sabato 14 ottobre 2017

Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

REDAZIONE NOICOMUNISTI


DI DAVIDE SPAGNOLI


Bush senior con il criminale di guerra ucraino Yaroslav Stetsko



Presentiamo un’intervista a uno storico americano, Russ Bellant, autore di  Old Nazis,The New Right and The Republican Party, in cui viene rimarcato come da 70 anni vi sono stati e vi sono strettissimi legami tra il Partito Repubblicano, tra cui alcuni suoi esponenti eletti come presidenti USA come Richard Nixon e Ronald Reagan e una pletora di criminali di guerra ucraini che collaborarono con i nazisti.
Da questo si capisce benissimo la corresponsione attuale di amorosi sensi fra gli attuali governanti dell’Ucraina e il governo USA. Un po’ meno comprensibile è l’ammore che lega esponenti piddini e della “sinistra” lgbtqwerty equosolidale con i loro impresentabili nipotini ucraini…



Poema pedagogico di A. S. Makarenko

REDAZIONE NOICOMUNISTI


DI ELVIRA MENSI

Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore o, in altri termini: egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso, deve sentire gli obblighi che ha verso la sua classe. Deve essere capace di subordinarsi al compagno e di dare ordini al compagno. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere e amare la vita: deve essere felice e non soltanto nel futuro, ma in ogni giorno presente della sua vita”.
(A. S. Makarenko)

“Va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi”
(V. Maiakovski su A.S. Makarenko)

Introduzione alla lettura

Poema pedagogico è un romanzo-verità: il racconto della storia di una colonia penale per criminali minorenni creata e gestita dalla polizia politica comunista in Ucraina orientale negli anni venti del secolo scorso.

Se dovessi dire in poche parole ai lettori di oggi chi è il suo autore, Anton Semenovyč Makarenko, direi senza esitazione che è un pedagogo e un pedagogista sovietico, un costruttore del primo paese socialista, un costruttore del primo Stato socialista della storia, un costruttore dell’Unione Sovietica: uno Stato basato sull’alleanza di operai e contadini diretta dagli operai. Non quindi un educatore di ragazzi e di giovani, un professionista sia pure brillante del “reinserimento nella società” di ragazzi criminali, delinquenti, drogati e comunque disadattati e asociali, il sostenitore di un metodo particolare di insegnamento, di rieducazione o di “reinserimento sociale”: proprio della sinistra borghese deformarne la figura isolando un aspetto di Makarenko e valorizzarlo in questi ruoli, perché nella cultura della sinistra borghese la rivoluzione socialista non esiste e tra società borghese e società socialista la sinistra borghese non vede sostanziale differenza.


In primo luogo Makarenko è quindi un costruttore del primo paese socialista che racconta come ha diretto un gruppo di ragazzi criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali, non a “reinserirsi nella società”, ma a trasformarsi in attori della costruzione del socialismo in un paese dove, sotto la guida del partito comunista di Lenin e di Stalin, gli operai, una piccola minoranza della popolazione, avevano preso il potere e dirigevano la massa della popolazione a costruire un paese socialista, base rossa della rivoluzione proletaria mondiale.

In secondo luogo Makarenko è stato trascinato a partecipare a questa impresa unica, o meglio la prima del suo genere, partendo dal lavoro di insegnante che stava già facendo con passione da più di dieci anni a figli di operai, in una zona relativamente industrializzata dell’Ucraina, quando la rivoluzione socialista promossa dal partito comunista di Lenin vinse l’impero zarista e instaurò il socialismo. Makarenko era già un maestro di scuola (aveva già 29 anni e aveva incominciato a insegnare in scuole per operai a 17 anni) quando nell’ottobre del 1917 Lenin e il partito comunista instaurarono a Pietrogrado il primo governo sovietico. Egli aderì entusiasticamente e sempre più consapevolmente alla rivoluzione socialista e divenne un fervente costruttore del socialismo sotto la guida del partito di Lenin e di Stalin sempre operando nel campo pedagogico. “Dopo l’Ottobre, si aprirono di fronte a me meravigliose prospettive. Noi pedagoghi eravamo talmente inebriati di queste prospettive, da essere quasi fuori di noi”, scriverà più tardi. Ma nonostante l’età non aveva fatto parte dell’avanguardia che aveva assimilato la concezione comunista del mondo e promosso la rivoluzione socialista. Questo è importante per capire le difficoltà che Makarenko incontrò come maestro di pedagogia nella società sovietica.


La Rivoluzione d’Ottobre non significò soltanto l’espropriazione dei latifondisti e dei grandi industriali, non significò soltanto “la terra ai contadini, le fabbriche agli operai”: essa fu anche, nello stesso tempo, il più grande movimento di masse verso l’istruzione (e innanzitutto verso la conquista dell’alfabeto) che ci fosse mai stato.
“In nessun luogo le masse popolari sono così interessate alla vera cultura come da noi; in nessun luogo, in nessun paese, il potere dello Stato si trova nelle mani della classe operaia che, nella sua massa, comprende perfettamente la sua mancanza, non dirò di cultura, ma di istruzione; in nessun luogo essa è pronta a fare, e fa, per migliorare la sua situazione in questo campo, sacrifizi così grandi come nel nostro paese” (Lenin, Pagine di diario, gennaio 1923, in Opere Complete vol. 33 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 423-427).
Il maestro elementare diventò figura centrale di questo grande movimento popolare contro l’analfabetismo, verso l’istruzione.
“Il maestro elementare deve essere da noi posto ad un’altezza tale, alla quale non si è mai trovato, e non si trova, non può trovarsi nella società borghese. Noi dobbiamo avviarci verso questo stato di cose con un lavoro sistematico, fermo e tenace, per elevarne il livello spirituale, per prepararlo sotto tutti gli aspetti alla sua missione realmente nobile… e per migliorare le sue condizioni materiali. Non bisogna lesinare sull’aumento della razione di pane agli insegnanti in un anno come questo, in cui ne siamo forniti in modo relativamente sopportabile” (Lenin, ibidem).

