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sabato 20 gennaio 2018

Documenti declassificati rivelano la larga assistenza sovietica alla Polonia durante la II Guerra Mondiale

REDAZIONE NOICOMUNISTI


A cura e traduzione di Guido Fontana Ros





FONTE

Poiché la Polonia si accinge a cancellare le tracce dell'Unione Sovietica dalla sua storia, il ministero della Difesa russo ha declassificato dei documenti che registrano il largo aiuto che i sovietici fornirono ai polacchi negli anni finali della II Guerra Mondiale.

I documenti provenienti dall'Archivio centrale del ministero della Difesa russo, "fino ad ora mai pubblicati su fonti disponibili al pubblico" descrivono in dettaglio l'aiuto che la Polonia ricevette dall'Unione Sovietica durante la sua liberazione dai nazisti nel 1944-45. Secondo la documentazione, l'URSS fornì alla popolazione polacca delle aree liberate "cibo, forniture medicali, veicoli, carburante e materie prime per le imprese industriali". Questi aiuti furono prelevati dalle riserve dell'Armata Rossa sovietica e dai Commissariati dell'URSS, ha affermato il ministero della Difesa nella sua nota.


"Nel solo periodo fra il marzo e il novembre del 1945, più di 1,5 miliardi di rubli in cibo (circa 283 milioni di dollari) ai prezzi del 1945 furono assegnati per il bene della popolazione polacca e per la campagna di semina nel paese", ha detto il ministero.

"Il governo provvisorio della Polonia fu rifornito di oltre 130.000 tonnellate di cibo, 20.000 tonnellate di cotone, 100.000 tonnellate di pellami e di oltre 2.000 autocarri nella nel secondo e terzo quadrimestre del 1945", rivela il documento

I documenti dettagliano il rifornimento alla Polonia di 8.000 tonnellate di carne, di semi e attrezzature agricole per la semina. Questi furono accompagnati da ricevute firmate dai riceventi polacchi. Anche l'Armata Rossa fu coinvolta nella ricostruzione delle ferrovie e dei ponti fatti saltare in aria dalle forze naziste in ritirata dalla Polonia.

Il ministro della Difesa ha anche pubblicato un accordo fra il comando militare sovietico e il governo provvisorio della Polonia riguardante il destino delle strutture industriali e delle altre proprietà germaniche abbandonate dai nazisti nel territorio polacco. Il ministro afferma: "Venne annotato che tutti gli impianti e gli equipaggiamenti (tedeschi), senza alcuna eccezione, dovevano essere trasferiti ai polacchi. Il loro smantellamento e trasferimento furono espressamente proibiti".

Nello scorso giugno, al parlamento polacco è passato un pacchetto di emendamenti legislativi che estendevano il divieto di propaganda comunista o di qualsiasi altro regime totalitario ai nomi di edifici o di siti architettonici. Proprio all'inizio di questa settimana, le autorità locali della città di Szcecin [NDT: Stettino] hanno cominciato a smantellare un monumento ai soldati sovietici in accordo alla legge, che pone molti monumenti simili nel paese in stato di pericolo.



L'ambasciatore russo in Polonia, Sergey Andreyev, ha stigmatizzato la "legge per la decomunistizzazione" in un 'intervista per RT, dicendo: "Quale connessione vi può essere fra questi memoriali e la propaganda comunista? Sono stati eretti in memoria dei 600.000 soldati e ufficiali sovietici che morirono per liberare la Polonia nel 1944-45. Questi sono monumenti a gente che ha salvato la Polonia, perché se non fosse stato per loro, non ci sarebbe stata alcuna Polonia, né comunista, né capitalista. E non ci sarebbe stato alcun polacco.".

Il ministero russo della Difesa sta pubblicando il documento storico sul suo sito web come parte del progetto digitale "Memoria contro l'oblio", mirante alla preservazione dell'esattezza storica e al contrasto dei tentativi di falsificazione della storia.


domenica 16 luglio 2017

Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI



La crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglo – americano, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista – leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa "pugna spiritualis" degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere, il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’Abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po' più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi "compagni di strada", riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e, anzi, reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo – arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e, per ciò stesso, nullacomprensivo, della religiosità new – age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere.
I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe;

Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est – europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.

Boleslaw Piasecki

Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “"Jan Zamoyski" di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza, presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il "Movimento nazional – radicale Falanga", noto anche, semplicemente, come "Falanga" ("Falange"). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: essi hanno assimilato la "Falanga", sic et simpliciter, al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional – rivoluzionari ed elementi filo – fascisti e filo – nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional – rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né, tanto meno, la dottrina razziale del nazionalsocialismo.

Manifestazione della "Falanga" a Lodz

L’ala filo – nazista della "Falanga", capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella "Falange", individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del "Mein Kampf", erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o, al massimo, un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’Urss che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter – imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la "Falange" di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30, faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli Ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese.

Manifestazione antisemita della Falanga a Lwow

L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico – tradizionalista e aveva radici economico – sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mo' di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che, in sede storiografica, non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese – conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, PIasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottilizzazioni e distinguo; Stalin e l’Urss appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza social – comunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo – inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una "Confederazione nazionale" per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, di divisione e, anche, di intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini. Nel 1944, la Resistenza di impronta social – comunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional – radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino, fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico – militare.
Non poteva andare diversamente, del resto: l’Urss sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della "Confederazione Nazionale" contro i partigiani e l’Armata Rossa, furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD.
A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei Tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK (b) P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’Urss, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca.
Essi si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo – tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social – nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo – leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica.
Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della "Falanga", in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional – rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse, nella missiva, le tappe del suo indefesso impegno anti - nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione.
Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social – comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno ! Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano – sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo – leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica, e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne.

