giovedì 23 giugno 2016

LA LUNGA STRADA VERSO L’INGANNO: FATTI E ANTEFATTI DI PEARL HARBOR

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

7 dicembre 1941. Il Giappone militarista e filo - fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma ), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli Usa di Franklin Delano Roosevelt hanno, offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. 


Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie“, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e Urss e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero Usa avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendolo ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. 

Il Presidente Franklin Delano Roosvelt


Non era, in fondo, una novità, questa: negli anni ’20 e ’30, l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo, che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa“ sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo – americano e anglo – nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo“, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo – americano, d’altro canto), notevoli appigli. 

Il senatore William E. Borah, uno dei massimi esponenti della politica isolazionista USA

L’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo – americana martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment americano: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale“ egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore americana), e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. 
Augusto Cesar Sandino

Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta, ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. 

Winston Churchill


Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire. 



Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità americana, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando.

Propaganda nazista dell'aggressione all'URSS


Gli Usa, al contrario dell’Urss, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts“, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “ by the way of deception “, per dirla alla yankee. 


E’ l’ottobre del 1940 quando il Luogotenente Comandante della Marina, Arthur H. McCollum, confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti otto ( “Eight Action Memo“), incentrati sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra . Vediamoli uno per uno: 

  1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
  2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
  3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
  4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Oriente;
  5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
  6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
  7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
  8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna. 

Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli Usa. 

Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70 % dei metalli ferrosi e più del 93 % del rame utilizzati in Giappone erano stati importati dagli Usa. 

L'Ammiraglio James O. Richardson

Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo americano, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta“ del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza.

Foto aerea del porto di Pearl Harbor

Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani americani. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località ha fatto il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei “Saratoga“. C’è però dell’altro e ha a che fare con la... “magia“. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo caso….) ! Si tratta del sistema “MAGIC“, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC“ è una sorta di scatola magica dentro alla quale stanno vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate ),  TSU (J – 19) e OITE (PA – K2), utilizzati dai Consolati, JN – 25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito dal BAKER 9). 




La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo . In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria ; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti. 



Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio -  temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli Usa verso il Giappone, la formulazione del Piano Mc Collum , l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone di interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo – americani, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo – statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo.  


In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter – imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero – aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli Usa: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico“, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. 
Hideki Tojo ministro della Guerra niponico

Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente ( la grande, eroica Urss combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli Usa avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939, ben l’80% del petrolio dagli Usa! 

E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso. 

L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista – leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli Usa nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). 

Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali“) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina Usa, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Armageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così! 

Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata Usa, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo Comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. 

La spia di origine serba Dusko Popov


Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger – Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il Senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’Urss per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino, che, prontamente, gira la preziosa dritta agli Usa, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32.000 passaggi “sbianchettati“ dagli omissis!). 

L'agente sovietico Richard Sorge


Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli Usa, che procede inarrestabile come un panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo“ fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri! Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: 

“Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale“. 

Winston Churchill, dal canto suo, afferma: 

“Dalla fine del 1940, gli americani avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici“ (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale - La Grande Alleanza“, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). 

Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN – 25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26.581 intercettati dagli Usa tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno rispetto a tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. 

Insomma, i vertici del potere americano, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate“ dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli Usa avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità.

Civile ucciso a Pearl Harbor


Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli americani, dei quali 68 civili. 1178 i feriti. 



Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei Usa che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’ “Enterprise“, la “Hornet“ e la “Yorktown“. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto, a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri?

L'affondamento della Yorktown nella battaglia delle Midway


Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina americana e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?  L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sè! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? 

Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro allo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo americano, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. 

L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero americano, dall’affondamento della nave “USS Maine“ che fece scoppiare la guerra ispano – americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor. 

L'affondamento della USS Maine


Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo luogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano di finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. 

Il Presidente Mao Tse Tung


La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la loro liberazione, additando loro una vera, reale “sfera di coprosperità“ eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. 

Hiroshima


Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’Urss chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’Urss né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto questo che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. 

Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo Usa, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri. 

Riferimenti utili:

Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno“ ( Milano, Il Saggiatore, 2001 )
Peter Herde, “Pearl Harbor“ ( Milano, BUR, 2001 )
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale“, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)

mercoledì 22 giugno 2016

Это Начало (E' cominciata)


REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Guido Fontana Ros



Non da molto era passato il solstizio d'estate che alle 3,15 del 22 giugno del 1941, la pace di quelle ore mattutine fu infranta dal fragore assordante di migliaia di pezzi d'artiglieria che, su un fronte di 1800 km, inviarono decina di migliaia di proiettili sul suolo sovietico. 



Una trentina di bombardieri della Lutwaffe, condotti da equipaggi selezionati, a gruppi di 3, cominciava a spargere distruzione e morte su alcuni campi di aviazione sovietici.

Una manciata di minuti dopo da Memel' sul Mar Baltico nel nord al fiume Prut nel sud, un'ondata di 3 milioni di soldati nazisti si lanciò all'attacco.



Le difese di frontiera caddero dopo ore di combattimenti.

Al sorger del sole, una seconda ondata di aerei nazisti, composta da 500 bombardieri, da 270 bombardieri in picchiata e da 480 cacciabombardieri, cominciò a devastare i campi di aviazione sovietici, i nodi ferroviari e quelli stradali. Almeno 1200 velivoli sovietici furono distrutti a terra.
I reparti di frontiera del NKVD furono travolti anche se in alcune regioni fortificate i soldati dell'Armata Rossa si sacrificarono sino all'ultimo uomo ritardando l'avanzata tedesca.

