domenica 26 marzo 2017

L'omosessualità in URSS

NOICOMUNISTI
Di ALFONSO CASAL

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

FONTE

Il fatto che l'omosessualità fosse penalmente sanzionata ai sensi del diritto sovietico è qualcosa che spesso viene gettato in faccia dei comunisti in generale, e vine utilizzato per "screditare" il compagno Stalin in particolare. Infatti, "Stalin odiava i gay" è una cosa che ho visto pubblicare online numerose volte da trotzkisti ed anarchici. Dubito che Stalin abbia mai scritto qualcosa sulla questione o ne abbia mai parlato in pubblico. In ogni caso, tale accusa è per la sua stessa natura, decontestualizzata e fuorviante. Ciò che deve essere affermato con chiarezza è che l'opinione legale e medica su questa faccenda non era diversa da quella che a quell'epoca andava per la maggiore e cioè che l'omosessualità fosse un disturbo psico-sessuale, una forma di malattia mentale. Inoltre, c'erano argomentazioni che tentavano di collegare l'omosessualità al fascismo, soprattutto se si considera che molte delle camicie brune di Hitler erano omosessuali. [NDT: per un'ottima disamina della questione vedasi http://signal-it.blogspot.it/2012/04/nazismo-e-omosessualita.html]

Per quanto oggi possa sembrare sbagliata questa opinione, essa deve essere affrontata nel suo contesto storico in quanto la scienza avanza,  la conoscenza cresce e si approfondisce. La branca della scienza della sessualità umana rimase nella sua infanzia per tutta la durata della vita di Stalin. La morte di Stalin avvenne nel 1953. Egli morì prima della "rivoluzione sessuale" e non sentì mai parlare di Alfred Kinsey,di Masters e Johnson o del "rapporto Hite". In realtà fu solo nel 1975 che la stessa American Psychological Association smise di classificare l'omosessualità come un disturbo mentale. Aspettarsi che Stalin e la Russia sovietica nel 1930, potessero anticipare i progressi della scienza medica e psicologica che si verificarono quarant'anni dopo è ingenuo o pericoloso. Va notato, in confronto, che la DDR aveva una politica molto più aperta e positiva nei confronti dell'omosessualità. Ciò può essere spiegato dal fatto che gli studi di sessuologia erano più avanzati in Germania che in qualsiasi altro paese del mondo, ma anche questo deve anche essere visto in un contesto storico, come parte non solo dell'approfondimento della conoscenza scientifica, ma anche della diffusione di tali conoscenze in tutta la società in generale. Nel 1987, la legge della DDR affermava che "l'omosessualità, come l'eterosessualità, rappresenta una variante del comportamento sessuale. Le persone omosessuali non possono quindi stare fuori società socialista, e i diritti civili sono garantiti a loro esattamente come a tutti gli altri cittadini".

Questa è la risposta giusta. Come marxisti-leninisti, siamo scienziati. Come scienziati cerchiamo di far avanzare la conoscenza umana e la comprensione. E man mano che le nostre conoscenza e comprensione crescono, così cresce la nostra ideologia. Oggi non c'è un solo comunista degno di questo nome che non supporti con tutto il cuore i diritti dei gay.

Inoltre penso che si dovrebbe anche sottolineare che, nonostante l'idea che l'omosessualità fosse un disturbo mentale, la legge attuale in questione, l'articolo 121 del codice penale sovietico, era praticamente applicata solo in casi di pedofilia, con circa 800 - 1000 procedimenti all'anno.

Wikipedia (ognuno può controllare velocemente) cita la "Grande Enciclopedia Sovietica" del 1930: 
"la legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e quindi abbiamo la sanzione della legge solo in quei casi in cui i ragazzi minorenni sono oggetti di interesse omosessuale... pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale... la nostra società combina misure terapeutiche profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere meno dolorosi possibile i conflitti che affliggono gli omosessuali e per risolvere problema del loro tipico estraniamento  dalla società tipica all'interno della collettività" Sereisky, Grande Enciclopedia Sovietica, 1930, p. 593

In realtà i comunisti erano più progressisti sulla questione dei diritti degli omosessuali di quanto non fosse la società borghese del tempo. Ancora una volta, la cosa importante è il livello di comprensione scientifica e la misura in cui tale conoscenza sera diffusa in tutta la società nel suo complesso. La Germania ebbe la storia più lunga nella ricerca psicologica e medica sulla sessualità umana. Esisteva in questo paese un Istituto di Sessuologia già a partire dal 1920. I nazisti lo chiusero quando salirono al potere. I principali ricercatori medici presso l'Istituto di Sessuologia erano iscritti al KPD. Proprio così, il KPD, il partito comunista tedesco "STALINISTA". Molti comunisti tedeschi non solo sostenevano i diritti dei gay, ma erano pionieri della liberazione sessuale. In effetti, un certo numero di loro cantava le lodi della salubrità del nudismo. In questo numero vanno inclusi il padre e la famiglia di Markus Wolf. Markus Wolf sarebbe poi diventato il capo dello spionaggio dela DDR; l'uomo che la CIA avrebbe definito "l'uomo senza volto", perché non era in possesso di una sua fotografia.

Inoltre un tema molto, troppo amato dai trozkisti, tema che viene rinfacciato ai marxisti-leninisti è: "Lenin ha depenalizzato l'omosessualità". I fatti, sono un po' diversi:
"L'iniziativa per la revocazione della legislazione antiomosessuale, dopo la rivoluzione di febbraio 1917, era venuta, non dai bolscevichi, ma dai cadetti (democratici costituzionali) e dagli anarchici (Karlinsky, 1989). Tuttavia una volta che il vecchio codice penale dovette essere abrogato dalla Rivoluzione d'Ottobre, i suoi articoli che riguardavano l'omosessualità cessarono di essere validi. I codici penali della Federazione russa del 1922 e del 1926 non facevano alcuna menzione dell'omosessualità, anche se alcune leggi corrispondenti rimanevano in vigore in luoghi in cui l'omosessualità era più diffusa: nelle repubbliche islamiche dell'Azerbaigian, del Turkmenistan e dell'Uzbekistan, così come nella cristiana Georgia".
"Gli esperti medici e legali sovietici erano molto orgogliosi della natura progressiva della loro legislazione, nel 1930 il perito medico Sereisky (1930) scriveva nella Grande Enciclopedia Sovietica: 'La legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e, pertanto, vine prevista la punizione solo in quei casi in cui i minori sono gli oggetti dell'interesse omosessuale' (p. 593)".
“Come Engelstein (1995) cita giustamente, la depenalizzazione formale della sodomia non significa che tale condotta fosse invulnerabile a ogni procedimento legale. L'assenza di leggi formali contro il rapporto anale o lesbismo non ha impedito la persecuzione del comportamento omosessuale come forma di comportamento disordinato. Dopo la pubblicazione del codice penale del 1922, ci furono proprio in quell'anno almeno due famosi processi per pratiche omosessuali. L'eminente psichiatra Vladimir Bekhterev testimoniava che 'la dimostrazione pubblica di tali impulsi... è socialmente pericolosa e non può essere permessa' (Engelstein, 1995, p. 167). La posizione ufficiale della medicina e della legge sovietiche nel 1920, come risulta dall'articolo nell'enciclopedia di Sereisky, era che l'omosessualità fosse una malattia difficile, forse addirittura impossibile da curare. Quindi, 'pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale... la nostra società combina misure terapeutiche, profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere i conflitti che affliggono gli omosessuali più indolori possibile e per risolvere la loro tipica estraneità alla società all'interno della collettività (Sereisky 1930 , p. 593).”
"Il numero preciso di persone perseguite ai sensi dell'articolo 121 è sconosciuto (le prime informazioni ufficiali furono rilasciate solo nel 1988), ma si crede che si aggirasse sui 1000 casi l'anno. Al momento secondo i dati ufficiali, il numero di uomini condannati ex articolo 121 è in costante diminuzione dalla fine del 1980. Nel 1987, 831 uomini sono stati condannati (questo dato si riferisce all'intera Unione Sovietica); nel 1989, 539; nel 1990, 497; nel 1991, 462; e nei primi 6 mesi del 1992, 227, tra i quali quasi tutti, eccetto 10 sono stati condannati ai sensi dell'articolo 121.2 (le cifre sono solo per la Russia) (Gessen, 1994). Secondo gli avvocati russi, la maggior parte delle condanne sono infatti ex articolo 121.2, l'80 per cento dei casi è correlato al coinvolgimento di minori fino a 18 anni (Ignatov, 1974). In un'analisi di 130 condanne di cui all'articolo 121 tra il 1985 e il 1992, si è riscontrato che il 74 per cento degli accusati sono stati condannati in forza del 121.2, di cui il 20 per cento lo sono stati qa causa di stupro mediante l'uso della forza fisica, l'8 per cento per l'utilizzo di minacce, il 52 per cento per aver avuto contatti sessuali con minori, il 18 per cento sfruttando uno stato di vulnerabilità e il 2 per cento abusando della dipendenza delle vittime (Dyachenko, 1995)". 
http://www.gay.ru/english/history/kon/soviet.htm
Quindi, in conclusione: Lenin NON HA depenalizzato specificamente l'attività omosessuale. Il codice penale zarista fu dichiarato nullo ed insieme ad esso decadde la legislazione anti omosessuale. I codici penali sovietici del 1922 e del 1926 non menzionarono l'omosessualità, ma leggi anti-omosessuali rimasero nella codificazione delle repubbliche islamiche e della Georgia. Quando l'omosessualità rientrò nel codice penale sovietico, le azioni penali contro gli omosessuali furono relativamente rare (circa 1.000 casi l'anno su una popolazione di 200 milioni di persone) e quelli che furono perseguiti, lo furono in base a casi di stupro, pedofilia e di abuso su persone non autosufficienti e vulnerabili.

Questi sono i fatti. Era una legge perfetta? Ovviamente no! Era una buona legge o qualcosa da ammirare o ripetere? No. Questa legge si prestò ad abusi e persone innocenti furono condannate? Probabilmente sì, come purtroppo succede in tutti i sistemi giuridici, ma l'intento e la portata della legge furono molto diversi da quello che la propaganda della "sinistra" anticomunista e anti Stalin vuole far credere. 