La storia della colonia Gor’kij, il “poema pedagogico” di Makarenko, è esemplare – ma davvero non unica – per quel che riguarda lo sviluppo dell’istruzione nei primi, difficilissimi anni del potere sovietico. L’Ucraina era una delle regioni più colpite e devastate: guerra, occupazione tedesca, guardie bianche, banditismo endemico, distruzioni, carestia. Eppure, in quelle tragiche condizioni, il potere sovietico – benché qua e là ancor debole, incerto, inesperto nei suoi quadri – dà un potente impulso all’istruzione. Le case e le ville dei vecchi signorotti, le proprietà dei nobili e dei monasteri (come nei pressi di Poltava e a Kuriag, prima e seconda sede della Colonia Gor’kij) sono assegnate ad istituti di istruzione popolare. Nascono le Rabfak, le facoltà operaie, si moltiplicano le scuole professionali. Le attrezzature sono insufficienti? i locali inadatti? il vitto scarso? Sì: ma queste sono conseguenze temporanee degli anni di lotta e di sconvolgimento, non di incuria delle autorità. Al contrario: il maestro sa che la direttiva del governo sovietico è nelle parole di Lenin:
“devono essere ridotte non le spese per il Commissariato dell’Istruzione pubblica, ma le spese degli altri dicasteri, perché le somme rese disponibili siano devolute al Commissariato dell’Istruzione pubblica”.
Il freddo, la fame, la scarsezza di tutto sono la conseguenza del fallimento, del crollo del vecchio regime, del vecchio mondo. Perciò, anche se “lacero e affamato”, è con entusiasmo, è con la consapevolezza di essere sorretto e aiutato nel massimo grado possibile dal potere operaio, che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski).

Tuttavia Makarenko fece domanda di ammissione al partito solo molti anni dopo: la sua domanda fu accettata postuma dopo la sua morte improvvisa il 1° aprile 1939. La sua adesione alla costruzione del socialismo non venne quindi dalla assimilazione della teoria marxista, non fu un intellettuale rivoluzionario della vecchia tradizione russa, che era approdato al marxismo e poi alla pratica del movimento operaio e della rivoluzione socialista, come molte persone colte della sua generazione. Al contrario fu la sua adesione di figlio di operai, di insegnante e di pedagogista alla costruzione del socialismo promossa e guidata dal partito comunista di Lenin e di Stalin che lo fecero approdare al marxismo e infine al partito comunista. Anche nel campo pedagogico Makarenko fu prima un pratico e divenne pedagogista solo tardi, quando nel corso della costruzione del socialismo la lotta tra i vari indirizzi pedagogici divenne acuta. Dapprima Makarenko reagisce nella pratica, e quasi istintivamente, senza avere ancora alcuna chiarezza di idee e di principi, all’ondata libertaria che caratterizzava l’insegnamento nella scuola nei primi anni della società sovietica. La sua prima pubblicazione è del 1932 (La marcia dell’anno 30) e parla della Comune Dzeržinskij, il fondatore della Ceka morto nel 1926. Poema pedagogico venne pubblicato in due puntate nel 1934 e 1935 dell’almanacco letterario diretto da Gor’kij e in volume nel 1935, benché sia il frutto del lavoro redazionale fatto da Makarenko stesso su scritti stesi nel periodo 1925-1935, relativi alla vita della colonia Gor’kij (creata nel 1920 presso Poltava, in Ucraina orientale) per ragazzi criminali e comunque disadattati e asociali. Promotore di questa colonia, che in un paese borghese sarebbe stata, quindi, una colonia penale, come di tante altre analoghe colonie era stata la Ceka, la polizia politica che il governo sovietico aveva creato con il decreto del 7 dicembre 1917 per snidare e consegnare ai tribunali del popolo i cospiratori controrivoluzionari e rafforzato con il decreto del 21 febbraio 1918 (“La patria socialista è in pericolo!”) assegnandole il compito di eliminare direttamente i cospiratori controrivoluzionari colti sul fatto. Con la fine della guerra civile su larga scala, la Ceka era via via ritornata a compiti di inchiesta rimettendo i colpevoli di cospirazione controrivoluzionaria ai tribunali del popolo (per la vita del suo creatore, Feliks Dzeržinskij, vedasi l’omonima opera pubblicata da Zambon Editore) ed era passata a occuparsi anche di altri compiti: uno di essi era l’inserimento nella costruzione del socialismo dei ragazzi abbandonati, in gran parte criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali che la guerra civile e lo sconvolgimento rivoluzionario avevano creato. Il loro numero, nel 1921, era valutato a 7.5 milioni di cui circa il 10% tossicomani.


Sia l’esistenza di un così alto numero di giovani asociali sia i contrasti di indirizzo su come fare a farli partecipare alla costruzione del nuovo mondo, erano nella natura delle cose: l’agonia del vecchio mondo e la nascita del nuovo.
“L’apparire di una nuova classe sulla scena della storia, come capo e dirigente della società, è sempre accompagnato da un periodo di violente “perturbazioni”, di scosse, di lotte e di tempeste da un lato, e dall’altro da un periodo di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni e di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva… È ovvio che non settimane occorrono, ma lunghi mesi ed anni prima che la nuova classe sociale, e per di più una classe finora oppressa, schiacciata dalla miseria e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, orientarsi, organizzare il proprio lavoro ed esprimere dal suo seno i propri organizzatori” (Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, 28 aprile 1918, in Opere Complete vol. 27 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 211-248).
Nello stesso tempo, però, l’affermarsi, “come capo e dirigente della società”, della classe, fino ad allora sfruttata ed oppressa, del proletariato, liberò immense forze fino ad allora compresse, animò di indomabile entusiasmo milioni di uomini, pur nelle strettezze e nelle difficoltà della vita di ogni giorno.


Quanto fin qui detto valga ad avvertenza perché i lettori traggano il massimo giovamento dalla lettura di Poema pedagogico. Essi troveranno in quest’opera spunti fecondi per riflessioni in molti campi. In questa introduzione ne voglio mettere in risalto tre.

