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domenica 3 febbraio 2019
Stalingrado: i signori della guerra umiliati
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mercoledì 1 novembre 2017
Il ruolo dell'URSS nella II Guerra Mondiale (1939-1945)
REDAZIONE NOICOMUNISTI
A CURA DI GUIDO FONTANA ROS
Abbiamo tradotto in italiano un breve scritto (12 pagine) della professoressa di storia contemporanea, Annie Lacroix-Riz, docente all'Università Paris VII - Denis Diderot. Questo testo denso di riferimenti storiografici (l'autrice è una storica, non un gazzettiere dedito alla menzogna e alla propaganda) fa giustizia sommaria delle balle che oggi, anche da chi si dichiara comunista, vengono ripetute e diffuse da legioni di ignoranti e stolti quando non in malafede.
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domenica 23 luglio 2017
Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili
REDAZIONE NOICOMUNISTI
Di LUCA BALDELLI
L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.
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| Quanto tutto sembrava andar "bene"... |
Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione "scientifica" dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie... Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le "stimmate" della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).
A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e "ripuliture" operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano "patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:
“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca".
I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:
"le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi".
Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).
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| Propaganda anticomunista |
Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:
“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.
Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:
“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.
In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.
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| Propaganda... |
Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:
“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.
Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.
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| Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi. |
Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:
“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.
Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.
“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.
Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.
L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:
“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.
Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.
“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.
Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:
“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)".
“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.
Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.
Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista... Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI
Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
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martedì 30 maggio 2017
Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità
REDAZIONE NOICOMUNISTI
Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall'odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro, compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina, però, era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: si chiama Zoja Kosmodemjanskaja.
Di LUCA BALDELLI
"Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all'Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita".
Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de "Il vecchio e il mare" se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica:
ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja.
Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’Urss e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre del 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in Urss, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!). Zoja, come tutte le persone "speciali", non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore.
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| Zoja Kosmodemjanskaja, nome di battaglia Tania |
Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo, coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “"Mein Kampf". Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica. Nell'ottobre del 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrischevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici, fallirono uno dietro l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’Urss contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse.
Quando i nazifascisti, a ottobre – novembre del ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi, per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali, oltretutto, disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall'efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall'abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani, con i mitra, i fucili da caccia, le "molotov" e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell'odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
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| Zoja mentre viene condotta al patibolo |
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrischevo in un tragico 29 novembre del 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere, trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata, tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere:
"Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!"
E ancora:
"Compagni, la vittoria sarà nostra! L’Urss è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!"
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| Zoja mentre incita i russi presenti al combattimento |
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domenica 26 febbraio 2017
Alexander Alexandrovich Kolesnikov: un dodicenne in guerra
REDAZIONE NOICOMUNISTI
TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS
FONTE
TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS
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I ricordi di un ragazzino non comune: Alexander Alexandrovich Kolesnikov.
A proposito degli attuali socialpetalosi o delle "nostre truppe d'assalto", come definiva un simpatico rivoluzionario partenopeo un po' in là con gli anni, gli antagonisti come "Er pelliccia"...
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giovedì 16 febbraio 2017
A caccia di carri: come il cannone anticarro sovietico ZiS-3 ebbe la meglio sulla Wehrmacht nazista
REDAZIONE NOICOMUNISTI
TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS
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| Zis-3 in agguato in ambiente urbano |
75 anni fa, nel febbraio 1942, l'Armata Rossa concludeva le prove del Zis-3, cannone divisionale da campagna da 76 mm che sarebbe diventato il sistema d'artiglieria più prodotto nella storia umana.
Come ha spiegato l'analista militare Sergei Varshavchik in un recente articolo per la RIA Novosti, lo Zis-3 divenne la minaccia per eccellenza sia per i veicoli corrazzati che per la fanteria degli avversari.
Dopo l'invasione nazista dell'Unione Sovietica del giugno 1941, il compito di arrestare la principale forza d'urto della Wehrmacht, vale a dire la Panzerwaffe, ricadde sui reparti di artiglieria. Nel 1941, il cannone anticarro più diffuso nell'arsenale sovietico era il M 1937, un cannone semiautomatico da 45 mm. Questo cannone poteva agevolmente perforare una corazza da 50 mm a 500 metri, mentre la sua leggerezza e il suo basso profilo lo rendevano sia manovrabile che bersaglio difficile da centrare per i carri nemici.
