mercoledì 12 ottobre 2016

L’industria degli autoveicoli in Corea del Nord. Passione e tecnica al servizio dei bisogni del popolo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli



Questa volta il compagno Baldelli ci offre una serie di notizie su una nazione che fin dalla sua nascita, all’indomani della II Guerra Mondiale, fu sotto il costante tiro delle superpotenze imperialiste: la Corea del Nord.

Questa volta, com’è diventata sua consuetudine, si occupa di un campo misconosciuto della bistrattata (dalla propaganda capitalista) Repubblica della penisola coreana, vale a dire della sua industria automobilistica.

Una valida lettura alternativa alla vulgata corrente.

giovedì 6 ottobre 2016

Perché un terribile attacco nucleare di deterrenza senza provocazione è ora nei piani del Pentagono?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di YURIY RUBTSOV



Traduzione di Guido Fontana Ros



Avrete sentito sui media occidentali, questa settimana, accusare la Russia di stare violando il Trattato di non proliferazione atomica, non distruggendo la quota prestabilita di plutonio pronto all'uso bellico.

E' vero?

C'è qualcosa che spinge la Russia a questa decisione?

Sì, c'è qualcosa ed è molto grave.


Parlando alla Minot Air Force Base (North Dakota), lunedì, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Ashton Carter ha accusato la Russia di "far tintinnare le sciabole nucleari" e ha sostenuto che, anche se la Guerra Fredda è finita da un pezzo, l'esercito degli Stati Uniti ha ancora bisogno di armi nucleari per dissuadere la Russia e altri potenziali aggressori dal pensare di potersela cavare con un attacco nucleare.

Tuttavia, sapendo che sarebbe stato difficile vendere l'immagine dei "russi aggressori" come suicidi, (tutti bruceranno in una guerra nucleare globale, compresi quelli che l'hanno iniziata), il capo del Pentagono si è affrettato a dire che la gente non dovrebbe probabilmente aspettarsi un conflitto globale. "Oggi," ha affermato, "un fatto che fa riflettere è che l'uso più probabile delle armi nucleari non è il massiccio scambio nucleare del classico tipo della Guerra Fredda, ma piuttosto il ricorso dissennato a più piccoli ma comunque terribili attacchi improvvisi da parte, per esempio, della Russia o della Corea del Nord".

Il modo con cui Ashton Carter spaventato il pubblico potrebbe essere considerato un tentativo banale di ottenere ancora più soldi per modernizzare le armi nucleari americane e i loro vettori. Sembra che i citati 108 miliardi di dollari, che verranno utilizzati per questo scopo nel corso dei prossimi cinque anni, non siano sufficienti per il Pentagono.

Il discorso di Carter nel Nord Dakota non si è limitato a questo. Il capo del Pentagono ha anche espresso posizioni di natura legale politico-militare e internazionale.

Vorrei chiedere: che cosa esattamente ha fatto la Russia, per giustificare l'accusa del Segretario della Difesa degli Stati Uniti che Mosca stia preparando "improvvisi terribili attacchi" coinvolgenti l'uso di armi nucleari? Ha forse proferito minacce che hanno reso il mondo più instabile? O ha abbandonato i suoi obblighi internazionali? O sta seguendo l'esempio dell'America, schierando armi nucleari al di fuori dei suoi confini?

Possiamo supporre che le risposte negative a tutte queste nostre domande non si trovino presso il signor Carter, ma c'è un esperto che può rispondere nella stessa scia da cui Carter non può prescindere così facilmente e questo è uno dei suoi predecessori presso il Dipartimento degli Stati Uniti della Difesa, l'ex Segretario alla Difesa americano William Perry. Quandogli fu chiesto dai giornalisti quanto il mondo fosse diventato più instabile negli ultimi anni, Perry rispose: "Fondamentalmente nulla è cambiato ... Il numero di armi è sufficiente a distruggere, a cancellare tutta la civiltà ... Non ce ne vogliono molte di più. Abbiamo ancora più di 1.000 armi nucleari in allerta, pronte a partire".

In altre parole né la posizione né della Russia come potenza nucleare, né lo stato delle capacità nucleari americane dà motivo ai guerrafondai per una rapida modernizzazione delle forze nucleari strategiche (deterrenti nucleari). A questo proposito William Perry ha involontariamente disarmato il suo successore.

E' impossibile ignorare il fatto che Carter classifica la Russia a fianco della Corea del Nord tra i "potenziali aggressori" intenti a preparare "terribili attacchi improvvisi". Egli è disposto ad ammettere che la Russia e la Repubblica Popolare Democratica di Corea sono paesi molto diversi, ma apparentemente li accomuna per il fatto che entrambi sono pronti a ricorrere ad un attacco "nucleare per cercare di costringere un avversario convenzionalmente superiore a fare marcia indietro o abbandonare un alleato durante una crisi".

E' significativo che, all'unisono con Carter, anche Theresa May abbia ricordato la Russia e la Corea del Nord come potenziali minacce nel suo primo discorso parlamentare, da Primo Ministro del Regno Unito, quando ha giustificato la necessità di modernizzare l'arsenale nucleare del Regno Unito.

Se Pyongyang aspira a diventare un membro a pieno titolo del club nucleare in violazione delle sanzioni delle Nazioni Unite, ad effettuare i test di armi nucleari e dichiara la sua volontà di lanciare un attacco nucleare contro gli Stati Uniti e le forze armate della Corea del Sud in caso di provocazione nella regione dell'Asia-Pacifico, allora come è che nulla di tutto questo c'è nelle azioni della Russia? Non c'è. Eppure il capo del Pentagono ha portato ad esempio di minaccia nucleare la Russia e la Corea del Nord e ha senza dubbio dato un senso a questo. Si deve supporre che Mosca trarrà le sue conclusioni.

Tuttavia c'è un altro aspetto nella definizione di Ashton Carter di Russia e Corea del Nord come le principali minacce nucleari. Mentre la Russia, la Cina, la Corea del Nord e l'Iran sono stati identificati nella strategia militare nazionale degli Stati Uniti, aggiornata lo scorso anno, come «Stati revisionisti» che devono essere neutralizzati, l'Iran e la Cina ora sono (prendete nota!) scomparsi dal gruppo tradizionale dei "cattivi globali". Il perché dell'Iran - a seguito della chiusura del dossier nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni internazionali - è comprensibile. Ma la Cina? Oppure sullo sfondo del "pericolo russo", gli Stati Uniti non considerano le armi nucleari della Cina come una minaccia?

Difficile. E' semplicemente che con una tale curiosa selezione di obiettivi, Carter mira a dividere Pechino e Mosca, che detengono simili e in alcuni casi identiche posizioni su una serie di questioni chiave della stabilità strategica e del rafforzamento del regime deterrente nucleare.

Si deve prendere in considerazione solo l'iniziativa congiunta di Russia e Cina per evitare il posizionamento delle armi nello spazio, che è stata annunciata nel corso della 70° Sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l'anno scorso e che per inciso è stata respinta dagli Stati Uniti. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che ha parlato alla 71° Sessione in corso dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, "l'avvio di negoziati sostanziali sul ... progetto di Trattato russo-cinese di non dispiegamento di armi nello spazio potrebbe porre fine alla situazione di stallo di componenti chiave del meccanismo di disarmo multilaterale, la Conferenza per il Disarmo".