1. Il primo campo è la costruzione del socialismo in Unione Sovietica negli anni Venti e Trenta, sotto la guida di Lenin prima e poi di Stalin.
Abbiamo già detto che non di “reinserimento sociale” racconta Makarenko, ma, raccontando le vicende di un caso concreto esemplare, della trasformazione di milioni di ragazzi sbandati in costruttori del socialismo. I metodi che egli usa sarebbero incomprensibili e i risultati che ottiene genererebbero frustrazione nei lettori e in particolare in quelli che sono oggi in Italia impegnati in sforzi educativi familiari o professionali, nelle istituzioni pubbliche o in iniziative di volontariato, se non tenessero conto che Makarenko racconta di uno sforzo educativo condotto in condizioni difficili ma nel contesto di una società che lo richiede, che ne ha bisogno, che sta tutta trasformandosi nella stessa direzione a cui l’opera educativa tende. Chi dei nostri lettori, dopo aver letto Poema pedagogico leggerà L’era di Stalin di Anne Luise Strong o I primi paesi socialisti di Marco Martinengo (entrambi disponibili presso le Edizioni Rapporti Sociali) vi troverà descritto lo stesso mondo a cui appartengono la colonia Gor’kij e la Comune Dzeržinskij, solo visto nel suo insieme, in termini di ricordi di viaggio da Strong e in termini di saggio da Martinengo. È velleitario cercare di educare all’altruismo un bambino che vive in un mondo di lupi rapaci: quello che gli serve ed è possibile fare è educarlo a diventare un rivoluzionario. Il libro di Makarenko, prima di essere un incitamento ad adottare metodi pedagogici, è quindi incitamento a fare la rivoluzione socialista nel nostro paese.

2. Il secondo campo è l’indirizzo pedagogico nell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta. I lettori di Poema pedagogico si troveranno alle prese con una lotta acuta tra contrastanti indirizzi pedagogici. In particolare tra l’indirizzo promosso da Makarenko e l’indirizzo libertario prevalente nelle istituzioni scolastiche nel cui contesto opera la colonia Gor’kij. È del tutto comprensibile che nelle istituzioni educative sovietiche l’indirizzo libertario avesse preso ampie dimensioni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Occorre immedesimarsi nel contesto storico concreto, per comprendere le ragioni, e gli aspetti anche positivi, dello spirito libertario che animava molti maestri d’avanguardia in quegli anni. Nelle scuole zariste aveva dominato una disciplina da caserma e da seminario. I migliori maestri avevano lottato contro l’oppressione della personalità umana che le autorità imponevano. “Basta con la disciplina da caserma!”: era la parola d’ordine che, giustamente e naturalmente, risuonava nella nascente scuola sovietica. Era necessario travolgere le resistenze del vecchio mondo, far entrare nelle aule una ventata di libertà, far nascere negli allievi il senso della critica e dell’indipendenza di giudizio. Vi era in tutto ciò un aspetto positivo, un’esigenza giusta: l’esigenza di farla finita con una disciplina puramente esteriore, di liquidare ogni forma di supina sottomissione, ogni forma di avvilimento della personalità dell’allievo. Ma vi erano anche dei grossi pericoli, giacché questa giusta esigenza di disciplina cosciente e di libertà si mutava spesso in un “rivoluzionarismo” romantico e puramente negativo, conduceva al mito libertario dell’assoluto autogoverno degli allievi nella scuola, al mito naturalistico dello sviluppo spontaneo della personalità del fanciullo: in definitiva al fatalismo, ogni cosa può essere solo quello che è. Si giunse talvolta, per combattere l’autorità caporalesca e la disciplina da caserma, a negare qualsiasi autorità al maestro, a ripudiare qualsiasi forma di disciplina, a condannare qualsiasi “intervento dall’alto” da parte degli insegnanti. Proprio negli anni nei quali più teso era il contrasto tra Makarenko e l’“Olimpo pedagogico”, Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere di Turi ai suoi figlioli che abitavano in Unione Sovietica, si preoccupava del pericolo di una sorta di “anarchia culturale” nell’insegnamento loro impartito in famiglia e a scuola. “Non si è liberi di scrivere da destra verso sinistra”, diceva scherzosamente ma anche seriamente al figlio maggiore alle prese con l’alfabeto. E alla moglie e alla cognata affettuosamente rimproverava di essere imbevute di “spirito ginevrino” (a Ginevra aveva risieduto Rousseau), di non reagire criticamente al fascino del mito dell’“educazione secondo natura” che aveva trovato nell’Emilio di Rousseau la sua espressione più completa. Il fatto che la critica di Gramsci coincidesse nella sostanza con la lotta di Makarenko contro il mito libertario, il fatto che due uomini, l’uno all’altro sconosciuti, lontani, arrivassero alla medesima conclusione partendo dalle medesime premesse di principio, è una prova importante contro coloro che vogliono far credere che la “svolta del 1936” (la risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista bolscevico dell’URSS del 5 maggio 1936 riconobbe non solo gli evidenti successi della pedagogia di Makarenko, ma persino il suo essere sostanziale fondamento di un’educazione socialista di massa: la pedagogia di Makarenko, con i suoi metodi e principi educativi, divenne nuova “pedagogia ufficiale” dell’URSS), era stata una critica dall’alto, un puro e semplice e improvviso “atto d’autorità”. La critica era invece già nelle cose, nei cattivi risultati della pedologia libertaria, nei meravigliosi successi educativi degli avversari della pedagogia libertaria, di Makarenko ma non solo di Makarenko; era nella logica dello sviluppo della società e della scuola socialista; era nella coscienza degli uomini più attenti e consapevoli, degli uomini che, come Gramsci e Makarenko, avevano fatto dei principi del marxismo-leninismo una guida per la comprensione dei processi storici e culturali e per la loro direzione.

Il comunismo non è solo negazione dell’oppressione feudale e clericale. È anche superamento dell’individualismo borghese e della libertà del capitalista che si combina con l’asservimento degli schiavi salariati. L’uomo comunista è libero nel senso preciso che è cosciente dei compiti della società di cui fa parte, concorre a individuarli, definirli e a tradurli in regole di condotta collettiva e individuale e quindi si comporta in modo conforme al ruolo che svolge per il loro adempimento. Nella società borghese la libertà dello schiavo salariato è rivendicazione, protesta, rivolta e organizzazione rivoluzionaria. La libertà del costruttore del socialismo e del comunismo è scienza e coscienza, conoscenza della necessità, disciplina consapevole in conformità alle leggi oggettive e a quelle che ha partecipato a definire e che sono quindi diventate socialmente oggettive.

3. Il terzo campo è la partecipazione alla rivoluzione socialista italiana e l’inserimento nella futura società socialista italiana dei giovani di oggi, del 2017.