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| Anticarro M 1937 in azione |
Sfortunatamente le prime battaglie mostrarono che le caratteristiche progettuali del M 1937 esponevano molto gli artiglieri al fuoco di controbatteria dei mortai e dell'artiglieria.
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| ZiS-2 da 57 mm |
Al principio della guerra, l'Armata Rossa aveva a sua disposizione un'altra arma anticarro: lo Zis-2 da 57 mm. Questo cannone presentava di suo alcuni problemi, per cui i progettisti rapidamente compresero che era troppo potente per il compito cui era destinato e troppo caro per essere prodotto in massa. Lo ZiS-2 fu tolto temporaneamente dalla produzione alla fine del 1941. In seguito, a causa del'introduzione da parte dei tedeschi di carri pesanti e di semoventi, la produzione dello ZiS-2 riprese nel 1943, quando il cannone fu installato su carri o su semoventi di artiglieria.
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Allo stesso tempo le unità divisionali anticarro avevano necessità di qualcosa di meno costoso ma con caratteristiche analoghe. Inoltre 36.000 cannoni erano andati perduti nel primo anno di guerra ed era necessario rimpiazzarli velocemente.
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| Zis-30 SPAG 57mm |
Varshavchik notava che, dal punto di vista strutturale lo Zis-3 era simile allo ZiS-2. L'ingegnere militare Vasily Grabin aveva cominciato a lavorare intorno all'arma prima che la guerra cominciasse. All'epoca il quarantaduenne progettista aveva completato il cursus studiorum alla facoltà di Artiglieria presso l'Accademia tecnica-militare Dzerzhinsky e trascorso parecchi anni a lavorare in fabbriche di artiglierie, dove aveva l'incarico di elaborare progetti di nuovi tipi di artiglierie.
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| Lo ZiS-2 sul T-34 |
Negli anni '30, Grabin sviluppò un modo ergonomico per abbreviare la fase della progettazione per la creazione di artiglierie pesanti. Il metodo di Grabin permetteva di sviluppare nuovi sistemi nel giro di mesi e talvolta perfino di settimane. Le sue tecniche permettevano ai progettisti e agli ingegneri di risparmiare un bel po' di fatica, energia e metallo, senza compromettere la qualità.
Nella fase di progettazione del ZiS-3, Grabin immediatamente mise in opera il suo metodo per una potenziale produzione di massa. Questo richiese la riduzione dei passi necessari per costruire il cannone; la fabbricazione di alta qualità dei grossi componenti, la produzione di massa e la standardizzazione dei componenti, permisero la riduzione di questi ultimi da 2080 a solo 1.306; questo permise di produrre i cannoni più velocemente e a minor costo, senza alcuna riduzione di qualità.
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| Alla vostra sinistra lo ZiS-2 e alla vostra destra lo ZiS-3 riconoscibile dal freno di bocca |
Il rinculo del cannone era ammortizzato di un buon 30% da un freno di bocca. Paragonato al suo predecessore, il ZiS-3 era un buon 420 kg di meno, aveva minori tolleranze ed era concepito per permettere alla squadra di 7 serventi di concentrarsi sui loro compiti specifici, abbreviando il tempo di sparo.
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| Batteria di ZiS-3 |
Letteralmente collaudato sul campo di battaglia
Un contingente di preproduzione di ZiS-3 fu inviato al fronte nel dicembre 1941 a 2 battaglioni di artiglieria, occasione in cui il nuovo pezzo di artiglieria dimostrò le sue impressionanti capacità. Questa letterale "prova a fuoco" sul campo di battaglia permise a Grabin di presentare personalmente, nel gennaio 1942, questo nuovo sistema d'arma al Commissario del Popolo alla Difesa, Joseph Stalin; Stalin in persona firmò ufficialmente l'ordine per la produzione in serie del cannone poco dopo.
Lo ZiS-3 sarebbe diventato una delle armi più versatili del Fronte Orientale. Il cannone era pensato per eliminare fanteria, mitragliatrici, artiglieria, carri e blindati nemici e per distruggere postazioni. Proprio per la diversa tipologia di bersagli, il cannone fu concepito per sparare diversi tipi di proiettili, da quelli ad alto esplosivo in grado di distruggere muri di mattoni spessi 75 cm, a quelli a carica cava che potevano penetrare, bruciando, una corazza spessa 90 mm.