Hitler e Mussolini visitano la fortezza di Brest nell'agosto 1941


Tuttavia nell'antica fortezza di Brest la Wehrmact subisce una prima battuta d'arresto. Spendiamo alcune parole su questo episodio.


Era una fortezza da molto tempo obsoleta e senza alcun valore militare, infatti la sua costruzione avvenne dal 1833 al 1838. All'epoca dell'Operazione Barbarossa era adibita a caserma e deposito. I tedeschi pensavano di prenderla in poche ore e invece i soldati sovietici si difesero fino all'ultimo uomo e tennero la fortezza fino al 12 luglio, nonostante che i nazisti avessero impiegato, l'artiglieria pesante, i gas e i lanciafiamme.



Il film la Fortezza di Brest del 2010
(sottotitoli in inglese)

Il comando tedesco sapeva perfettamente che la differenza tra una masnada incontrollata e un esercito consiste nella perfetta gestione dei collegamenti e delle informazioni, per cui nella notte erano stati infiltrati parecchi elementi del reparto per le operazioni speciali, il Branderburg, i quali sovente in divisa sovietica avevano assunto il controllo di posti chiave, commesso atti di sabotaggio e tagliato le linee telefoniche e il punto debole dell'Armata Rossa era proprio rappresentato dal sistema delle comunicazioni e dalla gestione delle informazioni.

Insomma il travolgente successo tedesco si basò su 3 elementi: la sorpresa, la superiorità napoleonica (significa la concentrazione locale di una massa di forze schiacciante) e la superiore organizzazione del controllo e delle comunicazioni.

Tuttavia lo Stavka imparò in fretta e l'Unione Sovietica costruita sotto la direzione del compagno Stalin si dimostrò un boccone troppo grosso per i nazisti e sapete tutti come andò a finire...


Bibliografia


Si elencano testi reperibili in occidente. Tra l'immensa mole di testi per lo più di origine tedesca e quindi molto di parte, testi che hanno dato origine a una serie di miti propagandisti (si veda ad esempio questo articolo), se ne distaccano pochissimi, di origine anglosassone seppur doverosamente anticomunisti, altrimenti non sarebbero stati stampati.
Sui testi degli storici (?) italiani è meglio stendere un pietoso velo.



Per un inquadramento generale rimane insuperato:

Liddell Hart, Storia militare della Seconda guerra mondiale


Sull'Operazione Barbarossa leggibili e fondamentali sono:

David M. Glantz, Barbarossa Hitler's Invasion of Russia 1941

David M. Glantz, La Grande Guerra Patriottica dell'Armata Rossa 1941-1945, Libreria Editrice Goriziana








lunedì 20 giugno 2016

Katyn: la misteriosa "scoperta" dei documenti di Katyn

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros


Le circostanze della scoperta della "lettera di Beria no.794/B"e del resto dei documenti di Katyn sono complicate, per non dire altro. Per cominciare, abbiamo le memorie di Mikhail Gorbaciov, "Zhizn 'i reformy" ("La vita e le riforme") a partire dal 1995, in cui egli afferma, che vide per la prima volta "la lettera di Beria" nel dicembre 1991, quando ha aperto il "pacchetto chiuso n° 1". Gorbachev afferma che l'ultima parte della lettera è stata "barrata e su di essa vi era una nota scritta dalla penna blu di Stalin: 'La decisione del Politburo'. Con le firme: Accetto - Stalin, Molotov, Voroscilov ...".

Gorbaciov consegnò il pacchetto contenente "la lettera di Beria n° 794/B" e altri documenti di Katyn a Boris Eltsin il 24 dicembre 1991, dopo aver letto il suo contenuto ad alta voce in presenza di Alexander Yakovlev. La seconda volta che questi documenti "saltarono fuori" di nuovo fu nel settembre 1992. Ma "la lettera di Beria", che fu trovata nel settembre 1992 non aveva né il testo barrato da Stalin, né la nota "La decisione del Politburo" scritta con una penna blu, che Gorbaciov aveva descritto. I nomi delle firme erano anche scritti in un ordine diverso: "D'accordo - Stalin, Voroscilov, Molotov ...". Inoltre, il nome di Beria a pagina quattro era stato cancellato con una matita blu, a giudicare dalla scrittura, per mano dallo stesso Stalin e invece era stato messo il nome di Bashtakov, che fu Vice Capo del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD), sotto Beria.

E' possibile che Gorbaciov avesse rimescolato i fatti nelle sue memorie, ma può anche essere che effettivamente vide un'altra "lettera di Beria". In relazione a questo, dubbi e sospetti sorgono per quanto riguarda l'autenticità della "lettera di Beria", che venne trovata nel settembre 1992. Questi dubbi sono rafforzati dalla storia, che di solito si racconta circa la scoperta di tali documenti. Ufficialmente viene detto, che il "pacchetto chiuso no. 1", che conteneva "la lettera di Beria "e altri documenti provenienti dal Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista di tutte le Russie (b), venne rinvenuto il 24 settembre 1992 nell'Archivio del Presidente della Federazione Russa (precedentemente noto come l'Archivio del Comitato Centrale) da una commissione presieduta dal capo dell'amministrazione presidenziale Yuri Petrov, dal consigliere del Presidente della Repubblica Dmitry Volkogonov e dal direttore dell'Archivio Andrey Korotkov.

