mercoledì 19 settembre 2012

Dichiarazione finale di Bucharin prima della sentenza

NOICOMUNISTI

REDAZIONE NOICOMUNISTI



A cura della Redazione tratto da:

 I Grandi Processi di Mosca
1936-37-38
Precedenti storici e verbali stenografici

A cura di Giuseppe Averardi RUSCONI 1977




UDIENZA POMERIDIANA DEL 12 MARZO 1938

DICHIARAZIONE FINALE DI BUCHARIN


Un usciere della Corte: Entra la Corte, alzatevi.
Presidente: Sedete, prego. Imputato Bukarin, avete la parola per la vostra ultima dichiarazione.
Bukarin: Cittadino Presidente e Cittadini Giudici, sono perfettamente d’accordo con il Cittadino Procuratore circa l’importanza di questo processo che ha svelato ì nostri crimini scellerati, i crimini perpetrati dal "blocco della destra e dei trotzkisti”, del quale sono stato uno dei leaders e per l’attività del quale rivendico ogni responsabilità.
Questo processo, che è il risultato di una serie di altri processi, rivela tutti i crimini, i tradimenti, il senso storico e le radici della nostra lotta contro il partito ed il governo sovietico.
È ormai da più di un anno che sono in prigione. Ignoro, di conseguenza, quello che accade nel mondo: ma a giudicare dai brandelli di realtà che mi arrivano quasi per caso, vedo, sento e comprendo che gli interessi che abbiamo tradito in modo così criminale entrano in una nuova fase del loro gigantesco sviluppo; che essi appaiono fin da ora sulla scena internazionale come il più grande, il più potente fattore della fase proletaria internazionale.
Noialtri imputati siamo dall’altra parte della barricata che ci separa da voi, Cittadini Giudici. Caduti nelle file maledette della controrivoluzione, siamo divenuti traditori della patria socialista.
All’inizio di questo processo, alla domanda del Cittadino Presidente se mi riconoscevo colpevole, ho risposto con una confessione.
Alla domanda del Cittadino Presidente se confermavo le deposizioni rese, ho risposto che le confermavo interamente e senza riserve. Quando, all’inizio dell’istruttoria preliminare, fui chiamato
per l’interrogatorio presso il procuratore, che aveva controllato il complesso dei documenti istruttori, egli riassunse questo complesso come segue (T. V, f. 114, 1° dicembre 1937):
Domanda: Siete stato membro del centro della organizzazione controrivoluzionaria di destra? Ho risposto: Sì, lo riconosco.
Seconda domanda: Riconoscete che il centro dell’organizzazione antisovietica della quale siete membro ha compiuto atti controrivoluzionari e si è proposto come scopo di rovesciare con la violenza la direzione del partito e il governo? Ho risposto: Sì, lo riconosco.
Terza domanda:Riconoscete che il centro si è dedicato ad atti di terrorismo, ha organizzato sollevazioni di kulaki e di guardie bianche contro i membri dell’Ufficio politico, contro la direzione del partito e il potere sovietico? Ho risposto: È esatto.
Quarta domanda: Vi riconoscete colpevole di tradimento, concretizzatosi nella preparazione di un complotto avente come scopo l’organizzazione di un colpo di Stato? Ho risposto: Anche questo è esatto.
Nel corso del dibattito mi sono riconosciuto e mi riconosco ancora colpevole dei crimini che ho commesso e che mi sono stati contestati alla fine dell’istruttoria giudiziaria dal Cittadino Procuratore, sulla base degli atti in suo possesso. Ho pure dichiarato nell’istruttoria giudiziaria, lo sottolineo adesso e lo ripeto che politicamente mi riconosco responsabile per il complesso dei crimini che sono stati commessi dal "blocco della destra e dei trotzkisti ”.
Merito il castigo più severo e sono d’accordo con il Cittadino Procuratore, che ha più volte ripetuto che sono alla vigilia della morte.
Nondimeno, mi sento in diritto di smentire alcune accuse che sono state formulate contro di me:
a)   nell’atto d’accusa stampato;
b)   nel corso dell’istruttoria dibattimentale;
c)   nella requisitoria del Cittadino Procuratore dell’URSS.
Ritengo necessario ricordare che al momento del mio interrogatorio davanti al Cittadino Procuratore quest’ultimo ha dichiarato, in termini molto categorici, che come imputato non dovevo assumere su di me più di quanto abbia realmente commesso, che non dovevo inventare fatti che non sono avvenuti; e pretese che la sua osservazione venisse inserita nel processo verbale.
Ripeto ancora una volta che mi riconosco colpevole di aver tradito la patria socialista, che è il crimine più grave di tutti; di aver organizzato le sollevazioni dei kulaki e di aver preparato atti di terrorismo; di aver appartenuto a una organizzazione antisovietica clandestina. Mi riconosco poi colpevole di aver preparato un complotto, una “ rivoluzione di palazzo”. Da questo deriva, fra l’altro, l’inesattezza di tutti quei passi della requisitoria pronunciata dal Cittadino Procuratore in cui presenta le cose in modo tale da far credere che io abbia assunto la posizione di teorico puro, di filosofo, eccetera. Le cose di cui mi accuso sono eminentemente pratiche. Ho già detto, e lo ripeto adesso, che sono stato il dirigente e non un gregario dell’attività controrivoluzionaria.
Da ciò deriva, si capisce, che ho potuto ignorare molte cose concrete e che le ho effettivamente ignorate; ma ciò non mi libera delle mie responsabilità.
Mi riconosco responsabile, politicamente e giuridicamente per l’orientamento disfattista che ha dominato nel “blocco della destra e dei trotzkisti", ma affermo che:
a)   personalmente, non condividevo questa posizione;
b)   la frase relativa all’apertura del fronte non era mia; era un’eco del mio colloquio con Tomskij;
c)   se Rikov mi ha sentito per la prima volta pronunciare quella frase, ciò dipende dal fatto che, lo ripeto, essa era un’eco della mia conversazione con Tomskij.
Tuttavia mi riconosco responsabile di questo immenso e mostruoso crimine commesso davanti alla patria socialista e all’intero proletariato internazionale.
Mi riconosco poi politicamente e giuridicamente responsabile di sabotaggio, benché non mi ricordi di aver dato, personalmente, ordini di sabotaggio. Non ne ho parlato. Ne ho parlato positivamente una volta con Grinko. Per il resto, nelle mie deposizioni ho detto di aver dichiarato a Radek che consideravo scarsamente utile questo metodo di lotta. Tuttavia il Cittadino Procuratore mi rappresenta nel ruolo di dirigente del sabotaggio.
Il Cittadino Procuratore ha spiegato nella sua requisitoria che i membri di una banda di pirati possono saccheggiare in luoghi diversi, e non per questo sono meno responsabili in solido. È giusto; ma per questo i membri di una banda dì pirati devono almeno conoscersi tra loro e trovarsi in rapporti più o meno stretti.
Ora, la requisitoria mi parla per la prima volta di Charangovich; ed io lo vedo per la prima volta in questo processo. Ho saputo per la prima volta dell’esistenza di Maksimov; non avevo mai conosciuto Pletnev e Kazakov; non ho mai parlato di attività controrivoluzionarie con Rakovskij, non ne ho mai parlato con Rosengoltz; non ne ho mai parlato con Zelenskij; non ho mai parlato in vita mia con Bulanov, eccetera, eccetera. Del resto, il procuratore stesso non mi ha chiesto niente su queste persone.
Il "blocco della destra e dei trotzkisti" è prima di tutto un blocco di esponenti della destra e dì trotzkisti. Come, in linea generale, ne può far parte Levin, che ha dichiarato qui, davanti alla Corte, di non sapere neppure oggi che cosa sia un menscevico?
Come possono farne parte Pletnev, Kazakov e gli altri?
Di conseguenza, le persone sedute su questo banco degli imputati non formano un gruppo: sono, su diversi punti, i compartecipanti di un complotto, ma non un gruppo nell’accezione rigorosamente giuridica del termine. Tutti gli imputati sono stati più o meno legati al “ blocco della destra e dei trotzkisti”; alcuni anche con certi servizi segreti e basta. Ma non c’è alcuna ragione di ricavarne la conclusione che questo gruppo è il “blocco della destra e dei trotzkisti".
In secondo luogo, il "blocco della destra e dei trotzkistì”, che è realmente esistito e che è stato schiacciato dagli organi del Commissariato del popolo per gli Affari Interni, si era costituito storicamente; è stato una realtà fino a quando non è stato annientato dagli organi del Commissariato del popolo per gli Affari Interni. Ha una origine storica. Ho dimostrato che già nel 1928, in occasione del VI Congresso della Internazionale Comunista che io allora dirigevo, ne parlai per la prima volta con Kamenev. Come si può sostenere che il " blocco ” fu organizzato secondo le direttive dei servizi segreti fascisti? Questo nel 1928! In effetti, in quel periodo ho rischiato di essere ucciso da un agente della Difensiva polacca; cosa di cui sono perfettamente informati tutti coloro che erano vicini alla direzione del partito.
In terzo luogo, nego categoricamente di essere stato in rapporto con servizi segreti stranieri; nego che questi ultimi siano stati i miei padroni e che io abbia operato per eseguire la loro volontà. Il Cittadino Procuratore afferma che, come Rikov, sono stato uno dei maggiori organizzatori dello spionaggio. Le prove?
Le dichiarazioni di Charangovich, di cui ignoravo persino l’esistenza prima dell’atto di accusa. Mi è stato presentato un testo dì Charangovìch, che vorrebbe far credere che io ho formulato il piano
di sabotaggio.
Charangovich: Smettetela dì mentire, almeno una volta nella vostra vita! Anche questa volta mentire davanti alla Corte.
Presidente: Imputato Charangovich, non lo disturbate.
Charangovich: Non ho potuto trattenermi.
Bukarin: Ivanov. Per quanto riguarda le sue dichiarazioni, in linea generale, devo dire questo.
Persone che in altri tempi furono legate all’Okrana, dichiarano che per la paura di essere smascherate hanno deciso di lottare contro il potere dei soviet; e, di conseguenza, si sono uniti all’organizzazione di destra, a questa organizzazione clandestina orientata verso il terrorismo. Ma dov’è la logica? Bella logica quella di persone che, per paura di essere smascherate, entrano in una organizzazione terroristica nella quale domani possono eventualmente farsi prendere. È difficile immaginare una cosa del genere; io almeno non arrivo a immaginarla. Ma il Cittadino Procuratore ci ha creduto, benché tutto questo non sia affatto convincente.
Khodjaev ha sostenuto che gli ho consigliato di entrare in rapporti con il residente inglese; e Ikramov afferma che io gli ho detto che il Turkestan è un boccone prelibato per l’Inghilterra.
In realtà non è affatto così. Ho detto a Khodjaev che era necessario utilizzare gli antagonismi tra le potenze imperialiste; e ho sostenuto velatamente l’idea dell’indipendenza del Turkestan. Nessuna parola è stata pronunciata per quanto riguarda i residenti. Il Cittadino Procuratore ha chiesto se avevo visto Khodjaev. L’ho visto, effettivamente. È stato a Taskent? Sì, a Taskent. Avete parlato di politica con lui? Sì. Dunque, avete parlato del residente. Conclusioni di questo genere sono state fatte più di una volta. E quando ho protestato contro conclusioni del genere, il Cittadino Procuratore mi ha accusato di dire il contrario della verità: ha sostenuto che io cercavo dì ingannarlo, che volevo nascondere la verità, eccetera. In questo, è stato sostenuto da un certo numero di miei compartecipanti a questo processo. Ma mi sembra che, in questo caso, la logica autentica sia interamente dalla mia parte.
Sulla base di questi elementi, il Cittadino Procuratore dichiara che tutti i rapporti di spionaggio passavano attraverso Rikov e Bukarin. Ora, il Cittadino Procuratore aveva detto: ogni parola qui ha la sua importanza. Nella requisitoria il Cittadino Procuratore si riferisce a due giornali giapponesi. Ma dove è riuscito a trovarein questi articoli che si trattava proprio di me e dell'organizzazione di destra?
Tuttavia mi riconosco colpevole di aver concepito un piano scellerato per lo smembramento dell’URSS, poiché Trotzkij aveva preso accordi sul piano delle concessioni territoriali e io facevo blocco con i trotzkisti. È un fatto acquisito e lo riconosco. Nego categoricamente di aver avuto mano nell’omicidio di Kirov, di Menzinskij, di Kujbishev, di Gorkij e di Peskov. Iagoda ha detto che Kirov è stato assassinato per decisione del “blocco della destra e dei trotzkisti". Ne ignoro la causa. Ma secondo il Cittadino Procuratore i fatti reali poggiano su quella che lui chiama la logica.
Egli si chiede se Bukarin e Rikov avrebbero potuto rimanere fuori da questi assassinii; e risponde che non avrebbero potuto, perché ne erano al corrente. Ma non rimanere fuori ed essere al corrente è la stessa cosa. È quella che si chiama, in logica elementare, una tautologia; cioè quando si prende per già dimostrato quello chedeve essere dimostrato. Come spiegarlo? Ci si sarebbe potuta fare questa domanda: ma insomma, scellerati che non siete altro, come spiegate questi fatti? Potete negare che la tale decisione, alla tale ora, è stata adottata e che Jenukidze e Iagoda ne erano a conoscenza, oppure lo negate anche voi? Io non posso negarlo, Cittadini Giudici. Ma se non posso negarlo non posso neppure affermarlo; posso solo fare delle supposizioni.
Dovete tenere conto della natura cospirativa di questa attività. Il "centro" non teneva riunioni, si parlava quando ne capitava l’occasione; con simili metodi di cospirazione, di comunicazione e di rapporti, era una cosa perfettamente possibile.
Maksim Peskov. Iagoda stesso ha dichiarato che questo assassinio lo riguarda personalmente. Non ho alcun diritto di entrare in questa faccenda. Questa dichiarazione di Iagoda è corroborata da un fatto così essenziale che egli chiede di rimandare la questione ad una udienza “a porte chiuse”. Una prova significativa. Kriuchkov ha detto che ciò era stato fatto per indebolire il tono vitale di
Maksim Gorkij. E anche uno dei cittadini difensori, se non mi sbaglio, condivide questa opinione. La cosa si regge poco. Contro una tale argomentazione sta un fatto del peso della dichiarazione personale di Iagoda, che conferma quanto ha detto su questo punto a porte chiuse.
Menzinskij. Bulanov ha dichiarato anche qui che c’erano ragioni personali. Menzinskij era già malato. Non poteva assolutamente nuocere al “blocco della destra e dei trotzkisti". Questo fatto può essere considerato verosimile? Mi fermo alle dichiarazioni di Bulanov.
La cosa più penosa e più terribile è la morte di A.M. Gorkij. Che cosa ho dichiarato in proposito, e in quali circostanze? Mi è stato domandato (evidentemente era già stato formato un fascicolo su questo caso) se mi ricordavo di fatti suscettibili di proiettare una luce sull’attività del gruppo di destra e dei trotzkisti del blocco nei confronti di Gorkij. Ho pensato alla conversazione da me avuta con Tomskij, della quale ho messo al corrente la Corte, e sulla quale sono stato interrogato dal Procuratore. Questo incontro si riconnetteva a quanto segue: Tomskij mi aveva detto casualmente che i trotzkisti erano contrari allo stalinista Gorkij e fomentavano atti ostili nei suoi confronti. In quel momento non pensavo affatto che potesse trattarsi di un atto terroristico, e non ho prestato alcuna attenzione a questa faccenda. Durante l’interrogatorio mi ricordai di questa conversazione con Tomskij. Alle insistenze del Cittadino Procuratore, ho risposto sempre che a quell’epoca l’idea di un qualsiasi atto terroristico non mi aveva neppure sfiorato la mente. Ora, davanti alla Corte, a una domanda del Cittadino Procuratore, ho risposto: « Adesso capisco che si trattava proprio di questo >>. Il Cittadino Procuratore ne ha allora tratto questa conclusione: << Ma che cos’è questa, se non una confessione velata? >>. Perché una confessione velata? Quale confessione? Una confessione di questo: che ho appreso nel corso della istruttoria dibattimentale un certo numero di fatti nuovi che ignoravo.
È possibile quindi considerare retrospettivamente la mia conversazione con Tomskij su un altro piano. Ritengo che qui la argomentazione del Cittadino Procuratore non potrebbe essere considerata sufficiente.
1918. Il Cittadino Procuratore ha dichiarato che nel 1924 sono stato obbligato a fare una confessione a proposito della conversazione tra due persone a Smolnij. Non sono stato obbligato, non ho subito alcuna pressione: nessuno, se non fossi stato io stesso, ne aveva mai fatto parola. Se ho reso pubblica questa storia è stato per dimostrare, in quell’epoca — 1923-1924 — quanto vi fosse di nocivo nella lotta frazionistica e a quali risultati portava.
Vorrei quindi mettere da parte questo malinteso.
Il Cittadino Procuratore ha detto che Bukarin non aveva opposto alcunché alle dichiarazioni dei cinque testimoni che sono sfilati qui davanti a tutti, davanti ai Cittadini Giudici, in questo processo. Essi hanno affermato che io avevo avuto l’intenzione, il pensiero, l’idea, che insistevo a preconizzare l’arresto di Lenin e la sua soppressione fisica; inoltre sono state affiancate a Lenin altre due eminenti personalità del partito: Stalin e Sverdlov. Ma è falso che io non abbia opposto alcuna argomentazione. Il Cittadino Procuratore può considerare errata la mia argomentazione, oppure debole e poco convincente; ma non può dire che io non ho contrapposto alcuna argomentazione. Ho svolto qui tutta una serie diconsiderazioni.
La principale testimone è Varvara Nikolajevna Iakovleva. Tutta la questione relativa alla preparazione di un complotto da parte dei socialisti rivoluzionari “di sinistra" contro Lenin, Stalin e Sverdlov, del loro arresto e del loro eventuale assassinio, eccetera.
Varvara Nikolajevna Iakovleva lo fa risalire, nelle sue deposizioni, e poi durante il confronto e nel corso dell’istruttoria dibattimentale alla Pace di Brest-Litovsk.