Varshavchik ha ricordato che in seguito alla consegna all'esercito, lo ZiS-3 ricevette una serie di nomignoli. Alcuni come prova di affezione gli affibbiarono un nome femminile come Zoya, altri considerando il suo rateo di fuoco e le sue eccellenti caratteristiche di combattimento, lo chiamarono raffica di Stalin. Anche la Wehrmacht diede al cannone un nomignolo: "Ratsch-bumm"; ratsch da rumore dell'impatto del proiettile sul bersaglio e bumm dal rombo dello sparo che arrivava successivamente essendo il proiettile supersonico.
Paragonando lo ZiS-3 ai propri pezzi da 75 mm, i progettisti tedeschi conclusero che l'arma sovietica fosse superiore in numerosi parametri di valutazione. Inoltre la concezione dello Zis-3 gli permetteva di sparare proiettili più pesanti di circa il 13% di quelli tedeschi e l'aumentata gittata gli permetteva di colpire da più lontano.
Altro fattore importante, come ci fa notare Varshavchik, era che lo ZiS-3 non aveva la tendenza di affossarsi nel terreno durante lo sparo come succedeva alle sue controparti tedesche. Questo permetteva alla squadra di serventi di fare fronte rapidamente a minacce proveniente da altre direzioni e di rischierare velocemente in batteria il cannone secondo le necessità dell'avanzata della fanteria.
A partire dal 1942-1943, a distanze varianti dai 700 ai 900 metri , lo ZiS-3 facilmente metteva fuori uso quasi la totalità dei mezzi corazzati di cui disponeva la Wehrmacht.
In seguito, a partire dal 1943, con la comparsa dei Tiger, dei Panther e dei pesanti semoventi tedeschi, i serventi degli ZiS-3 si trovarono nell'impossibilità di penetrare frontalmente quel tipo di nuove corazzature.
| Panther distrutto. La torretta staccata però indica che probabilmente fu colpito da un Su-152 |
Nondimeno trovarono una soluzione che permetteva di aggirare il problema: usando tecniche di imboscata [ndt: in questo articolo il racconto di un'imboscata contro i carri Tigre], colpivano il nemico dai fianchi e da dietro dove la corazzatura era più sottile. Inoltre con la comparsa di proiettili perforanti e a carica cava, le capacità anticarro dello ZiS-3 aumentarono ulteriormente, permettendo a cannone di forare facilmente a 500 metri una corazza da 80 mm.
Nel 1943, lo ZiS-3 fu collocato sul telaio del carro leggero T-70, creando così il semovente Su-76. Il debutto di questo semovente avvenne nella battaglia di Kursk, l'ultimo tentativo da parte dei nazisti di effettuare un'offensiva nel territorio sovietico.
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| Su-76M |
Nel periodo del 1943-1945, oltre 14.000 Su-76 e Su-76M furono prodotti. Si tratta del semovente sovietico prodotto nel maggior numero di esemplari nella Secona Guerra Mondiale. Allo stesso modo con 48.000 esemplari, lo ZiS-3 fu il pezzo di artiglieria più prodotto nella storia.
Infine, Varshavchik ha suggerito che insieme al carro medio T-34, all'aereo da attacco al suolo Il-2, lo Zis-3 è uno dei più luminosi simboli della vittoria dell'Armata Rossa nella Grande Guerra Patriottica.
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martedì 18 ottobre 2016
Il reggimento Normandie-Niemen: gli aviatori francesi in Unione Sovietica
REDAZIONE NOICOMUNISTI
A cura di Guido Fontana Ros
Presentiamo la traduzione di un articolo riguardante il reggimento di aviatori francesi Normandie-Niemen che si batté dal 1943 al 1945 con grande coraggio e abnegazione insieme all'aviazione sovietica sul Fronte Orientale.