Molti dei futuri lettori di Poema pedagogico sono certamente coscienti e probabilmente preoccupati dell’abbrutimento morale e intellettuale che la borghesia imperialista e il suo clero fomentano a piene mani nei bambini, nei ragazzi e nei giovani. Trascuriamo qui che borghesia e clero spesso concorrono allo stesso risultato (distogliere dalla rivoluzione socialista) con ruoli diversi: la prima facendo dell’abbrutimento mercato, il secondo deplorando, esortando e promuovendo opere di carità. È possibile oggi portare tanti giovani abbrutiti a partecipare alla rivoluzione socialista? Riusciremo domani a inserirli nella costruzione del socialismo? Poema pedagogico avvalora le tesi di noi comunisti, ma dice anche che la trasgressione non è di per sé rivoluzionaria. È solo sintomo della putrefazione della vecchia società che non accetta di morire. Solo chi promuove la rivoluzione è in grado di trasformare i trasgressivi in rivoluzionari.

Elvira Mensi

Edizioni Rapporti Sociali

Autore: Anton Semenovyč Makarenko
Editore: EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI e RED STAR PRESS
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/fax: 02 26305464
Email: edizionirapportisociali@gmail.com – carc@riseup.net
Sito web: http://www.carc.it – in fb: ERS – Edizioni Rapporti Sociali
Anno: 2017
Pagine: 416 pp.
Formato: 16×22,5 cucito con bandelle
Isbn: 9788867181674
Prezzo: 25,00 euro
Collana: Prima ondata della rivoluzione proletaria e i primi paesi socialisti.

Puoi acquistarlo: – Conto Corrente Bancario (CCB) intestato a Gemmi Renzo IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018 – Postepay intestata a Renzo Gemmi n. 5333 1710 0024 1535 – Paypal: accredito sul Conto PAYPAL del Partito dei CARC (https://www.paypal.me/PCARC) specificando la causale di versamento (via mail scrivendo a edizionirapportisociali@gmail.com) e comunicando via email o direttamente allo 02.26306454 l’indirizzo postale cui spedire il testo. La spedizione verrà effettuata non appena ricevuto il versamento effettuato.

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

REDAZIONE NOICOMUNISTI


DI LUCA BALDELLI

Il 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano ), formazione marxista – leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico – rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”. Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’Urss ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’Urss, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal 
e Mohammad Najibullah.

Nur Mohammad Taraki

La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del Ministro degli Interni di Daud, Nuristani ), e così facendo aveva sbarrato momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli Usa, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo americano, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo.

Babrak Karmal


La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200.000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’ “ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese. Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità.

Studentesse universitarie negli anni ’70
La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come la bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979/80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al Presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamico – reazionaria e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che, complessivamente – è bene sottolinearlo ancora – stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’Urss e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che, con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna speranza ci sarebbe stata di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’Urss stava pensando già non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, stava scalpitando per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella Regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti : più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro.
Questo lo si vide, appunto, nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!). Molto si è detto e scritto attorno a questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’Urss), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.
Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e anti – americanismo era contrappesato da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da Usa e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti – anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e, marginalmente, in organismi centrali del medesimo. Ecco che, nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250.000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo – imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati.

Herat, Afghanistan



L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i Distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujaheddin foraggiati dagli Usa, dall’Iran e dal Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri Distretti e Province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3 o 4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà ed emancipazione.

Controrivoluzionari afghani, dintorni di Herat, febbraio 1980
Quella che possiamo definire “Gladio verde” (islamo – fondamentalista e anti – sovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti, che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale parimenti ritroviamo l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista – leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA americana, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’Urss, i suoi interessi, la sua stessa sovranità. Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat – e Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce e persino ex galeotti (Gul Mohammad, Kamar – i – Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di questi personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione ha teso accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujaheddin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente questo dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma, da parte del Presidente americano Carter, della direttiva per il rifornimento con armi e soldi sonanti ai mujaheddin afghani, datata 3 luglio 1979, direttiva che darà il via all’ “Operazione Cyclone” e che spingerà l’Urss a entrare in campo nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti CIA presenti nel Paese, non erano stati certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul, con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di queste trame?

Afghanistan, località imprecisata, agente CIA con i controrivoluzionari afghani
Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della Città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo progetto di impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun’altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, le Brigate IV e XV dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e – Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki, ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento ha voluto comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare, ma civile-militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo del 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate.


Un capitano dell’esercito afghano in procinto di disertare presso Herat
La propaganda occidentale ha ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla Città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Ilyushin, è anche vero che queste furono mirate a colpire edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valenza militare e strategica controllati dagli islamo – reazionari e mai civili abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema poi visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico – islamista. Nella conta delle vittime, si è proposta spesso la cifra di 25,000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3 – 4.000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “ Parcham “ del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti americani e con il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi come il salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’Urss, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’esterno e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo! L’evidenza storica, poi, dimostra che l’Urss intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo – reazionaria. Mentre gli Usa e la CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’Urss buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, ad un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’Urss e mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in Città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’Urss, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio del ’79, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’Urss ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.

Bibliografia:

Enrico Vigna: Afghanistan ieri e oggi (La Città del Sole, 2001).
John K. Colley: Una guerra empia (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy: Islam and Resistance in Afghanistan (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: Il nemico del mio nemico (Il Saggiatore, 2005)

giovedì 24 agosto 2017

Liu Xiao Bo dietro il velo della propaganda

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il Solgenitsin cinese, Liu Xiao Bo


Da prima della sua prematura dipartita, i media occidentali hanno deciso di santificare, fino a farlo assurgere ad una sorta di Giordano Bruno in salsa asiatica, il "dissidente" cinese Liu Xiaobo. La triste, cinica ed ipocrita abitudine italica (e non solo) di santificare tutti post – mortem, in questo caso è stata ampiamente preceduta da un battage mediatico precedente al luttuoso evento; una campagna aggressiva, mendace e reticente che continua ad inquinare pesantemente la verità storica e i fatti oggettivi. 