Ho dichiarato durante il confronto e nel corso della istruttoria preliminare e dell’istruttoria dibattimentale che tutto questo è falso. È falso che i “comunisti di sinistra" e i trotzkisti abbiano desiderato, prima della pace di Brest-Litovsk, di realizzare un colpo di Stato violento; ciò è falso per la semplice ragione che i trotzkisti e le cosiddette “sinistre" detenevano la maggioranza nel Comitato Centrale; e se al momento decisivo del voto sul problema della pace di Brest-Litovsk i trotzkisti non avessero capitolato, trotzkisti e “ sinistre ” avrebbero avuto la maggioranza nel Comitato Centrale. Come si può allora supporre che in quella situazione essi volessero ricorrere a metodi di cospirazione, se hanno capitolato?
Quelli che hanno vissuto quel periodo sanno perfettamente che i "comunisti di sinistra" erano, prima della pace di Brest-Litovsk, in uno stato d’animo tale, che speravano di conquistare la maggioranza al Congresso ordinario del partito. Come potevano progettare, in quelle condizioni, ciò di cui parla oggi la testimone Varvara Nikolajevna Iakovleva?
Ho citato ancora un altro esempio. Varvara Nikolajevna ha affermato che l’Ufficio regionale di Mosca era il centro della nostra frazione di “comunisti di sinistra”. Mi sono permesso allora di citare i nomi di numerosi onorevoli membri del partito: facendo questo, volevo soltanto inficiare le argomentazioni di Varvara Nikolajevna lakovleva. Un certo numero di nomi in vista — Kujbishev, Emelian Iaroslavskij e altri erano allora compresi tra i " comunisti di sinistra”, appartenevano al mio gruppo " di sinistra". Queste persone, per il ruolo che ricoprivano, erano molto al di sopra di Mantsev, di Stukov e di tutti gli altri; erano più attivi delle persone che ho ora nominato, per il loro temperamento politico e per tutta la loro attività politica. Per questo il gruppo centrale, a Leningrado, comprendeva appunto le persone in questione. Vi chiedo allora: come era possibile il piano di insurrezione, se queste persone occupavano un posto dominante nel gruppo centrale? Ciò è inconcepibile, impossibile. La principale testimone a carico, Varvara Nikolajevna lakovleva, confonde questo periodo con un periodo assolutamente diverso, dopo la pace di Brest-Litovsk, il periodo di Mosca.
Mi scuso infinitamente con voi, Cittadini Giudici, se richiamo la vostra attenzione su questo punto; ma poiché quel periodo è estremamente penoso e di eccezionale interesse, e data la grande attenzione che gli è stata riservata in questa udienza, mi sono permesso di ripetere a questo proposito ciò che avevo già detto. Tuttavia il Cittadino Procuratore ha sostenuto che non avevo detto niente, su questo argomento, per giustificarmi.
Non mi soffermerò su altri punti, perché non voglio abusare del vostro tempo. Riconosco di aver avuto un incontro con Kareljn e Kamkov e che l’iniziativa di questo incontro, concernente l’arresto dì Lenin per ventiquattrore e il blocco ulteriore con i socialisti rivoluzionari “di sinistra", proveniva da questi ultimi. Ma la risposta in questo primo incontro fu negativa, e anche in forma brutale. Circa gli incontri che ebbero luogo più tardi tramite Pyatakov con i socialisti rivoluzionari “di sinistra”, li possiamo considerare come li ha definiti, se non sbaglio, il Cittadino Procuratore, cioè come un tentativo di rovesciare il potere sovietico con la violenza: lo riconosco, questo fatto è avvenuto.
Nego categoricamente di aver premeditato la soppressione fisica; e su questo punto la logica di cui ha parlato il Cittadino Procuratore non può avere alcuna presa, se egli pretende che l’arresto operato con la forza equivalga a soppressione fisica. L’Assemblea Costituente è stata arrestata; e tuttavia nessuno ha sofferto fisicamente. La frazione dei socialisti rivoluzionari “di sinistra” è stata arrestata; e tuttavia nessuno ha dovuto soffrire fisicamente.
I socialisti rivoluzionari “di sinistra " hanno arrestato Zerzinskij; e tuttavia nessuno ha sofferto fisicamente. Sostengo quindi — cosa che è stata omessa nella requisitoria del procuratore — che in queste conversazioni criminali e scellerate era stato detto specificamente che nessuno avrebbe torto un capello alle persone in questione. Ognuno può pensare quello che crede, ma la verità è proprio questa. Questo periodo che è seguito a Brest-Litovsk ha avuto allora un rilievo insignificante, perché poco tempo dopo i socialisti rivoluzionari “ di sinistra ” hanno scatenato la loro azione. Ho avuto l’occasione di procedere all’arresto della frazione socialista rivoluzionaria " di sinistra ", io stesso ho preso parte a questa operazione: ho diretto l’arresto della frazione dei socialisti rivoluzionari " di sinistra" e ai socialisti rivoluzionari “di sinistra” non è accaduto nulla.
Sono andato all’estero, per dedicarmi all’azione rivoluzionaria, e quindi sono rientrato; poi, lo ripeto, sono stato ferito da una bomba lanciata dai socialisti rivoluzionari “ di sinistra”. Non nego che questa bomba non era diretta contro di me personalmente, come ha detto il testimonio Mantsev; ma che nessuno ignorava che dovevo fare una relazione alla sede del Comitato di Mosca.
E per quell’occasione fu organizzato l’attentato nel corso del quale fui leggermente ferito. Numerose persone che allora militavano nel partito vi trovarono la morte. Questo attentato fu opera, come sappiamo, del blocco dei socialisti rivoluzionari “di sinistra” con alla testa Cherepanov e sua moglie Tamara, nonché degli anarchici clandestini.
Ho nominato Mantsev perché il "comunista di sinistra” Mantsev ha arrestato Cherepanov. Ed è falso che Bela Kun abbia incoraggiato i socialisti rivoluzionari “ di sinistra ".
Desidero dire che vi fu un momento in cui il complotto criminale dei “comunisti di sinistra” e dei socialisti rivoluzionari “di sinistra" si sgretolò rapidamente, una volta scatenata l’azione, al cui schiacciamento avevano preso parte attiva numerosi “comunisti di sinistra".
A sostegno della sua requisitoria, il procuratore ha richiamato tutta una serie di elementi che dovevano dare una base alla triste attività della mia vita. Vi sono numerosi errori da rilevare. Anzitutto, non sono mai stato un otsovista, come ha affermato il procuratore. Il procuratore mi imputa come crimine di aver collaborato alla rivista << Novy Mir >>, che redigevo con Trotzkij, e di aver fatto blocco con Trotzkij. Respingo questa accusa. Il procuratore mi rimprovera di essere stato contro Stalin nel 1924. Non ricordo questa circostanza.
Termino le mie obiezioni contro alcune accuse che il procuratore ha formulato contro di me nel corso di questo dibattimento, e torno ai crimini di cui sono realmente autore. Li ho già enumerati a due riprese. La gravità di questi crimini è enorme. Mi sembra inutile ripeterli, perché è comunque evidente quanto i miei crimini siano gravi.
Vorrei soltanto dire che più di una volta la parte trotzkista ha agito separatamente; ed è possibile che anche altri membri del “blocco", come Iagoda, abbiano agito separatamente. Del resto Iagoda, secondo la testimonianza di Bulanov, considerava me e Rikov come suoi segretari; e qui mi ha dato del chiacchierone che organizzava sollevazioni imbecilli, a proposito della preparazione del colpo di Stato. Ma dato che sono legato al "blocco della destra e dei trotzkisti" è assolutamente naturale che, dal punto di vista politico, io ne porti tutta la responsabilità. La gravità estrema dei miei crimini è evidente, la responsabilità politica è immensa, la responsabilità giuridica è tale da giustificare qualsiasi verdetto, per quanto possa essere severo. Un verdetto rigoroso sarà giusto, perché per cose simili si può far fucilare un uomo dieci volte. Lo ammetto in termini assolutamente categorici e senza alcuna esitazione.
Desidero esporre brevemente i fatti della mia attività criminale e dire quanto mi pento di tutti questi delitti.
Ho già indicato, nella mia deposizione principale nel corso dell’istruttoria dibattimentale, che non è la logica pura della lotta che ha spinto noi, cospiratori controrivoluzionari, in questa fetida palude dell’azione clandestina, che si è rivelata completamente in questo processo. La logica pura della lotta si è accompagnata a una degenerazione delle idee, a una degenerazione psicologica, alla nostra propria degenerazione, alla degenerazione degli uomini.
La storia conosce di queste degenerazioni: basta nominare Briand, Mussolini, eccetera. Questa degenerazione si è prodotta anche per noi e ci ha portati in un campo molto vicino, per le sue posizioni ed il suo carattere particolare, al fascismo pretoriano kulaki.
Poiché questo processo di degenerazione si è svolto molto rapidamente e senza discontinuità nelle condizioni della lotta di classi in sviluppo, questa stessa lotta, la sua rapidità, la sua esistenza costituirono uno stimolo e un catalizzatore per questo processo, determinandone l’accelerazione. Tuttavia questo processo di degenerazione degli uomini - me compreso — non si è svolto in un quadro identico a quello del processo di degenerazione di militanti operai internazionali dell’Europa occidentale. Si è svolto nel quadro di una prodigiosa edificazione socialista, con le sue vaste proporzioni, i suoi compiti, le sue vittorie, le sue difficoltà, il suo eroismo...
A questa stregua mi sembra verosimile che ognuno di noi che stiamo seduti a questo banco degli imputati, avesse una sorta di sdoppiamento della coscienza, una fede incompleta nel suo compito controrivoluzionario. Non dirò che questa coscienza non c’era, ma era incompleta. Di qui questa specie di semiparalisi della volontà, questo rallentamento dei riflessi. Mi sembra che noi siamo persone i cui riflessi sono un po’ rallentati. Ciò non deriva dall’assenza di idee conseguenti, ma dalla grandezza obiettiva dell’edificazione socialista. La contraddizione tra l’accelerazione della nostra degenerazione e questo rallentamento dei riflessi traduce la situazione del controrivoluzionario che matura nel quadro del progresso dell’edificazione socialista. Si è creata quindi una doppia psicologia. Ciascuno di noi può constatarlo nel suo foro interiore; ma non voglio dedicarmi in questa sede a profonde analisi psicologiche.
Talvolta mi entusiasmavo io stesso, glorificando nei miei scritti l’edificazione socialista; ma già il giorno seguente dimostravo di averci ripensato, con le mie azioni criminali. Si è formata quindi quella che nella filosofia di Hegel si chiama una coscienza infelice.
Questa coscienza infelice differiva da quella ordinari perché era, al tempo stesso, una coscienza criminale. Ciò che fa la potenza dello Stato proletario non è soltanto il fatto che esso schiaccia le bande controrivoluzionario, ma anche il fatto che esso disgrega all’interno i suoi nemici, disorganizzando la loro volontà: cosa che non esiste in nessun’altra parte e non potrebbe esistere in alcun Paese capitalista.
Mi sembra che quando cominciano a manifestarsi esitazioni e tentennamenti da parte di alcuni intellettuali occidentali e americani sui progressi che si sono avuti nell’URSS, ciò deriva dal fatto che queste persone non comprendono una differenza fondamen-tale: nel nostro Paese l’avversario, il nemico, possiede al tempo stesso questa doppia coscienza, questa coscienza sdoppiata. Mi sembra che sia necessario comprendere questo prima di ogni altra cosa...
Se mi permetto di soffermarmi su questi problemi è perché all’estero avevo ottime relazioni tra questi intellettuali qualificati, in particolare tra gli scienziati. E devo spiegare loro quello che ogni "pioniere ” da noi nell’URSS già sa.
Spesso il pentimento viene spiegato come causato da un mucchio di cose assolutamente assurde, come la polvere del Tibet, eccetera. Per quanto mi riguarda, posso dire che nella prigione dove sono rimasto per circa un anno ho lavorato, sono stato occupato, ho conservato piena lucidità dì spirito. Ecco una pratica smentita a tutte le frottole, a tutti gli assurdi pettegolezzi controrivoluzionari.
Si parla di ipnosi. Ma in questo processo ho assunto la mia difesa giudiziaria, mi sono orientato sul campo, ho polemizzato con il procuratore. E chiunque, anche non particolarmente esperto nelle diverse branche della medicina, dovrà riconoscere che non ci può essere stata ipnosi.
I pentimenti vengono anche spiegati con uno stato d’animo alla Dostoevskij, con le qualità specifiche dell’animo ("l’animo slavo " ). Questo è vero, per esempio, per personaggi come Alioscia Karamazov, per i personaggi di romanzi come L’idiota, per altre figure di Dostoevskij, che sono pronti a gridare sulla pubblica piazza: « Picchiatemi, ortodossi, sono uno scellerato>>. Ma non è questa la questione. Nel nostro Paese, "l’animo slavo" e la psicologia degli eroi di Dostoevskij sono cose finite ormai da tempo; appartengono al passato remoto. Questi tipi non esistono più da noi, salvo che nei cortili delle case di provincia, forse. Al contrario, questa psicologia sopravvive nell’Europa occidentale.
Adesso voglio parlare di me, delle cause che mi hanno portato al pentimento. Certo, bisogna dire che le prove della mia colpevolezza rivestono anch’esse un ruolo importante. Per tre mesi mi sono confinato nei dinieghi. Poi ho cominciato a confessare. Perché? Perché in prigione ho passato in rivista tutto il mio passato.
Poiché quando uno si chiede: << Se muori, in nome di che cosa morirai? », è allora che appare all’improvviso, con assoluta chiarezza, una nera voragine. Non c’era nulla in nome di che potessi morire, se volevo morire senza confessare i miei torti. Al contrario, tutti i fatti positivi che splendono nell’Unione Sovietica prendono proporzioni differenti nella coscienza dell’uomo. Ed è ciò che, in fin dei conti, mi ha definitivamente convinto alla resa: ciò che mi ha spinto ad inginocchiarmi davanti al partito e davanti al Paese.
E quando uno si chiede: « Ebbene, sai! Tu non morirai. Se per un miracolo qualsiasi tu continuerai a vivere, quale sarà il tuo scopo? Isolato da tutti, nemico del popolo, in una situazione che non ha niente di umano, totalmente staccato da tutto ciò che costituisce l’essenza della vita... >>. E subito ricevo la stessa risposta a questa domanda. In quei momenti, Cittadini Giudici, tutto ciò che vi è di personale, ogni rancore personale, i residui dell’irritazione, dell’amor proprio e di molte altre cose, tutto cade, tutto viene meno, tutto sparisce.
E quando giungono al tuo orecchio gli echi di una vasta lotta, tutto questo esercita la sua azione; e si finisce per trovarsi in presenza di una vittoria morale interna completa dell’URSS sui suoi avversari ridotti in ginocchio. Il caso mi ha messo tra le mani un libro della biblioteca della prigione, quello di Feuchtwanger, in cui si parla dei processi dei trotzkisti; mi ha fatto una grande impressione. Ma devo dire che Feuchtwanger non è andato al fondo, si è fermato a mezza strada. Non tutto è chiaro per lui, anche quando tutto è chiaro nella realtà. La storia mondiale è un tribunale universale. I gruppi dei leader del trotzkismo hanno fallito e sono finiti nella fossa. È giusto. Ma non è possibile procedere come fa Feuchtwanger, in particolare per quanto riguarda Trotzkij, quando lo pone sullo stesso piano di Stalin. Questi sviluppi sono assolutamente errati, poiché qui in realtà tutto il Paese è con Stalin. Egli è la speranza del mondo, il creatore. Napoleone disse un giorno: << Il destino è la politica ». Il destino di Trotzkij è la politica controrivoluzionaria.
Sto per terminare. Forse parlo per l’ultima volta nella mia vita. Voglio spiegare come sono giunto a riconoscere la necessità di capitolare davanti al potere giudiziario e davanti a voi, Cittadini Giudici. Noi abbiamo levato il braccio contro la gioia della vita nuova, con i metodi di lotta più criminali. Respingo l’accusa di aver attentato alla vita di Vladimir Ilijch, ma io e i miei complici nella controrivoluzione abbiamo cercato di uccidere l’opera di Lenin, continuata da Stalin con un successo prodigioso. La logica di questa lotta, pur contornandosi di idee, ci faceva scendere, un gradino dopo l’altro, nel baratro più nero.
È stato così dimostrato ancora una volta che l’abbandono della posizione del bolscevismo segna il passaggio al banditismo politico controrivoluzionario. Oggi il banditismo controrivoluzionario è schiacciato: siamo stati battuti, ci siamo pentiti dei nostri crimini orribili. Certo, non si tratta di pentimento, né si tratta del mio pentimento personale. La Corte può rendere il suo verdetto anche senza di questo. Le confessioni degli imputati non sono obbligatorie. La confessione degli imputati è un principio giuridico medioevale. Ma vi è una disfatta interna delle forze della controrivoluzione; ed è necessario essere Trotzkii per non disarmare. Il mio dovere è dimostrare qui che nel parallelogramma delle forze che hanno formato la tattica controrivoluzionaria, Trotzkij è stato il motore principale del movimento. Le posizioni più violente — il terrorismo, lo spionaggio, lo smembramento dell’URSS, il sabotaggio — provenivano anzitutto da quella fonte.
A priori posso affermare che Trotzkij e gli altri miei alleati in questi crimini, nonché la Seconda Internazionale (tanto più che ne ho parlato con Nikolaevskìj), cercheranno di difenderci e di difendere soprattutto me. Respingo questa difesa, poiché sono in ginocchio davanti al Paese, davanti al partito, davanti a tutto il popolo. La mostruosità dei miei crimini non ha limiti, soprattutto in questa nuova fase della lotta dell’URSS.
Che questo processo possa essere l’ultima dolorosa lezione; che tutto il mondo constati la potenza formidabile dell’URSS, constati che la tesi controrivoluzionaria della ristrettezza nazionale dell’URSS resta sospesa nell’aria come un miserabile cencio. Tutti possono vedere la saggia direzione che Stalin assicura al Paese.
Con questo sentimento attendo il verdetto. Non si tratta delle tribolazioni personali di un nemico pentito, ma della maturazione dell’URSS, della sua importanza internazionale.