Il settimanale Dzis i Jutro

Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico – sociale "Dzis i Jutro" ("Oggi e domani"), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: esso era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di "Oggi e domani" per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano – sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse:

"Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà".

Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese – lo ribadiamo – alcuna abiura o autodafé con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della "Falange" nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico – sociale, erano compatibili con il programma social – comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una "Grande Polonia" che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di Ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare, in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.

Boleslaw Bierut con il compagno Stalin

Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti – dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto – trockisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli Usa si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie.

In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico – culturale: l’ Associazione "PAX". Questa, accanto al movimento dei "Sacerdoti patriottici", leali verso il governo a maggioranza social – comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di "PAX", con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social – cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli Usa, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e, per far questo, pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. 

L’ "Operazione Splinter Factor", lanciata dai servizi segreti americani nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social – comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radio – riceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo loro nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei "senza Dio" per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno.
L’Associazione "PAX", in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su "PAX " l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli "atei trinariciuti" se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinchè promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: Usa e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale , con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. "PAX", e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali "Aurora" ("Zorza") e "Direzioni" ("Kierunki"), fino al quotidiano "La parola universale" ("Slowo Powszechne"), passando per la florida casa editrice ("Istituto editoriale PAX"). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico – sociale: nel Parlamento ("Sejm" o Dieta), gli uomini di "PAX", attivi anche nel "Movimento patriottico di rinascita nazionale", erano ben rappresentati all’interno del "Fronte di Unità Nazionale", come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche.
La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “ Sejm “, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a "PAX", presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
 Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista – reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare...), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere, in tutto questo, le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto "Sindacato libero" Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di "PAX" e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli "stalinisti" tanto deprecati a censurare, ma i nuovi "liberali" saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza "staliniana, subì le stesse azioni ostili di "PAX", nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di "PAX", dal 1955/56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’Associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in "Solidarnosc": Tadeusz Mazowiecki . Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Vice – ministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri.

I funerali del figlio Bohdan

La vecchia fazione "stalinista" del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki... Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di "PAX", ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di "PAX" fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potente Consiglio di Stato.

Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di "PAX". Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico – reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare...

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su "PAX" e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di "PAX". Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti :

Intorno alla figura di Boleslaw Piasecki:

"Zagadnienia istotne" ("Questioni fondamentali", Varsavia, 1954)

"Patriotyzm polski", ("Patriottismo polacco", 2 voll., Varsavia 1958/60)

"Kierunki 1945 – 1960" ("Direzioni 1945 – 1960", Varsavia 1971)

"Mysli" ("Pensieri", Varsavia 1983)

https://pl.wikipedia.org/wiki/Boles%C5%82aw_Piasecki

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico – vaticana in Polonia:

William Blum, "Il libro nero degli Stati Uniti d’America" (Fazi, 2003 )

Victor Marchetti – John D. Marks, "Cia – culto e mistica del servizio segreto" (Garzanti, 1975)

Sull'azione di sovversione nei paesi dell'Est, tra cui la Polonia, da parte dei servizi segreti del Vaticano:

Eric Frattini, "L'Entità" (Fazi, 2008)


lunedì 11 luglio 2016

Chi ha sganciato una bomba nucleare sui polacchi?

REDAZIONE NOICOMUNISTI


di VLADISLAV GULEVICH

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Ogni mese di luglio la Polonia è scossa da dibattiti interni sulla responsabilità storica dell'Ucraina per il massacro del 1943 in Volinia e il 2016 non fa eccezione.

Il Partito della Legge e della Giustizia del partito (PiS) di Jaroslaw Kaczynski è salito al potere principalmente con la promessa di sollevare il tema del massacro della popolazione polacca della Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale dai macellai dell'Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) di Kiev. «I crimini commessi contro i nostri connazionali dall'UPA dovrebbero essere definiti genocidio. Non permetterò scuse per quello che è successo durante il periodo più terribile della nostra storia», esortava Jarosław Kaczyński nel calore della campagna elettorale.


Tuttavia le sue azioni non sono andate al di là delle promesse. Come i suoi predecessori del partito Piattaforma Civica, il PiS si rifiuta di dichiarare l'11 luglio come Giorno della Memoria del Martirio della Kresy (Kresy è il nome per la regione dell'Ucraina occidentale, della Bielorussia occidentale e della Lituania che un tempo erano parte della Seconda Repubblica Polacca. In data 11 luglio 1943, al culmine di un'ondata di violenze commesse dall'UPA, 100 villaggi polacchi e insediamenti agricoli furono attaccati dalle bande di Stepan Bandera).


Invece di commemorare l'11 luglio, Jarosław Kaczyński propone di spostare il giorno del Martirio al 17 settembre (il 17 settembre del 1939 fu il giorno in cui l'Armata Rossa lanciò la sua campagna di Polonia, recuperando l'Ucraina occidentale e la Bielorussia occidentale, rispettivamente, alle repubbliche sovietiche dell'Ucraina e della Bielorussia).

L'Agenzia statale di stampa polacca  (Polska Agencja Pracowa - PAP) si è unita a questi sforzi di distorsione dei fatti storici. Al fine di controllare le tensioni anti-banderite nell'opinione pubblica polacca, una storia pubblicata dall'agenzia di stampa ha definito i militanti UPA che furono uccisi in scontri con l'esercito polacco vicino al villaggio di Bircza nel 1946 come «eroi di guerra ucraini» (Bohaterów wojennych) .