Per dare un'idea del loro contributo ecco i loro risultati:
5240 sortite in missioni di combattimento
869 duelli aerei
273 vittorie certe
37 probabili
27 treni distrutti
22 locomotive distrutte
2 E-boat distrutti
132 autocarri distrutti
24 veicoli comando distrutti
4 piloti insigniti del titolo di Eroi dell'Unione Sovietica
E questo è il tributo di sangue:
52 piloti morti in missione
87 aerei distrutti
Qui un bellissimo video sulla loro storia:
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domenica 16 ottobre 2016
Il cerchio della morte: evoluzione della tattica del sovietico IL-2 Sturmovik
REDAZIONE NOICOMUNISTI
FONTE
Traduzione di Guido Fontana Ros
DI VVSWARBIRDS
FONTE
Traduzione di Guido Fontana Ros
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| Sturmovik in volo |
L'Ilyushin Il-2 Sturmovik trova giustamente il suo posto fra le armi più decisive per la vittoria dell'Unione Sovietica sulla Germania sul Fronte Orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. In quasi tutte le più importanti offensive sovietiche, i "carri armati volanti" rappresentarono una componente fondamentale del supporto aereo ravvicinato alla fanteria dell'Armata Rossa. Come avvenne per gran parte delle tattiche militari sovietiche, le tattiche efficaci che la Wehrmacht tedesca avrebbe imparato a poco a poco temere, si evolvettero attraverso una serie di tentativi e spesso di errori disastrosi e bisognò attendere la battaglia di Kursk nel 1943, quando gli squadroni di Il-2 adottarono la tattica del circuito chiuso, che gli Sturmoviks diventarono una forza decisiva sul campo di battaglia. In effetti le formazioni di Sturmovik che fornirono supporto aereo ravvicinato nella battaglia di Kursk furono fondamentali per la vittoria sovietica al pari di qualsiasi altra parte dell'Armata Rossa.
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| Viste dello Sturmovik |
Nei primi mesi di guerra, la tattica di impiego dello Sturmovik prevedeva in prossimità di un bersaglio un gruppo di 3-5 aerei, che attaccavano uno alla volta da un'altitudine da 200 metri fino a 20 metri. Ogni Il-2 avrebbe scaricato tutte le sue munizioni e bombe sul bersaglio in un unico passaggio. Questa tattica comportava che ogni Sturmovik ricevesse poca o nessuna copertura dagli altri velivoli della formazione. Per di più l'Ilyushin non era ancora prodotto nella versione a due posti con un mitragliere posteriore , per cui lo Sturmovik era una facile preda per i piloti della Luftwaffe nel 1941. In effetti nelle prime fasi della guerra, in media, un Il- 2 andava perso ogni nove missioni di combattimento.
I piloti e i progettisti sovietici presso il Nauchno-Ispytatelniy Poligon Aviatsionnogo Vooruzheniya (poligono di tiro per la sperimentazione scientifica dell'armamaneto dell'aviazione) determinarono rapidamente che lo Ilyushin doveva attaccare da alta quota, al fine di aumentare l'efficacia in battaglia. Si constatò inoltre, che occorrevano tre passaggi sul bersaglio per ciascun Sturmovik al fine di infliggere danni significativi e precisi sul bersaglio a terra. Nel primo passaggio, l'Il-2 poteva lanciare i suoi quattro razzi, nel secondo, lo Sturmovik sganciava le sue bombe e nel terzo passaggio poteva inondare il bersaglio di colpi con la combinazione del fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni. Qualunque fosse l'ordine del tipo di attacco, fu stabilito che l'attacco più efficace del Il-2 fosse quello effettuato in passaggi separati per ogni tipo di armamento. Questo naturalmente richiedeva un tempo di permanenza sul bersaglio molto più lungo rispetto alla tattica iniziale di toccata e fuga. Al fine di fornire una copertura sufficiente per ogni aereo della formazione, si stabilì che girare sopra l'obiettivo, avrebbe consentito a ciascun Sturmovik di coprire il velivolo davanti, dando contemporaneamente il tempo necessario per le tre ottimali passate sopra il bersaglio.