martedì 18 settembre 2012

Sul patto Molotov-Ribbentrop

NOICOMUNISTI

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Sul patto Molotov-Ribbentrop
di Alessandro Leoni

su altre testate del 03/09/2009 

[tratto da Problemi della transizione al socialismo in Urss (a cura di Catone A., Susca E.), La Città del Sole, 

Il «Trattato di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca» fra il Terzo Reich e l'URSS, del 23 agosto 1939, è argomento che necessita di attenzione, riflessione e approfondimento; non solo perché è stato un principe della propaganda antisovietica e anticomunista fino a tutt'oggi, ma anche perché, salvo rare eccezioni, argomento non sufficientemente analizzato dalla storiografia di sinistra, intendendo con tale riferimento quella che ha correttamente rifiutato ogni sia pur ambiguo rapporto con l'antisovietismo.
La storiografia di matrice comunista - e/o in ogni modo di sinistra - ha dimostrato una certa reticenza nell'affrontare con la dovuta attenzione l'argomento; ciò si spiega da una parte con la relativa facilità dell'operazione di propaganda ideologica scatenata dalle forze reazionarie e conservatrici; dall'altra con la debolezza psicologica oltre che politica della cultura storica marxista. 
Eppure la tesi fondamentale della controffensiva ideologica reazionaria postbellica, ovvero l’affermazione del concetto di “totalitarismo” con cui si rimuovevano le responsabilità dei capitalisti inserendo, al loro posto, una visione superficiale, nel vero senso della parola, della realtà che accomunava dittature capitalistiche alle dittature socialiste, coglieva proprio nel cosiddetto «Patto Ribbentrop-Molotov» la manifestazione di questa intima, celata omogeneità. Da ciò non solo l’interesse, ma la necessità di affrontare l’argomento da parte di tutti coloro che respingendo l’egemonia del pensiero, dell’ideologia liberale e perciò del dominio, quello sì tendenzialmente totalitario, capitalistico, avrebbero dovuto misurarsi su questo, importante, emblematico avvenimento.