Quando il pacchetto è stato aperto, i membri della Commissione capirono l'importanza della loro scoperta e immediatamente la segnalarono al Presidente della Russia. Eltsin poi "diede l'ordine afinché Rudolf Pikhoya, nel suo ruolo di direttore degli archivi russi, volasse a Varsavia per consegnare tali documenti sensazionali al presidente Walesa" ("Katynskij sindrom v sovetsko-pol'skikh otnosheniyakh", Mosca , ROSSPEN, 2001, p. 397).

In data 15 ottobre 2009, il membro della Duma di Stato russa Andrey Makarov partecipava alla tavola rotonda su "falsificazione della storia e miti storici come strumento della politica moderna" che si teneva presso il Centro per la Politica Conservatrice, per cui raccontò la vera storia della scoperta dei documenti di Katyn. Questi furono infatti trovati nel settembre 1992 durante il processo in corso contro il PCUS (Partito Comunista dell'Unione Sovietica), anche se non proprio negli archivi, ma nella cassetta di sicurezza personale di Eltsin. Makarov disse che lui (molto probabilmente insieme a Sergey Shakhray, l'ex vice primo ministro della Russia) andò da Eltsin. "E noi gli dicemmo: 'Boris Nikolayevich, il processo contro il PCUS va piuttosto male'. Egli aprì la cassaforte e al fine di mostrare chiaramente come funzionava il tutto, tirò fuori sei cartelle da lì e disso: 'Va bene, prendete queste. In sua presenza, guardammo quello che c'era. Ritirò indietro due cartelle dicendo: 'No, è ancora troppo presto per parlare di questo oggi'. Poi, per caso, vidi il nome, di cosa si trattava, cosa che mi fece rizzare i capelli in testa. E nessuno nel paese sapeva ancora niente. Il problema era che una delle cartelle, che c'era prima che noi arrivassimo, era su Katyn"("Nashe Vremya", Nr. 139, 26 novembre-1 ottobre 2009).

Non c'è niente di strano in questa storia, in grado sollevare ogni sorta di dubbi, tranne per il fatto che Makarov vide una cartella denominata "Katyn". Questo non sarebbe mai potuto accadere, dal momento che né la cartella né il "pacchetto chiuso" hanno delle note su di loro che indicano che essi contengono documenti su Katyn. Al fine di comprendere, che all'interno di questi vi erano dei documenti su Katyn, occorreva aprire non solo la cartella, ma anche il "pacchetto chiuso" vero e proprio. È ovvio che Makarov era presente quando  il "pacchetto chiuso n° 1" venne aperto nell'ufficio di Eltsin. Ma è davvero così importante sapere, chi ha effettivamente trovato questo pacchetto e come avvenne questa scoperta?

Tutti sanno, che la gente inizia a mentire su cose diverse quando vuole nascondere una verità scomoda. Nel nostro caso, le informazioni circa il fatto che il "pacchetto chiuso" venne immagazzinato da Yeltsin di sicuro per circa un anno, permette di fare una domanda scomoda. Perché Eltsin non consegnò brevi manu quei documenti al presidente polacco Lech Walesa il 21 maggio del 1992, quando questi era in visita ufficiale di Stato a Mosca?

Non ci possono essere dubbi sul fatto che Walesa discusse la questione di Katyn durante il suo incontro personale con Boris Eltsin. Per i polacchi, questo problema è sempre stato una questione di massima priorità nelle loro relazioni con la Russia. Ma, a quanto pare, Eltsin sembra essersi limitato a discussioni generali e a tacere sui documenti di Katyn che erano conservati nella sua cassaforte.

Ma nel settembre 1992 Eltsin diede ordine ("immediatamente" come si suol dire) d'inviare i documenti di Katyn a Varsavia. Cosa gli impedì di fare esattamente la stessa cosa già nel maggio di quell'anno? Sia che lo vogliate o no, occorre iniziare ad ascoltare i ricercatori, che affermano, che questi documenti erano ancora "in fase di sviluppo" in quel momento e che non erano ancora "correttamente" progettati.

La situazione si  schiarì un po' il 28 marzo 2008, quando il noto storico russo Yuri Zhukov disse in un programma radiofonico sulla stazione radio "Serebryannyj dozhd'", che nei primi anni 1990 (nel 1993 o nel 1994), in connessione con il processo PCUS, richiese l'accesso ai materiali dell'Archivio del Presidente della Federazione russa per quanto riguarda le attività "criminali" del Partito Comunista sovietico.

Gli portarono una cartella "sottile", che conteneva vari documenti. Tra questi Zhukov vide una copia della "lettera di Berija a Stalin" scritta su una sola pagina e con la proposta di eliminare da 2.000 a 3.000 ufficiali polacchi catturati, che erano stati giudicati colpevoli di crimini di guerra e di altri crimini. L'ormai famosa "lettera di Beria", battuta su quattro pagine e che fu trovata nel 1992, contiene una proposta di eliminare 25.700 polacchi catturati e arrestati.

Il giorno dopo, il 29 marzo, 2008 Yuri Zhukov venne anche intervistato telefonicamente dal ricercatore indipendente su  Katyn, Sergey Strygin. Zhukov comunicò a Strygin un dettaglio interessante: la firma di Berija era presente nel documento, che vide negli archivi. Nella "lettera di Beria" "reale" di quattro pagine la sua firma è posta nell'ultima pagina del documento.

