel senso che hanno pienamente appoggiato e sostenuto tutti i processi attuati. Anzi, come ogni neofita che si rispetti, sono stati zelanti sacerdoti del libero mercato ed interessati rappresentanti della cogestione, infittendo le stanze della cogestione e della compartecipazione economica - un esempio per tutti il fondo pensioni integrativo (Telemaco), e sottoscrivendo una serie di accordi a perdere a danno di lavoratrici e lavoratori. Hanno cominciato, già, nel 1996, predisponendo, quando ancora l’unica azienda delle telecomunicazioni era Telecom, la trasformazione del contratto nazionale dei lavoratori Telecom in quella di settore delle telecomunicazioni, peggiorando, naturalmente, le condizioni normative ed economiche di partenza, ad esempio soppressione della 14 mensilità, coefficienti, etc. Hanno dato, come scritto sopra, il loro consenso all’uso del TFR per l’acquisto delle azioni, al momento della privatizzazione. Hanno sottoscritto tutte le esternalizzazioni, stipulando accordi d’armonizzazione, salvo offrire, successivamente, un’opposizione di circostanza, di fronte alle preoteste di lavoratrici e lavoratori che inviavano loro diffide a sottoscrivere accordi che li riguardassero. Hanno sottoscritto tutti gli accordi sulla mobilità, a prescindere di chi governasse Telecom, chiudendo gli occhi sull’incremento del fenomeno degli appalti e sub appalti. Hanno dato il loro consenso allo smantellamento del settore informatico aziendale (sia FINSIEL, sia TELECOM), accettando che lo stesso fosse dato in appalto e sub appalto ad una miriade di aziende e azienducole. Hanno appoggiato la crescita di mostri tipo ATESIA, favorendo l’uscita del lavoro da Telecom e TIM e siglando accordi che davano legittimità all’adozione dei contratti CO.CO.CO. nei riguardi di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Come le tre scimmiette non hanno visto, sentito e detto nulla sulla vergognosa vicenda delle intercettazioni, malgrado siano presenti in una valanga di commissioni paritetiche a livello nazionale, regionale, provinciale"

Ma la storia si ripete?

Parrebbe di sì, infatti leggiamo su Repubblica del 3/10/2013 che Bernabé si dimette dalla presidenza di Telecom. Anche lui non se ne va a mani vuote: porta via un "gruzzoletto" di 6,6 milioni di euro.

Quindi, salvo interventi del governo, Telefónica España si avvia ad assumere il controllo di Telecom. Comunque rimanete sintonizzati perché la storia continua...


LINK:
http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585
http://sottoosservazione.wordpress.com/2010/04/16/la-polpa-di-telecom-ha-riempito-le-loro-pance-lettera-di-colaninno/

http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Telecom-Sismi
http://www.ilgiornale.it/news/e-tronchetti-aula-rivela-fu-letta-dirmi-riprendere-tavaroli.html