Il lungo discorso di Ashton Carter presso la base militare in Nord Dakota non conteneva un singolo fatto concreto che avrebbe implicato la Russia nel tentativo di minare la stabilità strategica, ma sono gli Stati Uniti che stanno intraprendendo tentativi del genere. Basti pensare ai piani americani di distribuire armi nucleari ammodernate supplementari, le bombe "general-purpose" B61-12 bombe, in Europa. Ci saranno parecchie di queste bombe americane nel Vecchio Mondo, le stime variano da 250 a 400 bombe. E il fatto che queste nuove bombe sono "più etiche", come il Pentagono ammette, cioè hanno un rendimento più piccolo, aggrava solo la situazione. Una resa più piccola, ma maggiore precisione. Ciò potrebbe suggerire che esse stiano per essere usate contro obiettivi militari, anche in aree densamente popolate.

Infine gli Stati Uniti stanno progettando di dare il diritto di controllo sull'uso di questi sistemi d'arma nucleari ai loro alleati europei e stano già addestrando i piloti militari della Polonia e degli Stati baltici su come utilizzare le armi nucleari. Questa è una diretta violazione del trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, come recentemente sottolineato dal Vice Ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov.

Accusando la Russia senza prove, di aver intenzione di discostarsi dalle "regole di lunga data circa l'utilizzo delle armi nucleari" (per citare ancora una volta il discorso di Carter), gli Stati Uniti stanno usando questa affermazione come copertura per le proprie azioni, poiché stanno minando il regime di non-proliferazione nucleare.

YURIY RUBTSOV, Dottore in Storia presso l'Università Militare del Ministero della Difesa della federazione Russa

martedì 4 ottobre 2016

La bandiera rossa sventolerà di nuovo


REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Viktor Anpilov



La lotta e la speranza di un vero comunista. Questa potrebbe essere la sintesi di questo scritto; si tratta di una raccolta di estratti di discorsi ed interviste di Viktor Ivanovich Anpilov, segretario del Comitato centrale del Partito Comunista Russo dei Lavoratori (RKRP) e leader di “La Russia dei Lavoratori” e uno dei principali leader dell'insurrezione soffocata nel sangue da Yeltsin durante l' "Ottobre Nero" del 1993.

Testo realizzato nel 1996 da Bill Dores.

FONTE


TESTO IN PDF

lunedì 3 ottobre 2016

L'insurrezione contro il golpe di Yeltsin del 3-4 ottobre 1993; un ricordo dei compagni caduti


REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana


Dalla metà del settembre del 1993, imponenti manifestazioni crescevano nelle piazze sovietiche contro il golpe controrivoluzionario del lurido, alcolizzato, servo yankee, Boris Yeltsin, manifestazioni in difesa del Soviet Supremo e dell'Unione Sovietica.

Il 17 maggio 1991 il 70% dei votanti si era espresso contro la dissoluzione dell'URSS che era stata dissolta illegalmente nel dicembre 1991 da Yeltsin e dai suoi amichetti. Decisione presa in mutande dopo una notte di ubriacature. 

La notte tra il 3 e il 4 ottobre, migliaia di manifestanti, operai, giovani, gente comune si radunò davanti alla Casa Bianca, la sede del Soviet Supremo. Intervennero i cani rognosi dell'OMON e altri elementi controrivoluzionari dei servizi che attaccarono i manifestanti, non solo con cariche, idranti e lacrimogeni ma anche sparando con armi automatiche. Addirittura la sede del Soviet Supremo venne bersagliata da cannonate di carri armati.



Ufficialmente si parlò di 151 vittime, in realtà i morti assassinati dai controrivoluzionari furono molti di più. Infatti si scatenò il terrore controrivoluzionario, centinaia di comunisti furono arrestati. A Mosca in particolare gli arrestati furono richiusi in uno stadio, il giorno dopo i muri dell'impianto sportivo erano crivellati di proiettili... come nel Cile del 1973.




Qui al posto di tante parole inutili e false del lerciume servo degli imperialisti che si dichiara comunista, una testimonianza di prima mano di quella giornata.



Vengo dalla città di Izhek. Sono un operaio, addetto a una gru. Lavoro nella costruzione di abitazioni. Sono sposato e ho due figli, una ragazza di 13 anni e un ragazzo di 11.
Nel mese di ottobre ho sentito che Eltsin aveva imposto l'assedio al parlamento. Mi è sembrato un colpo di stato incostituzionale. Eltsin non aveva alcun diritto di sciogliere il parlamento. Come molti altri ho deciso di andare a Mosca per difendere la Costituzione.
A Mosca non abbiamo potuto andare vicino alla Casa dei Soviet, così siamo andati nella Piazza della Capitale per una manifestazione, ma la piazza era bloccata dalla OMON [la polizia speciale di Eltsin]. Quando la folla è cresciuta, la polizia ci ha attaccato. Per la prima volta ho visto persone picchiate con i manganelli. E' stata un'esperienza terribile. Non avevo mai assistito a una tale brutalità.
Ci siamo raggruppati per una marcia verso il Parlamento. La nostra colonna era cresciuta fino a contare decine di migliaia di persone. L'OMON ci ha attaccato con bastoni e gas tossici, ma abbiamo sfondato la loro linea. Dalla nostra parte molte persone sono rimaste ferite. Quando abbiamo raggiunto la Casa Bianca, l'OMON è fuggita. Ho deciso di rimanere e contribuire a proteggere la casa dei Soviet.
Per tutta la notte ci siamo ritrovati al di fuori del palazzo del Parlamento. Al mattino le truppe di Eltsin hanno attaccato con carri armati e mezzi blindati. Hanno aperto il fuoco con le mitragliatrici su migliaia di persone inermi ammassate fuori.
Abbiamo cercato di metterci al riparo, ma ci stavano tirando da una distanza di 20 metri. Sono stato colpito quando la colonna di mezzi blindati ha sfondato il cordone dei difensori. Il proiettile ha rotto il braccio ed è penetrato nel mio polmone destro. Sono rimasto lì per diversi minuti a guardare la gente che veniva colpita a bruciapelo mentre giaceva a terra. Poi sono svenuto.
Quando mi sono svegliato ero trasportato da quattro compagni. Sono stato portato all'interno del palazzo del Parlamento. Mi hanno tolto la camicia e hanno cercato di offrire il primo soccorso a me e agli altri feriti, ma le ambulanze non potevano passare a causa di una violenta sparatoria dei carri armati e degli APC. Infine i difensori all'interno della Casa Bianca si erano impossessati di alcuni camion per portar i feriti all'ospedale.
In ospedale ho visto molte persone che erano state ferite alla Casa dei Soviet, molti diversi tipi di ferite. L'affermazione di Eltsin che solo 140 persone sono state uccise è ridicola.
Oltre 1.000 persone erano ammassate davanti al Parlamento. La maggior parte è stata uccisa o ferita dal fuoco delle mitragliatrici degli APC. La distanza tra gli APC e la gente era così breve che non si poteva mancare il bersaglio. C'erano anche dei cecchini che sparavano contro di noi con i fucili.
In ospedale ho di nuovo perso i sensi. Quando sono rinvenuto, avevo subito due operazioni. I medici avevano lottato duramente per salvare la mia vita. Avevo perso il 32 per cento del mio sangue.
Una settimana dopo il mio braccio è stata amputato e il mio petto è stato aperto per un'operazione ai polmoni. Ho problemi al fegato a causa di tutte le medicine prese. Sono ora in cura presso l'Istituto di Leningrado di Chirurgia Ortopedica. Sento ancora molto dolore, ma sento di aver fatto qualche progresso.
Dalla caduta dell'Unione Sovietica, le condizioni della gente comune nel nostro paese sono peggiorate drasticamente. Gli aumenti dei prezzi hanno distrutto i nostri standard di vita.
Nel 1980, quando mi sono sposato ho comprato un televisore, un frigorifero, i mobili, insomma tutte le cose necessarie per la vita normale. Oggi non sarei in grado di permettermi una qualsiasi di queste cose.
Era normale, per la mia famiglia e per me, fare una vacanza sul Mar Nero. Ora non ce lo possiamo più permettere. Non è un caso che il tasso di mortalità nel nostro Paese abbia ormai superato il tasso di natalità. E' il risultato delle politiche capitaliste di Eltsin. Ora, questo regime ha sparato su persone inermi a sangue freddo.
La verità va detta, perché ci sono molte informazioni false su questi eventi nel nostro paese e nel vostro. I media in entrambi i paesi sono controllati dal regime e dalle forze capitaliste.Adesso quasi tutti qui realizzano ciò che il regime di Eltsin stia facendo. Mi auguro che l'opposizione si consolidi e che questo regime antipopolare sia presto cacciato dal potere.