I garages in URSS: progresso e boheme metropolitana tra socialismo e crescita dei consumi



REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI




Nel 1979, la cinematografia sovietica, sempre vivacemente attenta ai mutamenti del costume, dei modi di vita, delle tendenze presenti nella società, lanciava un capolavoro del grande regista Eldar Rjazanov: “Garage”. In questo film, una serie di tipi umani assai variegati, pittoreschi, a tutto tondo, disputavano attorno al problema delle autorimesse con toni felicemente sopra le righe, in presenza di progetti urbanistici controversi e non sempre graditi. Ecco emergere, in questo microcosmo brulicante di figure colorite, il veterano di guerra, la ricercatrice, l’impiegato, il “furbetto del garagino” che, con sotterfugi e mance, si era aggiudicato il diritto a costruire la rimessa scavalcando altri nella lista. La pellicola di Rjazanov, lungi dal ritrarre un universo di fantasia, scisso dalla dimensione concreta, quotidiana, con la mediazione dello spirito immaginativo, fotografava altresì una realtà evidente e tangibile, nell’Urss di allora: il forte sviluppo della motorizzazione privata e l’ampia proliferazione di garages in ogni angolo del Paese, specie nelle Città principali. Dagli anni ’50 – ’60, infatti, l’Urss, ricostruito il proprio patrimonio produttivo, dilaniato dalla guerra come nessun altro al mondo, consolidato il benessere della società attraverso una saggia ed efficiente pianificazione economica, conobbe il boom delle auto private, un boom non “anarchico” e senza limiti come quello registratosi in occidente a scapito dei mezzi pubblici, ma comunque considerevole e tale da costringere i pianificatori e le autorità locali ad approntare nuovi strumenti, accorgimenti, infrastrutture in grado di reggere all’urto di un fenomeno in crescita ben oltre le stesse intenzioni di parte dei dirigenti del settore economico. La costruzione di garages fu uno dei principali capitoli di questo fenomeno e, in breve tempo, assunse, come vedremo, una valenza sociale, aggregativa, di forte impatto, ben oltre gli scopi primari per i quali era stata concepita.


Negli anni ’60, il Consiglio dei Ministri dell’Urss iniziò ad incoraggiare la costruzione di garages attraverso cooperative di automobilisti. Il provvedimento “apri – pista” fu la Delibera n. 1475 del 1960 del Consiglio dei Ministri della RSFSR, che disciplinò la nascita ed il funzionamento di tali realtà associative: una GSK (“Garazhno Stroitel’nikh Kooperativakh”, Cooperativa per la Costruzione di Garage) poteva nascere con determinati requisiti fissati dalla legge pansovietica e da quella locale, assieme ai regolamenti attuativi ad esse afferenti, per iniziativa di un numero variabile, da zona a zona, di possessori di autovetture. A Mosca e Leningrado, ad esempio, una cooperativa doveva necessariamente comprendere almeno 50 automobilisti, mentre in altre Città ne bastavano 10. I membri di una cooperativa erano tenuti a darsi uno Statuto scritto e reso noto alle autorità, mentre in seno alla cooperativa dovevano essere costituiti due organi: il Consiglio di Amministrazione e la Commissione di Controllo. Nulla andava lasciato al caso, onde evitare abusi, mancanza di interlocutori e responsabili nel caso in cui insorgessero problemi e contenziosi, decisioni non ponderate. Espletati i passaggi necessari, richiesti espressamente dalla legge, la cooperativa diventava soggetto giuridico ufficialmente riconosciuto e poteva così inoltrare domanda per la concessione di terreni per la costruzione di garages. I progetti delle autorimesse dovevano essere presentati in forma collettiva, in base a standard predefiniti, ma si autorizzavano anche progetti individuali, sulla base dei criteri stabiliti a livello generale: per tale via, si evitavano operazioni urbanisticamente deturpanti, disomogenee e tali da interferire in maniera invasiva col paesaggio, in un Paese in cui, nonostante l’eccezionale estensione, ogni centimetro quadrato di terreno era prezioso, visti clima, e caratteristiche geologiche. I materiali da costruzione potevano essere acquistati nella rete commerciale statale e cooperativa, di regola nelle unità di vendita al minuto, ma anche all’ingrosso, nel caso in cui mancassero, nei negozi di vendita al dettaglio, articoli e beni necessari alla bisogna. Il terreno richiesto ed i garages che vi venivano costruiti, non potevano essere acquistati, ma rimanevano nelle disponibilità degli automobilisti riuniti in cooperativa o in uso perpetuo o per un numero cospicuo di anni (40 e più, a seconda delle disposizioni locali). Quantunque non potesse diventare proprietario, insomma, l’automobilista usufruiva di condizioni assai generose e convenienti: da un lato si evitavano fenomeni di speculazione e arricchimento personale su beni demaniali, dall’altro si evitava che il cittadino fosse in balia dei pubblici poteri o costretto a rinunciare all’uso di un bene a lui utile dopo un breve lasso di tempo. In precise circostanze e situazioni, come ad esempio lo scioglimento della cooperativa, l’automobilista, previ passaggi disciplinati da precise disposizioni, primo tra tutti l’assemblea dei soci antecedente la dissoluzione della cooperativa stessa, poteva entrare in possesso dell’autorimessa della quale usufruiva e solo di quella, o anche di un’altra, ma sempre in numero di una.


Il garage, in Urss, era però molto di più di una semplice rimessa: esso era un piccolo “regno” nel quale gli automobilisti socializzavano, si scambiavano esperienze e pareri, riparavano le loro vetture. Le automobili sovietiche erano assai facili di aggiustare, non richiedevano elaborati e complessi interventi come la gran parte dei veicoli prodotti in occidente, pertanto era assai frequente vedere automobilisti che, nei vari garages, senza ricorrere agli ausili di meccanici o elettrauti, si davano da fare, da soli o tutti assieme, per montare un pezzo, estrarre una cinghia, pulire una componente fondamentale del motore… Si è spesso affermato, generalizzando, che in Urss l’approvvigionamento dei pezzi di ricambio per auto era spesso problematico, a singhiozzo. In realtà, ogni vettura veniva venduta, a differenza di quanto avveniva e avviene in occidente, già con un discreto contingente di pezzi di ricambio, che venivano stipati nei garages accanto agli attrezzi necessari agli interventi. Poteva accadere (come in ogni parte del mondo) che un automobilista non riuscisse a reperire, in uno o più magazzini, un pezzo di ricambio o più pezzi insieme e nello stesso momento, ma si poteva scommettere che, se in un’unità commerciale della rete statale e cooperativa mancava una vite, un bullone, un pistone, nello stesso giorno quelle componenti erano comunque nelle disponibilità del “vicino di garage”, che, nel fine settimana, era pronto ad aiutare l’automobilista in difficoltà, contando di ricevere la medesima assistenza, che infatti non mancava mai, in caso di necessità.


Non è tutto: la gran parte dei garages, in Urss, fossero essi in mattoni o in lamiera, a seconda dei gusti e delle disponibilità di chi li costruiva, erano ampi e dotati anche di riscaldamento, a mezzo di stufe o, più raramente, di caloriferi. Basta dare un’occhiata ad una qualsiasi fotografia per veder spuntare, sopra i tetti delle rimesse, comignoli in gran numero. Ebbene, queste condizioni logistiche, di spazio e di confort, consentivano anche, in epoca sovietica, l’esistenza di un universo, per così dire, bohemienne, a metà tra il picaresco spirito del villaggio di campagna e quello dell’aristocrazia intellettuale anticonformista e creativa. “Ci vediamo al garage!” era un invito ricorrente, in Urss, che coinvolgeva vicini di casa, parenti, amici: si sfoggiava l’auto nuova, comperata a rate o in contanti, coi soldi piombati (in Urss la vita era eccezionalmente economica, a buon mercato, ed era pertanto possibile accumulare risparmi in quantità senza particolari sforzi) e, con l’occasione, si cuocevano spiedini, si brindava con vodka e cognac armeno, si cantava al suono di una chitarra o di una balalaika, si ballava, si guardava la televisione, tutti accalcati davanti al piccolo schermo di un “Elektronika – 404“ o di uno “Iunost 406.

Televisore Elektronika 404
L’amicizia, il sentimento tradizionale di unità, fratellanza, condivisione, davanti ad un bicchiere e ad un piatto di cetrioli in salamoia, trionfava, come metafora reale del permanere degli ancestrali costumi del villaggio anche nell’universo urbano fatto di palazzoni residenziali, asfalto e rumori lontani dall’ovattato torpore della sterminata campagna russo – sovietica. Insomma, il garage diventava anch’esso un modo per non recidere le preziose radici, vitali per il popolo russo più che per altri popoli, del passato, delle origini, dell’identità. Quando si parla di storia dell’Urss, chi tratta e “maneggia” tale argomento dovrebbe essere pienamente cosciente della sua complessità e delle implicazioni tra storia antica e moderna che in essa sono presenti, vive e trovano espressione anche in particolari e dettagli della vita quotidiana che solo l’osservatore disattento o l’accademico prigioniero dei suoi schemi precostituiti, possono giudicare secondari e irrilevanti. E’ dal dettaglio che si comprende l’insieme, e in un paesaggio sterminato come quello dell’Urss, ciò è tanto più vero .

Televisore Lunost 406


Riferimenti sitografici e multimediali:



Il film di Eldar Rjazanov:

venerdì 24 marzo 2017

Il volo di Pjatakov - VI parte

NOICOMUNISTI

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Da oltre ottant'anni sentiamo ripetere per ogni dove che i Processi di Mosca contro la quinta colonna in realtà furono una montatura orchestrata dallo "spietato tiranno asiatico" Stalin per disfarsi di ogni opposizione. 
La realtà come viene sempre più dimostrato da studi storici obiettivi è ben diversa.
In questo filone si inserisce, questo studio, unico nel panorama nazionale, dei compagni di MondoRosso.




giovedì 16 marzo 2017

I "Grundrisse" della critica dell'economia politica-Karl Marx

REDAZIONE NOICOMUNISTI




Un testo di non facile reperibilità in Italia, qui presentato nell'edizione curata dall'IMEL di Mosca, è scaricabile a questo link:

CriticaMente

Una volta aperta la suddetta pagina, cliccare alla vostra destra in alto "marxismo", vi si aprirà una pagina con una serie di link a testi marxisti, l'ultimo in fondo alla pagina è il testo in oggetto. 

sabato 11 marzo 2017

Bollicine e leninismo: storia dello champagne sovietico

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI



Il socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco “, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero “, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale“ (quello irreale” , dei trotskisti e dei “comunisti libertari“, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico“ è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.


Il 26 agosto del 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’Urss, cancellarono la legislazione anti – alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’Urss evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli Usa in quello stesso periodo: questo nuovo corso si incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’Urss, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato“, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.