Il vice presidente del Sejm di Przemyśl Wojciech Bakun ha inviato alla PAP una richiesta formale per chiarire che tipo di guerra avesse avuto luogo nei pressi di Bircza nel 1946 che aveva prodotto questi «eroi di guerra ucraini». Il PAP ha risposto formalmente che non era possibile ritirare o modificare il testo della relazione.

E poi è esplosa una notizia bomba.

Il presidente della Verkhovna Rada dell'Ucraina, Andrij Parubij, ha twittato di un incontro che aveva avuto con il presidente del Sejm polacco, Marek Kuchciński. Il capo del parlamento polacco ha promesso che il Sejm non discuterà il disegno di legge per ricordare le vittime della strage della Volinia prima del vertice della Nato a Varsavia dell'8-09 Luglio.


La ricaduta è stata tanto più assordante perché uno dei partecipanti ai negoziati era Yuriy Shukhevych - il figlio del capo colpevole del massacro dei polacchi in Volinia, il comandante UPA Roman Shukhevych. Anche se i media mainstream polacchi hanno taciuto in merito ai negoziati di Kuchciński con Parubiy e Shukhevych Jr., i dirigenti del Kukiz'15 e dell'ala destra del partito della Repubblica hanno chiesto che l'ideologia Banderita sia vietata in Polonia e hanno esortato Kuchciński a dimettersi.

Tadeusz Isakowicz-Zaleski, polacco e prete cattolico armeno e autore del libro documentario del 2008 "Il genocidio soppresso di Kresy" ha invitato l'opinione pubblica a protestare contro le politiche PIS che maliziosamente distorcono la storia.

«Contrariamente alle assicurazioni precedenti, i leader del PiS hanno di nuovo rinviato una votazione per rendere omaggio alla memoria dei cittadini della Seconda Repubblica che sono stati uccisi durante il genocidio banderita nella regione orientale di Kresy ... Questo rinvio della procedura di voto è ancora un altro duro colpo per le famiglie delle vittime della Divisione SS Galizien e dell'UPA e ... esorto tutti coloro che sono affiliati con il Kresy a protestare davanti l'edificio del Sejm il 7 luglio alle 1:00 pm ».
Il giorno dopo il PiS cerca di cavalcare gli eventi. Stanisław Karczewski, presidente del Senato, commenta a proposito di questa iniziativa antibanderita del prete:

«Sono contrario a riaprire vecchie ferite ... Se fossi Isakowicz-Zaleski avrei abbassato il tono. Se vogliamo avere un colloquio franco con qualcuno, non dovremo impostare dei presupposti fin dall'inizio»
Ma era troppo tardi. Un certo numero di parlamentari polacchi aveva già postato dei video sostenendo l'idea di mettere in scena una protesta davanti alla porta del Sejm.

Il fatto stesso che i negoziati si siano svolti tra i rappresentanti del governo polacco e i nazionalisti ucraini mostra il desiderio dei dirigenti del partito della Legge e della Giustizia di distogliere l'attenzione del pubblico dal soggetto del massacro della Volinia in quanto atto di genocidio e di raffreddare il nazionalismo ucraino come ideologia. Questo è un tradimento vero e proprio del PiS nei confronti dei suoi elettori.

Se il 17 settembre fosse dichiarato come giorno della memoria, invece dell'11 luglio, alla fine i polacchi cominceranno a approvare i crimini commessi dai tagliagole ucraini, proprio come oggi molti giapponesi credono che Washington è stato corretta nella sua decisione di far sganciare bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki dalla US Air Force.

Il massacro di Volinia è stata una «bomba atomica» per la Polonia. Nel 1950, oltre 140.000 giapponesi morirono a seguito dei bombardamenti nucleari del 1945 da parte degli Stati Uniti e delleconseguenze. I militanti UPA macellarono circa lo stesso numero di polacchi.

Mentre i leader polacchi in carica vedono il nazionalismo ucraino come proprio alleato strategico, la prima vittima di questa politica sarà il popolo polacco e la sua coscienza nazionale.






venerdì 1 luglio 2016

IL PATTO MOLOTOV – RIBBENTROPP. VERO PATTO, FINTI PROTOCOLLI

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

Chi non ha mai sentito ripetere, quasi ossessivamente, che Urss e Germania, nel 1939, si spartirono la Polonia in barba ad ogni conflittualità ideologica fra comunismo e nazismo? 



Chi non ha mai sentito le trombe della propaganda anglofila, reazionaria e clericale ripetere che Stalin e Hitler, in quell’estate che segnò il principiare della guerra, fecero della “povera“ Polonia una torta sacrificale, tagliata in succulenti pezzi tutti destinati alle mense moscovita e berlinese, con qualche briciola a guarnire i corredi slovacchi? 
Ebbene, gran parte di quel che avete sentito e letto in proposito è da archiviare nel già ricco archivio delle falsificazioni storiografiche. Urss e Germania mai furono alleate, né tanto meno complici. Hitler, nel “Mein Kampf “, aveva messo nero su bianco quello che doveva essere il destino dei popoli dell’Est e degli spazi da essi occupati: essi dovevano diventare terreni di conquista per le armate neo – teutoniche, fregiatesi con piglio usurpatorio dell’antico simbolo della svastica, ridotto a emblema di terrore, morte e di un imperialismo tra i più feroci mai visti. 

La Polonia come “vittima”….