Intendiamoci, gli storici, anche quelli più ufficiali, di parte comunista hanno trattato l’argomento (dalla Storia della grande guerra patriottica, edita in URSS e tradotta in varie lingue fra le quali l’italiano, all'intelligente Roberto Battaglia, comunista e storico italiano), ma sempre, potremmo dire, di sfuggita e con un taglio iperdifensivistico che tradiva un qualche, sia pure non esplicitato, imbarazzo. 
A me pare, e con il prosieguo del presente lavoro mi riservo anche di dimostrarlo, che ciò derivi dalla profonda influenza idealistica, addirittura moralistica, propria all'intero movimento comunista del ’900; il che ha di fatto impedito, fra l'altro, di rapportarsi alla realtà con quella consapevolezza che solo l'appropriarsi della dialettica può rendere effettuale.
Insomma la realtà è costituita di contraddizioni, il volerle artificiosamente cancellare porta, inevitabilmente, solo alla debolezza e alla confusione. 
Non è certamente un caso che il miglior lavoro sull'argomento sia stato scritto da uno storico tedesco, d’orientamento moderato-conservatore, nella prima metà degli anni sessanta, P. Fabry. 
Affrontare l’argomento “Patto Ribbentrop-Molotov” significa avere chiaro il quadro internazionale della fine degli anni trenta. 
Infatti nel 1938 la dirigenza sovietica - Stalin, in particolare – si trova di fronte a questo scenario: i Fronti Popolari sono in crisi; in Francia la spinta unitaria e progressista si è oramai arenata di fronte all'incapacità di reagire adeguatamente contro l'espansionismo fascista in Europa e nel mondo (annessione/unione tedesca dell'Austria, crisi dei Sudeti con la mutilazione cecoslovacca, partecipazione/intervento dell'Italia, della Germania, del Portogallo, nella guerra civile spagnola); in Spagna, dove lo scatenarsi della “guerra civile” ha messo in risalto la debolezza politica e culturale della classe dirigente “repubblicana”, le sue contraddizioni e soprattutto l' emblematica latitanza delle forze “democratiche” a livello internazionale (l'ipocrita politica del “non intervento” sostenuta addirittura ed in concomitanza col massiccio intervento delle potenze statuali fasciste e reazionarie).
Truppe tedesche varcano la frontiera nei Sudeti
A ciò si devono aggiungere tutta una serie di altri, evidenti, minacciosi accadimenti: sempre nel 1938 la tensione in Estremo Oriente, in crescita dal 1933, anno dello scatenamento della guerra giapponese alla Cina, si materializza con un vero e proprio attacco dell’Armata nipponica della Manciuria (divenuta “stato protetto” del Giappone) verso il retroterra della più importante città sovietica sul Pacifico, Vladivostok, con lo sconfinamento di un corpo d’armata del Sol Levante nella regione del lago Hanka (maggio/giugno/luglio 1938). Ciò causerà una vera e propria guerra locale, vinta, certo, dall’Armata Rossa, ma non senza consistenti perdite e naturali riflessioni sull’ormai permanente minaccia giapponese verso l’estremo oriente sovietico.
Se a ciò aggiungiamo l’espandersi e il coagularsi del fascismo a livello internazionale, in Europa e fuori (poco conosciuta e studiata, almeno da noi, è l’attrazione del fascismo nei paesi extraeuropei, sia in America Latina che in Asia e Medio-Oriente) si comprende facilmente la preoccupazione del gruppo dirigente sovietico dell’epoca. 
Il 1938 segna in ogni modo lo spartiacque nella politica internazionale con una sicura ricaduta, anche, nell'orientamento della dirigenza sovietica dell’epoca, spinta dai fatti, ben più che dalla riflessione teorico-ideologica, a cercare una via d’uscita dalla sempre più evidente minaccia per l’esistenza stessa del primo stato degli operai e dei contadini.
Spartizione della Cecoslovacchia stabilita 
nel Trattato di  Monaco
In tale logica, il Patto di Monaco, del settembre 1938, si erge quale vera e propria monumentale, materiale manifestazione della volontà “occidentale”(soprattutto anglosassone) di spingere la crisi verso uno sbocco quale quello della guerra fra III Reich e URSS. Il disegno risultava fin troppo evidente. Una guerra fra Germania - magari alleata con una serie di altri stati affini per orientamento politico-ideologico e per collocazione geografica, dall'Italia, all'Ungheria, agli stati baltici, comprendendo, magari, la stessa Polonia post-pilsudskiana dei così detti “pan/colonnelli” - e URSS, non solo offriva l’opportunità di colpire a morte lo “stato-canaglia” ante litteram, l’URSS, ma permetteva, inoltre, d’ipotizzare anche l'indebolimento della potenza tedesca, concorrente strategica, all'interno del campo imperialista, delle potenze tradizionalmente egemoni (Gran Bretagna, USA e Francia). Come l’URSS riuscì ad evitare questa certamente poco entusiasmante prospettiva è merito, mai digerito dall'occidente più o meno liberale, dei nuovi dirigenti sovietici e in primo luogo di I. V. Stalin.
Questo esplicito riconoscimento di merito per il leader comunista sovietico non significa aderire ad una visione acritica dell'opera, complessivamente intesa, di Stalin né, tanto meno, resuscitare una surrettizia liturgia da “culto della personalità”; significa, molto semplicemente, riscontrare dati di fatto, respingere ogni opportunistico allineamento all'opera demolitrice e demonizzante portata avanti, in questo ultimo mezzo secolo, nei confronti di un dirigente rivoluzionario, comunista, che s'inserisce a pieno titolo fra i grandi protagonisti della storia contemporanea. 
In sintesi, dobbiamo riacquistare la libertà critica nei confronti dei fenomeni storici del ’900 e in particolare su quelli inerenti la vicenda rivoluzionaria comunista.
L'onestà, prima di ogni altra caratteristica, esclude di uniformare il proprio linguaggio a quello dei vari campioni della reazione che hanno sempre distorto e criminalizzato le esperienze rivoluzionarie non già per i loro tanti limiti e per gli errori da esse compiuti, bensì per gli innegabili pregi che quei sommovimenti di massa ebbero allora e che continuano, positivamente, ad operare anche in questa fase così contraddistinta dagli effetti della vittoriosa controrivoluzione globale determinatasi alla fine degli anni ottanta, primi anni novanta del secolo scorso.
Truppe naziste scardinano barriera 
al confine polacco
Tornando all'analisi storica di quegli avvenimenti, dobbiamo, per efficacia descrittiva e chiarezza valutativa, ripercorrere le tappe che portarono all’intesa di agosto (Patto Sovieto-Germanico di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca, Mosca 23 agosto 1939) e al poco successivo deflagrare del conflitto che, iniziato in Europa (1° settembre 1939) si sarebbe esteso, nel giro di 27 mesi (22 giugno 1941 attacco all’URSS; 7 dicembre 1941 attacco giapponese agli USA), a livello mondiale. Dal Patto di Monaco (siglato da Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia) che liquidava la Repubblica Cecoslovacca quale stato sovrano (oltre che amputarlo del territorio del Sudetenland) al così detto Patto Ribbentrop-Molotov, intercorse meno di un anno e, tuttavia, in quel breve periodo gli avvenimenti si accavallarono con tale rapidità e contraddittorietà come in pochi altri momenti della, pur mai lineare, storia umana.
A Monaco quattro potenze (due “democratiche”, Francia e Gran Bretagna, e due “fasciste”, Germania e Italia) si accordarono sul destino di uno stato sovrano, retto da un regime costituzionale-democratico, senza neppure coinvolgerlo, quanto meno formalmente, nelle trattative. La storia ci ha consegnato molte espressioni di brutale cinismo, ma a Monaco si superarono tutti i limiti immaginabili, tanto da legittimare la “cancellazione de jure” del trattato stesso (con la formula: «d’illegittimità intrinseca»), fatto unico nella storia della diplomazia europea, nella metà degli anni ’70 del secolo scorso.
Riprendendo la sistematica ricostruzione della genesi del Patto Ribbentrop-Molotov cerchiamo di definire una precisa serie di logiche domande/questioni:

  • da chi partì l’iniziativa della svolta nelle relazioni bilaterali;
  • quali furono gli obbiettivi comuni e particolari dei due soggetti (il III Reich e l’URSS); 
  • infine, il bilancio dell’intera operazione e il suo significato storico- strutturale. 
Molti studiosi fanno risalire la nascita, quanto meno sul piano dell’ipotesi/progetto, dell’iniziativa finalizzata al varo di un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali sovieto-tedesche alla relazione che I. Stalin illustrò al XVIII congresso del PCUS (Mosca 9/12 marzo 1939), nella quale il leader sovietico esprimeva, in termini inequivocabili, la volontà dell’intero gruppo dirigente moscovita di evitare lo scontro militare con la Germania, ricordando come l’URSS non avesse mai confuso il conflitto ideologico con le relazioni interstatuali. Il concetto di “coesistenza pacifica” fra stati a ordinamenti economico-sociali e politico-istituzionali diversi era, del resto, già, da anni, parte integrante del bagaglio teorico-culturale della politica di Mosca (del resto già nel 1931 l’URSS aveva sottoscritto un trattato di regolamentazione politico-diplomatica con l’Italia di Mussolini). Per inciso possiamo rilevare un ulteriore elemento di superficiale lettura e giudizio storico-politico; quasi sempre si legge, anche su qualificati testi storici che il concetto di “coesistenza pacifica” sarebbe nato a metà degli anni ’50 quale elaborazione, autonoma, del “movimento dei non allineati” (Bandung in Indonesia, 1955), ripresa dall'URSS e dal movimento comunista internazionale dopo il XX Congresso del PCUS (1956).