Anton Mikhajlovich Frolov-Bagreev

A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov – Bagreev (1877 – 1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo – accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov – Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau – Diurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov – Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia, per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione.


In Russia, e poi in Urss, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre“ erano assai vive. Per l’ homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov – Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In Urss, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK (b) P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola“. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico – borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.


L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in Urss, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe“. Sottolineo in subordine, in quanto l’Urss già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere...) avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov – Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor“ (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro“). Il metodo “Akratofor“, così come messo a punto da Frolov – Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois“ (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti – Charmat“, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi“. Il metodo russo/sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10.000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25/27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.


Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov – Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.


Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3.800.000 bottiglie di champagne sovietico (8.000.000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico – materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò, a Frolov – Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin“. Il grande Segretario generale del VK (b) P, guida solida e sicura dell’Urss, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico“:

"Stalin – disse nel 1936 Anastas Mikoyan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare – tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese".

In Urss, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in Urss. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16 – 19%) e l’acidità titolabile (8 – 11 g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.


Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico “conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore : il Professor G. G. Agabaljants (1904 – 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A.A. Merzhanian e S.A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabaljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo “, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo“ consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico“, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico". In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli ( 200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti...). In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico“ ( sia dolce che secco ) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizyan:

“Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) hanno acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, la Jugoslavia, la Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti“.


Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet“, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne“, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.


Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà“ varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981/83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma... per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico“ fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’Urss attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo – studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’Urss non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla, e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’Urss, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.

Riferimenti bibliografici e sitografici:


Solovki: l’arcipelago della mistificazione antisovietica

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI


Paesaggio delle isole Solovki


Sul sistema del GULAG sovietico abbiamo già avuto modo di scrivere[vedasi qui, qui, qui, qui e qui] mettendo in luce distorsioni, il più delle volte grottesche, della verità storica, racconti fantasiosi, oscene bugie, documenti contraffatti e rivenduti al gran bazar dell’antisovietismo. Di certo, le falsificazioni più evidenti, smaccate e, in ultima analisi, maldestre, sono quelle che hanno riguardato la storia della struttura concentrazionaria sita presso le Isole Solovki. La propaganda anticomunista ed antisovietica insiste nel ripetere che, in quelle remote isole dell’estremo Nord delle Russie, a 160 km dal Circolo polare artico, funzionò un campo di lavoro che, in realtà, era un autentico campo di sterminio, presso il quale si registrarono decessi in massa e orrori inenarrabili, il tutto per colpa del Partito Comunista dell’Urss, di Stalin e della dirigenza sovietica. Ci troviamo così dinanzi all’ennesima bugia, che va smontata con il sempre valido criterio illuministico dell’analisi delle fonti, specie quelle anticomuniste, nella maniera più rigorosa e scrupolosa possibile. Le fonti, a dispetto di una pretesa oggettività insuperabile, non parlano mai da sole, ma sempre alla luce dell’ambiente nel quale sono state concepite, create e diffuse. Ogni fonte è stata sempre addotta, strumentalizzata, piegata ai fini della propaganda di questa o quella fazione. Sta agli amanti della verità, ai marxisti – leninisti autentici, restituire i contorni veri del quadro di volta in volta raffigurato, oltre la cortina fumogena della propaganda.

Dove si trovano le isole Solovki

Come nasce la storia delle Solovki? Nel 1918, davanti alla controrivoluzione aristocratica, borghese e clericale contro il neonato Paese dei Soviet, con le bande reazionarie potentemente sostenute dalle potenze borghesi e dai loro eserciti, i distaccamenti dell’Armata Rossa e della Ceka decidono la confisca delle scorte alimentari del Monastero delle Solovki, secolare sito religioso, scorte in abbondante eccesso rispetto alle necessità quotidiane dei religiosi presenti e pronte per essere messe a disposizione delle formazioni controrivoluzionarie e degli eserciti stranieri intenzionati a costituire ovunque, nel territorio della Russia, teste di ponte per il balzo finale sul quartier generale del nuovo potere operaio e contadino.


In questo quadro, il Monastero delle Solovki, stupendo, pregevolissimo dal punto di vista storico – artistico, non solo non viene rovinato, intaccato nella sua struttura, ma altresì protetto, con misure severissime, da ogni atto vandalico. La convivenza fra potere sovietico e monaci va avanti per due anni: nel 1920, infatti, vivono nel complesso monastico ben 400 monaci e 200 novizi, liberissimi di riunirsi, pregare, scrivere e predicare. Nessuno torce loro un capello. Di questa libertà, non gentilmente concessa, ma sancita ufficialmente nei codici e nei provvedimenti varati dal potere sovietico, all’insegna della più rigorosa separazione fra Stato e Chiesa, approfitta, come sempre è avvenuto nella storia, una parte del clero per condurre in porto progetti eversivi. Mentre il popolo compie sacrifici pesanti, sovente inumani, nella guerra civile scatenata dai controrivoluzionari, stringendo la cinghia fino quasi all’esaurimento fisico e psichico, nelle fresche cantine delle Solovki, negli androni sotterranei del Monastero, anche dopo le confische del 1918 si sono andati accumulando viveri, bevande e armi in quantità. Queste ultime sono perfettamente oliate e funzionanti, pronte per equipaggiare le bande zariste e reazionarie sempre più in crisi, dinanzi all’avanzata inarrestabile dell’Armata Rossa e del potere sovietico. Una Commissione speciale guidata dal cekista M.S.Kedrov, su mandato del governo centrale, compie un sopralluogo e verifica de visu l’intollerabile situazione esistente. Ci vuole tutta la saggezza dei quadri bolscevichi più maturi e coscienti per impedire che, dinanzi allo spettacolo sorprendente di quarti di carne, sacchi pieni di farina, scatole di caviale e pesce essiccato, barili gementi sotto al peso dei funghi sott’olio, casse piene di pistole e fucili, scoppi, con esiti incontrollabili, la furia degli operai e dei contadini in forza alla Ceka, i quali, spesso, non hanno che un paio di stivali logori e non mangiano che un tozzo di pane con un’aringa e un po' di tè in un’intera giornata. Il desiderio di giustizia sommaria, comprensibile ma non ammissibile per l’etica bolscevica, viene represso e l’autorità si fa valere con saggezza, clemenza e ponderazione: non avviene nemmeno una fucilazione, bensì soltanto l’espulsione dei monaci dalle Solovki, con la bonifica di una centrale controrivoluzionaria di primaria importanza. Alcuni religiosi, che non avevano mai condiviso i traffici in favore dei controrivoluzionari organizzati dai vertici del clero, e per questo erano stati puniti, minacciati, emarginati, vedono nella decisione del potere sovietico una liberazione e denunciano alla Ceka l’Archimandrita Veniamin, al secolo Vassilij Kononov (1868 – 1928). A tal proposito, la propaganda reazionaria ed antisovietica ha sempre parlato di pressioni indebite, torture, costrizioni alla base delle denunce a carico del vertice monastico dell’Arcipelago. Niente di più assurdo e ridicolo si sarebbe potuto sostenere! E’ infatti talmente forte l’evidenza dei beni occultati e dell’armamento nascosto, che ogni atto indebito di pressione sui religiosi, oltre che immorale e non consono al potere sovietico, sarebbe anche perfettamente inutile ed insensato. Come se, nella Roma antica, qualcuno avesse sentito la necessità di torturare Bruto per fargli ammettere la partecipazione all’omicidio di Cesare!


Tutto è sotto gli occhi di tutti, in quel fatidico 1920 e negare la realtà lampante sarebbe, semplicemente, ridicolo. Nel famoso “Arcipelago della fame”, dunque, i pingui e paonazzi monaci, novelli Trimalcioni, si erano dati alla pazza gioia, alla faccia dell’ascetismo sbandierato ai quattro venti: funghi, frutti di bosco, pesce… Sulla loro tavola nulla era mancato e si erano anche accumulate scorte per rifocillare chi, armi in pugno, stava saltando al collo del nuovo Stato degli operai e dei contadini con la volontà di riportare in sella affamatori e parassiti.

 
Monastero della Trasfigurazione del Salvatore Gesù Cristo

L’Archimandrita Venjamin ed il suo braccio destro, il monaco Nikifor, vengono dunque arrestati ed esiliati a Kholmogory, nella Regione di Arkhnagel’sk, dove vengono messi ai lavori forzati, precisamente a tagliare legname, per poi essere liberati nel 1922, vivi e perfettamente in salute. Nei lager degli hitleriani, amici ed alleati di reazionari come quelli russi, per loro sarebbe andata diversamente...
 
Al lavoro per la costruzione del canale del mar Bianco

La cosa più infamante, però, è che tra i capi d’accusa a carico del vertice monastico figurava pure… il furto e l’occultamento di arredi sacri! Altro che le “razzie” dei bolscevichi, cavallo di battaglia mai stanco della propaganda antisovietica di ogni epoca. Proprio alcuni monaci, preti e loro sodali rubavano a man bassa patrimoni preziosi e consacrati a Dio, per rivenderli e lucrare somme favolose sul simoniaco commercio. In quel 1920/22, tocca proprio ai governo dei “senza Dio” bolscevichi reintrodurre, in tutte le Russie, il rispetto per il Padreterno, per la fede e per l’arte sbocciata in secoli e secoli di devozione popolare sincera, genuina quantunque regolarmente strumentalizzata dallo spregiudicato ceto dominante. Solo degli atei convinti possono restaurare, in quelle gelide terre, il rispetto per il messaggio evangelico, traviato e distorto da chi se ne è fatto sempre scudo per comandare, rubare e arricchirsi.

 
La costruzione di una ferrovia

Venjamin e Nikifor, stabilitisi nell’insediamento careliano di Volkozera, muoiono carbonizzati nel 1928, nell’incendio della loro casa, provocato da masnadieri giunti sul posto per tentare un furto dal vicino villaggio di Korovinskaja. La mendace propaganda anticomunista cercherà di mettere in relazione il fatto con moventi politici, ma, come sempre, niente di tutto questo risulterà vero: la giustizia sovietica, con prontezza e senza sconti, condannerà i due autori del misfatto (uno dei quali semideficiente e con precedenti per furto e violenze) rispettivamente a 10 e 8 anni di carcere duro.