L’Urss, con le sue pianure sconfinate, traboccanti di grano e colture agricole, con le sue immense risorse minerarie, rigurgitanti dal ventre della terra, doveva diventare il Lebensraum (“spazio vitale“) della razza “ariana“, la preda del Drang nach Osten (“Spinta verso Est“), obiettivo fissato dalla geopolitica germanica, sia pure non sempre con modalità univoche, fin dal XIX secolo almeno. In particolare, la fertile Ucraina era il boccone al centro degli appetiti nazisti, sapientemente incoraggiati e nutriti dai monopoli tedeschi. Stalin sapeva tutto ciò, naturalmente, e per questo si preoccupò da un lato di potenziare l’apparato difensivo dell’Urss, facendolo assurgere al più alto livello, dall’altro di rafforzare il patrimonio produttivo della Nazione, l’industria in particolare, favorendo, attraverso la pianificazione centralizzata e allo stesso tempo partecipata dal basso, un balzo in avanti degli indici di crescita come mai si era visto nella storia non solo della vecchia Rus’, ma del mondo moderno in generale. 
La minaccia nazista andava parata e respinta in ogni modo, specie davanti alle sue chiare, aperte collusioni con le Nazioni borghesi, fatto questo che in molti, in troppi, hanno dimenticato. 
Basta ripercorre alcune date per comprendere l’accerchiamento che, da parte del mondo capitalista, e non solo della Germania, si cercò di attuare ai danni dell’Urss. E’ il 26 gennaio del 1934 quando Hitler sottoscrive con il dittatore fascista polacco Pilsudski l’ “Accordo polacco – tedesco sulla soluzione pacifica delle vertenze“, che diventerà un paravento per coprire le trame antisovietiche; anche la Polonia, infatti, che ipocritamente rinnoverà un analogo patto con Mosca appena quattro mesi dopo, nutre appetiti espansionistici verso l’Urss. Quale migliore viatico, per dar loro concreto corso, di un’alleanza con il Satana di Berlino, fieramente antislavo? 
La Polonia, in mano a un regime reazionario e antioperaio, sarà la principale causa scatenante del Secondo conflitto mondiale, con la sua inamovibile volontà di ostacolare qualsiasi efficace strategia difensiva antifascista, concertata tra Urss e governi occidentali. 
Intanto, dal 1934 al 1939, regimi reazionari si affermano e si consolidano un po’ ovunque in Europa centrale ed orientale, a mò di cordone sanitario attorno all’Urss. Oltre alla Polonia, la Bulgaria, la Romania, gli Stati baltici, la Jugoslavia (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) conoscono tutti regimi autoritari, di impronta anticomunista e antisovietica. Non è, questo, né un caso né una fortuita incontranza spazio – temporale: la crisi economica morde le carni del mondo capitalista e bisogna in ogni modo contenere il Paese che, libero ormai dalle catene dello sfruttamento e interessato da un benessere crescente, inarrestabile, delle masse popolari, addita all’umanità intera mete di vera democrazia nemmeno immaginabili solo qualche lustro prima. 
Stalin, abile e scaltro quanto devoto alla causa del marxismo – leninismo, con talento diplomatico lavora per l’ingresso dell’Urss nella Società delle Nazioni, fatto questo che avviene il 18 settembre del 1934, a un anno e qualche mese dalla presa del potere di Hitler in Germania. L’obiettivo è evitare l’isolamento e allontanare, il più possibile, i venti di guerra che spirano minacciosi. Già nel 1933, l’Urss ha contribuito più di ogni altra Nazione alla definizione, in sede internazionale, del concetto di aggressione, approfittando dell’occasione offerta dalla Conferenza Economica Internazionale di Londra. In quella circostanza, il delegato sovietico Litvinov ha tenuto banco, proponendo anche un accordo internazionale contro l’aggressione economica, proposta lasciata cadere dai Paesi capitalisti che, così, indirettamente, hanno ribadito la loro “missione“ storica. Un po’ come il Giappone fascista, che nel 1931, rifiutando di sottoscrivere un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, ha mostrato il suo volto. 
L’Urss, entrata a pieno titolo nella Società delle Nazioni, si batte indefessamente per un patto di sicurezza collettiva che, in Europa, stronchi sul nascere ogni proposito aggressivo del nazifascismo: tutte le Nazioni amanti della libertà debbono unire le loro forze e garantirsi reciprocamente aiuto in caso di attacchi provenienti da parte delle potenze fasciste. Una proposta seria, onesta e franca, davanti alla quale i Paesi capitalistici oppongono dapprima la cortina fumogena di vaghe promesse, poi il sipario di ferro del rifiuto. 
L’Urss, con grave scorno, deve constatare che il nazifascismo, rivale economico delle potenze “democratiche“ borghesi, torna loro utile come testa d’ariete contro il primo Stato degli operai e dei contadini. Ciò appare evidente nell’inerzia occidentale dinanzi alla guerra scatenata dai fascisti spagnoli di Franco contro la Repubblica, sostenuta davvero, materialmente e moralmente, solo dall’Urss; ciò diviene addirittura eclatante con il Patto di Monaco del 1938, benedetto dalla Gran Bretagna di Chamberlain, che consegna la Cecoslovacchia alle fauci spalancate del pangermanesimo nazista, come rampa di lancio contro l’Urss. 
Anni dopo, nel primissimo dopoguerra, Churchill concepirà l’ “Operazione Impensabile“ (“Operation Unthinkable“), incentrata su un attacco concentrico contro l’Urss da parte di tutte le potenze occidentali e mitteleuropee. Solo la scienza sovietica, con la costruzione della bomba atomica, unita all’atteggiamento saggio ed equilibrato di alcune diplomazie, e al rafforzamento del socialismo nel quadro est – europeo, eviterà scenari da Dr. Stranamore. 
L’omogeneità della strategia britannica, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, si commenta da sola. Dinanzi alla chiusura delle “democrazie“ borghesi, alle loro segrete trame, l’Urss, che per lungo tempo ha reiterato le proposte di formazione di un possente dispositivo di difesa collettiva nel Vecchio Continente, è costretta a cercare …..altri contatti! Ecco che si avvicina l’intesa, quindi, con la Germania nazista, che, negli intenti collegiali del Partito Comunista (bolscevico) dell’Urss e del Governo sovietico, deve servire a prendere tempo, rafforzare le difese del Paese e allontanare nel tempo un’aggressione e un conflitto che si danno per scontati, visti gli indirizzi hitleriani. Una scelta saggia, checché ne dicano gli sproloquiatori revisionisti in servizio permanente, alla quale l’Urss è costretta, in quel 1939 irto di pericoli e tensioni che trascineranno il mondo nella catastrofe. 