Altri storici sottolineano fatti precedenti alla relazione di Stalin al XVIII congresso ricordando una serie di segnali provenienti, in questo caso, dalla parte delle autorità tedesche. Dal lungo e cordiale colloquio che il Führer-Cancelliere imbastì con l’ambasciatore sovietico al tradizionale “ricevimento” d’anno nuovo, il 12 gennaio 1939 a tutta una ulteriore serie di segnali che, fra la fine del 1938 e l’inizio del fatidico ’39, vennero emessi dalle più diverse fonti.
In realtà in tutto quel periodo (ottobre ‘38 luglio/agosto ‘39) ciò che di sicuro e documentato emerge è l’indeterminatezza della politica estera tedesca, l’ambiguità delle potenze occidentali (Londra e Parigi), il pressappochismo irresponsabile della diplomazia italiana e, per contro, la determinazione sovietica ad evitare l’isolamento totale da una parte e il coinvolgimento nella guerra (che il PCUS e la Internazionale Comunista davano, ormai, per certa!), dall'altra. 
Il processo d’avvicinamento fra Berlino e Mosca è puntualmente ricostruito dall'ormai, certo non recente, saggio del Fabry (del 1964!), lavoro che anche con le recenti aperture degli archivi ex-sovietici non viene scalfito nella validità, anzi ne risulta rafforzato sia per il valore interpretativo che per quello descrittivo. 
Vale la pena soffermarsi su un aspetto particolarmente emblematico della mistificazione e distorsione compiute dalla propaganda filo-imperialista antisovietica (di destra e di “sinistra”!): mi riferisco alla tesi, quasi universalmente accettata, riguardante il presunto esplicito accordo spartitorio della Polonia che sarebbe avvenuto, segretamente, con il «Patto di Non aggressione Neutralità e Reciproca Consultazione» siglato a Mosca il 23 agosto 1939. Di quel trattato faceva parte, sia pure a latere, il protocollo con il quale le due parti contraenti (III° Reich e URSS) definivano, delimitavano le rispettive «aree di sicurezza/competenza» reciproche (la così definita «linea fluviale» che seguiva, appunto, i corsi dei fiumi: Pissa, Narew, Vistola, San) rispetto lo spazio, al momento (23 agosto 1939) esistente, fra i confini della Germania e dell’URSS; cioè lo stato polacco quale esso era uscito con i trattati parigini del 1919, che avevano concluso la “grande guerra” (1914/1918), sia con il Trattato di Riga (1921) che aveva posto fine al conflitto scatenato dalla neonata Polonia contro la giovane Repubblica Federale Sovietica Russa. Non voglio qui dedicare troppo spazio alla, pur logica, naturale considerazione circa l’irresponsabilità dello sciovinismo “grande polacco” che inseguiva l’obbiettivo di ricostruire la Polonia imperiale degli Jagelloni, dal Baltico al Mar Nero (!), approfittando della, congiunturale, debolezza dei suoi vicini, all’ovest la Germania e all’est la Russia, cioè le due nazioni maggiormente colpite, devastate dalla “prima guerra mondiale” e dalle sue conseguenze immediate (rivoluzioni, guerre civili, tensioni secessioniste, ecc.), tuttavia vale la pena ricordare come osservatori tutt’altro che filo-russi o, tanto meno filo-sovietici, quale, per esempio, lord Curzon (eminente tradizionale rappresentante della leadership imperiale britannica) esprimessero giudizi negativi e forti preoccupazioni per il futuro rispetto all’insensata espansione di Varsavia verso territori popolati a netta maggioranza da comunità ucraine, russo-bianche, rutene, lituane, ecc., fattori che non avrebbero potuto non avere conseguenze conflittuali. 
Tornando al “riservato” «protocollo a latere» del Trattato Sovieto-Germanico si devono sottolineare le seguenti caratteristiche: 
  1. il sistematico uso del condizionale per quanto riguardavano le condizioni necessarie a mettere in pratico effetto la suddivisione delle “sfere di sicurezza e competenza” reciproche;
  2. l’assenza di ogni automatismo circa l’eventuale azione spartitoria;
  3. la totale assenza di ogni accordo collaborativo sul piano militare;
  4. nessun preciso impegno circa la definitiva sistemazione dei territori in questione.
A tali constatazioni si devono aggiungere sia l’effettivo sviluppo delle relazioni politico-diplomatiche fra Berlino e Mosca intercorso fra il 23 agosto e il 17 settembre 1939 (giorno nel quale le unità militari sovietiche superarono la linea confinaria con la Polonia), sia la precisa individuazione degli scopi e obbiettivi che le due potenze si prefiggevano con il trattato medesimo. 
La frenetica attività diplomatica che la Germania aveva sviluppato soprattutto a partire dalla primavera del ’39 individuava una serie di obbiettivi che possiamo così riassumere: 
  • evitare l’accerchiamento impedendo un accordo fra Londra, Parigi e Mosca; 
  • isolare la Polonia per costringerla a fare concessioni sulla questione del Corridoio di Danzica; 
  • mantenere agganciate le potenze alleate (Italia e Giappone) sia nell'azione diplomatica in corso che nell'eventualità, non cercata, non voluta, ma neppure esclusa, di un conflitto con le potenze “occidentali”. 
In tale logica s’inseriscono le pressioni di Berlino nei confronti di tutta una serie di paesi (Slovacchia, Lituania, ecc.), compresa l’URSS, perché premano a loro volta per via diplomatica e/o militare (con concentramenti di truppe sulla frontiera) su Varsavia, onde determinarne il cedimento. La stessa offerta che il Reich propose a Londra, l’apertura cioè di una nuova fase di definitiva détente fra i due stati, maturata con il memorandum consegnato al governo inglese il 25 agosto, è l’evidente prova di come fino all'ultimo il governo tedesco non desse per scontato che fosse inevitabile il confronto bellico con le potenze alleate della Polonia. 
Del resto, è noto come anche a Londra e Parigi fossero presenti e ben attive le forze che lavoravano in direzione di un duraturo compromesso con il III Reich. Ancora più significativo risulta essere l’atteggiamento di Berlino nei primissimi giorni del conflitto (1 e 2 settembre) quando, in assenza dell’immediata reazione delle potenze occidentali, la Germania si astenne da ogni sollecitazione nei confronti di Mosca, situazione che mutò radicalmente dopo la presentazione degli ultimatum inglese e francese il 3 settembre. 
La realtà, quale emerge dai documenti, sottolinea come il “Patto” fosse nato dalla congiunturale necessità della Germania, da una parte, di evitare la guerra, quanto meno su “due” fronti, senza rinunciare all'obbiettivo minimo della soluzione della questione “Danzica/Corridoio”, e dell’URSS, dall’altra, d’evitare il coinvolgimento in un – qualsiasi - conflitto e contemporaneamente di migliorare la propria posizione strategico-difensiva soprattutto rispetto ad alcune località fondamentali per l’esistenza stessa dello stato russo-sovietico (Leningrado, Minsk, Odessa, ecc.). 
L’ostilità che circondava l’URSS, l’aggressività insita nella situazione internazionale della fine degli anni trenta, così pervasi ancora dal prolungarsi degli effetti della crisi capitalistica del 1929, la relativa fragilità dello stato e della società emersi dalla rivoluzione d’ottobre (fatto di cui erano chiaramente consapevoli Stalin e il gruppo dirigente comunista dell’epoca) costituivano la base razionale sulla quale maturò la disponibilità ad un’intesa che, pur nella contraddittorietà apparente, salvaguardava l’essenziale della politica sovietica: evitare l’aggressione da parte delle potenze imperialiste nelle loro varie possibili combinazioni. 
Con la svolta diplomatica dell’agosto ’39 Mosca otteneva tutta una serie di risultati impensabili fino a pochi mesi precedenti: sviluppo delle relazioni economico-commerciali con un partner altamente industrializzato, allontanamento della prospettiva di coinvolgimento in un conflitto, liquidazione, pratica, degli effetti del Patto antikomintern, isolando così, per giunta, il Giappone, potenza al momento direttamente impegnata in attività belliche contro l’URSS (giugno/agosto 1939, violenti scontri lungo la frontiera orientale della Repubblica Popolare Mongola). 
Del resto, il rapido dissolversi dello stato polacco e la pratica totale passività degli eserciti alleati sul fronte occidentale dimostreranno l’inconsistenza, nel ’39, di ogni reale volontà di combattere e battere le potenze fasciste. L’autonomia dell’elaborazione politico-teorica del gruppo dirigente sovietico fu, all'epoca, fondamentale per la salvaguardia, prima, dell’URSS e per la schiacciante vittoria del 1945 poi. 
Riconsiderare la storia dell’URSS, del movimento comunista e rivoluzionario del ’900 è fondamentale, dunque, non solo per contrastare l’aggressività dell’ideologia capitalistico-imperialista, ma anche per riqualificare un pensiero teorico forte al servizio dell’emancipazione delle classi sfruttate, obbiettivo, quest’ultimo, certamente oggi non meno drammaticamente attuale rispetto al periodo in cui si svolsero quegli avvenimenti. 


Bibliografia:

A.A.V.V., Storia della grande guerra patriottica, CEI, Milano, 1965
Mario Appelius, Una guerra di 30 giorni, Sperling e Kupfer, Milano, 1940
V. Araldi, Dalla Non belligeranza all'intervento, Cappelli, Bologna, 1965
R. Battaglia, La seconda guerra mondiale, Editori Riuniti, Roma, 1960
V. M. Berezhkov, In missione diplomatica da Hitler, CEI, Milano, 1965
N. Bethell, Gomulka, Longanesi, Milano, 1970
Palmiro Boschesi, Come scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano, 1974
Calvocoressi, Wint, Storia della seconda guerra mondiale, Rizzoli, Milano, 1980
P. W. Fabry, Il Patto Hitler - Stalin 1939 - 1941, Il Saggiatore, Milano, 1965
Bruno Gatta, Agosto ’39, Piemme, Asti 1997
A. Mellini, P. De Leon, L'Italia entra in guerra, Cappelli, Bologna, 1963
Henri Michel, Storia della seconda guerra mondiale, Mursia, Milano, 1977
Indro Montanelli, Cronache di guerra, Editoriale Nuova, Milano, 1978
A. Peregalli, Il Patto Hitler-Stalin, erre emme, Roma, 1989
S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile, Einaudi, Torino, 1999
Pruller, Diario di un soldato tedesco, Vallecchi, Firenze, 1973
W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1978
A. J. P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Laterza, Bari, 1972
A. B. Ulam, Storia della politica estera sovietica, Milano, 1970
Donald C. Watt, 1939 come scoppiò la guerra, Leonardo editore, Milano, 1991



giovedì 13 settembre 2012

Il falso mito del Tibet e i comunisti cattivoni (cinesi)

NOICOMUNISTI


REDAZIONE NOICOMUNISTI


La farsa del Tibet

TIBET

Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet

Da un capo all’altro dei secoli è prevalsa una dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della cristianità, del giudaismo, dell’induismo e dell’islamismo sono pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.
Alcuni hanno obiettato che il buddismo è diverso, che occupa una posizione antitetica rispetto alla violenza cronica delle altre confessioni religiose. In verità, così com’è praticato da molti negli Stati Uniti, il buddismo è più una disciplina “spirituale” e psicologica che non una teologia nel senso consueto del termine. Esso offre tecniche meditative e auto-terapie che si ritiene favoriscano l’ “illuminazione” e l’armonia dell’interiorità. Ma, come ogni altro sistema di valori, di convinzioni, il buddismo deve essere valutato non soltanto dalle sue dottrine, ma dall’effettivo comportamento dei suoi seguaci.

Il Potala, residenza del Dalai Lama a Lasha

Eccezionalità del buddismo?

Un colpo d’occhio alla storia rivela che le organizzazioni buddiste non fanno eccezione alle persecuzioni violente che hanno così caratterizzato i gruppi religiosi nel corso delle epoche storiche. In Tibet, dall’inizio del diciassettesimo secolo e sino al secolo successivo inoltrato, sette buddiste in conflitto si impegnarono in ostilità armate ed esecuzioni sommarie. (1) Nel ventesimo secolo, dalla Thailandia alla Birmania alla Corea al Giappone, i buddisti si sono scontrati fra loro e con i non buddisti. In Sri Lanka, enormi battaglie in nome del buddismo sono parte integrante della storia cingalese. (2)
Soltanto pochi anni fa, in Corea del Sud, migliaia di monaci dell’ordine buddista Chogye – che, secondo l’opinione generale erano dedicati ad una ricerca meditativa alla ricerca dell’illuminazione spirituale – si combatterono con pugni, pietre, bombe incendiarie, e randelli, in battaglie campali che continuavano per settimane. Stavano rivaleggiando per il controllo dell’ordine monastico, il maggiore della Corea del Sud, con il suo budget annuo di 9.2 milioni di dollari, i suoi milioni di dollari aggiuntivi in proprietà, e il privilegio di nominare 1700 monaci per mansioni varie. Le risse distrussero in parte i principali santuari buddisti e lasciarono dozzine di monaci feriti, alcuni dei quali in maniera seria.
Entrambe le fazioni che lottavano per la supremazia ricercavano il sostegno della nazione. In effetti, i cittadini coreani sembravano disdegnare entrambe le parti, essendo dell’opinione che non aveva importanza quale consorteria avrebbe preso controllo di un ordine, poiché avrebbe comunque impiegato le donazioni dei fedeli per accumulare ricchezze, comprese case ed auto costose. Secondo un notiziario di cronaca, la confusione all’interno dell’ordine buddista Chogye (molta della quale portata sugli schermi televisivi coreani) : “ha mandato in frantumi l’immagine dell’Illuminismo Buddista”. (3)
Ma molti buddisti odierni negli Stati Uniti farebbero obiezione, affermando che nulla di ciò si applicherebbe al caso del Dalai Lama e del Tibet da lui presieduto prima della spaccatura cinese del 1959. Il Tibet in cui credono, quello del Dalai Lama, era un mondo orientato verso un orizzonte spirituale, scevro da stili di vita egoistici, libero dal vuoto materialismo, da inutili ricerche e dai vizi corrotti che assediano la società moderna industrializzata. I media occidentali, insieme a uno stuolo di libri di viaggi, romanzi e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come una vera Shangri-La e il Dalai Lama come un santo saggio, “il più grande essere umano vivente”, come lo ha descritto con grandissimo entusiasmo l’attore Richard Gere. (4)
Lo stesso Dalai Lama ha dato adito a tali immagini idealizzate sul Tibet, mediante affermazioni come: “La civiltà tibetana ha una ricca e lunga storia. L’influenza persuasiva del buddismo e le asperità di una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha avuto come risultato una società dedicata alla pace e all’armonia. Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell’essere paghi.” (5)
Ma la storia del Tibet appare un po’ diversa. Nel tredicesimo secolo, l’imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l’imperatore della Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un’ ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ecco un’ironia storica: il primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, il primo Dalai Lama confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede anche che abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità.
Il Dalai Lama che gli successe ricercò una vita sibaritica ( ndt: termine che indica un eccesso di lusso e mollezza, “degno di un sibarita”), da individuo raffinato e dedito ai piaceri, godendo di molte concubine, organizzando feste, scrivendo poesie erotiche e comportandosi in altri modi, che dovrebbero sembrare sconvenienti per una incarnazione degli dei.
Per questo la sua figura, in seguito è stata "oscurata" dai suoi monaci. In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei, cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti o da loro altri cortigiani non violenti buddistici. (7)
L'imperatore di origine mongola, Kublai Khan che istituì la carica di Dalai Lama