 
Prigioniere addette alla raccolta della legna

Intanto, fin dal 1920, allontanati i monaci, anche col consenso della parte “sana” dei religiosi, quella intenzionata a ricostruire altrove una vita spirituale autentica e scevra da maneggi politici, il potere sovietico aveva pensato di trasformare il complesso delle Solovki in un campo di lavoro per controrivoluzionari, attuando sul posto il principio del riscatto dei rei attraverso l’opera del braccio e della mente. Nel 1921 giunge un primo, sparuto contingente di prigionieri, in quello che viene definito con l’acronimo russo di SLON (“Severn’imi lagerjami osobogo naznachenija”, ovvero “Campo del Nord per scopi speciali”).

Detenuti in trasferimento

All’inizio del 1923, la GPU della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (organo che nel 1922 ha sostituito la Ceka), nella persona del suo Vicepresidente, I.S. Unshlikht, decide il trasferimento del primo corposo nucleo di detenuti da Arkhangel’sk alle Solovki. Un provvedimento dell’OGPU (Direzione politica unitaria dello Stato) del 18 agosto 1923, presentato ed approvato in sede di Consiglio dei Commissari del Popolo della RSFSR, specifica che nel campo delle Isole poste all’estremo nord della Russia, debbono essere ospitati “detenuti politici e criminali comuni condannati”.

Detenuti a Murmask in transito per l'arcipelago

Lungi dall’essere un “campo di sterminio”, come ancora oggi favoleggia la storiografia d’accatto, intonata al diapason dell’odio anticomunista, quello delle Solovki diventa un sito esemplare, anche a seguito di numerosi controlli ed ispezioni volti ad eliminare disfunzioni e combattere abusi. Tutto viene razionalmente organizzato, predisposto ed attuato, specie a partire dal 1925 e i detenuti, attraverso il lavoro, riscattano se stessi ed il loro onore compromesso, diventando ”uomini nuovi” mondati dai germi del parassitismo, della devianza, dell’ostilità preconcetta verso le regole della pacifica ed ordinata convivenza. Non tutto è perfetto, anzi sabotatori e deviazionisti cercano in ogni modo di far fallire i piani, ma i controlli e la vigilanza dello Stato sovietico non difettano e correggono regolarmente la rotta, riportando il campo, a più riprese, sulla giusta via.
Donne addette alla raccolta della torba

Nel 1926/27 funzionano i settori della lavorazione del legname, dell’estrazione della torba, della pesca, della macellazione degli animali marini, dell’allevamento, dell’industria ceramica, meccanica e conciaria. Da un deserto di ghiaccio, le Solovki diventano un sito fiorente e all’avanguardia, appetibile anche per cittadini liberi che vi si vogliano insediare. Come tutto questo possa essere compatibile con un panorama di genocidio pianificato, solo il dio della propaganda anticomunista può saperlo! La popolazione delle Solovki, limitandoci soltanto al numero dei detenuti, conosce un aumento costante e massiccio fino al 1933, anno nel quale si decide lo smantellamento del campo ed il trasferimento dei detenuti presso i campi del Mar Bianco – Mar Baltico. Ecco il quadro demografico dell’insediamento:

  • 1923 2.557 detenuti
  • 1924 5.044 detenuti
  • 1925 7.727 detenuti
  • 1926 10.682 detenuti
  • 1927 14.810 detenuti
  • 1928 21.900 detenuti
  • 1929 65.000 detenuti
  • 1930 71.800 detenuti
  • 1931 15.130 detenuti
  • 1932 N.D., ma presumibilmente attorno ai 17.000 detenuti
  • 1933 19.287 detenuti

Le cifre dal 1931 al 1933 sono specchio non certo di massacri avvenuti, di tassi di mortalità devastanti, ma solo e semplicemente del decongestionamento spinto avviato dalle autorità, in vista dello smantellamento del sito. Occorre sottolineare che l’Arcipelago delle Solovki ha un’estensione pari a 347 kmq, pertanto la densità di popolazione, solo limitando le considerazioni ai detenuti presenti, era arrivata, nel 1930, a 206,91 persone per ogni kmq: un tasso decisamente troppo alto, che se da una parte attestava il livello di sviluppo raggiunto dall’organizzazione economica e politica dell’Arcipelago, dall’altro, in un contesto di isolamento geografico, in un sito approvvigionabile solo a prezzo di gravose spese, e con la pesante ipoteca della stagione invernale, rischiava di trasformare una voce attiva in un oneroso, ingiustificabile passivo.

Kem, il campo di transito delle Isole Solovki

Riguardo alla demografia, un documento è basilare per ogni ragionamento. Esso, infatti, smentisce in maniera categorica ogni tesi sterminazionista relativa alla storia delle Solovki: si tratta della registrazione dei decessi (riferimento: RGASPI F. 17, OP. 21, D. 184, L. 400 – 401), custodita negli archivi di Stato ex sovietici aperti dopo il 1991. In tale documento, si parla di 7500 decessi tra il 1923 e il 193, dei quali 3500 avvenuti nel 1933 per “difficoltà alimentari”. Ora, sia che si prenda per buono e autentico il documento, sia che se ne neghi la validità, da esso non si può ricavare in alcun modo il quadro di un luogo di sterminio: al netto dell’eccesso di mortalità del 1933, infatti, il documento ci offre una cifra di 4000 morti in 9 anni, ossia di 444 decessi su base annua. Considerando, dai dati prima menzionati, una popolazione media di 25/26.000 persone nel periodo 1923/1932, abbiamo una mortalità media del 17,5 per mille, tasso assimilabile a quello della mortalità generale della popolazione sovietica e perfettamente paragonabile a quello della mortalità generale nei Paesi capitalisti europei: in Francia, ad esempio, il tasso di mortalità nel 1925 era pari al 17,6 per mille, quello del 1929 al 18,1 per mille, quello del 1930 al 15,8 per mille e quello del 1933, infine, al 16 per mille. In Italia, per le medesime annualità, i tassi erano rispettivamente del 17,1 per mille, del 16,4 per mille, del 14,1 per mille, del 13,7 per mille. Il tutto va considerato tenendo conto di un piccolo particolare: le Solovki non avevano e non hanno certo un clima paragonabile a quello della Costa Azzurra o del Golfo di Napoli… -20/-30 gradi erano e sono la regola meteorologica, con tutte le conseguenze anche sulla vita concreta di chi le abitava e le abita, fatto questo generalizzabile al 90% del territorio ex sovietico e troppo spesso dimenticato da chi pretende di vestire i panni dello “studioso”. Se poi consideriamo i dati sulla mortalità emersi nel Processo di Norimberga, riferiti ai lager nazisti, il paragone diventa un parallelo tra un luogo di vacanza e un girone dantesco: a Mathausen, ad esempio, nel 1938 il tasso di mortalità era del 35 per mille, quello del 1939 del 139 per mille; a Buchenwald, invece, negli stessi anni, il tasso di mortalità era rispettivamente del 108 e del 147 per mille. Nei luoghi di detenzione dei Paesi capitalisti e nazifascisti si moriva dunque molto di più, e non certo per cause naturali, come capitava al 99% dei detenuti delle Solovki, alcuni dei quali banditi e furfanti giunti nei luoghi di detenzione già feriti e menomati nel fisico a causa delle loro scorrerie criminali. Oltretutto, i documenti che escono dagli archivi ex sovietici sono tutti da prendere con le molle: un buon 50% e oltre degli incartamenti resi noti dopo il 1991, infatti, come dimostra ampiamente il caso dei documenti riguardanti Katyn, sono stati falsificati, interpolati, o sono espressione di “depistaggi” di funzionari infedeli. Spesso non sono mancati neppure falsi timbri e false firme, per rendere le patacche più credibili, come ha dimostrato (non smentito da nessuno) il Deputato comunista russo Ilyukhin nel 2010 [vedasi qui]. Ad esempio, non è peregrino pensare che un 20 – 30% dei decessi registrati alle Solovki, così come in altre articolazioni del GULAG, siano state in realtà, almeno in determinati periodi, “evasioni mascherate” di detenuti, ovvero evasioni spacciate per morti onde evitare sanzioni e punizioni a carico dei dirigenti del campo. Oppure, considerato che, a detta pure di studiosi e funzionari di provata fede anticomunista, quali Jurij Brodskij, LIdija Golovkova, Marina Osipenko, la gran parte dei quadri amministrativi del campo delle Solovki, compresi gli addetti alle registrazioni degli arrivi, delle partenze e dei decessi, era costituito da religiosi detenuti, non è campato in aria ipotizzare che essi, per diminuire artatamente il numero delle risorse umane disponibili, onde mandare all’aria i piani di valorizzazione delle Isole, abbiano gonfiato il numero dei decessi in sede di registrazione, secondo una prassi individuata e perseguita fin dal 1933 nelle ZAGS (Uffici anagrafe) di tutta l’Urss, con misure correttive adottate nel 1934/35, prima fra tutti la determinazione del 21/09/1935 sulla registrazione del movimento naturale della popolazione, resasi necessaria a seguito di sabotaggi attuati da ex kulaki, guardie bianche, pope e aristocratici infiltratisi tra i funzionari, i quali erano adusi emettere due o tre certificati di morte per uno stesso decesso. Il fenomeno può aver acquistato una dimensione particolare proprio nel 1933, anno nel quale i sabotaggi giunsero al culmine, con falsificazioni di rapporti e documenti onde spingere il vertice bolscevico a credere alla bufala della carestia. In quel periodo, il campo delle Solovki era diretto da due loschi individui avvicendatisi a breve giro di posta: Je. I. Senkevich e Ja. A. Bukhband, l’uno in contatto con i circoli nazionalisti polacchi, autori di piani di invasione dell’Urss con la formazione della “Grande Polonia” estesa fino al Mar Nero, l’altro elemento di punta di un’organizzazione terroristica che, attraverso diffusione di false notizie, atti di diversione, attentati sanguinosi, avrebbe dovuto eliminare Stalin ed il vertice bolscevico. I due venivano smascherati, assicurati alla giustizia e condannati alla fine degli anni ’30.