Propaganda polacca antisovietica


A spingere verso questa soluzione è anche, ancora una volta, l’atteggiamento della Polonia, che con l’avvento di Rydz – Smigly ribadisce, e anzi accentua, la sua linea antisovietica. Varsavia giocherà sempre a fare la vittima, con insolenza e ipocrisia tipicamente clericali, ma intanto, approfittando degli accordi di Monaco, nel 1938/39 si è pappata, infierendo su una Cecoslovacchia abbandonata da tutti meno che dall’Urss, l’area multietnica di Teschen/Teshin/Cieszyn, da lungo tempo nel mirino del nazionalismo polacco. 

Dimostrazione di simpatia verso i sovietici del governo fascista polacco


La Polonia, in quel tempo, brandisce la spada del più aggressivo nazionalismo, fidando (a torto!) sull’appoggio anglo – francese: proclami che parlano di un mega - Stato esteso da Berlino al Mar Nero, sono pane quotidiano nel 1938/39 e questo a Mosca impensierisce e a Berlino fa gioco per i disegni di Hitler. Intanto, con i sogni di gloria sempre balenanti ma di là da venire, il governo polacco mette un veto sui progetti di difesa comune europea proposti dall’Urss: le truppe sovietiche non dovranno mai entrare a Varsavia, nemmeno per proteggere il Paese dal nazismo, col quale, del resto, si pensa di potersi accordare. Da occidente, si fa sponda a questa follia: l’Urss difenda la Polonia e il Corridoio di Danzica, ma……senza aspettarsi nulla da Londra e Parigi e, soprattutto, tenendo le truppe e gli avamposti difensivi arretrati….Come dire a una squadra di vincere facendo segnare il portiere e i difensori e tenendo immobili tutto l’attacco e pure il centrocampo! 

Simpatia dei buoni cattolici polacchi verso gli ebrei


E’ così che Stalin e tutto il gruppo dirigente bolscevico fiutano l’inganno, il pericolo e… danno scacco al re, alla sua perfidia e disonestà, cercando un abboccamento con la Germania, per guadagnar tempo, mettere a punto le migliori difese possibili contro l’inevitabile “Drang nach Osten“ e salvare l’Urss dal destino di schiavitù e sottomissione architettato da Hitler. Occorre battere sul tempo l’Inghilterra di Chamberlain che, con piani e strategie per una crociata antisovietica che veda tutti uniti, ha intrapreso trattative segrete col Fuhrer nell’estate del ’39, trattative che falliscono di lì a poco solo per una litigata molto poco oxfordiana e molto in stile templare/teutonico sulla ripartizione dei bottini e dei dividendi imperialisti. 
Le porte sono aperte per il gioco dei giochi: il 23 agosto del 1939, viene sottoscritto a Mosca il “Patto di non aggressione, neutralità e reciproca consultazione” sovietico - tedesco. Si pone così, da parte sovietica, la pietra tombale sulla strategia dei circoli anglosassoni e francesi, volta a soddisfare gli appetiti nazisti a spese dell’Urss e del suo territorio. Il Giappone, che non digerisce il Patto, lo denuncia tirando in ballo la sua incoerenza con i protocolli segreti del Patto Anti – Komintern, svelando così la natura aggressiva e non difensiva di quell’accordo stesso. Il governo fascista di Tokyo è costretto a rimangiarsi le mire sull’Urss. 
Il Patto tra Urss e Germania cosa recita? Molto semplicemente, sintetizzando, le due parti si impegnano “ad astenersi da ogni azione di aggressione e da ogni aggressione sia individuale che comune“. Qualora sorgano problemi o dispute rilevanti,“ le due parti – così si legge – regoleranno le questioni attraverso scambi di vedute amichevoli ed in caso di necessità a mezzo di una commissione di arbitraggio“. Nessun cenno a confini da mutare, Paesi da invadere, linee di confine da sancire.




La storiografia di regime occidentale, borghese, ha tirato fuori, da subito dopo la guerra, il falso dei cosiddetti “protocolli segreti“ che sarebbero stati annessi al testo ufficiale. In queste postille “segrete“ sarebbero state stabilite, di comune intesa tra Urss e Germania, le seguenti misure da adottare: il confine tra le sfere di influenza tedesca e sovietica doveva correre lungo i limina baltici, con l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia sotto l’influenza di Mosca e la Lituania condotta sotto l’egida del Reich. In caso di mutamenti territoriali, il destino della Polonia sarebbe dovuto essere il seguente: ad est dei fiumi Narev, Vistola e San avrebbe spadroneggiato l’Urss, mentre nel resto del Paese, o nella sua quasi totalità, la croce uncinata avrebbe proiettato la sua inesorabile ombra. La Germania, poi, metteva nero su bianco il suo disinteresse per la Bessarabia, regione rumena abitata da una forte minoranza russa, ucraina ed ebraica.