venerdì 30 settembre 2016

Come i bolscevichi risolvettero il problema abitativo. Il miracolo di Leningrado, un caso di scuola (1917 – 1950).

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli



Leningrado, la vecchia San Pietroburgo, non è solo la Città eroica che ha retto uno degli assedi più terribili della storia, quello nazista, con centinaia di migliaia di morti, evacuati, feriti e dispersi, in uno scenario eguagliato forse soltanto dalle vicende spartane del III sec. a.C. No, Leningrado è anche il gelido, epico, affascinante teatro della Rivoluzione bolscevica del 1917, Rivoluzione che per prima ha liberato le masse operaie e contadine dall'oppressione capitalista e feudale. 

In quella splendida, antica città creata dal nulla per la ferrea volontà dello Zar Pietro, su paludi e naturali prolungamenti del Golfo di Finlandia, i bolscevichi, saliti al potere, dovettero subito confrontarsi con molteplici problemi, precipitato storico dell’arretratezza di un Paese sì dominato da secoli da un'élite di rapaci sfruttatori, sì immerso nelle secche di un sottosviluppo solo di quando in quando interrotto da isolotti di modernità, ma anche popolato, come pochi altri al mondo, da geni prodigiosi e talenti raffinatissimi. In questo singolare, intrigante prisma dialettico, storico, culturale e politico, i bolscevichi proiettarono la vivida luce del loro primato, rimodellando le sfaccettature, limando gli angoli e abolendo le forme anacronistiche, stantie ed ossificate di vecchi costrutti sociali ed economici che qualcuno, per suo interesse, riteneva eterni ed immutabili. 

E vennero la riforma agraria, le nazionalizzazioni delle industrie, con la promozione della più ampia partecipazione, del più profondo e consapevole apporto autogestionario da parte degli operai e dei lavoratori tutti (non sempre raggiunto, invero, ma costantemente fissato all'orizzonte come meta), il suffragio universale senza barriere di "genere" (le donne russe furono le prime a votare in Europa, se si escludono quelle del non più esistente Granducato di Finlandia, tra l’altro facente parte dell’Impero russo, laddove le suffragette britanniche ebbero la loro soddisfazione solo nel 1928). 

Non solo: i bolscevichi, in condizioni, le peggiori possibili ed immaginabili, stretti fra l’arretratezza e la povertà del patrimonio edilizio ereditato dal vecchio regime e fra le distruzioni della guerra civile scatenata dai reazionari interni e dagli imperialisti esterni, riuscirono, per un laicissimo miracolo della buona volontà, a risolvere il problema abitativo, facendo di Leningrado, fin dagli anni '20, la prima Città al mondo senza gente che dormiva sotto i ponti, sulle panchine, in falansteri simili a camere d’ospedale o in malsani scantinati. Ciò, mentre nel mondo capitalista le gente crepava di fame e si vedeva sfrattare anche da miseri tuguri. 

Come fu risolto il problema abitativo? 

Con una molteplicità di misure complementari e convergenti verso l’obiettivo stabilito, ossia quello di dare ad ognuno un tetto sopra il capo! 

Vediamo la situazione generale. Il punto di partenza, come abbiamo accennato, non era certo entusiasmante: il patrimonio abitativo non era certo enorme e quel poco che c’era era ripartito in maniera scandalosa. Basti pensare che, nel 1900, quando furono censiti 1.418.000 abitanti, si rilevò che 38.000 cittadini, appartenenti a privilegiate minoranze, avevano a disposizione, ciascuno, dai 30 ai 70 metri quadrati di area abitabile a testa. 

A fronte di ciò, 82.000 cittadini, tra i più derelitti, dovevano pigiarsi in spazi angusti, con meno di 2 metri quadrati a testa. In questo panorama, ben 11.376 appartamenti erano liberi, vuoti, cinici monumenti al più immorale degli sprechi, alla più cocente delle ingiustizie. C’era poi tutta una pletora di lavoratori che alloggiava in dormitori, convitti ecc. ... 

Ancora nel 1910, 63.089 persone alloggiavano in 8292 seminterrati, tra umidità, topi e altre gioiose amenità da campionario dell’orrore abitativo. Espansioni massicce di edificato non erano d'altronde pensabili, sia per le condizioni di guerra e mobilitazione permanente, egemoni dal 1917 al 1922, sia per i sottovalutatissimi e quasi mai menzionati (dalla storiografia e dagli studi urbanistici classici) ostacoli naturali, per molti versi insormontabili: un terreno paludoso, sabbioso, friabile, che solo lo Zar Pietro, con la sua ostinazione, poteva trasformare in una landa abitata, strappando al Golfo di Finlandia il suo naturale prolungamento. 

Che fare, allora, tanto per porre l’interrogativo del pragmatismo rivoluzionario di Lenin? 

Si cominciò con un’opera di censimento e ricognizione degli alloggi esistenti, a partire dagli antichi palazzi dell’aristocrazia e degli alti ceti, giù giù fino ai condomini più moderni e recenti. Squadre di operai e funzionari addetti computarono i metri quadrati disponibili, analizzarono scrupolosamente bisogni e possibilità legati ai vani, interrogarono famiglie e individui, per poi ripartire lo spazio nella maniera più equa possibile. 

Checché ne dica, delirando, la letteratura  anticomunista, nessuno che avesse una quantità giusta e tollerabile di metri quadrati a disposizione, rapportata alla condizione oggettiva presente, fu espropriato del diritto di continuare ad abitare i propri spazi. 

"Il potere sovietico, pur generalizzando la nazionalizzazione delle case dei grossi capitalisti – scrissero Bucharin e Preobrazhenskij ne "L’ABC del comunismo" - non ha alcun interesse a toccare le proprietà degli operai, impiegati e piccolo – borghesi". Si espropriarono solo e soltanto gli alloggi di individui e famiglie che fruivano di metri quadrati in visibile e smaccato eccesso, alla faccia dei senzatetto, degli inquilini di stamberghe e casupole e via elencando. Anche in quel caso, però, il nobile, o l’industriale, o l’intermediario, o la qualsivoglia figura borghese espropriata, se non decideva di andarsene o di darsi alla macchia contro il nuovo governo sovietico, non veniva cacciato via, spinto in strada. No, la superiore umanità dei bolscevichi risparmiava, a questi sfruttatori e parassiti, il destino che per secoli avevano riservato ai figli del popolo. Ognuno poteva conservare per sé un ambiente o anche più, all'interno della propria residenza.