Si è parlato pure di scheletri, teschi ritrovati nei boschi, atti turpi ed inenarrabili di pratiche cannibalistiche diffuse tra i detenuti. Notizie incontrollabili, false, fantasiose o distorte e “montate” a partire da elementi oggettivi. Nei boschi delle Solovki, ad esempio, sono stati ritrovati sì dei teschi, ma, con ogni probabilità, essi appartenevano a detenuti fuggiti e morti a causa dell’asprezza del clima, per colpa di complici traditori evasi con loro, oppure a persone eliminate dai monaci per evitare testimonianze scomode sui furti di arredi sacri, oppure ancora a sbandati ed avventurieri finiti lì e smarritisi chissà quando. Nessuno ha potuto legare quei resti a nomi e cognomi precisi. Di certo, non sta in piedi la favola dei detenuti abbandonati nelle macchie dai “crudeli assassini” della Ceka, Gpu o NKVD, a seconda delle denominazioni via via assunte dagli organismi di gestione dell’ordine pubblico e della vita dei campi. E’ semplicemente folle ipotizzare che, in un sistema concepito per massimizzare la produttività del lavoro sociale dei detenuti, orientandola verso il loro stesso bene e verso il bene della Patria sovietica, si pianificasse l’abbandono a se stessi di centinaia, anzi migliaia di prigionieri/lavoratori. Ciò sarebbe stato uno spreco intollerabile, oltre che un atto moralmente riprovevole, un crimine. Per lo stesso motivo, la tesi delle razioni da fame non sta in piedi: per vivere e lavorare a quelle temperature c’era bisogno di una dieta ricca e varia e lo Stato non poteva non assicurarla, a meno di non pianificare uno sterminio che, come stiamo verificando, era impossibile, essendo ospitati in quell’Arcipelago non “razze inferiori” da decimare (come avveniva, indubbiamente, nei lager nazisti), ma persone da redimere e rendere utili al progresso civile ed economico. Oltre a quanto garantiva lo Stato, vi erano i pacchi inviati dalle famiglie (come avveniva in ogni altro campo di lavoro, checché ne dicano studiosi in malafede!) e i generi reperibili nel ricco ambiente naturale delle Solovki: pesce in abbondanza dai numerosi laghi e laghetti esistenti, funghi presenti in quantità nei boschi ecc... La vigilanza non era poi occhiuta e onnipresente come si è sempre detto e scritto, ma permetteva momenti di libertà, piccole “ore d’aria” preziose per ritemprarsi e anche per… scappare, come testimoniano numerosi casi di evasione, tipo quello raccontato, con infiorettamenti romanzeschi e bugie di contorno, da G.D. Bezsonov (1891 – 1970), morto in tarda età all’estero, nel libro “Ventisei prigioni e fuga dalle Solovki”.

Le stese foto rese pubbliche a partire da archivi desecretati negli ultimi 26 anni, sbugiardano clamorosamente la tesi di detenuti in condizioni oscene, pietose, inumane: nessuno, in queste immagini, appare mal vestito o mal calzato. Tutti sono provvisti di giubbe pesanti, scarponi resistenti, stivali, caldi berretti di pelliccia e guanti adatti per lavorare al freddo pungente di quelle latitudini.

Il potere sovietico, altresì, negli anni ’30 fa letteralmente di tutto, come abbiamo accennato, per migliorare costantemente le condizioni dei detenuti, colpendo episodi di abusi e soperchierie, e ancor più favorendo una vita piena, anche spiritualmente, degli ospiti della struttura concentrazionaria dell’Arcipelago: i detenuti, infatti, possono inoltrare reclami, scrivere lettere, dedicarsi al canto, alla poesia, all’arte. Alcuni progettano addirittura utensili, aerei e infrastrutture innovative. Un’orchestra ed una compagnia teatrale si distinguono per bravura e successo. Il dirigente F.I. Eykhmans, negli anni ’20, promuove addirittura la nascita di una rivista delle Solovki, dal titolo “SLON” (l’acronimo russo del campo) con contributi di detenuti e personale addetto; la rivista raggiunge le 900 copie e viene anche diffusa all’estero.

Sono gli stessi studiosi anticomunisti che ci informano poi di un fatto incontrovertibile e assai significativo: negli anni ’20 – ’30, sull’Isola funzionano pure regolarmente luoghi di culto: una cappella per i cattolici e una per gli ortodossi. Al venir meno di detenuti praticanti, e non per chissà quale demoniaca volontà, i due siti religiosi vengono riconvertiti per altri utilizzi.

Gorkij in visita alle Solovki

Il grande Gorkij, alla fine degli anni ’20, può rendersi conto con i suoi propri occhi della realtà delle Solovki: egli si reca in quel pittoresco punto dell’estremo Nord russo e ammira una realtà di emancipazione, rivoluzione culturale, prima che politica, volontà tesa al bene, riscatto.

“Per me la conclusione è ovvia – scrive il celebre letterato – Abbiamo bisogno di campi come quello delle Isole Solovki”.

Lo studioso Georgij Osorgin, nipote di un detenuto delle Solovki, poi fucilato, ha preteso sostenere che, nell’Arcipelago in questione, vigeva la “legge delle Solovki”. Egli ha detto una parziale verità: alcune guardie e certi funzionari, è vero, hanno compiuto azioni riprovevoli, in certi anni, ma sono stati puniti e sostituiti, o fucilati, non appena il potere sovietico è venuto a capo delle loro angherie, come attestano i casi citati dei responsabili apicali Senkevich e Bukhband.

Alexandere Nogtev diresse il complesso delle Isole Solovki nel 1932-1934. Venne arrestato nel 1938 per attività controrivoluzionaria e terrorismo e scontò 15 anni di reclusione. Liberato nel 1945, morì a Mosca nel 1947.

Infine, a rafforzare le considerazioni sull’assenza di una mortalità di massa come quella forzosamente accreditata dalla storiografia bugiarda, è l’ “albo d’oro” dei detenuti famosi delle Solovki, verificabile anche da wikipedia: esso ci mostra come praticamente nessuno di coloro i quali sono transitati, in diverse epoche, nelle strutture concentrazionarie dell’Arcipelago, vi ha trovato la morte. E’ il caso di A. Tolstopyatov (1878 – 1945), di I.E. Anichkov (1897 – 1978), di N.P. Anchiferov (1889 – 1958), di V.A. Artemev (1885 – 1962), di A.A. Meier (1874 – 1939), di I.N. L’ysenko (1917 – 2015), di D.S. Likhaciov (1906 – 1999), tutti studiosi, militari pluridecorati, artisti, filosofi passati per le Solovki e ad esse regolarmente sopravvissuti, ad onta della vulgata sterminazionista. Accanto a loro, una pletora di altri nomi, tutti verificabili da fonti al di sopra di ogni sospetto.

Insomma, le Solovki, oltre che un meraviglioso luogo naturale, una fucina di esperimenti di ingegneria umana avanzati, si possono definire anche, col sestante rivolto alla rotta dell’anticomunismo e dell’antisovietismo… l’Arcipelago delle menzogne! Senonché, però, esse hanno, come sempre, le gambe corte e la durata nel tempo non è un requisito del quale possono menar vanto!

Riferimenti bibliografici, sitografici e audiovisivi

Jurij Brodskij: “Solovki. Le Isole del martirio” (La Casa di Matriona, Seriate, 1998).

Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà”. 2 voll. (Einaudi, Torino, 1950).

Orlando Figes: “Sospetto e silenzio” (Mondadori, Milano, 2009).

Ludo Martens: “Stalin. Un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005)

https://www.youtube.com/watch?v=481ajL2Tj-E&t=1140s

(in russo, di fonte chiaramente anticomunista, ma utile per capire, leggendolo tra le righe, il piano di sabotaggio nelle registrazioni del movimento della popolazione in Urss negli anni ’30)

(in russo, utile per una ricognizione sui personaggi famosi detenuti alle Solovki e sui loro destini, nonché per un’analisi dei dati sulla popolazione dell’Arcipelago e il numero dei decessi negli anni ’30/’30).

domenica 5 marzo 2017

Quel gran rompiballe di Stalin

REDAZIONE NOICOMUNISTI

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

Tratto da Svanidze, Budu, My Uncle, Joseph Stalin New York: Putnam, 1953



Stalin che aveva vinto tre partite di fila [a croquet], arrivò ridacchiando sulla veranda, dove la tavola era già stata imbandita per la cena. Come si sedette, prima di iniziare a cenare, annunciò: "Stasera, dopo cena, in accordo con le mie funzioni di segretario generale del Partito, ho intenzione di sottoporre tutti a una "Proverka" [verifica, esame]".

Tutti fecero mostra di muso lungo. La "Proverka" era certamente popolare in Unione Sovietica. Era l'esame periodico al quale tutti i membri del Partito Comunista dovevano sottostare per attestare il loro grado di conoscenza della politica, dell'economia, della storia, ecc., secondo la concezione comunista di questi argomenti. La "Proverka" non era molto gradita da coloro che la dovevano affrontare, dal momento che l'eventuale insuccesso significava retrocessione a un posto inferiore a causa di "ignoranza politica".

Stalin scoppiò a ridere. Ridacchiando disse: 
"Non abbiate paura, non voglio inviare i risultati alla sezione speciale del Comitato Centrale del Partito".

Dopo la cena ebbe inizio l'esame. La prima vittima fu il capo della Orgraspred, il compagno Malenkov. Mio zio cominciò:
"Ditemi compagno Malenkov, da chi ha avuto origine il materialismo dialettico?"
"Feuerbach".
"In che anno ha Karl Marx è morto?"
"1883."
"Quando è stata fondata la Prima Internazionale?"
"Nel 1867."
"E quando è stata sciolta?"
Malenkov non lo sapeva. Azzardò diverse date, tutte contraddette con un sorriso divertito da mio zio.
"No compagno Malenkov ... No ... No avete sbagliato di nuovo".
Lasciò perdere gli sforzi per ottenere la risposta giusta da parte del suo collaboratore e disse:
"Passiamo alla storia generale. Quando ebbe inizio la guerra russo-giapponese?"
"L'8 febbraio, 1904."
"Non abbastanza preciso! All'alba del 9 Febbraio, 1904, da un attacco a sorpresa dei giapponesi contro la nostra flotta nel porto di Port Arthur. Come è finita la guerra di Crimea?"
"Come risultato del Congresso di Parigi e del trattato di Parigi, firmato nel 1856".
"Non è abbastanza preciso! La guerra di Crimea fu conclusa da una conferenza di pace preliminare tenutasi a Vienna nel 1855. Il Congresso di Parigi nel 1856 seguì la conferenza di Vienna. Qual era il nome del ministro inglese che propose l'occupazione da parte della Russia dello Stretto in cambio di un accordo riguardante Persia e Afghanistan? ".
"Lord Ellenborough. Questo fu nel 1907. L'accordo venne firmato in realtà nel 1907, ma gli inglesi ci ingannarono. La questione dello Stretto è rimasta aperta".
"Bravo, compagno Malenkov! E chi altro ha tradito la Russia sullo stesso argomento?"
"Il barone Aerenthal, nel suo colloquio con Iswolsky sul consenso russo all'annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Austria-Ungheria. Aerenthal affermò in seguito che Iswolsky aveva frainteso".
"Bravo! Sarete un diplomatico di prim'ordine compagno Malenkov!"
Tutti scoppiarono a ridere, perché era difficile immaginare Malenkov, con la sua faccia da baschiro, nel ruolo di diplomatico. I baschiri sono un popolo degli Urali di origine turco-altaica, un gruppo etnico a cui il padre di Malenkov apparteneva.