La “patacca” della spartizione della Polonia


Quale migliore manovra per infangare   l’immagine dell’Urss, di una patacca nella quale si parla di spartizione delle sfere di influenza tra Urss e Germania? Questo falso è dato per vero e assodato, purtroppo, anche da una parte rilevante della storiografia alternativa, a riprova di come le calunnie abbiano vita lunga, mentre la verità deve farsi strada tra mille ostacoli. Lo storico e militante comunista Kurt Gossweiler, ad esempio, nel suo pregevole testo pubblicato anche in Italia col titolo “Contro il revisionismo“, utilissimo per comprendere i passi della politica estera sovietica nel 1939/40, dà per scontata l’autenticità dei “protocolli“. Un’attenta analisi filologica e grafologica, unita ad una scrupolosa disamina dei fatti, chiarisce tutto e dissipa ogni dubbio, invece, sulla loro indubbia falsità. La Germania nazista, lanciata come è alla conquista degli spazi est – europei, se da un lato sottoscrive un patto temporaneo di non aggressione con il nemico giurato, ovvero l’Urss, per prendere tempo ( stessa tattica usata da Stalin per prepararsi), dall’altro non può programmare nessuna intesa spartitoria con il nemico stesso, per il semplice motivo che ciò significherebbe legarsi le mani eccessivamente e precludersi, sullo scacchiere geopolitico, spazi di manovra assolutamente necessari nell’ottica di un espansionismo aggressivo come quello nazista. E’ la logica che lo dice, prima di ogni altra cosa. I fatti, naturalmente, sono a conferma di questa elementare verità. L’Urss, che intende stare alla lettera dei patti sottoscritti, allo scoppiare del conflitto, con l’invasione della Polonia in data 1° settembre 1939, non muove le sue truppe. Se vi fossero stati davvero protocolli segreti incentrati sulla spartizione del Paese, l’Armata Rossa avrebbe, quel giorno stesso, o nel giro di pochi giorni, invaso anch’essa, come la Wehrmacht, la Polonia e occupato i territori di suo interesse. Nulla di questo accade, in quella calda fine d’estate del ’39; anzi, l’Urss rifiuta qualsiasi invito a un coinvolgimento diretto nel conflitto, in nome, in primis, del diritto internazionale e dei principi internazionalisti. 
Stalin, il Partito e il Governo sovietico sono anche consapevoli della trappola che si intende tirare loro da parte di Hitler : un'Urss lanciata alla conquista delle regioni orientali della Polonia (anche se abitate in maggioranza da russi e ucraini, quindi usurpate dallo Stato fascista polacco!) si qualificherebbe davanti al mondo intero come uno Stato invasore, con tutte le conseguenze del caso. Mosca si rende anche conto che l’alleanza occidentale con la Polonia e la protezione accordata a Varsavia da Francia ed Inghilterra, esistono solo sulla carta. Nessuno vuole morire per Danzica, per il Corridoio polacco causa scatenante il conflitto! 
Qualcuno, invece, sia a Londra che a Parigi, vuole bandire, previo accordo con una Germania resa più ragionevole, una crociata antisovietica che ricompatti l’occidente cementando una nuova alleanza in nome dell’anticomunismo. E anche questo, Mosca lo sa bene! 
Il volo di Rudolf Hess in Gran Bretagna, nella primavera del ’41, si situa in questa trama ancora oggi oscura, fatta di timide ammissioni e di documenti in larga parte secretati. Ad ogni modo, l’Armata Rossa fa il suo ingresso in Polonia solo il 17 settembre del 1939, quasi un mese dopo la sottoscrizione del Patto tra Urss e Germania e solo dopo che lo Stato polacco, mostrando il volto vigliacco e infido della sua classe dirigente, il velleitarismo della sua politica estera megalomane e pericolosa, nonché la totale impreparazione del suo Esercito, segnato da diserzioni in massa di appartenenti alle minoranze nazionali oppresse, si è dissolto completamente sotto i colpi delle armate naziste. 

Come la stampa “democratica” dà la notizia dell’intervento sovietico


Nel momento in cui lo Stato polacco cessa di esistere, con tanto di fuga ingloriosa del governo in Romania, l’Urss, giustamente, interviene per proteggere le minoranze russe e ucraine presenti nel territorio, all’interno del quale erano state vessate per venti lunghi anni. 
La Wehrmacht, infatti, sembra marciare senza impedimenti e milioni di russi e ucraini rischiano di venirsi a trovare sotto la giurisdizione tedesca. L’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese, che non è un atto di guerra, in quanto non esiste più alcuna autorità statale a Varsavia già da qualche giorno, evita a quei popoli un tragico destino. L’Esercito polacco, così debole e arrendevole verso i tedeschi, ridotto a bande sparse dalla spinta della Wehrmacht, sfoga contro l’Armata Rossa la sua frustrazione e il suo odio nutriti da anni di educazione anticomunista e antisovietica, con azioni violente e uccisioni di soldati. Nonostante questo, il settembre del 1939 sarà tutto costellato di tentativi, da parte dell’Urss, per rimettere in piedi uno Stato polacco sovrano, amputato sia delle regioni a maggioranza russo – ucraina sia di quelle a maggioranza tedesca. 