Ogni Soviet, in tutto lo sterminato Paese del socialismo al potere, creò nel proprio seno una "divisione" speciale che si occupava del patrimonio abitativo e delle condizioni di alloggio della popolazione; non una burocrazia autoritaria e imperiosa, distaccata e fredda, ma una squadra di lavoratori, funzionari, ispettori che, ciascuno con il proprio ruolo, assumevano decisioni in forma collegiale e concertata, per il supremo obiettivo del bene comune. 

Gli affitti vennero calmierati e i fitti arretrati, molti dei quali vere e proprie pretese degne del peggior strozzino, vennero spesso annullati, non solo a Pietrogrado (la Città assumerà il nome di Leningrado dal 1924, dopo la morte del leader rivoluzionario, ma in tutte le Russie, in tutto l’estesissimo territorio posto sotto il controllo sovietico. Ovunque i proletari furono liberati dalla prigionia delle stamberghe, degli alloggi di fortuna, e trasferiti in palazzi ampi e maestosi, spesso di eccezionale pregio artistico e architettonico. 

I detrattori del socialismo hanno sempre sparso a piene mani dileggio e critica sulle coabitazioni di più famiglie in uno stesso appartamento, frequenti nei primi anni del potere sovietico e ridotte al minimo a partire già dagli anni '50 – '60, ma questi corifei senza pudore del marciume capitalista hanno dimenticato che chi prima era vissuto per decenni in catapecchie di 20 o 30 metri quadrati, senza acqua, luce, gas e locali salubri, grazie alla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre varcò la soglia, assieme alla propria famiglia, di palazzi principeschi dalle volte arabescate e dalle scalee imponenti, con stanze ampie, soffitti elevati, ambienti ampi ed areati. 

Qui, per una famiglia tipo, coabitare, significò avere una grande cucina e una latrina in comune con altri individui o gruppi familiari, quando precedentemente la prima era un buco e la seconda un foro scavato in terra, mentre per il resto ogni nucleo familiare ebbe a disposizione, a seconda della consistenza numerica dei propri membri, due, tre o quattro stanze individuali, ricavate dall'equa divisione degli ambienti. 

I proletari alloggiarono quindi, grazie ai Soviet, in Palazzi nei quali, in occidente, solo la più pingue borghesia e i più insigni rampolli di blasonate famiglie potevano vivere o sperare di vivere. E lo fecero, nei primi anni, senza pagare alcun affitto, o pagando solo cifre simboliche. Vi fu anche chi, per esigenze di studio o di attività, per meriti guadagnati sul campo col suo lavoro a vantaggio della collettività, poté continuare ad abitare in spazi più grandi della media: non mancarono i casi di villette a un piano rimaste in proprietà ai loro legittimi (in quel caso) detentori, studiosi, intellettuali, militari, o divise con alcune famiglie lasciando ai vecchi proprietari la gran parte dello spazio disponibile. 

Anche il grande Bulgakov, nelle sue opere, fa cenno a questi episodi, si vedano "Cuore di cane" e "Il Maestro e Margherita". Tornando alla situazione di Pietrogrado, poi Leningrado, nel giro di poco tempo nessuno più, o quasi, abitò cantine, sottotetti, casupole cadenti e malsane. 

Alla primavera del 1918, i lavoratori poterono a ragione vantarsi di vivere ormai come mai avevano vissuto prima d’ora. Gli sconvolgimenti della guerra civile portarono, però, subito difficoltà e non vi fu tempo di cullarsi sugli allori. Visti i gravi problemi di approvvigionamento della città, con le truppe bianche che stringevano d’assedio i centri controllati dai bolscevichi e vi impedivano l’afflusso di derrate e merci, molti scelsero di andarsene nelle campagne o altrove, in contesti più tranquilli e meno esposti alla pressione controrivoluzionaria. 

Gli abitanti diminuirono da 2.500.000 nel 1917 a 750.000 circa nel 1920, quando il rigidissimo inverno costrinse tanta gente a utilizzare come legna, per riscaldarsi, anche vecchi e pregiati mobili. Nel 1921, quando la guerra civile si spense, con la vittoria schiacciante dei bolscevichi, sostenuti dalla quasi totalità della classe operaia e dalle masse contadine, queste ultime conquistate con i decreti sulla terra, diretti contro i latifondisti e la Chiesa, si rilevò che il 25% degli appartamenti esistenti a Pietrogrado erano vuoti. Mentre molte case abbandonate furono demolite, fu guadagnato dai ceti popolari ulteriore spazio sottratto a borghesi e nemici del popolo scappati, trasferitisi, posti sotto misure cautelari o condannati. Da notare il fatto che, almeno fino al 1925/26, molta della popolazione cittadina era fluttuante e molti nuclei familiari, fino al 30%, erano formati da un’unica persona: lavoratori avventizi, gente delle campagne che aspirava a guadagni supplementari, piccoli intermediari e sensali sopravvissuti al tramonto del capitalismo... Un universo variegato e per molti aspetti pittoresco, che durò finché durò la NEP. 

L’avvio della pianificazione quinquennale, a partire dal 1928, consentì di migliorare costantemente le condizioni di alloggio degli abitanti della città, ribattezzata Leningrado, soprattutto dal punto di vista qualitativo. I censimenti e le elaborazioni statistiche rivelano, dalla fine degli anni '20 e per tutti gli anni '30, un costante miglioramento delle forniture e delle dotazioni degli alloggi leningradesi: qui, dove era stata compiuta la rivoluzione copernicana del dare a ciascuno un tetto, a partire da un lascito storico di sicuro non incoraggiante, ora quel tetto diventava, per tutti e per ciascuno, sempre più comodo e confortevole. 

Non si dia calcolo a chi presenta indici di metri quadri pro – capite in calo: se infatti in alcuni annuari si può leggere che la superficie pro – capite abitabile (la "zhilaja ploschad", formata da tutte le stanze meno cucine, servizi, bagni, corridoi e ripostigli) scese da 8,5 metri quadrati nel 1927, a 5,8 metri quadrati nel 1935, c’è da tener presenti tuttavia alcuni punti fermi. 

Nello stesso periodo, la popolazione di Leningrado, in conseguenza del poderoso sviluppo industriale, crebbe a ritmo impetuoso da 1.700.000 a oltre 2.700.000 individui, per poi salire fino a quasi 3.000.000 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. 

Roma, che in quegli anni subì un aumento di popolazione di poco inferiore, con cifre assolute pari alla metà rispetto a quelle della "finestra sull'occidente", si riempì di casupole e baracche, nelle misere periferie ritratte col pennello del più vivo neorealismo da Manfredi in "Brutti, sporchi e cattivi". 

Leningrado, al contrario, non conobbe baracche e alloggiamenti precari se non quelli, del tutto provvisori, e oltremodo decorosi, destinati ai costruttori edili che tirarono su nuovi palazzi residenziali per i lavoratori dove si poteva, in un terreno angusto, ricavato con le unghie e con i denti da ardite bonifiche nel corso dei secoli e naturalmente svantaggiato nella conformazione. 

Inoltre, va ricordato che le cucine, i bagni e i ripostigli, tutti elementi urbanisticamente e civilmente considerati, in Urss, al di fuori dello spazio vitale sul quale calcolare l’affitto,  diventarono negli anni ’30 sempre più presenti, ampi e funzionali, mentre gli appartamenti individuali via via sostituirono quelli in coabitazione. 