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| Mitragliere posteriore dello Sturmovik |
Il ciclo chiuso, che era conosciuto anche come "il cerchio della morte", prevedeva fino a otto Il-2 che formavano un cerchio di difesa, ogni aereo proteggeva l'altro aereo davanti con le sue mitragliatrici anteriori. Gli aerei erano distanziati 150-200 metri l'uno dall'altro, ad una altitudine di almeno 300 metri e viravano inclinati a 15-40 gradi. Ogni Il-2 a turno lasciava il cerchio, attaccava il bersaglio e si ricongiungeva al cerchio. Una formazione del genere rimaneva sul bersaglio terrestre per un massimo di 20 minuti, fino all'esaurimento di tutte le munizioni, dopo di che gli IL-2 si riorganizzavano per fare ritorno alla base. Il cerchio era utilizzato anche per la difesa collettiva contro i caccia tedeschi quando la formazione veniva attaccato prima che raggiungesse l'obiettivo, poiché il grande campo della copertura faceva sì che nessun singolo Sturmovik fosse vulnerabile agli attacchi.
Il pilota di Sturmovik Mikhail Shatilo ricordando che il circuito chiuso era mantenuto per un massimo di 20 minuti su un bersaglio, ha detto
"a volte ci potevano essere un sacco di coppie di caccia tedeschi che volavano nelle vicinanze, ma cosa avrebbero potuto fare? Se si fossero avvicinati troppo, noi ci saremmo coperti. I tedeschi sapevano che non conveniva avvicinarsi agli Ilya [Il-2]".
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| Sturmovik mentre viene preparato per una missione |
Un altro pilota, Pavel Zatsepin, testimonia l'efficacia del circuito chiuso, ricordando un episodio in cui la sua squadra era in missione ad ovest di Vilnius nel 1944:
"sentii alla radio, mentre mi avvicinavo all'obiettivo, che otto Focke-Wulf e quattro Messerschmitts erano in volo ... cominciammo a chiudere il cerchio per affrontare il nemico. Notai che due Me [Bf-109] si abbassavano per attaccarci dal basso. Mi girai bruscamente per far fuoco con tutti i miei cannoni e le mie mitragliatrici sul nemico. Il secondo Messer improvvisamente finì in mezzo al cerchio mortale ... il gruppo aprì il fuoco su di lui e fu abbattuto. I rimanenti caccia nemici non entrarono in combattimento".
Il valore di questa tattica era riconosciuto anche dai piloti dei caccia che scortavano gli Ilyushins. Ivan Konstantinovich Moroz, pilota di caccia LA-5 ricorda che:
"...gli Sturmovik non erano difficili da proteggere dai caccia [nemici], perché la loro interazione tattica era stata ben elaborata. Non appena i caccia nemici cominciavano ad attaccare, la squadriglia formava un cerchio. Volavano in cerchio, ognuno copriva l'altro ... e noi [i caccia sovietici] li coprivamo da sotto o da sopra".
Tuttavia come tutte le tattiche aeree, il circuito chiuso non difendeva gli Sturmoviks dalla contraerea e dagli attacchi dei caccia tedeschi, soprattutto nel momento in cui il cerchio si scioglieva e la formazione cominciava a far ritorno alla base. I piloti della Luftwaffe impararono ad aspettare questo momento per attaccare l'ultimo aereo, il più vulnerabile. Come ricorda il pilota di IL-2, Yuriy Afanasev:
"il momento più difficile era uscire dal cerchio, perché qualcuno doveva essere l'ultimo [e quindi non era coperto]".
I piloti di Sturmovik svilupparono altre tattiche nel corso della guerra, ma nessuna sarebbe stata così determinante come il cerchio chiuso. Infatti lo sviluppo di una tale tattica è indicativa dell'evoluzione della VVS e dell'intera Armata Rossa in quella materia, nel 1941-1945. All'inizio della guerra l'obsoleta e rudimentale tattica del "colpisci e corri via", rendeva gli IL-2 facili prede per gli esperti piloti della Luftwaffe.Successivamente con lo sviluppo della tattica del cerchio chiuso, una formazione di IL-2s divenne una forza efficiente e formidabile. Questo permise agli Sturmovik di agire di concerto con i bombardieri sovietici a lungo raggio, con i caccia e con le truppe di terra, le quali avevano sviluppato le loro tattiche. A seguito delle disastrose prime fasi della guerra, l'esercito sovietico imparò il valore e l'importanza strategica dell'agire all'unisono a terra e in aria. Tali azioni concertate dimostrarono di essere un importante punto di svolta sul fronte orientale, permettendo all'Armata Rossa di sconfiggere i tedeschi a Kursk e in ogni altra successiva grande battaglia.