Chi era nel dettaglio Liu Xiaobo, questa "vittima del crudele regime cinese", secondo la stampa dell’unico regime veramente tale, ovvero quello capitalista – borghese? Il suo nome, degradato a ritornello e scioglilingua da mettere in bocca a tanti stolti e disinformati che pullulano nel panorama sociale odierno, può essere annoverato tra quello delle grandi figure storiche o si tratta, semplicemente, di un mito di cartapesta pompato per le esigenze della moderna guerra fredda? 
Manifestazione a Londra per la sua liberazione


Liu Xiaobo nasce nel 1955 a Changchun, nella Provincia nord – orientale di Jilin. Fin da questo momento, occorre sgomberare il campo da una prima notizia falsa circolante con insistenza, ovvero quella per la quale Liu sarebbe stato educato alla religione cristiana. Egli nacque, viceversa, in una famiglia di intellettuali fieramente marxisti – leninisti e atei: il padre, Liu Ling (1931  - 2011), docente di Cinese all’Università Normale del Nord Est (NENO), istituto fondato dal Partito Comunista Cinese nel 1946, fu convinto militante del PCC, mentre la madre, Zhang Suqin, lavorò nella medesima Università e mai si allontanò dalla sua visione del mondo, in tutto e per tutto coincidente con quella del suo consorte. I fratelli di Liu Xiaobo sono stati o sono tutti alti dirigenti del settore economico e culturale. Lungi dall’essere un emarginato, un reietto, dunque, Liu Xiaobo è nato e cresciuto all’interno di una famiglia colta, discretamente benestante, il cui avanzamento sociale è stato garantito in tutto e per tutto dai principi del socialismo, dalle enormi possibilità messe in campo dall’ordinamento sociale cinese a beneficio di tutti, senza discriminazione alcuna. Anche Liu non ha fatto eccezione, affermandosi fin da giovane in ambito accademico: ammesso nel 1977 al Dipartimento di letteratura cinese dell’Università di Jilin, vi fonda il gruppo di poeti denominato "I cuori innocenti" (Chi Zi Xin) e si laurea nel 1982. Nel 1984 diviene docente a Pechino e sposa Tao Li, dalla quale ha un figlio, di nome Liu Tao. Si paragoni il destino di questo "dissidente", sin dai primi anni di approccio con il mondo del lavoro, con quello di tanti giovani precari di oggi nel nostro emisfero, i quali escono dalle Università con lauree svilite nel loro valore fin dall’iter formativo che porta a conseguirle e, di fatto, inutilizzabili viste le dinamiche del sistema economico.  Ad ogni buon conto, all’attività di docente, Liu Xiaobo unisce quella di pubblicista, con articoli imperniati su tematiche letterarie. Ben presto, però, alla viva e romantica passione per la letteratura subentra una verve da polemista arrabbiato, venata da punte di frustrazione evidenti. La società cinese, il Governo, il Partito, non sono certo disabituati alla polemica, anche la più accesa, ed alla critica, anche la più radicale, né le ostracizzano con ipocrisie censorie ridicole e controproducenti; semmai, vi è da rilevare come, dal 1966 almeno, la massima libertà di espressione sia un dato di fatto evidente, a volte anche eccessivo e debordante (chiunque conosca un po' il mondo dei tazebao avrà perfetta contezza di tale aspetto). Il punto è che la critica, o meglio la vis polemica scagliata nell’arena culturale e politica da Liu Xiaobo, non riguarda disfunzioni, difetti o deviazioni del sistema socialista, ma investe direttamente, con violenza verbale deplorevole e inaccettabili toni offensivi, il popolo cinese stesso, la sua storia, la sua identità, la sua cultura. 

Esso viene definito, senza mezzi termini, "fisicamente e psicologicamente impotente! 

Nessun Paese potrebbe tollerare a lungo un affronto simile, infamante e del tutto gratuito, contro la propria storia e contro la propria gente. Eppure, nonostante l’invito di una parte del PCC a prendere le dovute misure verso Liu Xiaobo, prevale in seno alle autorità un atteggiamento pseudo – liberale di debolezza e di resa che, lungi dall’indurre il "giovane arrabbiato" a più miti consigli, lo inciterà ad ulteriori staffilate. Nella Cina "tirannica", dove la censura, a detta dei favolisti, sarebbe onnipresente, Liu Xiaobo non solo lascia, ma raddoppia: è del 1988 il libro Xuanze De Pipan: Yu Li Zehou Duihua (Il criticismo delle scelte: un dialogo con Li Zehou), edito dalla Shangai renmin chubanshe. L’opera è un attacco violento non solo al socialismo, ma a tutta la cultura tradizionale cinese, al confucianesimo in primis; la scelta dell’interlocutore non è dettata certo da casualità: Li Zehou è, infatti, un noto intellettuale filo – occidentale, che approfitta del clima di libertà fiorito a partire dagli anni ’60, grazie a Mao Tse Tung ed alla sua passione per il confronto aperto e senza veli, per compiere le sue incursioni verbali di esaltazione di tutto quanto fa parte dell’occidente e di denigrazione violenta di tutto ciò che il popolo cinese ha partorito nella sua millenaria storia. Non a caso sarà sobillatore degli studenti a Piazza Tien An Men e, dal 1991, deciderà di trasferirsi negli Usa. Anche nel caso di questo libro, nessun segnale da parte del PCC e del Governo: il libello/ trattato diventa altresì un'ariete editoriale. Ciò non vuol dire che l’opinione pubblica parteggi per le tesi che vi sono esposte: tutt'altro, è la curiosità che spinge all'acquisto, seguita subito dall'esecrazione per il contenuto presso la stragrande maggioranza dei lettori. Sempre nel 1988, a dispetto di queste uscite a gamba tesa verso il suo popolo, prima ancora che verso le legittime autorità, Liu Xiaobo supera brillantemente l’esame per la tesi di dottorato (con verdetto unanimemente favorevole da parte del collegio esaminatore) e pubblica la propria tesi in forma di libro, sotto il titolo Libertà estetica e umana. Il Partito, il Governo, il mondo accademico nel suo complesso, sono talmente oppressivi e ostili a Liu che non solo gli permettono di spargere i suoi veleni contro la sua gente in maniera del tutto pacifica e indisturbata, ma gli consentono pure di recarsi negli Usa ad insegnare nelle Università più prestigiose. L’occidente è, per Liu, un faro, l’esempio da seguire per far cambiar pelle alla Cina e ai cinesi: 

"... modernizzazione – afferma nel 1988 il "dissidente" in un’intervista a Liberation Monthly di Hong Kong – significa in blocco occidentalizzazione; scegliere un’esistenza umana, significa scegliere il modo di vita occidentale. La differenza tra il sistema di governo occidentale e quello cinese è la stessa differenza che passa tra l’umano ed il non umano, non c’è via di mezzo... l’occidentalizzazione non è la scelta di una Nazione, ma una scelta per la razza umana". 