E come tacere, poi, il grande sforzo volto a fornire, ad ogni alloggio, il gas necessario per cucinare e riscaldarsi?

I dati ci dicono che, nel corso degli anni ’30, già 23.200 appartamenti furono connessi alla rete del gas. Ciò equivale a dire, tenendo conto delle coabitazioni in alloggi con bagno e cucina in comune (il 70 – 80 %), che, a quell'epoca, già 200.000 persone circa, su più di 2.000.000, beneficiavano di questo modernissimo confort, confort di cui ancora oggi sono prive, nella nostra "progredita" e "civile" Italia, tante famiglie, costrette a ricorrere alle bombole. Il gas leningradese meriterebbe una trattazione a parte, per l’impegno, lo sforzo e la capacità dimostrati da tecnici e maestranze che, nel giro di 15 anni, a guerra finita, valorizzando gli scisti bituminosi della regione leningradese ed estone, lo porteranno praticamente in ogni alloggio. Nei Paesi capitalisti, Italia compresa, si arriverà allo stesso obiettivo, del tutto parzialmente, a macchia di leopardo, negli anni '70 - '80, e senza avere la difficoltà di far passare condotte e canali di distribuzione in un territorio gelato per gran parte dell’anno, con relative manutenzioni e migliorie. 

La Seconda Guerra Mondiale portò morte e distruzione a Leningrado, nei 900 memorabili giorni dell’assedio nazifascista, poi spezzato dall'eroismo e dal valore dell’Armata Rossa. Quei 900 giorni significarono anche, per il patrimonio abitativo della Città, un calvario senza precedenti: 

  • il 19,7% del fondo abitativo totale andò distrutto (3,3 milioni di metri quadrati di spazio abitabile);  
  • il 13,2% dello stesso fondo subì gravi danneggiamenti (2,2 milioni di metri quadrati di spazio abitabile). 
  • alla fine del conflitto, il 35% delle case necessitavano di riparazioni alle pareti ed alle intercapedini; 
  • l’80% presentava vetrate rovinate o distrutte; 
  • il 72% aveva tetti sfondati o gravemente danneggiati; 
  • l’85% mostrava facciate rovinate. 
Fognature, reti del riscaldamento, ascensori, caldaie, reti elettriche... Tutto danneggiato, fuori uso o logorato. Il compito della ricostruzione si presentò, davanti ai leningradesi, non facile né difficile, semplicemente titanico. E fu scritta, con ardore e abnegazione, un’altra pagina eroica. Mentre i fogliacci delle varie borghesie capitaliste raccontavano di gente che viveva nei solai, nelle cantine, nei magazzini, senza mai spiegare mai perché ciò accadeva, senza mai menzionare le distruzioni apportate dai nazifascisti, i leningradesi ricostruivano la loro città, più bella e radiosa di prima. In pochi anni, forti delle esperienze post – rivoluzionarie, vennero eliminati del tutto, di nuovo, ricoveri di fortuna, magazzini uso abitazione, cantine – dormitorio. 

Una ventina di trust edili, agili ed operativi, garantirono un nuovo miracolo, compiuto senza aiuti dall'estero e senza i denari del Piano Marshall (a proposito di "ricostruzioni" mitizzate, o non opportunamente contestualizzate...). 

Le cifre del periodo 1945/1950 sono, a tal proposito, impressionanti:

  • 791.000 metri quadrati di riparazioni capitali effettuate;
  • 28.660 palazzi residenziali sottoposti a riparazioni selettive, di alta qualità, con professionalità scelte;
  • 1.944.000 metri quadrati di ambienti fatiscenti ripristinati e risanati;
  • 13.057.000 metri quadrati di tetti riparati;
  • 4.425.000 metri quadrati di facciate riparate e ridipinte;
  • sostituzioni di sistemi di approvvigionamento idrico e di reti fognarie, con espansione del numero degli alloggi direttamente serviti, in 5003 palazzi residenziali; 
  • 1315 ascensori riparati e ripristinati; 
  • 335 caldaie rimesse in funzione;
  • 3.826.000 metri quadrati di scale e pianerottoli riparati e ricostruiti;
  • 1.153.000 metri quadrati di marciapiedi realizzati, cortili risanati, strade di servizio lastricate;
  • 369.000 alberi ed arbusti piantati nei cortili condominiali. 

Numeri, questi, che la dicono lunga sulla superiorità del sistema socialista, anche rispetto ad una problematica, come quella degli alloggi, che ancora attanaglia e assilla milioni e milioni di persone nel mondo, schiacciate dalla logica del profitto di pochi speculatori e costrette ad abitare in tuguri e slum per la maggior gloria degli sfruttatori. 

L’esperienza di Leningrado (e, in senso estensivo, di tutta l’Urss) ha dimostrato che, anche in questo ambito, un altro mondo è non solo auspicabile, ma anche possibile, purché si abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere la necessità storica di rompere non solo col capitalismo, ma pure col riformismo all'acqua di rose. 

Riferimenti:

Pavel Nikonov: "Storia del fondo abitativo di San Pietroburgo" (relazione del 1994), in russo, online: http://nikonovpn.spb.ru/?p=1059#3

F. Engels : "La questione delle abitazioni", Edizioni Rinascita, 1950

N. Bukharin – E. Preobrazhenskij: "L’ABC del comunismo" (online, http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/Testimarxisti/abcpseconda.html)

Vieri Quilici: "Città russa e città sovietica" (Mazzotta, Milano, 1976)

mercoledì 28 settembre 2016

Chi comanda il complesso militare in Usa? Di sicuro non Obama

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Gordon Duff 

Pubblicato  da Jim W. Dean 


Traduzione di Guido Fontana Ros



[Nota del direttore: Gordon ci fornisce un'altra delle sue classiche retrospettive, una breve sinopsi di ciò che è accaduto e perché oggi abbia importanza benché si possa fare poco. Era più facile farlo quando si era laggiù e lo si è fatto. 
Il colonnello Hanke era addetto militare in Israele in quei giorni in cui l'ambasciatore ed io passavamo i weekend ad andare in giro con un contatore Geiger per vedere che cosa loro potevano beccare da un fortunoso vento spirante da un'impianto nucleare, un lavoro sul campo in senso letterale. 
Egli era il nostro testimone oculare delle prime bombe nucleari tattiche cedute ad Israele come dono (sostegno alla carriera politica di qualcuno), poiché gente dell'IDF, un giorno gliele aveva mostrate.

Gordon , il grugno del  giovane marine che 
rifiutò la scuola ufficiali e finì a
pattugliare il perimetro di DaNang




Il colonnello Hackworth morì di cancro nel 2005, dopo aver dovuto vivere in esilio in Australia per parecchi anni. Ero in un diverso mondo in quegli anni giovanili quando Gordon gestiva the chat room militare per AOL e poi quella sul Vietnam e poi la versione di History Channel, ogni tanto in squadra con "Hack". Egli ha più ricordi di noi messi assieme, ma gli anni passano e continuiamo a rimanere in giro, stiamo recuperando terreno.
VT ha un patrimonio profondo, che i lettori devono scavare nel sito per trovarlo, la sezione In Memoriam in fondo alla pagina dei collaboratori, dove ci sono molti che non sono morti per cause naturali. Parecchi altri non possono essere citati per problemi familiari. Ogni anno altri vengono aggiunti... al nostro piccolo camposanto domestico. 
Vorremmo aggiungere noi stessi alla lista il più tardi possibile, in modo da poter tormentare un po' più a lungo quelli che se lo meritano. E siamo dei grandi ammiratori di quell'antico generale cinese che una volta disse  di voler vivere abbastanza da vedere i corpi dei suoi nemici galleggiare sul fiume prima di lui...Jim W. Dean]
L'esercito siriano non sta combattendo in una terra straniera come fanno i mercenari,
 ma sta salvando il proprio paese


Pubblicato per la prima volta il 20 settembre 2016



Una domanda sorge spontanea a causa dell'incremento delle vittime del bombardamento del tutto intenzionale delle posizioni dell'Esercito Arabo Siriano all'aeroporto di Der Ezzor e delle famiglie che seppelliscono i loro morti provocati dal non proprio casuale attacco a un convoglio di profughi curdi vicino a Manjib.