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mercoledì 22 giugno 2016
Это Начало (E' cominciata)
REDAZIONE NOICOMUNISTI
di Guido Fontana Ros
Non da molto era passato il solstizio d'estate che alle 3,15 del 22 giugno del 1941, la pace di quelle ore mattutine fu infranta dal fragore assordante di migliaia di pezzi d'artiglieria che, su un fronte di 1800 km, inviarono decina di migliaia di proiettili sul suolo sovietico.
Una trentina di bombardieri della Lutwaffe, condotti da equipaggi selezionati, a gruppi di 3, cominciava a spargere distruzione e morte su alcuni campi di aviazione sovietici.
Una manciata di minuti dopo da Memel' sul Mar Baltico nel nord al fiume Prut nel sud, un'ondata di 3 milioni di soldati nazisti si lanciò all'attacco.
Le difese di frontiera caddero dopo ore di combattimenti.
Al sorger del sole, una seconda ondata di aerei nazisti, composta da 500 bombardieri, da 270 bombardieri in picchiata e da 480 cacciabombardieri, cominciò a devastare i campi di aviazione sovietici, i nodi ferroviari e quelli stradali. Almeno 1200 velivoli sovietici furono distrutti a terra.
I reparti di frontiera del NKVD furono travolti anche se in alcune regioni fortificate i soldati dell'Armata Rossa si sacrificarono sino all'ultimo uomo ritardando l'avanzata tedesca.
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| Hitler e Mussolini visitano la fortezza di Brest nell'agosto 1941 |
Tuttavia nell'antica fortezza di Brest la Wehrmact subisce una prima battuta d'arresto. Spendiamo alcune parole su questo episodio.
Era una fortezza da molto tempo obsoleta e senza alcun valore militare, infatti la sua costruzione avvenne dal 1833 al 1838. All'epoca dell'Operazione Barbarossa era adibita a caserma e deposito. I tedeschi pensavano di prenderla in poche ore e invece i soldati sovietici si difesero fino all'ultimo uomo e tennero la fortezza fino al 12 luglio, nonostante che i nazisti avessero impiegato, l'artiglieria pesante, i gas e i lanciafiamme.
Il film la Fortezza di Brest del 2010
(sottotitoli in inglese)
Il comando tedesco sapeva perfettamente che la differenza tra una masnada incontrollata e un esercito consiste nella perfetta gestione dei collegamenti e delle informazioni, per cui nella notte erano stati infiltrati parecchi elementi del reparto per le operazioni speciali, il Branderburg, i quali sovente in divisa sovietica avevano assunto il controllo di posti chiave, commesso atti di sabotaggio e tagliato le linee telefoniche e il punto debole dell'Armata Rossa era proprio rappresentato dal sistema delle comunicazioni e dalla gestione delle informazioni.
Insomma il travolgente successo tedesco si basò su 3 elementi: la sorpresa, la superiorità napoleonica (significa la concentrazione locale di una massa di forze schiacciante) e la superiore organizzazione del controllo e delle comunicazioni.
Tuttavia lo Stavka imparò in fretta e l'Unione Sovietica costruita sotto la direzione del compagno Stalin si dimostrò un boccone troppo grosso per i nazisti e sapete tutti come andò a finire...
Bibliografia
Si elencano testi reperibili in occidente. Tra l'immensa mole di testi per lo più di origine tedesca e quindi molto di parte, testi che hanno dato origine a una serie di miti propagandisti (si veda ad esempio questo articolo), se ne distaccano pochissimi, di origine anglosassone seppur doverosamente anticomunisti, altrimenti non sarebbero stati stampati.
Sui testi degli storici (?) italiani è meglio stendere un pietoso velo.
Per un inquadramento generale rimane insuperato:
Liddell Hart, Storia militare della Seconda guerra mondiale
Sull'Operazione Barbarossa leggibili e fondamentali sono:
David M. Glantz, Barbarossa Hitler's Invasion of Russia 1941
David M. Glantz, La Grande Guerra Patriottica dell'Armata Rossa 1941-1945, Libreria Editrice Goriziana
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