Nemmeno Fukuyama è arrivato forse a tanto! Il razzismo, l’esclusivismo, il fondamentalismo occidentalista trovano in Liu Xiaobo un campione indiscusso. In ballo non ci sono solo il socialismo, ma ancora una volta Confucio, Mencio, Sun Tzu e tutti o quasi i grandi pensatori della tradizione cinese, tutti bollati, esplicitamente o implicitamente come capisaldi teoretici della tirannia, del dispotismo, di tutto ciò che può essere additato come negativo. E’ chiara dunque anche l’aderenza oggettiva di Liu all’elaborazione del filone dello "scontro di civiltà", che in Huntington troverà, qualche anno dopo, la prima sistemazione teorico – speculativa coerente e dettagliata. Il pronunciamento di Liu Xiaobo sul colonialismo, taglia, se ve ne fosse ancora necessità, la testa al toro rispetto alla sua collocazione ideologico – valoriale: 

"In 100 anni, Hong Kong è cambiato fino a diventare ciò che vediamo oggi. Con la Cina, essendo il Paese così grande, occorrerebbero 300 anni di colonialismo, per poterla trasformare in ciò che oggi è Hong Kong. Ho i miei dubbi – anzi – sul fatto che 300 anni siano sufficienti". 
Disordini ad Hong Kong
 (nota del redattore: sui disordini di Hong Kong vedasi La Rivoluzione degli ombrelli, parte I e parte II)

Un razzismo che trasuda da ogni riga, nel contesto di una deplorevole esaltazione del colonialismo che tanto male ha arrecato alla Cina, nel suo tentativo di farne, nel corso dei secoli, una docile riserva di materie prime e mano d’opera, con contestuale corruzione e uccisione morale ed intellettuale delle migliori energie umane, anche attraverso lo smercio massiccio dell’oppio. Un affronto, un insulto intollerabile contro il proprio popolo, reiterato con virulenza e sfacciataggine. Più tardi, con la più sgradevole delle ipocrisie, Liu Xiaobo definirà "estemporanea" questa sua apologia del colonialismo ma, allo stesso tempo, manifestando ancora una volta il proprio credo, si rifiuterà di ritrattarla, confermandola. Peggio la toppa del buco, direbbe qualche vecchio, smaliziato saggio. Incarcerato dal giugno del 1989 per il suo ruolo di istigazione e sobillazione ideologica durante i fatti di Tien An Men, Liu Xiaobo viene liberato nel 1991: il "satanico" e "tremendo" potere cinese, pur condannandolo per "propaganda e incitamento controrivoluzionario", lo solleva da altri reati penali in virtù dell’ "azione meritoria" esercitata da Liu per impedire scontri sanguinosi, in quella che non era stata una "fioritura di libertà", ma un tentativo golpista finalizzato alla disgregazione della Cina, come apertamente dichiarato e sostenuto non da Deng Xiaoping, ma dallo studioso statunitense di problemi strategici Arthur Waldron in un saggio volutamente "dimenticato" dai media al servizio dell’imperialismo: After Deng The Deluge, comparso su Foreign Affairs nel 1995. 

La famosa immagine simbolo di Tien An Men con cui per decenni la propaganda occidentale ci ha fracassato gli zebedei


La giustizia cinese, ancora una volta, si manifesta, a dispetto di quanto ha sempre sostenuto e sostiene la disinformatia occidentale, rigorosa ed equilibrata, sempre scrupolosa nell'esame delle responsabilità oggettive degli imputati. Nemmeno questo trattamento così umano induce Liu Xiaobo a correggere il tiro, non delle sue opinioni (in Cina la libertà di opinione è tutelata e protetta), ma delle sue offese e ingiurie contro il popolo e la sua storia, contro il socialismo e la plurimillenaria civiltà cinese. Egli persiste nei suoi attacchi e anzi li rende più virulenti, utilizzando come base Taiwan, dove nel ’92 pubblica Monologhi di un sopravvissuto dal giorno del giudizio, un racconto a dir poco fazioso delle sue vicende e vicissitudini, strumentalizzato subito dai circoli imperialisti e dai nazionalisti fanatici ed aggressivi di Taipei. 