Chi comanda le forze armate USA?

Noi sappiamo questo: gli USA sanno come bombardare. Aerei americani come gli F16 sono aggiornati in continuazione con una spesa di milioni per ogni aereo, dotati di nuovi sistemi di bombardamento e l'aviazione USA adopera solamente bombe a guida GPS, non usa assolutamente munizionamento a caduta libera. Non ci sono scuse. 

Poi ci sono di nuovo i piloti, i più pagati e i più esperti del mondo, alcuni hanno 15 anni di esperienza nel bombardamento su matrimoni, funerali e paesini in giro per il mondo, molti con con record personale di uccisioni di centinaia di civili. Cosa ne ricavo?



Vedo qui due questioni: la prima consiste nel fatto che, secondo le nostre valutazioni, il complesso militare USa, il Pentagono risponde agli elementi estremisti che usano le forze armate USA come una forza mercenaria a sostegno del programma segreto formulato nell' "accademia del caos controllato" di Tel Aviv.

L'avamposto negli USA di questa "accademia" è l' Institute for the Study of War, un think tank gestito da Israele che semplicemente passa ordini al Pentagono, come talvolta sembra, per sabotare la politica estera americana e per aiutare senza dubbio l'ISIS, al Nusra e altri gruppi terroristici.

Come vediamo sempre più di frequente, questi gruppi sono controllati dagli USA e da Israele e includono unità dell'esercito turco mascherati da jihadisti. La maggior parte dei rimanenti sono mercenari pagati dai sauditi. Non c'è alcun Isis e la maggioranza degli altri gruppi e ora ce ne sono oltre 200, sono collegati a società appaltatrici del settore militare che usano le NGO e altre organizzazioni caritatevoli per rifornire i jihadisti e perfino per contrabbandare armi chimiche dalla Turchia e dalla Giordania.

C'è l'altra questione. La questione è che tipo di gente compone l'esercito USA e la massiccia forza di delinquenti ed assassini che ammontano quasi a 150.000, che gli USA hanno introdotto in Medio Oriente e nell'Asia del Sud? Dopo il Vietnam, decine di migliaia di veterani si sono uniti al movimento contro la guerra.




I dissidenti come numero mettono su da soli una forza enorme. Anche l'attuale Segretario di Stato Usa John Kerry, un veterano della guerra del Vietnam, ha apertamente parlato di atrocità commesse dai militari degli Stati Uniti, atrocità stranamente identiche a quelle che sono successe "casualmente" sotto il suo sguardo più e più volte.

Oggi non c'è alcuna voce, fuori o all'interno dei militari, che si levi contro la guerra, solo Chelsea Manning sta marcendo in una cella di una prigione, come sta marcendo nella sua tomba, Pat Tillman. Quindici anni di guerra e solo due? Questo cosa ci dice?

Dalla nostra esperienza personale, quando il redattore di VT, colonnello Jim Hamke e d io ci incontriamo con dei militari di oggi, rimaniamo sbalorditi. Essi ammettono apertamente la tortura, il traffico di droga e invariabilmente sono occupati a baciare rospi che mangiano bugie come se fossero caramelle..

Il col. Jim Hanke di VT – Vietnam

Mi sono unito al movimento contro la guerra nel 1970 e sono rimasto attivo fino al ritiro degli USA. Per alcuni di noi la guerra fu un'arma a doppio taglio. Il Vietnam era diventato come una casa per noi, per qualcuno la sola casa che avesse mai avuto.
Noi sentivamo realmente che la guerra sarebbe continuata per sempre e questo rendeva chiaro che potevamo sempre ritornare in Vietnam con qualche incarico, militare o della CIA e andarcene dagli USA. A nessuno di noi piaceva qui e ancora non ci piace.

Così quando finì la guerra, noi ci sentimmo tristi in quanto il Vietnam aveva rappresentato una scappatoia alla fatica di vivere nel vuoto morale ed intellettuale che erano divenuti gli Stati Uniti. A dispetto del fatto che i combattimenti e le malattie avessero ucciso 2 milioni di militari e veterani, per molti di noi la guerra era l'unica casa mai conosciuta.

Tuttavia, per tanti di noi che abbiano servito in combattimento, non ci siamo mai allineati al programma, non abbiamo mai creduto nella guerra, ci siamo rifiutati di macellare i civili quando ordinato e ci hanno ordinato di fare proprio questo così come i piloti americani lo stanno facendo ora, come è ovvio a chiunque abbia un minimo di discernimento.


Sovrintendere ad un atto di terrorismo false flag del genere 9/11 che ha ucciso migliaia di persone o a guerre chiaramente combattute per il progresso del marcio e della corruzione, richiede una flessibilità morale fuori dal comune e qui tiriamo in ballo un'altra questione

Quando l'America andò in Afghanistan nel 2001, aveva costituito un'alleanza con i cartelli della droga dell'Afghanistan. Essi avevano lavorato per decenni assieme alla CIA, in un'organizzazione conosciuta come Alleanza del Nord. Gli USA li promossero, da minoranza dedita alla pastorizia, di tribù che migravano dalle steppe russe, al ruolo di maggioranza dei Pashtun per mezzo della brutalità e della corruzione.


Essi sono l'attuale governo dell'Afghanistan e la guerra per l'indipendenza continua laggiù ma la trama sottotraccia è la droga. L'America ha trasformato l'Afghanistan da nazione libera dalla droga nel buco infernale con la più grande dipendenza del mondo e nel più grande produttore di eroina estremamente pura.

Il complesso militare USA sovrintendeva ad ogni aspetto dell'affare, lavorando a stretto contatto con membri del Congresso degli USA, che controllano personalmente il rifornimento di eroina nel mondo.

Per anni in Usa si sono  raccontate storie di reti dei trafficanti di droga talebani, di aeroporti segreti, storie molto simili a quelle raccontate nel 2001 da Donald Rumsfeld e Tim Russert su città sotterranee dove i congiurati del 9/11 si erano addestrati. Nel 2001, il Segretario alla Difesa, Donald Rimsfeld affermava che esisteva in Afghanistan, una dozzina di città sotterranee, alcune a 5 livelli, con strade e ospedali, dimora centinaia di migliaia di persone, una giustificazione per l'invasione USA.

Nel 2016 gli Stati Uniti non hanno ancora scoperto tutto questo, e nessuno nel mondo militare degli Stati Uniti ha ancora detto una parola. Non hanno mai detto una parola, fatto che ci riporta alla questione della droga. Qual è la percentuale del Pentagono? Come fanno a distribuire il denaro? Quanto ci guadagna un generale?