Stalin si rende conto, assieme a tutti i dirigenti bolscevichi, che uno Stato cuscinetto è utile all’Urss e che una linea di confine con la Germania nazista è, invece, un rischio. Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato buttato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla“. 
Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico – tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento, che distrugge ogni tesi di “sacra unione“ sovietico – tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista, sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’Urss ! 
Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’Urss, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’Urss, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’Urss buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf“ e realizzando il “Drang nach osten“ pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’Urss e gli Stati dell’area centro – orientale e balcanica. Questa tendenza si appaleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose, che nulla hanno di dialettico, tantomeno di marxista, quando nel giugno – luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’Urss. 
Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico – istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con l’Inghilterra, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’Urss. Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’Urss quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga Urss e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. 
L’Urss si attesta lungo la linea Narev – Bug – San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli“, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene, è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. 
La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governanti estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia, che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’Urss in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area leningradese, assieme all’Esercito del Reich.  
Alla luce di tutto ciò, le falsificazioni dei protocolli appaiono grossolane, nella loro somma incoerenza con la realtà effettiva delle scelte compiute e dei fatti avvenuti. Intanto, le presunte copie originali del documento, nessuno le ha mai viste e mostrate, né negli archivi sovietici né in altri.



La stessa indicazione dei “protocolli segreti” presente in calce al documento, avallata nella sua improbabile autenticità dalla storiografia ufficiale, è farlocca finanche dal punto di vista linguistico: lo studioso russo A.A.Kungurov mostra come l’espressione “i protocolli sono parte organica del patto“ sia completamente incoerente con la struttura lessicale russa. Quest’ultima, infatti, prevede la dizione “parte integrante“, essendo l’organicità concepita e declinata come attributo scientifico, non filosofico, letterario o protocollare. “Неотъемлемую” (integrante) e “Oрганическую” (organico) non sono, nella lingua russa, parola intercambiabili, come invece avviene nella lingua inglese o italiana. Evidentemente nei laboratori della CIA, che con ogni probabilità hanno confezionato i “protocolli“, si ignorano queste sottigliezze. L’attenta analisi filologica, poi, mostra come vi siano altri grossolani errori grammaticali e formali, come quando si parla di “Stato polacco“ e “ Stati baltici “mettendo maiuscole e minuscole a casaccio: nella fattispecie, lo Stato polacco è indicato come “Польского Государства” (“Stato Polacco“), mentre gli Stati baltici sono indicati come “Прибалтийских государств” (“stati Baltici”), con un errore inammissibile in sede di accordi internazionali e, in assoluto, per persone letterate e colte.  
Sulla firma di Molotov, il documento è tutto un programma. Qui si intendono mostrare, a destra, le vere firme del Commissario del Popolo agli Affari Esteri e, a sinistra, le presunte firme dei protocolli, sia in alfabeto latino che in cirillico, evidentemente falsificate: 



La differenza balza anche agli occhi di un profano, non esperto di grafologia. E perché Molotov avrebbe dovuto firmare anche in alfabeto latino, quando nella sottoscrizione dei patti con il Giappone l’alfabeto nipponico gli era stato risparmiato? 



Il Processo di Norimberga, che segna il redde rationem verso i nazisti, fa emergere anche prove generali di guerra fredda attorno ai falsi “protocolli “: i nazisti Ernst Von Weizsacker (Ambasciatore in Vaticano) e Alfred Seidl (avvocato di Rudolf Hess), assieme ad altri, cercano, evidentemente per mettere zizzania tra Urss e potenze alleate occidentali, di tirar fuori la storia di questi protocolli. E’ qui che nasce la leggenda degli stessi, alimentata dalla storiografia di regime delle varie centrali e dei think thanks legati a doppio filo a CIA e apparati di guerra psicologica. Seidl cita il generale Jodl come fonte per l’asserita verità di questi protocolli, ma negli interrogatori di Jodl non v’è traccia di cenni a quelle patacche. Weizsacker, messo alle strette dai giudici sulla questione, è costretto ad ammettere di non aver nulla in mano, se non copie molto dubbie di documenti, che vengono respinte come inservibili non solo dal Procuratore Rudenko, sovietico, ma anche dallo statunitense Thomas Dodd, obiettivo e imparziale come pochi altri suoi concittadini.
Altri nazisti, quali Gustav Hilger, uomo di punta della cancelleria nazista, tentano di dar manforte alla tesi antisovietica dei protocolli senza produrre nulla di credibile, mentre a elementi come Friedrich Gaus (Consulente legale del Ministero degli Esteri) vengono messe in bocca parola mai pronunciate e comunque mai provate, con l’ausilio di documenti taroccati. Copie apocrife e fotocopie di fotocopie di documenti, con inspiegabili incoerenze e fin troppo spiegabili interpolazioni testuali, e filologiche: ecco i ridicoli assi nelle mani di ridicoli figuri, che sperano disperatamente di passare da imputati a giudici. Hilger ed altri nazisti sostenitori della tesi dei “protocolli“, ingrosseranno le fila degli specialisti degli apparati spionistici Usa e delle articolazioni del Dipartimento di Stato. Ribbentrop, dal canto suo, nulla dice e nulla svela di particolarmente significativo, men che meno avalla i taroccamenti di certi suoi sodali. 
Questo, insomma, è il brodo di coltura dal quale è scaturita la fetida fiamminga dei “falsi protocolli”: un caso montato ad arte per mettere l’Urss sullo stesso piano della Germania nazista ed oscurare l’impegno per la pace di Stalin e del gruppo dirigente bolscevico tutto, primo ad opporsi alle trame di guerra del Reich e ai maneggi delle potenze imperialiste occidentali, ammantate sotto il velo della “ democrazia “. Un caso orchestrato anche per nascondere il carattere guerrafondaio e reazionario della clericale Polonia, ancora oggi impegnata in una folle strategia di provocazione antirussa per procura, che minaccia di far implodere non solo l’area est – europea, ma quella eurasiatica e il mondo intero. Gratta gratta sotto la superficie della storia e trovi l’attualità! 