Nel gennaio del 1993, Liu Xiaobo torna in Cina: nessuno ne vieta l’ingresso nel Paese, e questa è un’altra prova della tolleranza e benevolenza delle autorità, ricompensate ancora una volta con bordate senza esclusione di colpi dal "dissidente" beniamino dei circoli più aggressivi dell’imperialismo. L’escalation degli strali è talmente insistente e provocatorio che, nel ’95, Liu viene sottoposto a misure di sorveglianza a Pechino. Liberato da ogni costrizione nel febbraio del 1996, ad ottobre dello stesso anno viene di nuovo arrestato e, questa volta, davanti alla sua pervicacia nell'opera di destabilizzazione del socialismo, inviato in un campo di lavoro correzionale. Ben poca correzione viene esercitata sulla mente del "dissidente", se, scontata la condanna, a partire dal 2001 torna a svolgere la sua attività contro l’ordinamento cinese, a favore dell’imperialismo e dei circoli più guerrafondai all'opera. Non solo Liu pubblica due libri negli Usa dai titoli inequivocabili (Il futuro della Cina è nella società civile e La singola lama di una spada velenosa: il nazionalismo cinese, quest’ultimo del 2006 ), ma esprime pieno appoggio, in palese violazione del dettato costituzionale cinese, ed in spregio agli interessi del suo Paese, a tutte le guerre imperialiste promosse dal clan Bush, dall’Afghanistan all’Irak. Non solo : Liu arriva anche ad intromettersi negli affari interni degli Usa in occasione delle elezioni presidenziali del 2004, scagliandosi contro Kerry per la sua asserita debolezza sul conflitto mediorientale. Insomma, un Liu più realista del Re che lo ha incoronato come Proconsole intellettuale della futura Cina asservita all’imperialismo, mai svanita dall’orizzonte dei sogni occidentali. Nel 2008, un salto ulteriore di qualità; Liu Xiaobo è tra gli estensori della "Carta 08", un documento che fa appello a tutti i cinesi e chiede lo smantellamento del socialismo, con la privatizzazione delle industrie, il ritorno delle terre in mano ai proprietari, una "libertà" di espressione che non può che voler dire licenza dei ricchi e dei filo – capitalisti di dire quello che vogliono, mentre i comunisti ed i progressisti saranno ammutoliti e minacciati di querela, censura e prigione ogni volta che apriranno bocca. Il "dissidente" difenderà sempre questa sua scelta come dettata dalla "libertà di coscienza", sostenendo che le opinioni personali espresse non significano sovversione: dimenticherà di dire, Liu Xiaobo, che la Costituzione cinese, mentre garantisce a tutti i cittadini la libertà di opinione e di critica, punisce chi vuole sovvertire il socialismo auspicando, ed anzi sancendo tra gli obiettivi della propria azione politica, lo smantellamento della proprietà collettiva e la proprietà statale delle aziende strategiche. Dimenticherà di dire davanti al mondo, Liu Xiaobo, che un appello che chiama a raccolta i cittadini non è una vaga e generica professione di idee ed opzioni, ma un programma dal quale non può che discendere un’azione politica logica e conseguente, la quale, nella misura in cui contrasta con la legge, non può essere ammessa. Tanto per portare un esempio, in Italia, Paese nel quale vi è fin troppa tolleranza vi è nei riguardi dei movimenti di estrema destra, nessuno può, almeno in linea di principio ed in forza di legge, firmare appelli per la ricostituzione del regime fascista, né tantomeno chiamare a raccolta il popolo per ottenere con l’azione diretta la realizzazione di quell’obiettivo. Alla luce della condotta del "dissidente", nel 2009 il Tribunale intermedio n. 1 di Pechino (una specie di Corte d’Appello), si pronuncia sul caso: ancora una volta, la giustizia cinese si manifesta obiettiva, onesta, trasparente, non viziata da pregiudizio. Al dibattimento, Liu Xiaobo è assistito da due validi avvocati, Shang Baojun e Ding Xikui, i quali venti giorni prima hanno avuto in mano la tesi accusatoria (un tempo congruo in Cina, vista la laconicità e chiarezza dei documenti giudiziari, ben lontani dai fiumi di parole che inondano atti simili in Italia). La stampa e la televisione sono presenti, assieme ai parenti e a persone vicine al "dissidente"; viene negato l’accesso unicamente ai diplomatici di Usa, Gran Bretagna, Canada, Svezia e Australia, in quanto la loro presenza sarebbe ingiustificata, configurandosi anzi come aperta ingerenza e occasione di sobillazione contro un Paese ed un governo verso il quale i Paesi da loro rappresentati si sono sempre comportati con atteggiamento prevenuto, quando non ostile. Al termine del processo, che non ha le lungaggini e le pastoie riscontrabili nella situazione italiana, e che vede il pronunciamento finale del Tribunale intermedio n. 2 di Pechino, con un successivo grado di giudizio volto a tutelare l’imputato, chiarendo meglio i fatti e confrontando i pareri dei collegi giudicanti, Liu viene condannato a 11 anni di carcere e a 2 anni di privazione dei diritti politici per "incitamento alla sovversione del potere statale". Solo la marcia propaganda dell’occidente capitalista, schierato a difesa della sovversione anticinese, a Pechino come nello Xinijang, poteva raffigurare Liu come un martire e il verdetto dei Tribunali cinesi come un verdetto barbaro e infondato! Alle rimostranze dei tromboni occidentali della "giustizia giusta" (che si invoca sempre a protezione dei potenti e dei loro scherani, mai a difesa dei proletari e dei diseredati!), il Professor Gao Mingxuan, stimato docente di diritto penale, e il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, rispondono per le rime, citando inoppugnabili pietre miliari della giurisprudenza "democratico – borghese": in primis, nessun Paese – essi ricordano – può impunemente ammettere che un cittadino lanci appelli per rovesciare il legittimo governo e gli ordinamenti che quel Paese liberamente si è dato; in secundis, proprio testi "sacri" quali il Codice delle leggi degli Usa e la Legge 1351 della Gran Bretagna (il "Treason Act"), elaborata nel XIV secolo, ma in vigore ancora ai nostri tempi, tanto da essere utilizzata come strumento per la condanna del collaborazionista filo – nazista William Joyce, puniscono l’alto tradimento della Nazione, esplicitato in affermazioni, atti e opzioni volti a colpire le sue massime figure e a intessere relazioni con i suoi nemici a fini sediziosi. I collegamenti di Liu Xiaobo con ambienti reazionari e filo – imperialisti, sono stati chiaramente summenzionati, illustrati e sviscerati, così come l’azione eversiva del personaggio in ordine all'ordinamento sociale della Nazione cinese. Suscita semmai perplessità l’eccessivo liberalismo dello Stato cinese, che ha impiegato davvero troppo tempo per colpire adeguatamente un nemico tanto insidioso e fervente nelle sue attività, ma questa è una valutazione storica che non intacca il quadro d’insieme, anzi lo conferma. Nel 2010, l’acme dell’ipocrisia occidentale: a Liu Xiaobo viene simbolicamente consegnato il Premio Nobel per la Pace. Basta ricordare che una tale onorificenza è stata ottenuta anche da Obama, per inquadrare, alla luce dei fatti concreti, il suo valore, il suo prestigio e la serietà di chi ne gestisce e decide anno per anno le assegnazioni. Il nome di Liu Xiaobo risuona nella cassa armonica dell’addomesticatissima "informazione" di regime del mondo capitalista: ogni volta è classificato come vittima dell’oscurantismo e degli intrighi del "perfido" governo cinese; ogni volta si santifica la sua figura senza mai entrare nel merito di quel che ha detto, fatto e scritto veramente, al di là della cortina fumogena della retorica dirittumanista. Nel 2017, dopo sette anni di detenzione, a Liu Xiaobo viene diagnosticato un male che non perdona: un cancro al fegato in stato avanzato. Ancora una volta, il feroce ed inumano regime dei trinariciuti comunisti, compie un gesto di umanità destabilizzante solo per chi crede veramente alla propaganda anticinese: mette a disposizione del "dissidente" le migliori cure disponibili, nonostante la situazione sia disperata e senza scampo. La meraviglia aleggia tra le schiere dei disinformati ingenui senza speranza; il silenzio serpeggia tra le lingue malevole e spregevoli dei disinformatori, che non possono dar conto di questa realtà, perché andrebbe a prosciugare tutto il veleno che hanno sparso contro la Cina. Quale scandalo e quale affronto, per chi non ha umanità né legge, il fatto che il governo cinese distingua tra la persona di Liu, la sua integrità fisica e salute da proteggere e salvare fino all’ultima possibilità, e la figura sociale e politica di Liu, da trattare secondo la legge vigente come nemico del socialismo. I propagandisti della borghesia non riescono a pensare, né tanto meno ad ammettere una volta che l’hanno ben compreso, che il sistema penitenziario cinese non è, come piacerebbe a loro che fosse, quello nazista, con i campi di sterminio quale tappa finale degli oppositori. Il Primo Ospedale dell’Università cinese di Medicina è teatro di sforzi disperati per salvare la vita a Liu Xiaobo; zittiamo subito anche gli sciacalli indegni di rispetto, che hanno parlato di una malattia generata dal carcere. Non solo il cancro non si trasmette in carcere, e questo è fin troppo chiaro, ma, nella biografia di Liu vi era stato un precedente eclatante: il padre era morto nel 2011 proprio per un cancro al fegato. La genetica ha le sue leggi, a volte crudelissime e ancora per molti versi intonse rispetto agli studi degli scienziati. Vengono anche invitati medici di altre Nazioni, per rendere più trasparente il quadro generale degli interventi e delle operazioni e qualcuno risponde all’appello. Coloro i quali vengono a Pechino e hanno modo di constatare de visu la situazione, emettono unanimemente un verdetto senza sbavature e ambiguità: il sistema sanitario occidentale, in questo caso, non può garantire cure migliori di quelle messe a disposizione dal sistema sanitario cinese. Pertanto, anche gli avvoltoi pronti a speculare su una mancata autorizzazione all’espatrio di Liu Xiaobo sono zittiti sul nascere; in verità, nemmeno si dovrebbe sprecare mezza parole con loro, visto che nelle condizioni in cui Liu viene a trovarsi al principio dell’estate del 2017, nemmeno è ipotizzabile uno spostamento fuori dal Paese. La situazione precipita verso il 10 di luglio e il 13 luglio del 2017 Liu Xiaobo passa a miglior vita. Chi lo ha santificato e lo santifica, sarà sordo ad ogni argomentazione volta a illuminare la sua condotta, recitando il mantra della propaganda anticinese e dimostrando di non rispettare, così, né una persona (utilizzata come "ariete" per bassi fini politici) né la sovranità di un intero Paese nei suoi affari interni. Chi, come noi, l’ha sempre considerato un nemico del popolo e del socialismo, ma lo ha sempre rispettato e lo rispetta come persona (specie davanti alla morte), non avrà problemi e timori a ricordarlo per quello che è stato veramente, oltre i veli e le distorsioni di una propaganda cinica e falsa. 