Colonel David Hackworth

Noi sappiamo con certezza questo, sono pagati. Noi conosciamo dove hanno i loro conti correnti, alle isole Cayman, sappiamo che sono gestiti dalla Bain Capital di Mitt Rowney e sappiamo che quei miliardi finanziano fondazioni che li riciclano in riserve di caccia private, prendono in leasing Mercedes, spediscono figli ad Harvard ed in viaggi della perversione nelle capitali mondiali del peccato. 

Questo è il vero Pentagono, questa è gente che prega tutti i giorni, che ha il petto pieno di medaglie e si pavoneggia in giro, aspettandosi di essere adulata dall'ignorante pubblico americano. 

Uno dei fondatori di VT, il colonnello David Hackworth, il soldato più decorato degli ultimi 100 anni, veterano della II GM, della guerra di Corea e di quella del Vietnam, è il solo ufficiale del Pentagono degno di sventolare la bandiera. Autore di bestseller, ha trascorso il resto della sua vita a denunciare la corruzione del Pentagono, e la complicità dei militari con i gangster.

Hackworth è stato l'unico, non ce ne sono stati altri, nessuno ha mai aperto bocca, né sulla droga, né sui 3 milioni di miliardi di danaro dei contribuenti rubato dagli appaltatori militari, né sulla tortura e neanche certamente sull'attitudine dei militari di operare in giro per il mondo agli ordini dei banchieri e dei trafficanti di droga che parecchi anni fa li hanno comprati armi e bagagli.

Hack ha sempre combattuto per questo paese
 ed è stato punito per questo

I nostri rilievi potrebbero essere infiniti. Certamente la debole leadership politica e i gruppi potenti e ben finanziati che controllano Washington, una combinazione fra operazioni bancarie, crimine organizzato, particolare interessi e il nesso Israele/Arabia Saudita/Turchia/terrorismo, hanno lasciato l'America prostrata e pronta alla sottomissione.
L'esercito americano ha anche un collegamento più debole col Congresso, roba da non crederci, di quello con l'esercito dei principi profumati da tempo in balia dei nemici dell'America.


Dove ci porterà una realistica analisi? La verità è che nessuno vuole andare lì. La verità, se esiste una cosa del genere, è così oscura, così malevolente, che la condotta di vita dei debosciati leader mondiali impallidisce al confronto.


Quando l'anticomunismo diventa fantascienza: l'invenzione di Stella Krenzbach


REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

L'orrendo massacro di Babi Yar

L’Ucraina, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ha visto l’attivo collaborazionismo dei fascisti di Bandera, riuniti attorno all’OUN (Orhanizatsiya Ukrayins’ kykh Nationalistiv, Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), il cui braccio armato era la famigerata UPA (Ukrains’ ka Povstans’ka Armija, Esercito Insurrezionale Ucraino). Gli emuli e fedeli alleati ucraini di Hitler, fin dal 12 settembre del 1939 (si presti attenzione alle date!) misero a punto, di concerto con l’Ammiraglio Wilhelm Franz Canaris, capo dell’ABWEHR, il Servizio segreto militare tedesco, la formazione di uno Stato ucraino filo – nazista e anticomunista, da far nascere sulle rovine della Polonia occupata. [vedasi qui e qui]

Alla faccia di quanti sostengono l’autenticità dei Protocolli del Patto Molotov – Ribbentrop, [vedasi qui] fu solo grazie all’intervento sovietico nelle regioni ex polacche a maggioranza ucraina e bielorussa , il 17 agosto del 1939, che all’Europa e al mondo fu risparmiata la nascita di un altro stato fascista e criminale, il quale avrebbe da subito proceduto alla liquidazione di tutte le minoranze etniche, dagli Ebrei ai Russi, passando per i Polacchi [vedasi qui e qui].

Contadini polacchi massacrati dai nazionalisti ucraini in Volinia


Con l’attacco tedesco all’Urss del 22 giugno 1941 (“Operazione Barbarossa“), e la successiva occupazione delle terre sovietiche in Ucraina, Bielorussia, Russia e Paesi Baltici, i nazionalisti ucraini si posero al servizio dei barbari invasori del Terzo Reich, attuando, con ardore e zelo pari alla spietatezza, l’eliminazione di centinaia di migliaia di civili, partigiani, militari dell’Armata Rossa. Molti ucraini entrarono direttamente nei corpi militari tedeschi. Ancora nel 1944, l’UPA, armata di tutto punto dai nazisti, metteva a segno un colpo storico, uccidendo in un attentato l’eroe di Kursk, il mai dimenticato Generale dell’Armata Rossa Nikolaj Fedorovic Vatutin.

Nel dopoguerra, i nazisti ucraini, con Stepan Bandera stesso ed altri esponenti del calibro di Yaroslav Stetsko, Ivan Grinoh, Mykola Lebed, Myroslav Prokop [vedasi qui], vennero inquadrati dai servizi segreti di Usa e Gran Bretagna, ovvero dei nuovi crociati dell’anticomunismo, in operazioni volte a provocare una guerra con l’Urss o, perlomeno, una destabilizzazione economica e politica della prima nazione al mondo con gli operai e i contadini al potere.

Pogrom di Leopoli perpetrato nel 1941 dai nazionalisti ucraini


Così prese avvio nel 1948, sfruttando l’esperienza di azioni eversive attuate fin dal 1945, l’operazione “Aerodinamik“, pilotata dalle centrali della CIA, del CIC (il Counter Intelligence Corps, servizio segreto dell’Esercito americano) e, fino al 1956 circa, dell’MI6 britannico: terroristi e sabotatori dell’UPA clandestina si infiltravano in territorio sovietico, partendo dalle basi dei Paesi occidentali che li ospitavano e li addestravano e, unendosi ai locali elementi clandestini, datisi alla macchia, colpivano industrie, infrastrutture, sedi istituzionali, seminando morte tra i civili e i militari.

Frank Wisner, vecchia volpe dello spionaggio, capo della sezione per le operazioni speciali della CIA, denominata “Ufficio di coordinamento politico“ (OPC), quantificò in 35.000 i militari sovietici e i membri del Partito Comunista dell’URSS uccisi dall’ UPA. Una goccia di franchezza, nel mare dell’intollerabile ipocrisia di un mondo occidentale che negava risolutamente, perfino con sdegno, il suo supporto al terrorismo anticomunista in tutto l’est europeo, o addirittura inventava di sana pianta fantomatici squadroni dell’NKVD (poi MGB) travestiti da brigate dell’UPA per screditare i nazionalisti ucraini.

E già, le invenzioni!

Quante se ne sentirono e se ne continuano a sentire sull’Urss e la sua opera di costruzione del socialismo, di un futuro migliore non solo per i cittadini sovietici, ma per l’umanità tutta!

Una delle invenzioni più assurde, inaudite e dure a morire riguarda proprio l’Esercito Insurrezionale Ucraino. E’ un caso in verità poco conosciuto in occidente, dal vasto pubblico, ma che la dice lunga sul grado di inquinamento informativo attuato da settori dei servizi occidentali e dai fascisti ucraini. Anzi, più che di inquinamento informativo, qui si deve parlare di creazione dal nulla di un personaggio, imposto poi a una parte dell’opinione pubblica come reale, elevato ad eroe, a fulgido esempio di lotta al comunismo.