Riferimenti bibliografici utili:

“Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’Urss , vol. 9 (Teti Editore, 1975) 
Ivan Majskij : “Perché scoppiò la seconda guerra mondiale (Editori Riuniti, 1965)
Kurt Gossweiler : “Contro il revisionismo“ (Zambon Editore, 2009)

domenica 19 aprile 2015

Chi fa i migliori servizi agli imperialisti anglosionisti?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Guido Fontana Ros


Nonostante le sempre più disastrose condizioni economiche europee causate dalle politiche liberiste imposte dalla cupola finanziaria mondiale di cui l'imperialismo anglosionista è il braccio armato, nella stragrande maggioranza degli uomini politici europei, soprattutto in quelli appartenenti alla sedicente sinistra, pare essere in corso una gara a chi fa i "servizi" migliori a Washington e Tel Aviv.






La Bulgaria ha rinunciato a incassare oltre un milione di euro al giorno uscendo dal progetto South Stream. Della Polonia è meglio tacere infatti la sua situazione non solo è stata icasticamente descritta dal suo ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski ma viene anche lumeggiata dai lampi di genio alcolico di Lech Walesa. Gli stati baltici sono nelle mani di cagnolini paranazisti che scodinzolano felici agli ordini degli USA (qui un esempio dell'ideologia nazista in Lituania) e la situazione in Ucraina è sotto gli occhi di tutti... La Romania è nelle mani di saccheggiatori che hanno ceduto completamente il paese alle multinazionali. In questo desolante panorama dell'Europa spiccano per le loro posizioni contrastanti i dettami degli USA e degli eurocretini unicamente l'Islanda e l'Ungheria del parafascista Orban. 

Le uniche voci istituzionali contro la politica anglosionista di scontro frontale con la Russia che ha riportato il nostro continente al "periodo d'oro" della Guerra Fredda, sono state quelle di esponenti della destra.





Recentemente 2 ex presidenti francesi (evidentemente aleggia ancora il fantasma di De Gaulle) hanno espresso il loro dissenso circa la posizione degli eurocretini sulla riunione della Crimea alla madrepatria russa. Si tratta di Nicolas Sarkozy e Valery Giscard D'Estaing.
Il marito diversamente alto della Carlà, nel corso di una conferenza dell'UMP tenutasi l'8 aprile a Parigi, ha affermato che tra la Russia e l'Europa vi è una cultura comune, che gli interessi degli USA non sono quelli dell'Europa, che la Crimea ha scelto legittimamente la madrepatria...
L'amico del cannibale Bokassa, invece, è entrato in un'analisi molto più approfondita delle radici storiche russe della Crimea che risalgono al 1600 quando fu strappata giustamente al Khanato dei tartari e all'influenza ottomana.
Fa molta specie sentire queste dichiarazioni da 2 esponenti della destra europea mentre a sinistra (?), il presidente Francois Hollande salutato con entusiasmo il giorno della sua elezione dai nostrani sinistrati, ogni tanto timidamente recalcitrante, alla fine si inchina ai voleri degli anglosionisti sacrificando gli interessi nazionali (la Francia è stata rimessa in riga dall'affaire Charlie Hebdo). E' emblematico il caso delle 2 portaeleicotteri della classe Mistral dove la Francia rischia di pagare salatissime penali alla Russia in caso di inadempimento contrattuale e di mettere in ginocchio i cantieri navali bretoni di Saint Nazaire dove le 2 navi sono in allestimento.
Si dice che la vendetta sia un piatto da servire freddo, infatti Putin pare aver abbozzato di fronte ai tentennamenti francesi dichiarando che per ora non chiederà il pagamento delle penali ma...spostiamoci in India. Il governo Modi, infatti ha appena annullato il contratto firmato dal precedente governo per l'acquisto di 126 caccia di ultima generazione Rafale per un valore di 20 MILIARDI di euro adducendo come motivazione per il recesso, la mancanza del danaro per il pagamento. La cosa simpatica è che poco tempo dopo ha firmato un accordo con la Russia per l'acquisto di 127 caccia Sukhoi di V generazione per un valore di 25 MILIARDI di euro (qui l'articolo). Due conti: il "servizio" agli USA costerà alla Francia 20 miliardi di euro di mancato guadagno, più 8 miliardi per le 2 Mistral, più le penali. A tutto questo aggiungete la crisi dei cantieri navali di Saint Nazaire e il mancato effetto moltiplicatore sull'economia francese delle commesse perdute. Davvero un bel "servizietto" che sorpassa quello dei bulgari.

Dulcis in fundo o più correttamente venenum in cauda, veniamo al Bel Paese destinato ormai a produrre solo più camerieri, cantanti, stilisti, meretrici e lenoni. Cosa possiamo dire? Se Atene piange, Sparta non ride: se gli altri paesi europei sono in ginocchio di fronte allo Zio Sam noi siamo messi ad angolo retto. Dobbiamo parlare dettagliatamente del nostro settantennio di servaggio nei confronti degli USA? Indichiamo alcuni recenti elementi eclatanti della nostra sottomissione: adesione al TTIP, truffa F-35, vicenda MUOS in Sicilia, basi nucleari in Italia con armi in pessimo stato di conservazione.
Pensate che l'ilare idiota fischiettante di Rignano attualmente a capo del governo con la sua corte dei miracoli che rende quella berlusconiana un piacevole ricordo, voglia smarcarsi da Washington sulle sanzioni contro la Russia?