mercoledì 14 dicembre 2016

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni ’80 -II

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

PARTE II

PARTE I


3. La Romania degli anni ’80 dovette sperimentare privazioni inaudite; il tenore di vita dei cittadini venne compresso a livelli minimi per assicurare il pagamento del debito estero. In tutto il Paese imperversarono code per il cibo, la benzina, le bombole del gas...

Altro luogo comune ripetuto ad libitum da tutta la menzognera vulgata borghese e revisionista. Negli anni ’80 vi furono limitazioni nei consumi, perché questi avevano assunto un livello esplosivo e non ponderato rispetto alla capacità produttiva generale, pur elevatissima. Misure fisiologiche, normali per non far collassare il Paese per troppo benessere. Chi punta il dito sulle code, non si rende conto di fare un autogol clamoroso: in un Paese in cui non c’è potere d’acquisto, in un Paese in crisi, non ci sono certo code davanti ai negozi, perché i cittadini hanno poco da comperare, al di fuori dell’essenziale. In Romania, invece, il livello dei consumi era elevato, perché poggiante su un benessere generale considerevole, garantito dalla piena occupazione e da salari che crescevano di anno in anno (da poco più di 1200 lei mensili negli anni ’70 a 3300 lei circa nel 1989), il tutto a prezzi pressoché costanti e a tariffe per i servizi tra le più leggere del mondo. Di qui fenomeni di aritmia e di non ottimale approvvigionamento nei canali commerciali, localizzati, circoscritti, ma sbandierati come emblematici e sistematici dalla propaganda anticomunista. In realtà, la stampa era la prima a stigmatizzare determinati episodi, a denunciarli pubblicamente e a indicare la necessità di una correzione: ad esempio, a metà degli anni ’70 furono trovate, in casa di alcuni incettatori, varie bottiglie di olio adeguatamente sistemate in cantine e ripostigli per farne commercio clandestino. Questi fatti avevano generato, in alcune unità commerciali, incresciosi fenomeni di penuria, con code e inconvenienti vari per i consumatori. Il primo a denunciare la cosa fu il potere popolare, coi suoi organi e i suoi mezzi di comunicazione. Non venne occultato niente, anzi tutto venne posto alla luce del sole: la denuncia verso le storture del sistema, che non erano generalizzate come la propaganda nemica del socialismo ha voluto insinuare, non solo era palese, ma persino incoraggiata. Da qui, chi era in buonafede traeva linfa per proposte di correttivi e miglioramenti; chi, invece, era in malafede, sfruttava singoli episodi, rappresentativi del 2% della realtà, per dipingere tutto l’ordinamento socialista a tinte fosche. Significative di questo atteggiamento sono alcune fotografie, che pubblichiamo.


La foto a colori sopra riportata, sempre indicata come emblematica della situazione rumena degli anni ’80, risale esattamente al 1982, secondo varie fonti reperibili in rete. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità delle immagini, forse frutto di un fotomontaggio, dato che gli imballaggi utilizzati e ben visibili vicino all’autocarro non sarebbero stati utilizzati in epoca comunista. A prenderla per buona, quell’immagine è solo e semplicemente la fotografia di una coda per l’acquisto di generi (sicuramente alimentari) presenti in quantità e bastevoli per tutti. Pertanto, o si tratta di clienti frettolosi, arrivati ben prima dell’orario di apertura, oppure si tratta di una normale fila che, anziché snodarsi per le casse, come avviene nei nostri supermarket, è semplicemente partita da fuori del negozio, considerando anche che i Paesi dell’Est avevano norme severissime sull’affollamento dei locali pubblici, onde evitare incidenti con conseguenze potenzialmente gravi. Voler trarre conclusioni anticomuniste da quell’immagine è semplicemente stupido e puerile, come giudicare della bontà del comunismo dalla quantità di folla presente in piazza per una ricorrenza. 1982: una data emblematica, a Bucarest, la Capitale del Paese, nella quale quella foto fu scattata, ma anche in tutte le altre Città della Romania. Cominciavano infatti a dispiegarsi i positivi effetti del Decreto n. 306 del 9 ottobre 1981, col quale si disciplinavano gli approvvigionamenti, onde evitare fenomeni di accaparramento pregiudizievoli per il buon rifornimento della popolazione: si punivano infatti con pene da sei mesi ad un anno tutti coloro i quali procedessero ad acquisti di farina, olio, zucchero, riso, caffè, in misura eccedente rispetto al fabbisogno mensile normale di una famiglia media. Per gli speculatori e gli incettatori era cominciata un’era difficile: l’unica penuria esistente avrebbe riguardato le loro scorte, non certo quelle dei normali cittadini. Il Decreto pose fine, progressivamente, a fenomeni di incetta che perduravano più o meno dal 1979 e si accompagnò, in alcune parti del Paese, a razionamenti di alcuni generi alimentari per i quali la domanda era eccessiva. Essi erano decisi su base distrettuale e comunale; cercherebbe invano, chi, sulla scorta della propaganda tossica delle centrali anticomuniste, volesse reperire in rete o altrove decreti firmati da Ceausescu su razionamenti generalizzati e imperativi. Quelli che entrarono in vigore, furono introdotti per iniziativa delle articolazioni periferiche del potere popolare, dopo discussioni ampie ed approfondite, assemblee e consultazioni. Nulla a che spartire col razionamento dei tempi di guerra, in quanto le razioni vigenti in diverse Città della Romania negli anni ‘80 erano assai abbondanti: quasi sempre si trattava di 2/3 kg di carne a testa, con 0,5 kg/1 kg di burro pro – capite; 1 lt di olio a testa; 1 kg di zucchero a testa; 1 kg o 1/2 kg di farina a testa. Naturalmente, il resto veniva venduto a mercato libero nei magazzini statali, a prezzo controllato, o nei mercati contadini dove vigeva la legge della domanda e dell’offerta, volta a incamerare l’eccesso di liquidità di un Paese in cui tutti lavoravano e tutti vivevano, se non nel lusso, certamente nell’agiatezza. C’erano poi le mense aziendali, dove ogni giorno mangiava il 90 % dei lavoratori; gli orti personali, ai quali attingeva un buon 50% della popolazione urbana, evitando di fare la spesa; i pasti nei ristoranti, sempre pieni zeppi, al punto che si doveva prenotare il primo del mese, spesso, per poter cenare il 20 o il 30 del mese stesso, senza essere confinati in angolini e strapuntini normalmente occupati da appendiabiti. A Bucarest, a parte olio, burro, zucchero e poco altro, il razionamento non vi fu mai: vi erano solo elenchi in capo ad ogni unità commerciale, per impedire accaparramenti da parte delle solite persone. Chi si recava a fare compere, annotava di volta in volta quanto aveva acquistato; nient’altro. Senza notazioni razziste, occorre poi dire che molti zigani facevano commercio di carne e prelibatezze dopo averle rastrellate dai negozi, in virtù della loro enorme disponibilità di denaro e anche di metalli preziosi. Inoltre, molti pensionati, incaricati da alcune famiglie di fare acquisti nei negozi, comperavano quantità inaudite di carne in alcune unità commerciali, tutte in una volta.