Mio zio si rivolse agli altri. Si stava divertendo un mucchio. Si dilettava a far inciampare le sue vittime sui dettagli delle domande, a volte difficili, che poneva loro, dimostrando allo stesso tempo la sua conoscenza dettagliatissima della storia.

Mio zio lasciò in pace Malenkov, ma poiché era incorreggibile, un attimo dopo aprì di nuovo il fuoco, questa volta contro Zhdanov.
"Andrei - disse - "è il nostro grande specialista in filosofia. E' anche un professore di filosofia presso l'Istituto dei Professori Rossi. Egli attira grandi folle alle sue lezioni. Sono andato io stesso ad assistere ad una. Il compagno Zhdanov stava parlando dei filosofi stoici e aveva stoicamente incluso tra di loro, ci credereste? Epicuro! Aveva confuso Epicuro con Epitteto che scrisse un manuale sullo stoicismo Così il povero Epitteto divenne a causa sua: 'Epicuri de grege porcus' [un maiale della mandria epicurea]".
"Non capisco il latino - disse Zhdanov - "Io non ho avuto la possibilità di studiare in una scuola teologica".
"E'un vero peccato! Il latino è un 'must' per un professore di filosofia".
Svetlana intervenne nuovamente.
Papà, è vero che Epicuro ero un dissipato?"
"Niente affatto, niente affatto! - disse Stalin - "Fu il più grande filosofo di tutti i tempi. Fu lui a raccomandare la pratica della virtù come la più grande gioia che si potesse ricavare dalla vita."

venerdì 3 marzo 2017

Il volo di Pjatakov- V parte

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo la V parte dell’ottimo lavoro dei compagni di “mondorosso” che continua a smantellare la scintillante ed elaborata cattedrale di bugie costruita da Trotsky contro il regime sovietico e in particolare contro la realtà dei Processi di Mosca. In questa parte viene spiegato perché il viaggio di Pjatakov a Berlino sia come il cacio sui maccheroni per mettere a punto il piano di destabilizzazione interna dell'URSS.
PARTE V





giovedì 2 marzo 2017

Knickerbocker: un anticomunista amico dell'evidenza

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Manifesto antisocialista del Partito Conservatore britannico, 1909

L’anticomunismo e, in misura ancor maggiore, l’antisovietismo, sono due patologie particolarmente gravi, in quanto negano non tanto i principi, i valori e i riferimenti (ognuno ha, legittimamente, in base al pensiero che professa, i propri!), bensì anche e soprattutto l’evidenza smaccata, quella che solo l’asino col paraocchi può non vedere e non notare. Accade così di leggere tutta una teoria di opere stereotipate, stucchevoli, trasudanti infima propaganda da ogni rigo, nelle quali l’Urss viene descritta, in diverse epoche e differenti passaggi della sua storia, come un universo invariabilmente connotato da miseria, oppressione, sfruttamento, arretratezza.

Copertina di una pubblicazione antibolscevica francese del 1935
Si sa: gli araldi dell’antisovietismo, per poter maldestramente mascherare la triste realtà del sistema capitalista a loro caro, quello che li ha sempre cullati e foraggiati, senza soluzione di continuità, han sempre dovuto dipingere il socialismo con colori tetri e fosche tinte, trasferendo su di esso le tonalità proprie del sistema capitalistico borghese, addossando all’Urss e ai Paesi socialisti i difetti, le storture, le bestialità che si incontrano, regolarmente e strutturalmente, nelle Nazioni dove al potere stava e sta la borghesia, con i suoi monopoli e oligopoli, col suo sistema di sfruttamento, speculazione, svalorizzazione e sprezzo della dignità umana. Così, sul fronte anticomunista ed antisovietico incontriamo pamphlet orrendamente faziosi, a volte apertamente ridicoli, raffiguranti trinariciuti mostri pronti a balzare sulla povera ed indifesa Europa, cosacchi ansiosi solo di bagnarsi gli stivali nella fontana Piazza San Pietro a Roma, contadini affamati e sfruttati, operai allo stremo delle forze, costretti a lavorare per lo “Stato padrone” (i servi non ce la fanno a concepire un mondo senza il “padrone”, debbono sempre evocarlo!).

Propaganda anticomunista russa del 1918

In questo orizzonte tragicomico di falsità, bugie acclarate, manipolazioni rocambolesche, patacche spacciate per documenti autentici ed indiscutibili, testimonianze attinte da personaggi inesistenti, si distingue un anticomunista di ferro: Mr. Hubert Renfro Knickerbocker, [una biografia più accurata di quella reperibile su Wikipedia si trova qui], giornalista del “New York Evening Post” di New York, nato nel 1898 e prematuramente deceduto nel 1949, a causa di una sciagura aerea nei cieli di Bombay. Figlio di un reverendo, Knickerbocker vide la luce a Yoakum, nel Texas, studiò psichiatria presso la Columbia University e, successivamente, iniziò a coltivare la passione per il giornalismo d’inchiesta e per i reportages, scrivendo pezzi di valore per il sopramenzionato “New York Evening Post” e per il “Philadelphia Public Ledger”. Il sacro furore per il giornalismo, corroborato da talento nell’individuazione dei temi e nella prosa scorrevole, “currenti calamo”, varrà a Knickerbocker il Premio Pulitzer nel 1931. Alla base della decisione della giuria, incaricata di stabilire i vincitori del prestigioso riconoscimento, stava una serie di articoli di Knickerbocker sul Piano quinquennale sovietico.

Hubert Knickerbocker al lavoro
Il giornalista fu infatti testimone, obiettivo e disincantato, di quella gigantesca opera di modernizzazione, ingegneria sociale ed economica, trasformazione di un contesto arretrato e dipendente dall’estero in un panorama all’avanguardia nel mondo, chiamato “Primo Piano Quinquennale”. Dal 1928 al 1932, l’Urss vide dispiegarsi energie umane, intellettuali e materiali, mai mobilitatesi in forma cosciente e partecipe per tutto l’arco della storia dell’umanità: basti pensare che, nel quinquennio preso in considerazione, la produzione di energia elettrica crebbe di 7 volte rispetto al 1913, con 10 nuove grandi centrali di potenza superiore a 100.000 kW, mentre, nello stesso periodo, l’Urss passò dal 6° al 2° posto nel mondo per la produzione di ghisa e di acciaio fusi, ponendosi al 1° posto in Europa per le stesse voci. La disoccupazione sparì e la classe operaia crebbe da 11.600.000 unità a 22.900.000. Un cammino compiuto dai Paesi capitalisti in 100 anni!

Senza commenti
La stampa fascista europea e quella filo – fascista statunitense, basti pensare ai giornali in mano al magnate William Randolph Hearst, fervente ammiratore di Mussolini e Hitler, cercava in ogni modo di diffamare l’Urss con la diffusione di notizie false e calunniose, inventando, con l’ausilio di testimonianze false e veline disinformanti preparate nei laboratori dei servizi segreti imperialisti, storie di carestie e di crisi irreversibili nel Paese dei Soviet [per approfondimenti vedasi qui, qui, qui e qui].

La gran combinata della propaganda: comunismo+complotto ebraico...
Bisognava, ad ogni costo, e in ogni modo, distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal disastro dell’economia capitalista entrata, essa sì, in una tremenda crisi a partire dal 1929; bisognava, prima di tutto, impedire che milioni di uomini e donne sfruttati dal grande capitale aprissero gli occhi sulla nuova, prospera e feconda realtà sovietica, sul nuovo orizzonte socialista che, con energia e potenza inauditi, stava additando al mondo l’alba di un mondo diverso, senza sfruttamento, senza parassiti, senza guerre. Un mondo verso il quale, tra l’altro, cominciavano ad emigrare diversi proletari europei ed americani, messi completamente sul lastrico dalla chiusura di aziende e siti produttivi.


H.R. Knickerbocker, pur anticomunista per formazione e credo, come abbiamo accennato, si pose sempre al di sopra della bassa propaganda anticomunista ed antisovietica: egli, pur mantenendo intatti i suoi giudizi di valore e le sue idee circa il marxismo – leninismo, descrisse con obiettività e completezza la realtà della gigantesca trasformazione in atto nelle terre dell’ex Impero russo, trasmettendoci, attraverso le pagine dei suoi articoli e delle sue opere, l’immagine di un poderoso progresso e di un impetuoso sviluppo. Il tutto con una professionalità, un acume e una preveggenza che non poterono lasciare insensibili ed indifferenti settori significativi del giornalismo e dell’editoria anche nell’Italia fascista, lanciata nella sua crociata contro il sempre asserito “pericolo bolscevico”: tra il 1931 ed il 1932, infatti, in ben quattro edizioni, Valentino Bompiani pubblicò, nella collana “Libri scelti”, la traduzione dell’opera di H.R. Knickerbocker “The Soviet Five Year Plan and Its Effect on World Trends”, sotto il titolo “Il Piano quinquennale sovietico”. Il lavoro del sapiente giornalista era destinato a compiere il giro del mondo e già precedentemente era stato diffuso in tedesco, svedese, danese. In esso Knickerbocker, con dovizia di dati e riferimenti, aveva raccontato il suo viaggio nella terra dei Soviet, mettendo in luce come lì si stesse compiendo, con chiaroscuri e molteplici difficoltà, ma complessivamente con innegabile successo, il più grande esperimento di radicale trasformazione sociale mai tentato prima, volto a costruire l’uomo nuovo e a gettare alle ortiche, per sempre, il modello capitalista segnato da profonde, ricorrenti crisi derivanti dal proliferare dell’anarchia produttiva.