Le spiegazioni che suggeriscono che Beria avesse mandato due lettere successive a Stalin con la proposta di esecuzione dei polacchi non possono essere prese sul serio. Nel PCUS e in precedenza nella Partito Comunista di Tutte le Russie (b), aderivano ad una pratica consolidata. Quando si trattava di questioni che erano di massima importanza per il paese e che richiedevano una decisione "al più alto livello", si procedeva sempre a un colloquio preliminare di controllo sulla decisione da assumere. Pertanto le proposte e le richieste che erano inviate al Cremlino erano accuratamente vagliate dando forma alla versione finale. Inoltre l'iniziativa del processo decisionale per quanto riguarda l'esecuzione dei polacchi poteva venire solo da Stalin. Fu lui a dare a Beria l'ordine di preparare la lettera. Quindi, parlare di due lettere differenti è assolutamente fuori questione.

Non vi è dubbio che Yuri Zhukov avesse tenuto tra le mani una copia della vera e propria "lettera di Beria n° 794/B" indirizzata a Stalin, che fu datata 29 febbraio 1940. La testimonianza di Zhukov è confermata da un'altra fonte. Nel dicembre 2007, quando Vladislav Shved incontrò Viktor Galkin (l'ex dipendente presso il Dipartimento Generale del Comitato Centrale, che aveva lavorato con il "pacchetto chiuso n° 1" per quanto riguarda Katyn), Galkin gli disse, che nel mese di aprile del 1981, in nome di Konstantin Chernenko (che a quel punto era il direttore del settore pubblico del Comitato centrale) consegnò "la lettera di Beria" del "pacchetto chiuso n° 1" all'allora capo del Kgb Yuri Andropov. C'è una nota su questo sulla cartella stessa, che conteneva il "pacchetto chiuso n° 1".

Galkin ha sostenuto che "la lettera di Beria", che consegnò ad Andropov, era scritto su una pagina e che riguardava l'esecuzione di circa 2.000-3.000 ufficiali polacchi. Vide la lettera nello studio di Chernenko. Dopo che Chernenko ebbe aperto il "pacchetto chiuso n° 1", diede istruzioni a Galkin di mettere la lettera in una busta e sigillarla. Per quanto riguarda la "lettera di Beria" di quattro-pagina (disponibile solo come copia digitalizzata a colori) Galkin spiegò che non aveva mai visto un tale documento.

In un primo momento Vladislav Shved considerò la testimonianza di Viktor Galkin con certo scetticismo, presumendo che egli avesse confuso questo documento con la trascrizione della decisione del Politburo dal 5 marzo 1940, che è anche scritta su una sola pagina. Solo più tardi, dopo che Yuri Zhukov aveva raccontato la sua versione, comprese che la versione basata sulla memoria di Galkin era corretta. Dire qualcosa di più preciso circa la "lettera di Beria n° 794/B"non è possibile in questo momento, fino a quando non avremo l'opportunità di far condurre uno studio di essa, indipendente e obiettivo, ad esperti.

Aggiungendo un altro punto interrogativo ai molti dubbi che circondano il "pacchetto chiuso n°1", si dovrebbe parlare di quello che Mikhail Gorbachev scrisse nel 1995 nelle sue memorie. Ci racconta di come lui nell'aprile del 1989, poco prima dell'imminente visita di Wojciech Jaruzelski in Unione Sovietica, avesse esaminato i documenti di Katyn. Gorbaciov dice che c'erano due cartelle di Katyn (non solo una!) E che "entrambi le documentazioni" contenute, confermavano la versione della Commissione guidata dall'accademico Nikolai Burdenko. C'era una raccolta di vari materiali e tutti ne confermavano la versione "("Zhizn 'i reformy ", libro 2, 1995, p. 346).

C'è anche qualche prova reale che ci autorizza ad avere sospetti  su ciò che in realtà contenesse la cartella nel dicembre 1991. Come già accennato, Alexander Yakovlev era presente durante la consegna del "pacchetto chiuso n° 1 "da Gorbaciov a Eltsin il 24 dicembre, 1991. Il pacchetto venne trovato (secondo una delle versioni), da parte degli impiegati dell'archivio russo, che insisterono sul fatto che Gorbaciov dovesse essere informato proprio un giorno prima del suo ritiro dalla carica di Presidente dell'Unione Sovietica. In diverse occasioni successive (incluse nel suo libro "Sumerki" ("Crepuscolo", Materik, Mosca, 2003) e anche in un talk show dal vivo trasmesso alla televisione russa chiamato "Kak eto bylo") Yakovlev affermò, che la cartella di Katyn  conteneva anche una cosiddetta "lettera di Serov". Ma tale lettera non fu mai trovata, né allora né in sguito; per cui possiamo domandarci a che tipo di documento si riferisse Yakovlev. Stava parlando della "lettera di Beria"? Come mai si è sbagliato e lo ha fatto più e più volte?