Tali fenomeni, che producevano code davanti alle macellerie, si ridussero alla metà degli anni ’80, con il perfezionarsi della vigilanza, la nuova disciplina degli acquisti e i progressi del razionamento, ma non scomparvero mai del tutto. Ad ogni modo, chi vaneggia di razioni da fame, mente sapendo di mentire. Basta dare un’occhiata agli annuari dell’ONU e della FAO in particolare, per vedere che, negli anni ’80 della “crisi“, in Romania non solo non si stringeva la cinghia più di tanto, ma ogni abitante incamerava più di 3000 calorie giornaliere (equamente ripartite, senza medie del pollo di trilussiana memoria). Prendiamo le annualità 1980, 1985, 1987 e 1989 e vediamo i livelli di consumo pro – capite delle principali derrate alimentari (in kg pro – capite annui):

Generi
1980
1986
1987
1989
Pane e farinacei
142,74
122,09
123,22
131,05
Carne
62,52
55,14
58,02
55,84
Latte (litri)
167,84
154,03
150,28
132,95
Pesce
7,93
8,57
9,3
6,64
Olio
10,83
11
10,72
10,2
Generi
1980
1986
1987
1989
Burro
1,35
1,73
1,24
1,22
Uova (kg) NB Un uovo pesa in media 60 g
11,21
13,61
13,16
11,6
Caffè (naturale )
0,67
0,31
0,52
0,4
Frutta
38,82
52,01
46,29
48,21
Zucchero
30,38
24,56
23,49
24,65