Massacro di Babi Yar


Si tratta della vicenda di Stella Krenzbach. Gli strateghi dell’UPA, cullati e foraggiati nella mangiatoia della Guerra Fredda, sentirono ad un certo punto il bisogno di scrollarsi di dosso l’accusa di aver ucciso migliaia e migliaia di cittadini ebrei durante l’occupazione nazista dell’Ucraina, accusa comprovata da una quantità enorme di inoppugnabili riscontri. Per agevolare il tutto, verso il 1950 misero in giro la storia, tessuta su una trama commovente, da romanzo, di una certa Stella Krenzbach, un’ebrea ucraina, figlia di un rabbino, che sarebbe stata arrestata dalla famigerata NKVD sovietica, peraltro tutta o quasi formata da ebrei, secondo la vulgata anticomunista e antisemita più volgare e mistificante. Questa “eroina“ avrebbe evitato l’esilio tra i gelidi venti dell’Oriente russo, sfuggendo ai suoi carcerieri e rifugiandosi in clandestinità nelle natie contrade ucraine (quanta poca accortezza nella scelta del luogo!). Qui avrebbe raggiunto le file dell’UPA.

Nel 1945, costei sarebbe stata di nuovo arrestata dall’NKVD, torturata dai biechi bolscevichi e condannata a morte; anche in questo caso, però, miracolosamente (sbadati come pochi, questi agenti sovietici!), sarebbe stata soccorsa dai nazionalisti ucraini e condotta nei Carpazi, dove, sotto la protezione dell’UPA, avrebbe supervisionato la conduzione di un ospedale da campo clandestino. Da qui avrebbe poi raggiunto Vienna e dall’Austria si sarebbe trasferita infine in Israele, entrando alle dipendenze del Ministero degli Affari Esteri, con incarichi di peso.

A narrare le gesta epiche della Krenzbach furono soprattutto i giornali e i fogli dell’emigrazione ucraina in Argentina e in Canada, dove le centrali nazionaliste e fasciste erano particolarmente forti . In particolare, si distinse in questa vicenda il giornale “Nasha Meta“ (“Il nostro obiettivo“) di Toronto (Canada), che nel novembre – dicembre del 1954 uscì più volte sull’argomento, proponendo come esempio la figura di questa “eroina“ e, anzi, pubblicando le “sue“ memorie, riunite sotto al titolo “Sono viva grazie all’UPA“.

Questa “autobiografia“, pur senza raggiungere le dimensioni del best seller, venne diffusa un po’ ovunque, ai quattro punti cardinali. La storia, mentre strappò le lacrime di coccodrilli e sciacalli sempre pronti a commuoversi e a levare alti lai davanti ad immaginarie prodezze mortifere dei comunisti, suscitò, con la sua puzza di bruciato percepibile da chilometri di distanza, lo scetticismo di alcuni coraggiosi giornalisti d’inchiesta, storici ed esponenti politici, anche di destra e perfino interni all’emigrazione nazionalista ucraina.

Il primo a muoversi e a volerci vedere chiaro sulla vicenda fu Philip Friedman, il quale, nel 1958, aveva curato una pubblicazione sulla Resistenza ebraica, patrocinata dal Museo storico dell’Olocausto di Gerusalemme, il celebre Yad Vashem. Friedman interpellò il Ministero degli Esteri israeliano sulla figura di Stella Krenzbach e la risposta fu, per gli anticomunisti in servizio permanente, agghiacciante: non c’era stata mai nessuna donna, rispondente a quel nome, nei ranghi dei funzionari e nemmeno dei normali impiegati.

Nelle pubblicazioni nazionaliste ucraine, specialmente quelle argentine e canadesi, scese una cappa di assordante silenzio. Il castello dell’oscena menzogna si stava disintegrando. Voci ed illazioni circolanti nelle stesse cucine tirarono fuori la storia secondo la quale, dopo la pubblicazione di sue “memorie“ da parte del “Washington Post“, la donna sarebbe stata uccisa in Israele da mani misteriose, con un colpo alla nuca.

Anche in questo caso, fu facile verificare che il giornale statunitense mai aveva pubblicato memorie della fantomatica Stella Krenzbach. A rafforzare il parere di quanti avevano subodorato un clamoroso raggiro, scese in campo una figura al di sopra di ogni sospetto: lo studioso Bohdan Kordiuk, elemento di spicco dell’emigrazione ucraina nazionalista in Germania occidentale.

Costui scrisse nel luglio del 1958 un pezzo in “Suchasna Ucraina“ (“Ucraina contemporanea“ ), organo dei seguaci dell’UPA a Monaco di Baviera, nel quale sottolineò che nessuno dei veterani delle formazioni nazionaliste ucraine aveva mai conosciuto o semplicemente sentito nominare Stella Krenzbach. Anche tra gli ebrei conosciuti da Kordiuk e dai suoi sodali, non uno aveva mai udito, neppure per sbaglio, quel nome.

Dunque, l’ “attento storico Friedman“ (così lo qualificò l’insospettabile Kordiuk ) aveva colto nel segno. Quella di Stella Krenzbach era stata null’altro che una bufala, sapientemente costruita, che, sempre per dirla con Kordiuk, non aveva retto “ad un esame critico“. A diradare definitivamente la caligine del giallo, è stato però un giovane storico svedese – americano, Per Anders Rudling, il quale, esattamente come Friedman, inoltrò attorno al 2010 una richiesta di chiarimento al Ministero degli Esteri israeliano e si vide recapitare la stessa risposta inviata all’insigne collega cinquant’anni prima: nessuna donna di nome Stella Krenzbach aveva mai lavorato alle dipendenze del Ministero.

Stella Krenzbach non è mai esistita, se non nella fertile fantasia dei fascisti ucraini!

Il suo mito è servito solo e unicamente ad accreditare l’UPA come formazione non antisemita, “tollerante “ e pure “democratica“ nel dopoguerra, alfine di ampliare la platea dei suoi consensi e dei suoi appoggi, in un momento in cui essi stavano paurosamente vacillando. Si doveva nascondere l’essenza barbara, criminale e genocida del nazionalismo ucraino, fingendo una sua buona disposizione verso il mondo ebraico e le minoranze.

Opuscolo di propaganda antisovietica della Guerra Fredda


Ciò, in un momento in cui, a metà degli anni ’50, le forze di intelligence e militari sovietiche, forti del più ampio appoggio popolare in quell’Ucraina a nome della quale i fascisti pretendevano di parlare, stavano spazzando via gli ultimi focolai del sanguinoso terrorismo nazionalista eterodiretto, eliminando contestualmente anche agenti della CIA e del CIC penetrati nel Paese.

Come sempre, l’anticomunismo e l’antisovietismo erano stati capaci di spacciare solo merce avariata, in mancanza di solidi argomenti e di una dignità politica e storica sulla quale fare affidamento. Anzi, questa volta si erano superati, toccando le vette della fantascienza, inventando a tavolino una vita, un’esistenza che mai aveva calcato il suolo terreno.

Stella Krenzbach, questa creatura mitica, partorita dalla fantasia deviata dei nemici dell’umanità, non è stata se non l’esasperazione, l’acme di una strategia della menzogna che da Katyn [vedasi qui, qui, qui e qui] a Bandera, passando per la negazione di Babi Yar [vedasi qui], ha preteso riabilitare il fascismo come strumento della Guerra Fredda e come industria dell’assassinio, del complotto, della repressione, dell’eversione.

Riferimenti:

John Paul Himka – “Falsifying World War II history in Ukraine” (online)

Philip Friedman – “Ukrainian-Jewish Relations During the Nazi Occupation”, Yivo Institute for Jewish Research, 1959

Per A. Rudling – “The OUN, the UPA and the Holocaust: A Study in the Manufacturing of Historical Myths”, The Carl Beck Papers in “Russian & East European Studies”, No. 2107. Novembre 2011