Un indizio di quel mistero potrebbe risiedere nella recente pubblicazione di copie preliminari della "lettera di Beria", ad opera di Viktor Ilyukhin il 24 novembre 2010. Egli ricevette queste copie il ​​25 maggio 2010 da un utente anonimo, che lo aveva contattato, confessandogli di essere stato coinvolto in un gruppo di falsari, attivo nella prima metà degli anni '90, cioè nel periodo in cui Eltsin era il Presidente della Federazione russa. L'ultima pagina della copia preliminare della lettera contiene una nota singolare: "20). Bashtakov era a capo della segreteria NKVD! L.P. Beria difficilmente gli avrebbe affidato tale compito? Sostituire con Abakumov? K. .. ov? Serov? (Verificare le date) ". Qui Serov è indicato come un possibile sostituto per Bashtakov alla guida della troika del NKVD, che avrebbe condannato i polacchi a morte, ma ancora non era incluso il suo nome nel "documento finale", si manteneva quello di Bashtakov. Tenendo a mente questo, i racconti ripetuti di Yakovlev sull "lettera di Serov" potrebbero effettivamente essere un lapsus freudiano della lingua, vale a dire che egli disse inconsciamente troppo.

L'attuale governo russo e il presidente Dmitry Medvedev fingono che non sia successo niente di speciale e accusano tutti i critici che rovesciano la versione ufficiale dei fatti di Katyn, di "tentare di ripulire Stalin e i suoi collaboratori". Tale atteggiamento non è molto costruttivo. Sarebbe stato molto meglio lasciare che un gruppo di esperti indipendenti esaminasse il "pacchetto chiuso n°1" e porre fine una volta per tutte  a ogni speculazione sulla sua autenticità. Ma finché si tengono questi "originali" lontano pubblico e dalla comunità scientifica, si continua a confermare i sospetti che la vicenda di Katyn è stata falsificata. E probabilmente questo è ciò che è successo. 

Bibliografia e sitografia


Gorbaciov, Mikhail, Zhizn 'i reformy (2 libri), Novosti, Moscow 1995

Ilyukhin, Viktor, O rezolyutsii Gosdumy RF "Pamyati zhertv Katynskoi tragedii" (pubblicato il 24 novembre 2010)
(Questo articolo contiene la bozza di cinque pagine di "lettera di Beria")

Intervista con lo storico Yuri Zhukov alla stazione radio Serebryanyj dozhd', 100,1 FM, 28 marzo 2008 08:05 MSK / MSD
http://www.moskva.fm/stations/FM_100.1/programs/однажды_на_дожде/2008-03-28_08:05

Istorik Yuri Zhukov nd r / s Serebryannyj dozhd '(28 marta, 2008) (discussione dal forum del sito web "La verità su Katyn")

Documenti di Katyn del "pacchetto chiuso n°1" (pubblicato il 28 aprile 2010 sul sito ufficiale di Rosarkhiv)

Makarov, Andrey, Ya videl nazvaniye Papki: volosy dybom vstayut ..., da Nashe Vremya, Nr. 139, 26 ottobre-1 novembre, 2009
http://www.gazetanv.ru/archive/2009/139/6028/

Shved, Vladislav, Katyn del 2010. Novaya stranitsa ili ...? (Pubblicato il 30 aprile 2010)

Shved, Vladislav, Vnov 'o Katyni ili 70-letiye katynskogo rasstrela, kak Lozhka degtya k 65-letiyu Velikoj Pobedy (pubblicata il 14 febbraio 2010)

Yakovlev, Alexander, Sumerki, OOO Izdatel'skaya firma Materik, Mosca 2003

Yazhborovskaya I.S., Yablokov A.Yu., Parsadanova V.S., Katynskij sindrom v sovetsko-pol'skikh otnosheniyakh, Mosca, ROSSPEN 2001


venerdì 17 giugno 2016

I guanti di Ezhov



REDAZIONE NOICOMUNISTI


di Davide Spagnoli

Questa espressione russa che significa «tenere qualcuno per il collo» – oggi noi diciamo per le palle – ha origine nella cultura contadina russa.

Nel XVIII secolo nei dizionari troviamo già consolidato un adagio che recitava: «Se vuoi prendere i ricci devi indossare guanti imbottiti». Ma all’epoca non era inteso in senso punitivo.

Questa espressione nasce dal fatto che nelle cantine dei contadini spesso si trovavano dei topi. Un buon gatto che sia d’aiuto per risolvere questo problema non si trova con facilità. Ma c’è un altro predatore che può essere d’aiuto: il riccio! Ma come portarlo nel luogo giusto? È proprio per questo che si usano guanti cuoio senza fodera.



Ma già in Checov e Pushkin l’espressione «Serrare nei guanti per i ricci» ha assunto il senso di «tenere in pugno qualcuno», «mettere i piedi sul collo di qualcuno» può essere trovata già in Checov e Pushkin.



Poi, negli anni ‘30 del XX secolo, con un gioco di parole, in russo Ezhov è la parola che indica riccio ma Ezhov era anche il cognome del capo dell’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni), la polizia politica sovietica, e allora l’espressione «Serrare nei guanti per i ricci», divenne «Serrare nei guanti di Ezhov», che assunse una connotazione prima benevola e poi famigerata.