Shangri-La (per signori e Lama)

Le religioni hanno sempre avuto una stretta correlazione non soltanto con la violenza, ma anche con lo sfruttamento economico. In realtà, è spesso la strumentalizzazione economica che conduce necessariamente alla violenza. Tale è stato il caso della teocrazia tibetana. Fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette l’ultima volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Addirittura uno scrittore come Pradyumna Karan, solidale con il vecchio ordine, riconosce che “una grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze….Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell’usura.” (8)
Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà terrestri del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali rampolli di famiglie aristocratiche, mentre invece la maggior parte del clero più basso era povero come la classe contadina dalla quale discendeva. Questa disuguaglianza economica classista all’interno del clero tibetano, è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell’Europa medievale. Insieme al clero superiore, i leaders secolari facevano la loro parte. Un esempio considerevole fu il comandante in capo dell’esercito tibetano, che possedeva 4.000 chilometri quadrati di terra e 3.500 servi. Egli era anche un membro del Consiglio terriero del Dalai Lama. (9)
L’Antico Tibet è stato rappresentato da alcuni dei suoi ammiratori occidentali come “una nazione che non necessitava forze di polizia perché il suo popolo osservava spontaneamente le leggi del karma.” (10) In realtà era dotato di un esercito professionale, sebbene di piccole dimensioni, che era al servizio dei proprietari terrieri come gendarmeria, con l’incarico di mantenere l’ordine e catturare i servi della gleba fuggitivi. (11)
I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci. Una volta laggiù, erano vincolati per tutta la vita. Tashì-Tsering, un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni.(12)
Nell’Antico Tibet vi era un piccolo numero di agricoltori il cui stato sociale era una sorta di contadino libero, e forse un numero aggiuntivo di 10.000 persone, le quali costituivano la “classe media”, famiglie di mercanti, bottegai e piccoli commercianti. Migliaia di altri erano mendicanti. Una piccola minoranza erano poi schiavi, di solito servi domestici, che non possedevano nulla. La loro prole nasceva già in condizioni di schiavitù. (13)
Nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su una popolazione totale stimata 1.250.000 – era composta da servi della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano in genere fare a meno dell’istruzione e dalle cure mediche. Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un’aristocrazia secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia. I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a tortura e morte. (14)
Se dobbiamo dar credito al racconto di una donna ventiduenne, ella stessa serva fuggiasca, il signore tibetano era solito selezionare fra il meglio della popolazione femminile di servitù della gleba: “Tutte le ragazze graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come lui desiderava.” Esse “erano soltanto schiave senza alcun diritto.”(15) La servitù necessitava di un permesso per recarsi ovunque. I proprietari terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, sino alla violenza, nei confronti di quelli che tentavano di fuggire, obbligandoli a tornare indietro. Un servo di ventiquattro anni, anch’egli fuggiasco, intervistato da Anna Louise Strong, accoglieva con favore l’intervento cinese come una “liberazione”. Nel corso del suo periodo di servitù sostiene di non avere ricevuto un trattamento molto diverso da un animale da traino, sottoposto a un incessante lavoro, fame e freddo, incapace di leggere o scrivere, senza conoscere nulla, né sapere nulla. Egli racconta il suo tentativo di fuga: la prima volta che [gli uomini del padrone] mi agguantarono mentre stavo cercando di sfuggire, ero molto piccolo, e mi diedero soltanto un buffetto imprecando contro di me. La seconda volta mi picchiarono. La terza volta avevo già quindici anni e mi diedero quindici frustate pesanti, violente, con due uomini seduti sopra di me, uno sulla mia testa e uno sui miei piedi. Il sangue mi uscì allora dal naso e dalla bocca. Il sorvegliante disse: “Questo è soltanto sangue dal naso; forse prenderai bastonate più forti, e perderai sangue dal cervello.” Mi picchiarono poi con bastonate più intense, versando alcool e acqua con soda caustica sulle ferite, per aumentare il dolore. Persi i sensi per due ore…” (16)
Oltre a ritrovarsi in un vincolo lavorativo che li obbligava a lavorare la terra del signore – oppure quella del monastero - per tutta la durata della vita e senza salario, i servi della gleba erano costretti a riparare le case del signore, trasportarne la messe e raccoglierne la legna da ardere. Si esigeva anche che provvedessero a trasportare gli animali e al trasporto su richiesta, a seconda delle pretese del padrone. “Era un efficiente sistema di sfruttamento economico, che assicurava alle élites laiche e religiose del paese una forza lavoro sicura e permanente per coltivare i loro appezzamenti di terreno, che li esonerava dall’accollarsi qualsiasi responsabilità quotidiana diretta circa la sussistenza del servo, e senza la necessità di competere per la manodopera in un contesto di mercato.” (17)
La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée (lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il matrimonio, la nascita di ogni figlio, ogni morte in famiglia. Erano soggetti a imposta per aver piantato un nuovo albero nel loro cortile, per tenere animali domestici o dell’aia, per il possesso di un vaso di fiori, o per l’aver messo un campanello ad un animale. C’erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello. La gente veniva tassata per quando veniva mandata in prigione e quando la si rilasciava. Addirittura i mendicanti erano soggetti alla pressione fiscale. Quelli che non riuscivano a trovare lavoro erano tassati a causa della loro disoccupazione, e se si spostavano in un altro villaggio nella loro ricerca di un’occupazione, pagavano una tassa di transito. Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20% e il 50%. Alcuni debiti venivano tramandati di padre in figlio sino al nipote. I debitori che non potevano evadere i loro debiti, rischiavano la riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal monastero, a volte per il resto delle loro vite. (18)
Le dottrine pedagogiche della teocrazia ne appoggiarono e rafforzarono l’ordine sociale classista. Si insegnava ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano su di loro a causa del loro comportamento sciocco e immorale nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare l a miseria della loro esistenza presente come un’espiazione e in anticipo, solo così il loro destino, la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati, se si fossero reincarnati. I ricchi e potenti consideravano naturalmente la loro buona fortuna come una ricompensa e una dimostrazione tangibile di virtù nelle vite passate e presenti.
Shangri-La

Torture e mutilazioni in Shangri-La

Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione – comprese l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe – erano le punizioni principali inflitte ai ladri, ai servi fuggiaschi, e ad altri “criminali”. Viaggiando attraverso il Tibet negli anni ’60, Stuart e Roma Gelder ebbero un colloquio con un antico servo, Tsereh Wang Tuei, che aveva rubato due pecore che appartenevano ad un monastero. Per questo ebbe entrambi gli occhi strappati e le mani mutilate. Spiega che non è più un buddista: “Quando un sacro Lama disse loro di accecarmi, pensai che non c’era alcun bene nella religione.” (19)
Alcuni visitatori occidentali nell’Antico Tibet hanno fatto notare l’elevato numero di amputati. Dato che è contro la dottrina buddista sottrarre la vita, alcuni delinquenti furono severamente frustati e poi “abbandonati a Dio” nella gelida notte a morire. “I paralleli fra il Tibet e l’Europa medievale sono impressionanti,” conclude Tom Grunfeld nel suo libro sul Tibet. (20)
Alcuni monasteri avevano le proprie prigioni private, riporta Anna Louise Strong. Nel 1959, visitò una mostra di apparecchiature da tortura che erano state impiegate dai signori feudatari tibetani. C’erano manette di tutte le taglie, comprese quelle di piccola misura per bambini, e strumenti per mozzare nasi e orecchie, e spezzare mani. Per strappare gli occhi, c’era uno speciale copricapo di pietra, provvisto di due fori, che veniva premuto sul capo, così che gli occhi potessero gonfiarsi e deformarsi fuoriuscendo dalle orbite, facilitandone l’asportazione. C’erano congegni per tagliare le rotule e i talloni, o per azzoppare. C’erano tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. (21)
L’esposizione presentava fotografie e testimonianze di vittime che erano state accecate o storpiate o che avevano patito amputazioni per furto. C’era il pastore il cui padrone vantava un debito nei suoi confronti in denaro e grano, ma che si rifiutava di pagare. Così il pastore si impossessò di una delle mucche del padrone; e per questo gli furono troncate le mani. Ad un altro guardiano di gregge, che si opponeva al dover concedere la moglie al suo signore, furono staccate le mani. C’erano fotografie di attivisti comunisti dai nasi e dalle labbra superiori troncati, e una donna che era stata violentata e che poi ebbe il naso mozzato. (22)
Il dispotismo teocratico era stato per anni il principio informatore. Nel 1895, un visitatore inglese in Tibet, il dr. A. L. Waddell scrisse che i tibetani erano assoggettati all’ “intollerabile tirannia dei monaci” e alle superstizioni diaboliche che essi avevano modellato al fine di terrorizzare le persone. Perceval Landon descrisse nel 1904 la regola del Dalai Lama come una “macchina da sopraffazione” e un “ostacolo ad ogni progresso umano.” Più o meno a quel tempo, un altro viaggiatore inglese, il Capitano W.F.T. O’Connor notava che “ i grandi proprietari terrieri e i sacerdoti… esercitano ciascuno all’interno del proprio dominio un potere dispotico dal quale non c’è appello,” mentre il popolo è “oppresso dalla più mostruosa crescita di monachesimo e clericalismo che il mondo abbia mai visto.” I governatori tibetani, come quelli europei durante il medioevo, “forgiarono innumerevoli armi per asservire il popolo, inventarono leggende umilianti e stimolarono uno spirito di superstizione” fra la gente comune. (23)
Nel 1937, un altro visitatore, Spencer Chapman, scrisse: “…il monaco buddista tibetano non trascorre il proprio tempo provvedendo alle persone o ad istruirle, e nemmeno i laici prendono parte ai servizi dei monasteri o li frequentano. Il mendicante sul ciglio della strada non è nulla per il monaco. La conoscenza è una prerogativa dei monasteri custodita gelosamente, ed è strumentalizzata per aumentare la loro influenza e ricchezza...” (24)