“La differenza veramente importante fra il capitalismo di Stato sovietico ed il capitalismo privato – nota Knickerbocker nell’introduzione all’opera – sta nell’elemento della preorganizzazione, che è uno dei principi base della economia marxista. Nel mondo del capitalismo privato la concorrenza sfrenata porta inevitabilmente, secondo Marx, a periodi di sovrapproduzione, di disoccupazione e di crisi del genere di quella attraverso a cui passa ora il mondo. Il prevenire la sovraproduzione è il vantaggio fondamentale che si è voluto attribuire in teoria ad una economia preorganizzata (….). L’ormai famoso Piano Quinquennale è il più ambizioso tentativo che sia mai stato fatto di mettere in pratica il principio della preorganizzazione. E’ il tentativo di divisare in anticipo, per cinque anni, il corso di vita di un’intera nazione di 150 milioni di anime”.

Dinanzi a queste riflessioni, messe nero su bianco da un lucido anticomunista, suscitano davvero ironia e rabbia i deliri pseudo – utopistici di trockisti e “comunisti libertari”, alla perenne ricerca del pelo dell’uovo nel “socialismo reale”, in continua tenzone con la realtà dei rapporti sociali e di produzione per affermare, dando la scalata a tutti gli specchi del mondo, un improbabile modello di socialismo tanto simile, nella sua ubicazione spazio temporale, nel suo stesso ubi consistam, all’Araba fenice del Metastasio. Un modello sempre al di là del raggiungibile, sistematicamente accompagnato da un’azione politica completamente impotente nel raggiungimento del seppur minimo obiettivo marxista – leninista, ma regolarmente esigente e ipercritica verso le realizzazioni concrete delle esperienze del socialismo reale avanzato [per approfondire vedasi per considerazioni generali qui e per l'agricoltura qui].


Knickerbocker, nella sua introduzione, individua con lucidità i timori ed anzi il terrore della borghesia capitalista, consapevole, a differenza dei trockisti, dei traguardi raggiunti via via dalla pianificazione quinquennale, rispetto ai quali i piani moquettati delle direzioni aziendali e i salotti buoni trapunti di cuoio e velluti delle ville dei magnati ricevevano a ritmo serrato aggiornamenti statistici riservati su base quasi quotidiana:
“Mentre la stampa borghese dell’Europa – scrive il brillante giornalista – continua ad annunziare, a beneficio dei comunisti locali, che il Piano Quinquennale è un insuccesso, gli uomini d’affari, e specialmente i maggiori industriali e banchieri, sono individualmente convinti del suo probabile successo. Essi, certo, temono la concorrenza delle esportazioni sovietiche di materie prime, specialmente di legname, di grano e di petrolio, e temono la probabile concorrenza, fra alcuni anni, dei prodotti industriali, che probabilmente usciranno dalla gigantesca macchina economica che si sta ora costruendo laggiù.”.


Knickerbocker vede con chiarezza, nell’Urss, un Paese permanentemente mobilitato per superare la storica arretratezza ereditata da secoli di dominio aristocratico, con poche isole, pur in alcuni casi importanti ed avanzate, di sviluppo capitalistico – borghese:
“Mosca, Nishni Novgorod, Cheliabinsk, Ufa, Samara, Stalingrad, Gigant, Verblud, Rostof, Baku, Tiflis, Chiaturi, Batum, Yalta, Sebastopoli, Dnieprostroy, Stalina e il bacino del Don, tutti questi sono salienti nella guerra per l’industrializzazione che tiene oggi la Russia in uno stato febbrile. In tutte queste città, in grado diverso , ma sempre impressionante, io ho trovato una atmosfera di lotta, una nazione in armi che vive figuratamente, ma effettivamente, sotto la legge marziale e a razioni come in uno Stato assediato”.

Negozio sovietico di caviale
A parte il parossismo, l’iperbole della raffigurazione di un terra simile quasi all’antica Sparta (la realtà era molto più ridente e complessa, si pensi alle gioiose iniziative della gioventù comunista in tutto il Paese), Knickerbocker coglie però un dato fondamentale: la forza, l’efficacia della mobilitazione di tutto un popolo oltre i confini etnico – repubblicani, nella scalata al cielo verso le mete dell’uguaglianza, del benessere, dell’autentica libertà. Accanto a questo, crollano palesemente, nella narrazione, alcuni luoghi comuni e mistificazioni di certa stampa: in particolare, l’insistente ritornello per il quale, in Urss, solo pochissime città erano visitabili dagli stranieri. Knickerbocker gira il Paese in lungo e in largo e non deve fronteggiare ostacoli, inciampi, barriere burocratiche oltre a quelle normali, pienamente legittime, che ogni Stato degno di questo nome deve necessariamente annoverare nei propri ordinamenti. L’Urss gli si presenta come un libro aperto, in cui nessuno ha alcunché da nascondere e in cui, anzi, dominano la fierezza e l’entusiasmo proprio nel mostrare i successi, le conquiste ottenute e anche le inevitabili difficoltà, i ritardi, le carenze. Il giornalista percepisce il clima di sobrietà e austerità regnante, ma nega che nel Paese vi sia la fame o, peggio, la carestia che i disinformatori professionali tentano di accreditare per deviare l’attenzione dalla vera carestia, quella che negli Usa sta facendo morire di fame milioni di persone, lavoratori e piccoli borghesi (ci vorrà uno studio del 2008 compiuto da uno storico e demografo russo, Boris Borisov, per scoperchiare questa fetida pentola…):
“La mia prima esperienza, entrando nella Russia sovietica, non si può dire tipica di un paese in cui la mancanza di cibo forma il principale argomento di conversazione. Io mi rallegravo dentro di me per essere passato attraverso la dogana con un sacco contenente 50 chili di carne tedesca in scatola, quando ricevetti un invito a pranzo. Il mio primo pasto sul suolo russo fu singolare. Sul menù figuravano: caviali della migliore qualità, varie specie di pesce di fiume affumicato (di quello che soleva trarre in passato a Mosca i ghiottoni di tutto il mondo), una saporosa zuppa di crema, dei pasticci ripieni di carne affettata, polli novelli, fagiani, un uccello raro, chiamato tsesarka, che somigliava a un piccione, formaggio, cocomeri, pere, lamponi e altre frutta”.
Il tutto cucinato, si badi bene, dallo stesso chef che, a suo tempo, aveva preparato pranzi e cene per il Granduca Nicola, alla faccia di asserite epurazioni “selvagge” nell’entourage imperiale, cavalli di battaglia, questi, di certa propaganda menzognera quanto grottesca.

Estrazione del caviale in URSS
Knickerbocker viaggiava sì in un vagone speciale, ospite di un ingegnere statunitense esperto in progetti idroelettrici e benvoluto da Stalin, ma, anche quando tenta di dare, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci mostra come anche nei vagoni – ristorante affollati dal popolo il vitto non sia poi da buttare, per un Paese in regime di austerità: qui, infatti, la colazione consiste di “due uova, un piccolo provino di burro, del zwieback (fette biscottate, ndr) e del tè”. Un menù dinanzi al quale un operaio italiano, francese o statunitense, che avesse avuto la ventura di viaggiare in un convoglio in terza classe, avrebbe senz’altro strabuzzato gli occhi dalla meraviglia! Nella capitale, Mosca, l’abbondanza di cibo e l’assenza di qualsivoglia penuria è palese [alle stessa conclusione, giunsero anche Anne L. Strong e Lion Feuchtwanger]:
“C’è abbondanza di pane. Per le vie di Mosca passano carri carichi di pane. I ragazzi corrono a casa con la razione del giorno, chini sotto il peso di 3 o 4 pani voluminosi. Il pane ha più importanza per l’Europa che per l’America. Per la Russia poi ha più importanza che per l’Europa occidentale (…). Col Piano Quinquennale la Russia aspira ad arrivare alla classe della carne. Sarà una salita difficile perché per il Piano Quinquennale la Russia è discesa sulla scala dietetica di parecchi pioli dalla posizione che occupava tre anni fa.”.
L’anticomunismo di Knickerbocker lo spinge a tirare conclusioni affrettate, in questo caso, ma pretendere una trattazione all’unisono esaltante o entusiastica della realtà sovietica sarebbe troppo, vista la considerevole obiettività della quale il giornalista dà comunque prova nei passaggi decisivi. Non criticheremo, quindi, il suo racconto per non aver considerato, ad esempio, delle pingui mense dei contadini ricchi e in parte medi, i quali macellavano in massa animali utili al lavoro e se li mangiavano in quantità industriali, come mai era avvenuto prima nella storia del contado russo, a spese di contadini poveri e di una consistente parte di quelli medi e, soprattutto, a spese (fino al 1933/34) della classe operaia urbana, quantunque soccorsa da mense a prezzi assai convenienti, prima inesistenti. Lo stesso Knickerbocker ammette che, nonostante il deficitario approvvigionamento in latte, grassi, uova, carne (la situazione in realtà è più rosea, come vedremo), “si può avere, in Mosca, regolarmente, lo zucchero”. Se le patate sono “limitate” (in realtà, il consumo di questo alimento in Urss era tra i più alti al mondo), il giornalista nota che “c’è abbondanza di caviale”, ovvero è largamente diffuso e a buon mercato quello che, in occidente, a quel tempo, è rara avis, preziosità disponibile soltanto per i palati dei ricconi. La tessera di un lavoratore manuale, poi, dimostra come anche di grassi non vi sia assolutamente scarsità: infatti, accanto a 1 kg di pane al giorno (in Italia il consumo medio era di molto inferiore), ½ kg di maccheroni, 2 kg di cereali e 10 uova al mese, gli sono garantiti 300 grammi di burro su base mensile, farina tre volte al mese in discreta quantità, 300 grammi di carne per tre volte ogni 10 giorni. In più, nei magazzini sono disponibili, senza razionamento, cavoli, cetrioli, cipolle, pomodori, fave e altro ancora e, per integrare il paniere acquistato con o senza tessera presso i magazzini statali e cooperativi, vi sono ovunque i mercati kolkhosiani, nei quali i prezzi sono determinati dal libero gioco della domanda e dell’offerta. Tra i mercati liberi, spiccano il “Sukharevsky”, perennemente affollato, e lo “Smolensky”. Non è però tutto; i lavoratori sovietici coltivano una passione che, per i loro colleghi del mondo capitalista, può abitare solo nel mondo dei sogni: essi vanno in massa al ristorante [vedasi qui come la situazione fosse ulteriormente migliorata negli anni '50 nonostante la spaventosa ecatombe della Grande Guerra Patriottica].
“Tutti i restaurant di Mosca sono di proprietà del Governo o cooperativi. Se uno non ha abbastanza da mangiare a casa può mangiare al restaurant”.
Ad Azbest, città industriale in crescita continua, vera e propria creatura del Piano Quinquennale, il benessere marcia spedito assieme al progresso industriale, tecnologico, delle condizioni di lavoro:
“quando i lavoratori ritornano a casa, dopo il loro turno di sette ore, trovano un alloggio decente negli edifici costruiti per loro e che si distendono in forma di ventaglio dal lago nel centro della città. Ogni famiglia ha almeno una camera. (…) Sulle prime gli operai dovevano fare il viaggio fino a Sverdlovsk (70 km a sud – ovest, ndr) per farsi visitare da un medico. Ora, invece, c’è un ospedale con 120 letti, un policlinico con 60 letti ed un certo numero di medici. Il loro ‘Istituto di Cultura' è stato di recente completato al costo di 1.200.000 rubli. In Azbest non ci sono, naturalmente, preoccupazioni per il combustibile; ce n’è abbastanza per gli inverni di un secolo, sebbene in Mosca il freddo sia tale da agghiacciare”.
L’avventura di Azbest è emblematica dello sviluppo del Primo Piano Quinquennale: fiorita con il lavoro ed il sacrificio di migliaia di persone da un piccolo centro di nemmeno 8000 abitanti, la città arriverà a comprendere, nel 1939, ben 30.000 abitanti, sempre meglio riforniti di alimentari, alloggiati e approvvigionati con servizi costantemente potenziati e rinnovati. In quel 1930/31 che vede la visita di Knickerbocker, il tenore di vita è già abbastanza elevato, nel suo seguire il passo dell’imponente processo di accumulazione e investimento per la creazione di nuove industrie ed infrastrutture:
“Noi visitammo la cooperativa. Si vendevano – riferisce il giornalista – scarpe, stivali e soprascarpe di gomma, abiti e soprabiti, utensili domestici. Carne di manzo, agnello, montone e porco era in vendita (…). La produzione, paragonata a quella che si aveva antecedentemente, è raddoppiata: paragonata con quella del Piano è indietro del nove per cento, ma, tutto sommato, il Piano Quinquennale sembra che abbia in Azbest un eccellente inizio”.
La penuria notata dal giornalista, in alcuni passaggi, presso i mercati privati, ovvero presso i canali commerciali utilizzati dai contadini per vendere le loro eccedenze, dipendeva proprio da quanto è contenuto nel brano sopra riportato: il costante rafforzamento del commercio socialista (statale e cooperativo), sempre più presente, assortito e con volume d’affari crescente. Al crescere dell’incidenza di quest’ultima forma di vendita alla popolazione, calava, inevitabilmente, il peso specifico dei mercati kolkhosiani e consimili. Il poderoso sviluppo della collettivizzazione agricola, condotto lungo i binari della mobilitazione dal basso dei contadini poveri e medi, su basi volontarie e non coattive (salvo pochi episodi di deviazioni, prontamente sconfessati e corretti dal Partito e dal Governo, si pensi all’articolo di Stalin dal titolo “Vertigine dei successi”, pubblicato nella “Pravda “ del 2 marzo 1930), era il primo elemento che garantiva una produzione di derrate sempre più considerevole, da parte dei kolkhos e dei sovkhoz, con conseguente rifornimento dei canali del commercio socialista in misura crescente.