Come si può ben vedere, se vi furono sacrifici essi furono minimi, in ordine all’alimentazione, che complessivamente si mantenne stabile per quantità e qualità dei cibi consumati. Conobbe una considerevole espansione, almeno fino al 1988, il consumo di pesce, propagandato dagli organismi del potere popolare come salutare e benefico (“nici o masa fara peste“, “nemmeno un pasto senza pesce”, questo il motto in voga in quegli anni). Si è fatta ironia, troppa ironia sulle conserve di pesce presenti a tonnellate nei negozi, dimenticando che, proprio in quegli anni, in tutto l’occidente si compivano sforzi per incrementare il consumo dei prodotti della pesca. I “creveti vietnamezi“ (pronuncia: “crevezi vietnamesi“), gamberi giganti provenienti dal Vietnam, genuini, gustosi e ricchi di proprietà nutritive, spopolarono per un decennio: con essi era infatti possibile preparare ricette saporite e variegate. In ordine al consumo di zucchero, come si può vedere molto rilevante (e non comprensivo dei dolciumi e dei preparati in cui esso era assai presente), il suo razionamento si pose come necessità, dal momento che era frequente vedere, all’inizio degli anni ’80, gente che se lo portava via a sacchi per confezionare dolci e produrre liquori, secondo i dettami della tradizione popolare e contadina. I contadini coi sacchi (“tarani cu sacii“, pronuncia “zarani cu sacii“), che dalle campagne venivano a far incetta di pane e zucchero perché costavano pochissimo, erano una costante del panorama rumeno nel 1979/82: il pane veniva utilizzato, dato il suo prezzo assai economico, per alimentare i maiali, secondo una prassi viziosa che venne interrotta costringendo i pigri e gli indolenti a utilizzare foraggi largamente disponibili in natura, sol volendovi attingere. A Bucarest il pane si poté comperare, da un certo momento in poi, solo esibendo il “buletin“, ovvero il documento attestante la residenza nella cintura amministrativa del Municipio. Coloro i quali venivano da altri Comuni, potevano comperare dell’altro, ma non pane e altri generi di primaria importanza. Questa misura, assieme al Decreto del 1981 prima menzionato, consentì di migliorare la situazione generale degli approvvigionamenti. Relativamente al caffè, al posto di quello importato, prima presente in quantità sugli scaffali dei magazzini, si commercializzò il cosiddetto “Nechezol” (nome ufficiale: “Cafea cu inlocuitori“, ovvero “Caffè con sostituti“) a base di caffè naturale (per il 20%), avena e noci (per l’80%). Un caffè più leggero, a suo modo gustoso e con molte proprietà benefiche (nei dati sul consumo il “Nechezol“ non è compreso, ma ogni famiglia ne consumava una scatola al mese, in media). E del burro, ne vogliamo parlare? In quale Paese, un cittadino ne consuma ogni anno più di 1 kg? Quanto al latte, sono fiorite le leggende: i “social” sono pieni di piagnistei di elementi infidi e vagabondi che raccontano di code alle 3 di mattina per prenderne una bottiglia, negli anni ’80. Tutte balle! Il latte lo si poteva ricevere a domicilio ogni mattina, fresco, spumeggiante, in comode bottiglie col tappo di stagnola, in cambio di un modesto abbonamento. Il 40 – 50% dei cittadini se lo procurava in questo modo. Gli altri potevano andare ogni mattina al negozio ed acquistarlo comodamente; chi si alzava alle 4 di mattina erano solo i pensionati abituati ai risvegli mattinieri e quelli che invece di 1 litro (bastevole, per una famiglia di 3 persone) ne volevano 2, per poi magari scoprire che una parte consistente era andata a male nei frigoriferi. Sorvoliamo poi sul fatto che, a tutte le ore del giorno, si poteva trovare nei negozi latte in polvere che restava invenduto perché ritenuto, dall’esigentissimo consumatore rumeno, un sottoprodotto non degno di apprezzamento, tanto meno di acquisto. Questione di gusti insindacabile, certo, legata anche a una cultura contadina che privilegiava giustamente la genuinità, ma non certo utilizzabile per accreditare la tesi di una penuria da terzo mondo che non esisteva, se non nelle teste dei mestatori e dei propagatori di false notizie. Bisogna anche capire che è tipica del rumeno la paura atavica della fame, retaggio psicologico e storico di infinite dominazioni che hanno spogliato in varie epoche la Nazione; retaggio che va capito e rispettato, e che spinge ad acquisti sconsiderati con pregiudizio, alla fine, per l’economia, di qualunque tipo essa sia. Inoltre, come abbiamo visto, le statistiche FAO, pur complessivamente accurate, sottostimano di molto il consumo vero, sia dei residenti urbani che degli abitanti delle campagne. I dati sopra riportati, infatti, non comprendono l’autoconsumo, ovvero il consumo diretto di prodotti orticoli, dei campi e delle economie contadine private: non vi entra il latte munto dalla vacca e consumato fresco; non vi entra la carne del maiale conciato nelle fredde giornate d’inverno, tra convivialità e riti familiari secolari; non vi rientra il pesce pescato lungo i limpidissimi ruscelli e i fiumi della Romania da pescatori amatoriali; non vi rientrano le uova consumate fresche ogni mattina in campagna dai contadini, né quelle da loro donate ai parenti di città (pressoché tutti avevano parenti nelle zone rurali); non vi rientrano le verdure e gli ortaggi raccolti negli orti urbani, floridissimi negli anni ’80 in seguito alle misure di “autoaprovizionare“ varate dai Consigli popolari, su indicazione del Partito e dei Sindacati, per venire incontro alle crescenti esigenze dei cittadini, alle loro lamentele verso certi fenomeni di penuria presenti nei magazzini statali e verso la qualità non sempre ottima degli ortaggi in essi smerciati. Ogni cittadino che avesse voluto, poi, aveva a disposizione un pezzo di terra per seminare e raccogliere quel che più gli piaceva, senza gravami, senza prestiti a interesse e senza tasse se non simboliche. Questa era la “miseria“ e la “fame“dei tempi di Ceausescu di cui vaneggiano i drogati dalla propaganda borghese, dispensata per endovena attraverso le siringhe del giornalismo mercenario o sniffata con voluttà tra i miasmi della vera miseria, quella vera dell’occidente, da Harlem alle banlieue.