La condizione del popolo sotto il Dalai Lama

Occupazione e rivolta

I comunisti cinesi occuparono il Tibet nel 1951, rivendicando la sovranità sul paese. Il trattato del 1951 stabiliva un apparente autogoverno sotto l’autorità del Dalai Lama, ma conferiva di fatto alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere. Si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali.” Inizialmente, procedevano cautamente facendo affidamento per lo più sulla persuasione, tentando di attuare processi di cambiamento. Tra le prime riforme varate ci fu quella che riduceva i tassi d’interesse da usuraio, e costruirono alcuni ospedali e strade.
Mao Tze Tung e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ammette che “contrariamente all’opinione corrente in Occidente”, i cinesi “perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e la religione tibetane” e “permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica,ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente.” (25)
Non più tardi del 1957, Mao Tze Tung cercò ancora di rafforzare una politica progressiva. Ridusse il numero di quadri cinesi e delle truppe in Tibet, e promise al Dalai Lama che la Cina non avrebbe portare a termine riforme terriere in Tibet per i sei anni successivi e oltre, se le condizioni non fossero ancora maturate. (26)
Nondimeno però, l’autorità cinese in Tibet arrecava grandi disagi ai signori e ai Lama. Ciò che li infastdiva più di ogni altra cosa non era che gli intrusi fossero cinesi. Nel corso dei secoli avevano visto cinesi andare e venire, godendo di buone relazioni con il Generalissimo e il regime reazionario del Kuomintang in Cina. (27) Effettivamente, l’approvazione del governo reazionario del Kuomintang era necessaria, per ratificare la scelta dell’attuale Dalai Lama e del Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con un scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. (28) Quel che preoccupava i signori tibetani e i Lama era che questi cinesi recenti erano comunisti. Si sarebbe trattato soltanto di una questione di tempo, ne erano certi, poi i comunisti avrebbero iniziato ad imporre le loro soluzioni ugualitarie e collettiviste sulla loro teocrazia altamente privilegiata.
Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata al convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA, comprendente armi, provviste e l'addestramento militare per le unità di commando del Tibetan. È ormai di conoscenza pubblica che fu la CIA a impiantare le basi di sostegno in Nepal, compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del Tibet. (29)
Nel frattempo negli Stati Uniti, la Societá Americana per un'Asia Libera, un ramo della CIA, propagandava in modo dispiegato la causa di resistenza del Tibetan. Il fratello maggiore del Dalai Lama, Thubtan Norbu, ha giocato un notevole ruolo in questo gruppo. Molti dei commando del Tibetan e gli agenti che la CIA aveva paracadutato nel paese, erano dei capi di clan aristocratici o i figli dei capi. Il novanta per cento di loro non li conosceva nessuno nel paese, secondo una relazione della CIA . (30)
La ridotta guarnigione dell’EPL in Tibet non avrebbe mai potuto catturare tutti loro, se non avesse ricevuto il sostegno dei tibetani che non sostennero la rivolta. Questo dimostra che la resistenza ha avuto una base piuttosto stretta dentro il Tibet. "Molti Lama e molti membri laici dell'elite e molti dell'esercito del Tibetan hanno sostenuto la rivolta, ma la maggioranza della popolazione non l’ha fatto e questo ha sancito il suo fallimento," scrisse Hugh Deane. (31)
Nel loro libro sul Tibet, Ginsburg e Mathos raggiungono una conclusione simile: "Gli insorti del Tibetan non sono mai riusciti a raccogliere nei loro ranghi anche solo una consistente parte della popolazione, per non dire niente della maggioranza di essa. Per quanto può essere constatato, la gran parte della popolazione di Lhasa e della campagna contigua, non aderirono nonostante il tentativo di unirle nella lotta contro il cinese..." (32)
Alla fine la resistenza si sgretolò.
Schiavi in Tibet

I Comunisti rovesciano il Feudalesimo

Qualunque presunta ingiustizia e qualunque presunta nuova oppressione furono introdotte dai cinesi in Tibet dopo 1959, essi di fatto hanno abolito la schiavitù ed il sistema di servi della gleba e l’utilizzo di mano d'opera non pagata. Hanno eliminato il sistema delle tasse, creato piani di nuovi lavoro, ridotto in gran parte la disoccupazione e la miseria. Hanno costruito i soli ospedali che esistono nel paese, e un nuovo sistema educativo, rompendo perciò il monopolio educativo dei monasteri. Hanno costruito i sistemi d’irrigazione per l'acqua e portato l’energia elettrica in Lhasa.Abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni come criminali forme di punizione. (33)
Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Heinrich Harrer ha scritto un libro di successo delle sue esperienze in Tibet che è diventato un film di Hollywood. ( Solo dopo si è saputo che Harrer era stato un sergente nazista sotto Hitler. (34)
Egli narra che i tibetani resisterono orgogliosamente contro i cinesi e "che hanno difeso nobilmente la loro indipendenza. . . Erano predominantemente i nobili, i proprietari ed i Lama; sono poi stati puniti utilizzandoli per eseguire i lavori più bassi, come lavorare alla costruzione di strade e ponti. Furono poi ulteriormente umiliati, essendo usati per la pulizia delle città prima dell’arrivo dei turisti..." Dovevano anche vivere in un accampamento originalmente abitato da mendicanti e vagabondi. (35)
Dal 1961 centinaia di migliaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuarii ed ai contadini senza terra. Nelle zone pastorali, le greggi che erano state possedute una volta dai nobili furono date alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti ed investimenti furono apportati nell'allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure e di frumento e orzo, che furono introdotti per la prima volta; fu pianificato il sistema di irrigazione, che hanno portato ad un notevole incremento della produzione contadina. (36)
Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine al clero. Ma la gente non fu più costretta a omaggiare o fare regali obbligati ai monasteri ed ai signori. I molti monaci che erano stati costretti negli ordini religiosi da bambini senza poter scegliere ora erano liberi di rinunciare alla vita monastica e così migliaia di essi, particolarmente quelli più giovani, tornarono alla vita civile. Il clero restante può vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. (37)
Le denunce fatte dal Dalai Lama circa le sterilizzazioni di massa e la deportazione forzata dei tibetani, fatte dai cinesi non hanno mai trovato conferme da alcuna prova.
Sia il Dalai Lama che il suo fratello più giovane e consigliere, Tendzin Choegyal, hanno sostenuto che "più di 1.2 milione tibetani sarebbero morti come conseguenza dell’”occupazione cinese”. (38)
Ad essi non importa come spesso nelle loro dichiarazioni, che i numeri dati siano sconcertanti e lasciano completamente perplessi.
Il censimento ufficiale del 1953 sei anni prima dell’arrivo dei cinesi, aveva registrato l'intera popolazione del Tibet, stabilendo la cifra di 1.274.000 abitanti.
Altre valutazioni avevano conteggiato circa due milioni di tibetani abitanti il paese. (39)
Se i cinesi avessero ucciso 1.2 milioni, città intere dell'inizio degli anni 60 e parti enormi della campagna, effettivamente quasi tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato, trasformato in un enorme campo di concentramento, pieno di fosse comuni e cimiteri, di cui però non abbiamo trovato prove. La forza militare cinese nel Tibet non era abbastanza grande come numero, non avrebbe potuto sterminare materialmente tutta quella gente anche se avesse speso tutto il proprio tempo e attività, senza fare nient’altro. Le autorità cinesi ammettono " errori" nel passato, specialmente durante la rivoluzione culturale 1966-76 quando le persecuzioni religiose raggiunsero un'alto livello sia in Cina che nel Tibet. Dopo la rivolta verso la fine degli anni 50, furono migliaia i tibetani incarcerati. Durante il “grande balzo in avanti”, la collettivizzazione dell’agricoltura, la coltivazione forzata del grano furono imposte ai contadini, a volte con effetti disastrosi. Verso la fine degli anni 70, la Cina aveva ottenuto la completa pacificazione della situazione nel Tibet "ed ha provato a modificare e correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti." (40)
Nel 1980 il governo cinese iniziava una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un grado sempre più grande di autonomia e del auto amministrazione. Ai tibetani venne permesso coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze della raccolta, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per mantenere il bestiame e le pecore. Vennero ripristinate le comunicazione con il mondo esterno ed i controlli di frontiera furono facilitati per permettere ai tibetani di visitare i parenti in India e Nepal. (41)

Schiavo tibetano cui è stata amputata una mano per punizione

Le Elites, gli Emigrati ed il denaro della CIA

Per i Lama dell’alta società tibetana ed i signori, l'intervento comunista fu una calamità. La maggior parte di loro fuggirono all'estero, come il Dalai Lama, che scappò in un operazione organizzata direttamente dalla CIA. Alcuni scoprirono con orrore che avrebbero dovuto lavorare per vivere. Quelle elite feudali che rimasero in Tibet e decisero di cooperare col nuovo regime, si trovarono davanti a nuove situazioni di vita non certo facili.
Eccone alcuni esempi: nel 1959, la giornalista Anna Louise Strong visitò l'Istituto Centrale delle Minoranze Nazionali a Pechino, che addestrava le varie minoranze etniche per il servizio civile o preparava per l'entrata nelle scuole agricole e mediche. Dei 900 studenti del Tibetan presenti, la maggior parte erano il servi in fuga e ex schiavi. Ma circa 100 erano di famiglie agiate del Tibetan, inviate dai loro genitori in modo che avrebbero potuto ottenere posti favorevoli nella nuova amministrazione. Il divario di classe che divideva tra questi due gruppi di studenti era fin troppo evidente. Una nota di direttore dell'istituto diceva: “ Quelli provenienti dalle famiglie nobili ritengono che in tutte le cose essi sono superiori. Si risentono di dover portare le proprie valige, fare i propri letti, badare alla propria stanza. Questo, pensano, è un incarico da schiavi; si ritengono insultati perché pretendiamo che facciano questo. Alcuni non l'accettano e tornano a casa; altri alla fine l'accettano.
Il servo all’inizio ha paura degli altri e non può sedere con facilità nella stessa stanza con essi. In periodi successivi prossimo cominciano ad avere meno paura ma tuttavia continuano a sentire differenze e non riescono a mescolarsi.
Soltanto con il tempo e la discussione continua raggiungono il momento in cui si mescolano facilmente e si sentono come studenti e persone, criticandosi o aiutandosi l'un l'altro, con normalità. (42)
Intanto un nauseante patto fu fatto dagli emigrati tibetani con l’Occidente ed il sostegno sostanzioso di agenzie americane per il mantenimento di un mondo fondato sulla disuguaglianza economica. Dall’inizio del 1960 la comunità tibetana in esilio ha intascato segretamente 1,7 milioni di dollari all'anno dalla CIA, come accertato dalla documentazione rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri USA nel 1998. Quando questo fatto è stato pubblicizzato, l'organizzazione del Dalai Lama ha emesso un comunicato ammettendo che aveva ricevuto alcuni milioni di dollari dalla CIA durante gli anni 1960 per inviare squadre armate di esiliati in Tibet per contrastare la rivoluzione maoista. Il Dalai Lama riceveva per sé 186.000 dollari, rendendolo così di fatto un agente ufficiale pagato dalla CIA. Anche i servizi segreti indiani l'hanno finanziato e anche altri esiliati tibetani. (43)
Egli si è sempre rifiutato di dire se egli o suoi fratelli hanno lavorato per la CIA. Anche l'agenzia si è rifiutata di commentare. (44)
Nonostante ha sempre presentato sé stesso come il difensore di diritti umani, e per questo vinse il Premio Nobel per la pace nel 1989, il Dalai Lama ha sempre continuato a frequentare e avuto come consiglieri l'émigrazione aristocratica ed ogni altro reazionario, durante il suo esilio. Nel 1995, il Raleigh, il N.C. News e Observer ha messo in prima pagina una fotografia a colori del Dalai Lama mentre abbracciava il famoso reazionario senatore Repubblicano Jesse Helms, sotto il titolo : "Buddista Affascina l'Eroe della Destra Religiosa." (45)
Nel mese di aprile del 1999, con Margaret Thatcher, il papa Giovanni Paolo II ed il primo George Bush, il Dalai Lama ha fatto appello al governo britannico per liberare Augusto Pinochet, l'ex dittatore fascista del Cile e un cliente da molto tempo della CIA arrestato mentre visitava l'Inghilterra. Ha sollecitato che a Pinochet sia permesso ritornare alla sua patria e non costringerlo ad andare è in Spagna dove era ricercato dai giudici spagnoli per crimini contro umanità.
Oggi, principalmente attraverso il “Fondo per lo sviluppo della democrazia” ed altri canali che sono rami della CIA, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnare i 2 milioni di dollari annuali per i tibetani in India, con altri milioni supplementari per "le attività di democrazia" all'interno della Comunità tibetana in esilio. Il Dalai Lama inoltre ottiene i soldi dal finanziere George Soros, che sovvenziona la creatura della CIA Radio Free Europa/ Radio Liberty e altri istituti. (46)