Questa immagine, realizzata dall’artista Efimov, è intitolata «I guanti di Ezhov»







In esso il Commissario del popolo tiene saldamente nella mano guantata degli animali spinosi (dei ricci?) ed un’idra dalle molte teste, la rappresentazione dei trotskisti e dei bukhariniani. Ma quando la repressione ordinata da Ezhov iniziò a colpire in massa i comunisti membri del partito o semplici simpatizzanti, spesso assolutamente innocenti, l’espressione cambiò significato ed ebbe una connotazione estremamente negativa, e il periodo della repressione di Ezhov viene ancora oggi ricordata come la Ежовщина Ezhovshcina, «i brutti tempi di Ezhov» (1937-1939), quello che Robert Conquest ha chiamato «Grande terrore», durante il quale vennero arrestate un milione e mezzo di persone; di queste, secondo recenti studi, ne vennero giustiziate 681.692 e non i milioni di cui parla Robert Conquest, che, secondo un articolo apparso su The Guardian il 27 gennaio 1978 pag. 13, lavorava fin dal 1956 all’Information Research Department (IRD). L’IRD venne fondato nel 1947 con il nome di Communist Information Bureau, era un dipartimento del Foreign Office britannico con il compito di combattere l’influenza dei comunisti attraverso la diffusione di storie false spacciate come vere. Per questo sporco lavoro erano stati assoldati giornalisti e chiunque fosse in grado d’influenzare l’opinione pubblica. Secondo The Guardian nel citato articolo il compito di Robert Conquest era quello, per l’appunto, di scrivere una “storia nera” dell’Unione Sovietica.

Il perché Ezhov abbia fatto uccidere così tante persone, in grande maggioranza comunisti, è da ricercare nel fatto che, in vista della guerra che tutti sapevano sarebbe scoppiata molto presto, aveva stretto un accordo con i giapponesi per distruggere la fiducia della popolazione nello Stato e nel governo, in modo che quando il Giappone avesse attaccato il morale della popolazione fosse stato depresso e sfiduciato, disponibile per un cambio di regime. La circostanza è confermata da una sentenza del 1998 del Collegio militare della Corte Suprema che ha riconosciuto Nikolai Ezhov non essere soggetto alla riabilitazione in quanto 

«[…] Ha provocato l’aggravamento delle relazioni con i paesi amici dell’URSS e ha cercato di accelerare il conflitto militare tra l’URSS e il Giappone».






IL MURO DI BERLINO. BREVE GENESI DI UNA BARRIERA ANTIMPERIALISTA

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Luca Baldelli

In un mondo di finzioni e mistificazioni, ciò che è autentico e vero sfugge alle cognizioni dei più o viene sottaciuto per non turbare gli equilibri dittatoriali, finanche dispotici, dei detentori del potere politico, economico e culturale. La sinistra revisionista da sempre si unisce al coro di prefiche piangenti sulle macerie del Muro di Berlino.


Questo Muro è stato elevato a simbolo di ogni orrore, di ogni nefandezza, senza spiegare come e perché nacque, quali furono le cause che portarono alla sua edificazione. Nessuno mai ricorda che, nel mondo, di Muri (uso volontariamente la lettera maiuscola, per dileggiare un’austera, assurda sacralità, che non pertiene alla storia degli uomini se non per altri aspetti…) ve ne sono ancora in piedi moltissimi, e tutti tirati su dall’imperialismo; tra Usa e Messico, tra Israele e Territori arabi,tra Marocco propriamente detto e territori abitati dalla minoranza sahrawi, tra greci e turchi a Cipro. Altro che Unicità del Muro di Berlino! Questa è, semmai, solo e soltanto l’idolo di cartapesta con il quale il sistema dominante cela le sue malefatte e il suo stupro dell’umanità.

Muro di Gaza


Ma torniamo al Muro di Berlino. Come nacque? Nel 1945, con la liberazione della Germania dall’hitlerismo, la Nazione tedesca si vide trasformare in un territorio di occupazione anglo – americano – francese da un lato, sovietico dall’altro. Mentre l’Urss spinse però sempre per la costituzione di una Germania unita e sovrana in breve tempo, gli Stati occidentali, pur travagliati da contese e contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche, cercarono di sabotare ogni sforzo in tal senso, mirando a fare della Germania la piazzaforte atlantica in Europa, il trampolino di lancio per una nuova guerra progettata contro l’Urss e i Paesi a democrazia popolare.

Muro al confine USA/Messico


Gli archivi dell’FBI, oggi desecretati, rivelano che il leader britannico Churchill aveva pianificato l’“Operazione Unthinkable“, ovvero un attacco occidentale contro l’Urss e l’Est europeo, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, alfine di piegare Mosca e di portare tutti i Paesi del futuro Patto di Varsavia sotto l’ombrello dell’imperialismo occidentale.

Linee d'attacco generali del piano di aggressione all'URSS in Germania

Filippo Gaja, nella sua documentatissima opera “Il Secolo Corto“ (Maquis editore, 1996), mette bene in luce altri analoghi piani orditi negli Usa e nelle segrete stanze dell’Occidente capitalista. Non è un caso che, a partire dai primi mesi del 1945, vennero reclutati in massa ex nazisti nei servizi segreti e nei circoli militari occidentali.


Immaginiamo cosa sarebbe successo se l’Urss non avesse, a tappe forzate, messo a punto la sua bomba atomica! Le provocazioni degli Stati occidentali, delle loro armate e dei loro servizi nella Germania occupata non conoscevano tregua: nel 1948, gli Stati occidentali ruppero di fatto, in modo evidente, il condominio antinazista in Germania, creando una moneta per le sole zone occidentali, il Marco tedesco ( DM ) e lavorando per la costituzione di uno Stato tedesco occidentale, in palese violazione di ogni accordo sino a quel momento sottoscritto. I sovietici, che volevano una Germania unita e neutrale, fondata sul principio del’autodeterminazione, si videro costretti ad abbandonare il Consiglio alleato e a prendere contatti con i Partiti operai operanti nel territorio da loro occupato, con l’intenzione di fondare quella che poi sarebbe diventata la DDR.