Eccoci ad una seconda fotografia. Si è arrivati al punto grottesco di ravvisare in quest’altra immagine un panorama desolante di penuria e di miseria, con clienti pronti ad assaltare un camion per acquistare le poche merci disponibili prima che arrivino sui banconi del “negozio“. Ora, a parte le buste piene che si intravvedono nelle mani di alcune persone fotografate (piene d’aria?), basta leggere l’insegna del locale presso il quale il camion ritratto in fotografia ha portato la sua merce: “Braserie“. Questo lemma, ripreso dal francese, identifica un locale in cui vengono serviti soprattutto piatti da “tavola calda“ e a base di prodotti di pasticceria, accompagnati da bibite alcooliche e analcoliche. Insomma, tutti prodotti venduti fuori tessera, negli anni ’80, quindi aggiuntivi rispetto al consumo normato, e di per sé bastevole, di generi reperibili nei magazzini. Una fila per andare in una specie di pizzeria e per comperare generi ad essa destinati in quantità superiore a quelli, pur generosi nei quantitativi, garantiti dal razionamento. Quanti cittadini vanno, dalle nostre parti, a prendere pizze e prodotti di rosticceria facendo la fila? E forse qualcuno ha mai identificato, in una fila in pizzeria o davanti ad una rosticceria, un sintomo di miseria e di fame, dalle nostre parti? Se poi il consumatore rumeno era così impaziente da non attendere nemmeno il momento della collocazione sui banconi o nei frigoriferi dei prodotti, vogliamo con questo dire che era affamato? O non piuttosto che, essendo la Romania una Nazione in cui tutti lavoravano, tempo per le compere ce n’era meno rispetto alle società occidentali, almeno in certi giorni? E perché magari non pensare che quella calca non tentasse di comperare in quantitativi industriali generi che all’indomani sarebbero stati razionati, come avvenne in varie parti, nella Capitale e negli altri centri, verso il 1981/82, ovvero subito prima dell’entrata in rodaggio del salutare regime di disciplina sugli acquisti? Da qui dobbiamo concludere che non vi fossero problemi legati al rifornimento, in nessun caso ed in nessun luogo? Assolutamente no, come già abbiamo avuto modo di rilevare! La stampa, quotidiana e periodica, come abbiamo accennato, informava costantemente di ispezioni, sollecitate dai consumatori (che in Romania avevano molto potere, contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti!), in numerose unità alimentari dove venivano occultati cioccolatini, burro, biscotti… Si trattava a volte di sciatteria, indolenza e negligenza da parte dei gestori, ma più spesso di sabotaggi in piena regola, promossi dalla quinta colonna ostile a Ceausescu, la stessa che patrocinerà il golpe del 1989, sotto l’ala protettiva di Cia e Kgb gorbacioviano, con il ruolo collaterale dei servizi ungheresi. Si facevano mancare, periodicamente, prodotti nei magazzini, per suscitare lo sdegno della popolazione davanti a scaffali semivuoti dove, per usare una colorita espressione popolare, “batteva il vento“. Questi fenomeni, però, non erano la regola e non affettavano tutta la rete commerciale, da una parte all’altra del Paese. Anzi, in Città quali Sibiu, Cluj, Braila, Botosani, Oradea, questi fenomeni erano praticamente inesistenti, in presenza di una vigilanza maggiore degli organi statali, del Partito e dei Sindacati. Quelli che raccontano di penurie inesistenti, piuttosto, e quelli che ci credono senza consultare dati e approfondirli, dovrebbero far riferimento costante ad una realtà emblematica degli anni ’80: vi erano liste d’attesa per frigoriferi e congelatori, che, nelle case di quasi tutti i rumeni, rigurgitavano di carne, salsicce e altre prelibatezze.

martedì 13 dicembre 2016

Il viaggio di Pjatakov

REDAZIONE NOICOMUNISTI

A cura dei compagni del blog "mondorosso.wordpress.com"

Georgy (Yury) Leonidovich Pyatakov

Presentiamo un eccellente studio/inchiesta sul volo dalla Germania alla Norvegia, effettuato dal vice commissario per l'Industria G. L. Pjatakov, al fine di incontrarsi con Trotskij. Circostanza che venne sempre negata dai trotzkisti e considerata dagli "storici" accademici come frutto dell'inventiva del NKVD. 

Le cose stanno ben diversamente. Gli elementi presentati e analizzati dai compagni di "mondorosso" dimostrano che il volo non solo era possibile ma che con ogni probabilità fu veramente compiuto da Pjatakov.
Da leggere e diffondere.




lunedì 12 dicembre 2016

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni '80 - I

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

PARTE I


PARTE II


Sulla Romania di Ceausescu se ne son sentite davvero di tutti i colori dell’iride e anche di altre iridi, al momento inesplorate dalla scienza. Stato totalitario, tirannico, oppressivo, con i cittadini costretti, almeno negli anni ’80, a fare la fame, a patire il freddo in case buie e di falansteriche sembianze connotate, tra razionamento alimentare, del riscaldamento, dell’erogazione dell’acqua. E’ andata davvero così? Oppure, come al solito, la propaganda borghese e capitalista ha costruito le sue mistificazioni propagandistiche, manipolando dati statistici, falsificando i fatti storici e pure la cronaca, nel tentativo di demonizzare e gettare una luce oscura, di tenebra, sul socialismo rumeno e su una delle figure storiche, quella di Nicolae Ceausescu, più riottose ad accettare i diktat imperialisti? Vediamo alcuni punti fondamentali, controbattendo passo a passo tutte le false argomentazioni dei professionisti della menzogna.



1. La Romania di Ceausescu era una Nazione povera e sottosviluppata.

Falsa affermazione, falsa come sola può essere una banconota da 400 euro ! La Romania, uscita disastrata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ne aveva compromesso, per la sciagurata alleanza coi nazisti e le mire imperialiste degli anglo – americani, il debole potenziale industriale, distruggendone importanti comparti, con l’avvento del socialismo si risollevò alla grande e, dal 1965 al 1989, sotto la guida di Nicolae Ceausescu, Segretario del PC e poi anche Presidente del Consiglio di Stato e Presidente della Repubblica, raggiunse i più alti traguardi di sviluppo, meravigliando tutto il mondo e precedendo persino il Giappone per percentuale di crescita annua nei difficili anni ’70, quando tutto il mondo era in recessione dopo lo shock petrolifero del 1973. Il Prodotto Nazionale Lordo (valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti) crebbe dell’11% su base annua, tra il 1971 ed il 1975. Assumendo come basi di partenza i livelli del 1950, nel 1978 la produzione industriale globale risultava cresciuta di 29 volte, quella agricola di 3,5 volte, gli investimenti di 31 volte, il reddito nazionale di 13 volte, le retribuzioni di 6 volte. Lo sviluppo “multilaterale“, voluto da Ceausescu, divenne insomma una realtà: la Romania, che tradizionalmente aveva una debole industria leggera, un volto eminentemente agricolo, arretrato e quasi bucolico – pastorale, un’industria pesante limitata al settore petrolifero/estrattivo, divenne un Paese sviluppato con un ventaglio pressoché completo di attività, sempre più fiorenti e ricche.