Riferimenti bibliografici e sitografici: 

N. B. per suffragare la bontà ed assoluta veridicità di quanto abbiamo scritto nello studio, utilizzeremo prevalentemente fonti "borghesi" al di sopra di ogni sospetto.






https://blog.boxun.com/hero/liuxb/217_1.shtml (in cinese, utile per capire la posizione di Liu sulla guerra in Irak) 




Arthur Waldron: After Deng the Deluge. In Foreign Affairs, settembre/ottobre 1995, p.149. 










martedì 15 agosto 2017

Gradangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell'ambiente. Oltre le bugie dei media

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Emulare l'intelligenza, sulla via di una rivoluzione culturale e tecnologica (1958) 


Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1.400.000.000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico – borghese, con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista – leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità "vera" non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti. 

Il Presidente Mao Tse Tung e Chu En Lai

In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i "signori della guerra", i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1.200.000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89.000.000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico – economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88.760.000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di "cellule" in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26.000.000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7.200.000 operai; 12.500.000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PCC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. 

La vita felice che ci ha donato il Presidente Mao

Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’ 80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la "teoria della tre rappresentatività" la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo americano tradottosi in semi – monopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico – mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso anti – socialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico – scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. 

A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? 
E’ il PCC in grado di marcare le opportune e, anzi, soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? 

La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista americano a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. 

Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. 

Tavolo della presidenza del XVIII Congresso

Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100.000 del 2001 ai 300.000 del 2011, coprendo tutte le 210.000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3.500.000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e "profonda" della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili. 

Organigramma del PCC dopo il XVIII Congresso

L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e... le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema – è qui il nocciolo della questione – come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vuole un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco – compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni "contagio" degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla "virtuosità" da parte di un’ America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone. 

Inquinamento atmosferico nella città di Harbin

Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc...). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2 % rispetto al 2014; gli Usa vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un +30,8 % rispetto al 2014, mentre gli Usa vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+ 8,6 % rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13.000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287.000.000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
 
Centrale termoelettrica

La disinformazione ci presenta il "milione di morti ogni anno per inquinamento" in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli Usa (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1.000.000, quello degli Usa, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40.000, 26.000 e 21.000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli Usa, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del "taroccamento" (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), nel 2012, registrava 84.400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli Usa, i ricercatori del celeberrimo, storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200.000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1.000.000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto "correggerli". Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli Usa, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico – critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. 



La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di "regolatore naturale" anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di "protezione", nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52.400.000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. 

La sterminata area che il governo cinese vuole rimboschire

Nessun mezzo di comunicazione "di grido" ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2.000.000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco – città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? 

I primi risultati

Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di "liberismo" imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40.000.000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3.000.000 di tonnellate di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato "Lago dell’Ovest", esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). 

Veduta del lago di Hangzhou

Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. 

Parco solare galleggiante realizzato dalla SUNGROW

Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli Usa), hanno accresciuto massicciamente  le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30.000 dollari più che negli Usa (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione, ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli Usa è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. 

Centrale solare a Himin

Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli Usa sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli Usa, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6.049.435.000 tonnellate annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5.010.170.000 tonnnellate annue. Il Rapporto 2013 "Trends in Global CO2 Emissions", redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli Usa, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni pro – capite di CO2 siano, negli Usa, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica "green economy", nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli Usa hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14, 5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli Usa buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli Usa oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.

La città "verde" progettata dallo studio italiano Boeri sarà presto realizzata a Liuzhou

Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un "paradiso terrestre" che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie. 

TABELLE: 


Rapporto tra energia nucleare ed eolica prodotte in Cina


La potenza installata di energia solare in Cina in rapporto ad altri Paesi 


Potenza eolica installata in Cina, in rapporto ad altri Paesi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI: 

Mao Tse Tung: Opere complete in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali 

https://dengxiaopingworks.wordpress.com/ (sito con le opere di Deng Xiaoping)

Jiang Zemin, Selected Works, Foreign Languages Press, Pechino 2013


David L. Shambaugh: China’s Communist Party, University of California Press, 2008 

Yiu - chung Wong: From Deng Xiaoping to Jiang Zemin, University Press of America, 2005

Lance L.P. Gore: The Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution, Routledge, 2011. Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico. 


Limes, n° 1/2017: "Cina – Usa, la sfida"