A questo seguirono provocazioni, scontri e quello che è passato alla storia come il BLOCCO DI BERLINO (durato 11 mesi), del quale si incolpano i sovietici ma che fu il frutto dei complotti occidentali e dei sabotaggi alla pace commessi dall’imperialismo. Questi maneggi, questi luridi intrighi proseguirono e, il 29 maggio 1949, in spregio ad ogni patto e ad ogni volontà di pace e di rispetto della sovranità tedesca, venne dichiarata e proclamata unilateralmente la RFT (Repubblica Federale Tedesca), protettorato americano e occidentale in funzione palesemente antisovietica e antiprogressista, sotto le armi statunitensi, inglesi e francesi.


Per reazione (e lo sottolineiamo, PER REAZIONE) il 7 ottobre 1949 venne proclamata la RDT (REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA), o DDR, nel settore cosiddetto “sovietico“. Questo stato di cose non significò la fine delle trame guerrafondaie imperialiste. Lasciamo parlare gli archivi e varie fonti occidentali, molto più eloquenti e obiettivi dei pennivendoli anticomunisti in servizio permanente effettivo: fino al 1961, la Germania democratica ( DDR o RDT che dir si voglia ) dovette subire inenarrabili sabotaggi, azioni terroristiche, diversioni. La CIA, Radio Free Europe, organizzazioni di ex nazisti protetti nella RFT, si fecero paladini ed esecutori delle seguenti azioni sul territorio della DDR:
– danneggiamento, tramite esplosivi, incendi dolosi ecc.. di centrali energetiche, cantieri navali, dighe, canali, edifici pubblici, distributori di benzina, negozi, stazioni radio, trasporti pubblici;

  • deragliamento di treni merci, con gravi ferimenti di lavoratori; incendio di 12 automobili trasportate su uno di questi treni e distruzione dei meccanismi di pressione dell’aria ecc…;
  • distruzione di strade e ponti ferroviari, piazzamento di esplosivi sulla linea Berlino – Mosca (per fortuna scoperti in tempo, sarebbe stato un massacro indicibile!);
  • utilizzo di acidi speciali per danneggiare macchinari industriali, furto sistematico di progetti e acquisizioni sul punto di essere brevettate, possibili grazie a spie e quinte colonne;
  • incitamento a scioperi senza senso e scopo;
  • uccisione di 7000 mucche di una cooperativa agricola con l’avvelenamento del filo di recinzione utilizzato per imballare il mangime degli animali;
  • attacchi e devastazioni di sedi delle sinistre a Berlino Est (e anche a Ovest);
  • falsificazione su larga scala di tessere annonarie per generare disorganizzazione negli approvvigionamenti di beni alimentari e quindi malcontento nella popolazione;
  • invio di cartelle fiscali false per generare rabbia tra la gente e creare problemi nell’apparato industriale ;
  • reclutamento su vasta scala di professionisti, tecnici, medici, operai , con la promessa di lauti compensi a occidente (a Berlino Ovest i medici che scappavano dalla DDR venivano remunerati a peso d’oro, anche con proventi per assistiti – fantasma).

Ecco cosa si nascondeva dietro le famose “fughe“ all’ovest, al termine delle quali solo un 50% dei profughi trovava quel che era stato promesso e all’altro 50 si rendeva difficile se non impossibile ritornare in Patria!

Rivolta del 1953

Memorabile fu la “rivolta“ del 1953, un episodio di diversione e destabilizzazione partorito in occidente, nelle cucine aduse alla preparazione di pietanze velenose della RFT: bande di delinquenti e deviati, pagate lautamente dalle agenzie spionistiche occidentali, provocarono disordini a Berlino Est, proprio quando alcune sagge riforme stavano migliorando il tenore di vita della popolazione e dopo che la Direzione della SED (il Partito guida della DDR) aveva intrapreso un dialogo con i lavoratori per la rettifica di alcune storture esistenti nel quadro economico.

Uffici del Partito Socialista dati alle fiamme

In 272 Comuni su 10.000 si segnalarono disordini, con vetrine rotte, assalti a forze di polizia, violenze contro militari sovietici, prova dello sforzo messo in campo dalle centrali imperialiste per minare un processo di costruzione del socialismo sempre più vincente, con tutti i suoi problemi. Prova anche, però, della capacità del sistema della DDR di parare i colpi ed impedire estesi disordini: alla repressione di quelle azioni banditesche, prima della Polizia concorsero le Milizie operaie presenti azienda per azienda.

Visto che qualcuno, educato a bere tutta la propaganda spazzatura del capitalismo, ma stranamente sempre pronto ad obiettare e a mettere in campo “senso critico“ quando si parla di socialismo reale, potrebbe diffidare, cito una per una le fonti che raccontano tali fatti. Sono tutte fonti occidentali di prima mano!

Si tratta della rivista “Democratic German Report“, pubblicata clandestinamente a Berlino Est dall’inglese John Peet, ex capo corrispondente dell’agenzia Reuters, della rivista della Camera di Commercio degli Usa (“Nation’s Business“), di articoli del “The New Yorker“ , di “The Nation“, del “Saturday Evening Post“, dei libri di De Gramont e Tully sulla Cia e sulla guerra fredda. Ne parla ampiamente e dettagliatamente anche William Blum, nella sua opera “Killing hope“, tradotta in italiano col titolo “ l libro nero degli Stati Uniti“ (Fazi, 2003).