L’industria petrolifera, di prima qualità, vide un’impennata nella quantità di greggio raffinato: la capacità di raffinazione degli impianti della Romania socialista crebbe infatti da 15.400.000 di tonnellate nel 1970 a 27.071.000 di tonnellate nel 1980, fino a toccare la punta di 30.613.000 tonnellate nel 1989. La Romania divenne, negli anni ’80, una delle 10 Nazioni al mondo produttrici di piattaforme per le esplorazioni petrolifere off – shore. Nel 1988, ben sette di queste piattaforme erano in funzione nel Mar Nero, sotto l’egida del colosso PETROMAR di Constanta. Solo la presenza di maestranze altamente specializzate, l’organizzazione di una ricerca scientifica incentivata a tutti i livelli, la formazione di un apparato di tecnici e specialisti di prima qualità, potevano garantire risultati come questo, solo sognati, e mai realizzati, da Paesi nominalmente ben più avanzati e tradizionalmente forti economicamente. Non è tutto. La produzione di gas naturale crebbe anch’essa a ritmo impetuoso, arrivando a ben 34.000.000.000 e passa di metri cubi nel 1976 e mantenendo, nonostante il fisiologico, naturale calo delle riserve, normale in un Paese a sviluppo intenso accelerato, quote da 23 a 27.000.000.000 di metri cubi tra il 1986 e il 1989. Contemporaneamente, la flotta commerciale rumena giunse a contare, nel 1989, ben 288 navi (oggi, col capitalismo, esse si sono ridotte a….ZERO!), con oltre 30.000 navigatori in possesso del relativo brevetto (oltre il 2% del totale mondiale) e si posizionò al quarto posto nel mondo! Il porto di Constanta, dotato di tutte le strumentazioni e le infrastrutture necessarie, era il terzo, per ampiezza, in tutta Europa! Gli efficientissimi cantieri navali di Galati e Constanta, solo nel 1989, fecero uscire, pronte immediatamente per il varo, navi di 502.000 tonnellate di stazza lorda. Dati che parlano da soli.


Nel settore automobilistico, la Romania giunse a produrre, da poco più di 3000 vetture su base annua, fino alla metà degli anni ’60, ben 121.400 esemplari nel 1988, accanto a 17.400 camion. Marchi quali “Dacia“, “Oltcit”, “Aro“ erano noti e richiestissimi in tutto il mondo, mentre nelle competizioni mondiali, si pensi ai rallies, mietevano successi. Automobili affidabilissime e facili da aggiustare, dotate di ottime prestazioni e disponibili a prezzi economici. Se non fosse crollato il potere comunista, negli anni ’90 la produzione avrebbe toccato i 400.000 esemplari annui, ed entro il 2000 ogni rumeno avrebbe avuto l’automobile di proprietà. Non male, per un Paese in cui l’industria automobilistica era stata impiantata 70 anni dopo quella dei più rinomati Paesi capitalistici, aventi risorse ben maggiori e posizioni geografiche ben più propizie per commerci e transazioni. Questo, ed altri aspetti, li vedremo meglio anche più avanti.