Guerriglieri tibetani addestrati e finanziati dalla CIA

La questione culturale

Ci è stato detto che quando il Dalai Lama governava il Tibet, la gente viveva in simbiosi armoniosa con i loro signori monastici e secolari, in un ordine sociale costituito da una cultura profondamente spirituale e nonviolenta. La relazione profonda del contadino al sistema di credenza sacra avrebbe loro dato una tranquilla stabilità, ispirata da insegnamenti religiosi umanitari e pacifici. Uno di questi è paragonato, nell’immagine idealizzata dell’Europa feudale, come presentato dai cattolici conservatori quali G. K. Chesterton e Hilaire Belloc. Per loro, la cristianità medioevale era un mondo di contadini contenti che vivono nel legame profondo dello spirito con la loro chiesa, sotto la protezione del loro signori. (47)
Siamo invitati ancora ad accettare una cultura particolare relativemente alle proprie condizioni, che significa accettarla come presentata dalle classi dominanti, da coloro che da essa ne traggono i maggiori profitti.
L'immagine della Shangri-La del Tibet non ha nessuna rassomiglianza con la realtà storica, poi trasformata in un immagine romanticizzata dell’Europa medioevale. Si potrebbe dire che come cittadini del mondo moderno non possiamo afferrare le equazioni di felicità e dolore, contentezza ed abitudini, che caratterizzano di più "lo spirituale" e le società "tradizionali". Ciò può essere comprensibile e può spiegare perchè alcuni di noi idealizzano tali società. Ma ancora, un occhio sgorbiato è un occhio sgorbiato; una fustigazione è una fustigazione; e lo sfruttamento opprimente dei servi e degli schiavi è ancora una brutale ingiustizia di classe qualunque abbellimento culturale si tenti. C’è una differenza fra un legame spirituale e la schiavitù umana, anche quando entrambi esistono parallelamente.
Sicuramente ci sono molte cose da deplorare circa l’intervento cinese. Negli anni 90, l’etnia Han, il più grande gruppo etnico che rappresenta oltre il 95 per cento della popolazione generale della Cina, ha cominciato a muoversi in numero notevole verso il Tibet e varie province occidentali.(48)
Questi riassestamenti demografici hanno avuto sicuramente effetti sulle culture indigene della Cina e del Tibet occidentali….Alcuni dirigenti cinesi nel Tibet hanno assunto troppo spesso un atteggiamento di superiorità verso la popolazione indigena. Alcuni osservano i loro vicini tibetani come retrogradi e pigri, necessitanti di sviluppo economico e "educazione patriottica."
... Durante gli anni 90 diversi tibetani secondo molte informazioni sono stati arrestati, per attività separatiste e legami con la "sovversione politica."...(49)
... Nel frattempo, la storia, la cultura e la religione tibetane sono trascurate nelle scuole. I materiali didattici, sono comunque ancora in tibetano, anche se molto è indirizzato verso la storia cinese e le sue culture… (50)

Il nuovo ordine ha molti sostenitori

Un’articolo del Washington Post del 1999 scriveva che il Dalai Lama continua ad essere riverito nel Tibet, ma. . . pochi tibetani accoglierebbero favorevolmente un ritorno dei clan aristocratici corrotti che sono fuggiti con lui nel 1959 e che compongono la massa dei suoi consiglieri. Molti contadini tibetani, per esempio, non hanno interesse nella cessione della terra che avevano ottenuto durante la riforma fondiaria della Cina, espropriata ai clan aristocratici feudali. Gli ex schiavi del Tibet dicono anche, che non desiderano che i loro precedenti padroni tornino al potere.
"Già ho vissuto una volta quella vita prima," ha detto Wangchuk, un ex schiavo di 67 anni con indosso i suoi vestiti migliori per il suo pellegrinaggio annuale a Shigatse, uno dei luoghi più sacri del buddismo tibetano. Ha detto che adorava il Dalai Lama, ma ha aggiunto, "non posso essere libero sotto comunismo cinese, ma la mia vita è migliore di quando ero uno schiavo." (51) Nel sostenere il rovesciamento cinese della teocrazia feudale del Dalai Lama non devo approvare ogni cosa fatta circa il ruolo cinese nel Tibet. Questo punto è capito raramente dagli odierni aderenti della Shangri-La nell'occidente.
Il contrario è inoltre allineare. Criticare l'invasione cinese non significa che dobbiamo romanticizzare il regime feudale precedente. Una protesta comune fra i seguaci buddisti nell'ovest è che la cultura religiosa del Tibet sta per essere distrutta dalle autorità cinesi. Questo potrebbe essere.
Ma ciò che tratto qui è la presunta natura spirituale, ammirevole e primitiva di quella cultura pre-invasione. In breve, possiamo sostenere la libertà e l'indipendenza religiose per il Tibet senza dovere abbracciare la mitologia di un paradiso perduto. Per concludere, vorreisottolineare che la critica proposta qui non è intesa come attacco personale al Dalai Lama. Egli appare sempre come un individuo abbastanza piacevole, che parla spesso di pace, di amore e di nonviolenza. Nel 1994, in un'intervista con Melvyn Goldstein, ha voluto ricordare che fin da giovane egli era sempre stato per la costruzione di scuole, "macchine" e strade nel suo paese. Sostenne che aveva pensato che gli obblighi e le tasse imposti ai contadini "siano stati estremamente difettosi." Ed ha provato antipatia per il fatto che la gente era stata strozzata con i vecchi debiti, a volte passati di generazione in generazione. (52)
Inoltre ha creato "un governo in esilio" con una Costituzione scritta, un assemblea rappresentativa ed altri aspetti democratici. (53)
Come molti sovrani di un tempo, il Dalai Lama dà l’impressione di essere più più preparato a parlare di potere invece che di esercitarlo. Se si tiene conto che ci ha messo quarantanni di esilio, un ‘occupazione cinese per arrivare a proporre la democrazia per il Tibet e a criticare l’autocrazia feudale di cui lui stesso era la massima apoteosi.
Ma la sua critica del vecchio ordine arriva troppo in ritardo per convincere i tibetani. Molti di loro desiderano che possa tornare nel paese, ma sembra che relativamente pochi desiderino un ritorno all'ordine sociale che lui ha rappresentato.
In un libro pubblicato nel 1996, il Dalai Lama profferì una clamorosa dichiarazione che fece venire i brividi alla Comunità dell’esilio. Si legge in un capitolo: di tutte le teorie economiche moderne, il sistema economico marxista è fondato su principi morali, mentre il capitalismo è interessato soltanto al guadagno e al profitto. Il marxismo è indirizzato alla distribuzione della ricchezza su una base uguale e alla giusta utilizzazione dei mezzi di produzione. Inoltre esso è anche concepito sugli interessi della classe lavoratrice che è la maggioranza della popolazione, così come per il destino degli sfruttati e di quelli che hanno più bisogno, inoltre si preoccupa del destino di chi non è privilegiato e per le vittime dello sfruttamento imposto dalla minoranza. Per questi motivi il sistema fa appello a me e mi sembra giusto. . .. Per questo motivo penso a me come mezzo marxista e mezzo buddista. (54)
E più recentemente nel 2001, mentre visitava la California, ha sottolineato che "il Tibet, è materialmente molto, molto indietro. Spiritualmente è abbastanza ricco. Ma la spiritualità non può riempire i nostri stomaci."
Questo è un messaggio a cui dovrebbero fare attenzione i ricchi e benestanti proseliti occidentali del buddismo che ritengono che esso non può essere confuso con considerazioni materiali, mentre romanticizzano il Tibet feudale. Al di là del buddismo e del Dalai Lama, quello che ho provato a sfidare è il mito del Tibet, l'immagine di un paradiso perduto, un ordine sociale che era poco più di un teocrazia dispotica e retrograda, fondata sulla schiavitù e sulla povertà, danneggiando così lo spirito dell’uomo, dove le più grandi ricchezze sono state accumulate da pochi potenti che vivevano al di sopra degli altri, approfittando del lavoro, del sangue e del sudore della maggioranza.
Per a maggior parte degli aristocratici tibetani in esilio, quello è il mondo a cui vorrebbero ardentemente ritornare.
Esso è molto lontano dallo Shangri-La.
Michael Parenti
marzo 2008

Note: 

1. Melvyn C. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet, and the Dalai Lama (Berkeley: University of California Press, 1995), 6-16.
2. Mark Juergensmeyer, Terror in the Mind of God, (Berkeley: University of California Press, 2000), 113.
3. Kyong-Hwa Seok, "Korean monk gangs battle for temple turf," San Francisco Examiner, December 3, 1998.
4. Gere quoted in "Our Little Secret," CounterPunch, 1-15 November 1997.
5. Dalai Lama quoted in Donald Lopez Jr., Prisoners of Shangri-La: Tibetan Buddhism and the West (Chicago and London: Chicago University Press, 1998), 205.
6. Stuart Gelder and Roma Gelder, The Timely Rain: Travels in New Tibet (New York: Monthly Review Press, 1964), 119.
7. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123.
8. Pradyumna P. Karan, The Changing Face of Tibet: The Impact of Chinese Communist Ideology on the Landscape (Lexington, Kentucky: University Press of Kentucky, 1976), 64.
9. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 62 and 174.
10. As skeptically noted by Lopez, Prisoners of Shangri-La, 9.
11. See the testimony of one serf who himself had been hunted down by Tibetan soldiers and returned to his master: Anna Louise Strong, Tibetan Interviews (Peking: New World Press, 1929), 29-30 90.
12. Melvyn Goldstein, William Siebenschuh, and Tashì-Tsering, The Struggle for Modern Tibet: The Autobiography of Tashì-Tsering (Armonk, N.Y.: M.E. Sharpe, 1997).
13. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 110.
14. Strong, Tibetan Interviews, 15, 19-21, 24.
15. Quoted in Strong, Tibetan Interviews, 25.
16. Strong, Tibetan Interviews, 31.
17. Melvyn C. Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951 (Berkeley: University of California Press, 1989), 5.
18. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 175-176; and Strong, Tibetan Interviews, 25-26.
19. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 113.
20. A. Tom Grunfeld, The Making of Modern Tibet rev. ed. (Armonk, N.Y. and London: 1996), 9 and 7-33 for a general discussion of feudal Tibet; see also Felix Greene, A Curtain of Ignorance (Garden City, N.Y.: Doubleday, 1961), 241-249; Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951, 3-5; and Lopez, Prisoners of Shangri-La, passim.
21. Strong, Tibetan Interviews, 91-92.
22. Strong, Tibetan Interviews, 92-96.
23. Waddell, Landon, and O'Connor are quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123-125.
24. Quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 125.
25. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 52.
26. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 54.
27. Heinrich Harrer, Return to Tibet (New York: Schocken, 1985), 29.
28. Strong, Tibetan Interview, 73.
29. See Kenneth Conboy and James Morrison, The CIA's Secret War in Tibet (Lawrence, Kansas: University of Kansas Press, 2002); and William Leary, "Secret Mission to Tibet," Air & Space, December 1997/January 1998.
30. Leary, "Secret Mission to Tibet."
31. Hugh Deane, "The Cold War in Tibet," CovertAction Quarterly (Winter 1987).
32. George Ginsburg and Michael Mathos Communist China and Tibet (1964), quoted in Deane, "The Cold War in Tibet." Deane notes that author Bina Roy reached a similar conclusion.
33. See Greene, A Curtain of Ignorance, 248 and passim; and Grunfeld, The Making of Modern Tibet, passim.
34. Los Angeles Times, 18 August 1997.
35. Harrer, Return to Tibet, 54.
36. Karan, The Changing Face of Tibet, 36-38, 41, 57-58; London Times, 4 July 1966.
37. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 29 and 47-48.
38. Tendzin Choegyal, "The Truth about Tibet," Imprimis (publication of Hillsdale College, Michigan), April 1999.
39. Karan, The Changing Face of Tibet, 52-53.
40. Elaine Kurtenbach, Associate Press report, San Francisco Chronicle, 12 February 1998.
41. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 47-48.
42. Strong, Tibetan Interviews, 15-16.
43. Jim Mann, "CIA Gave Aid to Tibetan Exiles in '60s, Files Show," Los Angeles Times, 15 September 1998; and New York Times, 1 October, 1998.
44. Reuters report, San Francisco Chronicle, 27 January 1997.
45. News & Observer, 6 September 1995, cited in Lopez, Prisoners of Shangri-La, 3.
46. Heather Cottin, "George Soros, Imperial Wizard," CovertAction Quarterly no. 74 (Fall 2002).
47. The Gelders draw this comparison, The Timely Rain, 64.
48. The Han have also moved into Xinjiang, a large northwest province about the size of Tibet, populated by Uighurs; see Peter Hessler, "The Middleman," New Yorker, 14 & 21 October 2002.
49. Report by the International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril (Berkeley Calif.: 2001), passim.
50. International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril, 66-68, 98.
51. John Pomfret, "Tibet Caught in China's Web," Washington Post, 23 July 1999.
52. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 51.
53. Tendzin Choegyal, "The Truth about Tibet."
54. The Dalai Lama in Marianne Dresser (ed.), Beyond Dogma: Dialogues and Discourses (Berkeley, Calif.: North Atlantic Books, 1996).

traduzione di Enrico Vigna