Una guerra a “bassa intensità“ combattuta con il pervicace fine di destabilizzare la DDR e spianare la strada alla restaurazione dell’ordine borghese nel suo territorio, con il ritorno dei grandi proprietari terrieri e dei magnati che avevano foraggiato a suo tempo il nazismo. Una guerra che culminò con la pseudo – rivolta “operaia“ del 1953, che in realtà vide come protagonista la feccia istigata dai servizi segreti occidentali. Una guerra che rischiò di diventare reali con le minacce di guerra nucleare da parte degli Stati Uniti nel 1959/1961, minacce corroborate da manovre militari in grande stile, provocatorie per antonomasia, da parte degli Stati occidentali lungo la linea di confine tra le Germanie. Il 28 marzo 1958, in barba ad ogni volontà distensiva, il Bundestag tedesco – occidentale decideva di armare l’esercito (la Bundeswehr) della “armi più moderne“, intendendo con questa dizione, evidentemente, anche le armi nucleari. La RFT otteneva dagli alleati il permesso di aumentare il tonnellaggio delle navi da guerra, stringeva accordi con Inghilterra e Stati Uniti per l’acquisto di missili e di aerei a reazione.

Tra il 1958 e il 1960 cadevano sistematicamente nel vuoto, per i rifiuti delle autorità tedesco – occidentali e di quelle americane che ne tiravano le fila, molteplici iniziative di pace della DDR e dell’URSS che, se attuate, avrebbero certo potuto cambiare in meglio il corso della storia. Si oppose un secco “no“, in particolare, alla proposta sovietica di un Comitato pantedesco, paritetico RFT – DDR, per la risoluzione dei problemi della coesistenza postbellica, per lo sviluppo dei contatti in ambito politico, culturale, scientifico, base questa per poter giungere ad un più ampio accordo futuro.

Nel novembre del 1958, Urss e Ddr proposero di fare di Berlino Est una unità politica autonoma e smilitarizzata, ma la NATO pose subito un veto, che dimostrava come non si volesse in alcun modo rinunciare a quell’avamposto in funzione antisovietica, avamposto dal quale erano partite tutte le azioni terroristiche contro la DDR. Nel 1960 crebbero le minacce imperialiste, anche con ventilate intenzioni, da parte degli Usa, di ricorrere alle armi nucleari. Non era la prima volta che avveniva: durante la crisi del ’48, il generale americano Huebner, comandante delle forze americane in Germania, disse che se fosse scoppiata la guerra “gli sarebbe piaciuto vedere una bomba atomica sganciata sopra il Reno“ (si vedano i “Diari“ di J.V. Forrestal, Segretario di Stato alla Difesa degli Usa in quel periodo).

Il Segretario alla Difesa USA, Forrestal che finì i suoi giorni “suicidato” in manicomio

Ecco perché, il 13 agosto del 1961, la DDR si vide costretta a edificare il Muro di Berlino, che nella dizione originale era “Antifaschistischer Schutzwall“, ovvero “Barriera Antifascista“. Per come si svilupparono i fatti, esso andrebbe chiamato, più che altro, “Barriera antimperialista“, essendo il fascismo atlantico di servizio, quello reclutato nel dopoguerra dalle agenzie spionistiche e dagli Stati Maggiori occidentali, solo un fantoccio dell’imperialismo americano e occidentale. Nulla mai si spiega da sé e i fatti difficilmente parlano da soli: tutto si spiega e tutto parla, sempre, alla luce di un contesto generale che lo determina.

L’effetto della propaganda: isterismo di massa, presto se ne sarebbero pentiti
Ciò vale anche per la costruzione del “Muro di Berlino“, sul quale continuano a piangere, come gli Ebrei sul Muro del Pianto (con tutte le debite differenze e il rispetto che si deve alla spiritualità dei popoli) proprio gli eredi di coloro che ne causarono la costruzione con le loro minacce, le loro manovre, i loro intrighi contro la pace e l’umanità. Nessuno mai ha parlato dei tedesco – occidentali che si trasferirono nella DDR ( tra 600 / 700.000 ), ovvero in un Paese che da solo si era caricato il peso delle riparazioni postbelliche e che era dovuto partire da zero visti i livelli di distruzione della Seconda Guerra Mondiale nei suoi territori, molto più alti che nella RFT. Nessuno mai menziona il fatto che i vari Muri costruiti in occidente o nei protettorati occidentali sparsi per il mondo, nonché in Israele, hanno visto morire ai loro piedi in pochi anni più gente che in tutti i 28 anni di storia del Muro di Berlino.

I circoli finanziari anglosionisti festeggiano…
Le celebrazioni, l’oleografia dolciastra e stomachevole del Post ’89, oltre che reticenti, in quanto tacciono sull’esistenza di ben altri Muri, sono anche meschine e vigliacche, perché sempre censurano le cause e gli antefatti storici. Oggi, tra la popolazione dell’Est della Germania, tira un forte vento di nostalgia o , per dirla con un’espressione molto calzante e ad effetto, di “Ostalgia“: lo esprimono chiaramente i sondaggi, lo dicono alcuni incontrovertibili risultati elettorali, come quello della Turingia . Chiaro segno, questo, che a quelle latitudini un passato che si vorrebbe ostracizzare e criminalizzare è, invece, ammirato e rimpianto per le conquiste sociali che seppe garantire e che oggi si sono polverizzate sotto il “Panzerkapitalismus“. E nessun “Muro“ propagandistico e ideologico delle oligarchie che reggono le sorti del mondo potrà frenare questo vento di sana nostalgia!