2. La Romania di Ceausescu era una Nazione chiusa, autarchica

Mentre è sicuro che il PCR e Ceausescu difesero costantemente l’indipendenza e la sovranità della Romania, il suo carattere socialista e “multilateralmente sviluppato“ (ovvero, con una crescita economica potente, accompagnata da una costante elevazione del livello della coscienza di classe e dell’armamento teorico, culturale e pratico della classe lavoratrice), mai il Paese fu chiuso ai commerci internazionali e agli scambi economici, turistici e culturali. Dal 1965 al 1985, il commercio estero crebbe a ritmi medi annui dell’11,1%, dinanzi ad un aumento corrispondente del reddito nazionale pari al 7,6%. In particolare, il movimento delle importazioni fece registrare un incremento del 10,3 %, quello delle esportazioni un aumento dell’11,8%. Specialmente gli anni ’80 videro un massiccio incremento delle esportazioni, e non solo per ripagare, approvvigionando con valuta pregiata la Nazione, il debito estero, nel 1982 ammontante a 13 miliardi di dollari, ma anche per dare uno sbocco sicuro, o quantomeno ragionevole, a una mole di prodotti innovativi, ad alto valore aggiunto, che il Paese andava producendo sempre più e con sempre maggiori accorgimenti nelle sue fabbriche. Non certo solo prodotti petroliferi e dell’industria pesante, ma automobili e autocarri, mobili, vestiti, libri, macchinari. Solo una fabbrica, e nemmeno la più importante a livello nazionale, la NAPOCHIM di Cluj Napoca, produceva la bellezza di 5.000 articoli i più vari: prodotti in plastica, protesi dentarie, materiali per studenti e scolari. Molti di questi venivano assorbiti dal mercato interno, gli altri venivano collocati sul mercato mondiale, assai apprezzati nelle Nazioni tanto socialiste che capitaliste. Negli anni ’80, specchio di tale proiezione internazionale, geopolitica e geoeconomica della Romania, era la TIB, la Fiera Internazionale di Bucarest (Tirgul International Bucuresti), vetrina e passerella per tutte le più recenti e innovative creazioni industriali e artigianali della Romania socialista, dall’industria leggera fino a quella pesante. La Nazione, a quel tempo, esportava annualmente merci per 170/180.000.000.000 di lei in media, importandone per 120/130.000.000.000 e assicurandosi così un avanzo costante nella bilancia dei pagamenti, al fine di coprire il servizio del debito ed anzi eliminare quello stesso debito estero che, cresciuto negli anni ’70 a causa delle politiche commerciali sfavorevoli imposte dalle Nazioni capitalistiche, con interessi crescenti richiesti dal sistema bancario, con politiche restrittive imposte dal FMI e da altri organi, costituiva un cappio al collo foriero di potenziali sventure. Il debito, infatti, era un’arma per piegare la Romania e costringerla a svendere il proprio patrimonio nazionale, oppure a varare misure draconiane capaci di scatenare il malcontento popolare. Questo il senso delle intimazioni al “rientro” del debito imposte nel 1981 al Paese dagli usurai mondiali, mentre altre Nazioni, per contro, tra clausole premiali e accordi paralleli, vedevano piovere sulle loro teste prestiti copiosi e non coperti da adeguate garanzie. Ceausescu ed il PCR, consapevoli di questo piano, vi si opposero fino in fondo e tennero duro, varando misure di austerità non draconiane, come racconta la propaganda capitalista, ma sopportabili, valorizzando fino all’ultima risorsa del Paese onde difenderne sovranità e indipendenza, onde impedirne la svendita alle sirene del capitalismo, pronte a balzare su una Nazione ricca e in crescita continua. Nel 1989, a marzo, Ceausescu annunciò l’estinzione del debito! La Romania era la prima Nazione al mondo con debito estero uguale a zero!!! Un affronto intollerabile a banchieri e speculatori, agli imperialisti e ai loro lacchè, che costerà al Paese il colpo di Stato del mese di dicembre, come vedremo. A questo orgoglio nazionale, tradotto in atti politici ed economici concreti, si abbinava l’ambizione, portata avanti da Ceausescu, di fondare una Banca per il credito agevolato ai Paesi del Terzo Mondo, idea coltivata anche, a differenti latitudini e sotto variegate simbologie politiche, da Gheddafi in Libia, da Lopez Portillo in Messico, da Garcia e Perez de Cuellar in Perù, da Craxi in Italia. Un’idea che, se attuata, avrebbe affermato, assieme al prestigio di certi Paesi, la fine del dominio dell’oligarchia usurocratica che guida il sistema bancario mondiale, facendo il bello ed il cattivo tempo. Quasi nessuno dei Capi di Stato e leader politici patrocinanti quel progetto, come si è visto, ha fatto una bella fine...


martedì 6 dicembre 2016

Che cos'è l'ideologia comunista

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI DAVIDE SPAGNOLI

Una conversazione chiara e accessibile a tutti sui fondamenti dell’ideologia comunista tenuta dal compagno Davide Spagnoli. Da ascoltare.



domenica 4 dicembre 2016

Sono arrivati i veterani a Standing Rock

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI JACK SMITH IV

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Le prime tende dei veterani a Standing Rock - GETTY IMAGES


CANNON BALL, Nord Dakota —  Solo un centinaio di yarde ci separano dalle barricate della polizia che circondano i confini dell'accampamento di Oceti Sakowin Camp, la fila delle auto si perde a vista d'occhio, auto che trasportano corpi integri e capaci insieme ai più che necessari rifornimenti nella notte di sabato. Sono arrivati i veterani che hanno proclamato di schierarsi con Standing Rock come scudi umani.

A partire dal tramonto, gli organizzatori nell'accampamento dei veterani stimano che circa 500 veterani siano comparsi. Entro la fine del weekend oltre 2000 veterani sono attesi per schierarsi con i protettori dell'acqua sulla linea del fronte, contro la polizia e la compagnia Dakota Access Pipeline.
La colonna delle auto dei primi arrivi dei veterani ieri al tramonto - JACK SMITH IV/MIC
I veterani sono comparsi con gli attesi rifornimenti, rimorchiando utilissimi carichi di legna da ardere, carburante per i fuochi e le stufe a legna del campo. 

"I veterani sono come un coltello dell'esercito svizzero", ha detto in un'intervista, il veterano dell'esercito Adric Potter. "Ognuno di noi è capace di fare un po' di tutto e la maggior parte ha avuto anche un addestramento di primo soccorso".

Oltre allo schierarsi con i protettori dell'acqua indiani durante le azioni di protesta, i veterani si stanno sparpagliando per il campo assumendosi compiti e responsabilità. L'Oceti Sakowin Camp è ora una piccola città che vive grazie alle donazioni e al lavoro volontario e poiché il rigido inverno del Nord Dakota si è abbattuto sulle pianure, il campo è un fiorire di attività volte ad adattare le strutture ai rigori del clima, a costruire pavimenti, a realizzare longhouses e a cercare di mantenere accese le stufe a legna. 

Veterano all'Oceti Sakowin Camp - JIM WATSON/GETTY IMAGES

All'inizio di questa settimana un gruppo di di veterani si è immerso nell'acqua gelata fino alla testa per recuperare le canoe sequestrate dalla polizia, trasportandole vittoriosamente nel campo dietro le auto.

"La gente necessita di aiuto e questo è il posto dove trovarsi per lottare per salvare questo dannato pianeta", dice in un'intervista Eric Lobo, arrivato con i Veterans For Peace.

Questa notevole forza di veterani è stata organizzata attraverso la GoFundMe campaign che ha raccolto oltre 1 milione di dollari al fine di inviare i veterani a schierarsi con "i pacifici protettori dell'acqua che hanno patito gli attacchi violenti delle milizie delle agenzie di sicurezza private pagate dalla DAPL e maggiori brutalità ed arresti dalle mani della polizia militarizzata e dalla sicurezza della DAPL".

La strada che conduce all'Oceti Sakowin Camp - JACK SMITH IV/MIC


I leader indiani che organizzano le proteste sulla linea del fronte sono inflessibili nel mantenere pacifiche le proteste. Vogliono dissipare l'affermazione, pompata, di "scontri" fra i contestatori e la polizia, che ci sia insomma un confronto violento. Nessuna arma è ammessa nel campo e quasi tutti vengono mandati in prima linea dopo aver passato ore di addestramento giornaliero al campo sotto la supervisione del Indigenous Peoples Protection Project.

Invece la polizia ha usato granate, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni sui manifestanti, ma i veterani dicono che le cose andranno molto peggio e sono pronti a schierarsi tra la gente sioux Lakota e qualsiasi cosa la polizia getti contro di essa.

"Loro hanno i soldi, loro hanno il potere, per questo dobbiamo stare uniti", ha detto Lobo. "Dobbiamo essere uniti".

Sitografia









venerdì 2 dicembre 2016

Standing Rock, la più grande mobilitazione indigena da un secolo a questa parte




REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI SILVIA ARANA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Nello stato del Dakota del Nord, Standing Rock fa parte della riserva Sioux come comunemente vengono chiamati i popoli aborigeni Dakota, Lakota e altre tribù delle grandi praterie. il fiume Missouri, fonte d'acqua potabile per circa 17 milioni di persone, attraversa il territorio, che ricade sotto la giurisdizione delle autorità indiane della Standing Rock Indian Reservation a norma dei trattati firmati con il governo degli USA.

In violazione dei trattati e contro la volontà dei sioux, il gruppo petrolifero Energy Transfer Partners intende costruire un oleodotto che andrà a distruggere il sito sacro e il cimitero indiano di Standing Rock, inoltre il tratto sotterraneo dell'oleodotto in questione passerà sotto sotto il letto del fiume Missouri. Il progetto è un investimento da 3,8 miliardi di dollari, finanziato da Goldman Sachs, Bank of l’Amérique, HSBC, UBS, Wells Fargo e altre grandi banche. L'oleodotto ha un'estensione di 1.880 km, va dai giacimenti petroliferi di Bakken nel Dakota del Nord all'Illinois passando per il Dakota del Sud e per lo Iowa. Dalla primavera del 2016 migliaia di persone si sono radunate a Standing Rock, molti provenienti da molti nazioni indigene, per protestare contro la costruzione dell'oledotto che distruggerà i loro luoghi sacri e contaminerà l'acqua. Essi si definiscono "i protettori dell'acqua". 

Si stima che 300 fughe di petrolio per anno abbiano avuto luogo negli oleodotti del paese [1], ed è questo il motivo per cui i difensori dell'acqua non credono affatto alle promesse dell'impresa, degli ingegneri dell'esercito e delle autorità per cui l' "oleodotto è sicuro".

La più grande mobilitazione indigena da più di cento anni

"Standing Rock è il più grande concentramento di indiani che io abbia mai visto nella mia vita; ogni giorni nuove bandiere di diverse tribù vengono aggiunte... a partire dalla sesta settimana ha cessato di essere un accampamento per trasformarsi in una comunità... noi quando prendemmo posizione contro l'oleodotto, non sapevamo che avremmo avuto questo immenso sostegno... questa terra è un sito sacro del popolo Lakota; inoltre l'oleodotto contaminerà l'acqua del fiume Missouri... il Corpo degli ingegneri dell'esercito non si è consultato con le tribù.
"L'oleodotto Dakota Access Pipeline ha dei tratti sotterranei sotto il letto del Missouri. Gli oleodotti hanno una storia di perdite, essi hanno contaminato ill suolo, l'aria e le falde sotterranee...se sarà costruito, distruggerà non solo il fiume in questa zona, ma anche più a valle. Le tribù si sono assunte la loro responsabilità come protettrici. Bisogna prendersi cura della terra, dell'acqua, dell'aria... un giorno durante la nostra marcia quotidiana verso il sito sacro, le nonne e le madri hanno detto agli sterratori che mai avrebbero permesso la distruzione di un sito sacro. Come risposta, i guardiani, alle dipendenze di aziende private di sicurezza, hanno aizzato i cani contro la gente. Qualcuno fra i Protettori dell'acqua è finito all'ospedale a causa dei morsi... dopo i cani useranno le armi...".

Questo diceva lo scorso ottobre Dennis Banks (79 anni). Egli è un leader storico degli indiani oltre ad essere il cofondatore dell'American Indian Movement [2].

Come ha predetto Dennis Banks, la repressione contro la comunità dei Protettori dell'acqua è andata crescendo nel corso delle successive settimane, fino a raggiungere il picco, domenica 20 novembre, quando, con una temperatura glaciale di -5°, la polizia ha represso i manifestanti con dei getti di acqua, provocando centinaia di casi di ipotermia. Sono anche stati utilizzati gas lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma che hanno ferito più di trecento manifestanti. Il caso più grave è stato quello di Sophia Wilansky (21 anni) che è stata ferita da una granata che l'ha colpita a un braccio, lacerandole i tessuti e fratturandole l'osso. In questo momento affronta la tera operazione chirurgica e ne dovrà affrontare altre per salvare il suo braccio che è stato praticamente staccato dal corpo dalla granata. Questa ragazza di New York, che al pari di numerosi altri si è presentata a Standing Rock per manifestare la propria solidarietà ai popoli aborigeni, è stata vittima di un abuso dell'uso della forza, in quanto essi esercitavano il loro diritto a manifestare, garantito dal primo emendamento della Costituzione USA. Un diritto che viene sistematicamente violato dalla polizia di Morton (Dakota del Nord) e dalla Guardia nazionale.

Linda Black Elk, membro del corpo dei medici di Standing Rock, che è stata testimone della repressione dell'ultima domenica, ha sostenuto che:
"La polizia ha aumentato il livello della violenza contro i protettori dell'acqua. Ho visto le differenti armi utilizzate contro di noi: gas lacrimogeni, proiettili in gomma, granate. Sembra che provino le loro armi contro di noi in una crescente militarizzazione della repressione"
Essa inoltre ha aggiunto: 
"Noi abbiamo subito un grande inganno con il presidente Obama. E' venuto qui, ha fatto promesse e non ne ha mantenuto nessuna".
Questa condotta governativa contro i diritti dei popoli indigeni non è affatto sorprendente, bensì è coerente con la condotta storica del governo USA che ha commesso/o ha permesso abusi sulle terre indigene fin dall'inizio della colonizzazione. Esempi di abusi contro i popoli Lakota e Dakota sono l'appropriazione di territori nelle Black Hills (Colline Nere, sacre per i popoli aborigeni) del Dakota del Sud dopo la scoperta dell'oro negli anni '70 dell'800 e la costruzione di dighe sul fiume Missouri, che ha causato inondazioni in borgate in zone boschive e nelle fattorie del Dakota del Nord e in quello del Sud. negli anni '50 del 900.

Mni Wiconi: l'acqua è vita

Giovedì 24 novembre media alternativi come Unicorn Riot e Indigenous Rising Moven hanno trasmesso in diretta da Standing Rock, Era il giorno in cui negli USA si celebra il Thanksgiving (giorno del Ringraziamento). Secondo la "storia ufficiale" gli indiani hanno "salvato" dalla morte i padri pellegrini offrendogli del cibo (versione accusata di falso da storici come Roxanne Dunbar-Ortiz che dice che i nativi non hanno mai ricevuto a braccia aperte i loro oppressori.
Come ricordo ironico della data, i Protettori dell'acqua hanno disposto dei tavoli con del cibo. A qualche metro alcune decine di poliziotti bloccavano la strada, da entrambe le parti, in modo da formare un cerchio. C'erano dei cartelli con la frase: "Non date da mangiare ai pellegrini" (Don't Feed the Pilgrims). l'ordine del giorno era: "Nessun pellegrino, nessun oleodotto, niente prigioni, niente problemi".

Una rada neve cade nella prateria deserta, persone con i loro grandi mantelli, con berretti o cappucci in testa si muovono in continuazione, alcuni cominciano a intonare i potenti canti tradizionali Lakota e il grido "Mni Wikoni" (l'acqua è vita). [3]

Volge al termine un altro giorno nella lunga battaglia per Standing Rock, il più grande raduno di popoli autoctoni da un secolo a questa parte, dalla battaglia di Little Big Horn o Greasy Grass che avvenne nel 1878. Fu una grande vittoria dell'alleanza delle tribù delle praterie, Lakota, Cheyenne e Arapaho, che sconfissero il Settimo Reggimento guidato dal generale Custer. Si dice che una visione del capo Lakota Sitting Bull (Toro Seduto) fosse stata d'ispirazione ai guerrieri: un sogno in cui i soldati dell'esercito USA cadevano dal cielo. Fu l'ultima vittoria degli indiani delle praterie. Oggi la comunità di Standing Rock gioca il ruolo principale in questa storica mobilitazione che per capacità di aggregazione, di differenziare, di continuità e di spirito combattivo sta per ottenere una grande e nuova vittoria.

NOTA: Qualche ora fa, il Corpo degli Ingegneri dell'esercito USA ha diramato alle autorità della riserva sioux l'ordine di evacuazione, da eseguirsi il 5 dicembre. Il capo sioux Dave Archambault, insieme agli altri rappresentanti della comunità, ha risposto che non si muoveranno.

Silvia Arana è una giornalista argentina che risiede a Quito, Ecuador.
Tradotto dallo spagnolo per il El Correo de la diáspora da Estelle e Carlos Debiasi
FONTE ORIGINALE:  http://www.elcorreo.eu.org/Standing-Rock-la-plus-grande-mobilisation-indigene-depuis-plus-d-un-siecle

giovedì 1 dicembre 2016

La scienza medica sovietica al servizio dell'umanità. 1. L'avventura della galantamina

REDAZIONE NOI COMUNISTI

DI LUCA BALDELLI




Tempo fa vi era un altro paese dove la scienza medica avanzava rapidamente e dove la ricerca non era assolutamente dettata dalle esigenze del profitto di mercato.

Guarda caso era il più grande paese socialista della storia...

La paradigmatica storia della "galantamina" raccontataci dal compagno Luca Baldelli.