Knickerbocker esamina e descrive, in maniera vivace e pittoresca, anche lo sviluppo del trasporto ferroviario ed il vertiginoso aumento dei suoi utenti, conseguenze naturali del ritmo accelerato di crescita economica impresso al Paese dalla pianificazione:
“Immaginate Times Square alle 5 del pomeriggio, ed ognuna delle decine di migliaia di persone che vi si affollano con una pentola per il tè o con altro simile oggetto legato dietro le spalle ed avrete una idea della sala d’aspetto ferroviaria di Sverdlovsk. Essa poco mancò che costasse la vita ad un corrispondente americano (…). La massa addormentata si risveglia, si contorce e si eccita. Ecco che cinquecento uomini, donne e ragazzi balzano in piedi e prendendo su i loro materassi, i loro cuscini, i loro sacchi, le loro corde e tutti gli altri oggetti più vari dei quali si carica ogni viaggiatore russo, si preparano a dare l’assalto al treno. (…) Nessuno che non vi sia stato può avere una idea della densità del movimento sulle odierne ferrovie russe. (…) Ottenere i biglietti è una occupazione che porta via una settimana”.

In un contesto simile, con pochi paragoni possibili con il resto del mondo, come stupirsi di incidenti, disservizi, aritmie nel servizio? Tuttavia, nonostante questi inconvenienti, puntualmente riferiti senza alcuna censura dalla stampa e dagli organi di governo sovietici, nonché riportati fedelmente da Knickerbocker nella sua opera,
“è un fatto che durante l’anno (1930, ndr) le ferrovie sovietiche hanno caricato in media 9500 vagoni al giorno in più che non nel 1928 – 1929, ossia 3.500.000 vagoni in più all’anno. Il sistema ferroviario non è peggiorato: malgrado i suoi difetti è anzi migliorato in confronto degli anni passati, ma si è dimostrato inadeguato per le necessità del Piano Quinquennale.”.

Locomotiva sovietica ad alta velocità degli anni '30
I limiti, le deficienze, le carenze strutturali della rete ferroviaria verranno efficacemente affrontati, colmati e risolti negli anni a venire, con un insieme di misure improntate alla valorizzazione del patrimonio esistente, a più tempestive e complete manutenzioni, a investimenti mirati alla modernizzazione delle infrastrutture, alla lotta contro fenomeni persistenti di sabotaggio e diversione. Questi provvedimenti, attuati sotto l’egida ferma e autorevole di Kaganovic, condurranno ad un eccezionale miglioramento qualitativo del trasporto ferroviario sovietico, innalzandolo ai più alti livelli mondiali fin dal 1935.

La costruzione della colossale diga sul Dniepr

Potente, nel suo plastico realismo, la descrizione dell’imponente cantiere di Magnitogorsk, dove gli operai stanno per costruire la più imponente impresa del Piano Quinquennale: il kombinat metallurgico, noto con la sigla MMK, destinato a diventare il più grande dell’Urss e uno dei maggiori a livello planetario.
“L’investimento, da parte del governo – sottolinea Knickerbocker – di 800 milioni di rubli nella costruzione dell’acciaieria, ne fa l’impresa più formidabile del Piano, quattro volte maggiore, in realtà, di quella che era fin qui la più grande impresa del Piano, cioè la stazione idroelettrica ‘Dnieprestroy‘ “.

Il giornalista paragona la realtà nascente di Magnitogorsk a quella di Gary, famoso centro statunitense dello Stato dell’Indiana, caratterizzato dalla presenza di un’imponente acciaieria costruita, sottolinea Knickerbocker, in ben 12 anni, con una produzione di 3.400.000 ton. su base annua. Egli rileva poi come, nella Capitale, in tanti sottovalutino il progetto e i progressi conseguiti a Magnitogorsk:
“In Mosca quelli che pretendono di sapere ogni cosa riguardo al Piano dicono che una visita a Magnitogorsk non è interessante. Aggiungono che il progetto esiste solo sulla carta. Noi siamo invece passati attraverso uno dei baraccamenti che ospitano 35.000 persone. Sobbalzando su delle strade che mettevano a dura prova le molle della Ford dell’agente della compagnia, noi passiamo davanti a moltissime tende e baracche. Si vedevano delle luci (…)”.

1929: impianto siderurgico a Magnitogorsk
Vi erano dei detrattori pronti a sminuire certe imprese e a diffondere, attorno ad esse, l’ombra della sfiducia? Oppure si trattava di riservatezza e prudenza per non esporre troppo il processo di costruzione del socialismo, in alcuni suoi gangli strategici, ad occhi indiscreti e maliziosi, scoprendo carte che era bene non venissero messe in tavola in quel momento? Non lo sappiamo, ma negli anni a venire saranno scoperti e puniti diversi sabotatori, propagatori di notizie false e autori di atti criminali volti a minare il potenziale produttivo e a compromettere la realizzazione degli obiettivi della pianificazione.

La costruzione di Magnitogorsk
Knickerbocker, ad ogni buon conto, passa sopra tutti gli ostacoli e, anche in questo caso, va a vedere di persona come stanno le cose, tocca con mano la realtà, non se la fa raccontare in base a stereotipi e a notizie di terza mano. Egli incontra anche gli ingegneri ed i tecnici statunitensi, presenti a Magnitogorsk per prestare assistenza e scambiare esperienze con i loro omologhi sovietici, nel processo di costruzione del gigantesco kombinat:
“Grandi aperture nel suolo, foreste di impalcature, mucchi di rotaie ferroviarie, qua e là muri in mattoni si vedevano nei punti dove devono sorgere gli alti forni, le acciaierie, una centrale elettrica, una fabbrica di prodotti chimici, destinati a fare di Magnetogorsk la capitale dell’acciaio del mondo rosso. Gli ingegneri della Compagnia A.G. Mc Kee di Cleveland dicono che è letteralmente il più grande accampamento per costruzioni che sia mai sorto “.
Operai in pausa durante la costruzione di Magnitogorsk
Da queste righe emerge chiaramente come l’Urss, lungi dall’essere il Paese isolato, chiuso ad ogni influenza esterna, morbosamente geloso dei suoi confini e della sua “riservatezza”, nei termini in cui lo descriveva e continua ancor oggi a descriverlo la propaganda imperialista, era in realtà una terra ospitale, pronta a confrontarsi con il mondo economico e politico esterno, pienamente disponibile a fornire il suo contributo in programmi di cooperazione su un piede di parità con tutte le Nazioni, specie quelle più avanzate dal punto di vista dello sviluppo di determinate tecnologie produttive. Mai l’Urss chiuse le sue porte a tecnici, ingegneri, imprenditori ben intenzionati a collaborare per la suprema causa dello sviluppo economico, per l’implementazione dei rapporti bilaterali sul piano della cultura, del turismo, del commercio, per il rafforzamento della cooperazione scientifica. Rappresentanti commerciali e tecnici della Ford e di altre importantissime aziende del panorama industriale occidentale, furono presenti in terra sovietica per tutta la prima metà degli anni ’30. Le frontiere venivano piuttosto serrate, con barriere sacrosantamente impenetrabili, dinanzi a terroristi, spie, sabotatori, denigratori, seminatori di zizzania ideologica e politica. Per tutto ciò non possiamo biasimare, bensì lodare i dirigenti sovietici, specie quelli degli anni ’30/’40. Ritornando alla realtà in prodigiosa trasformazione a Magnitogorsk, vediamo come Knickerbocker compia alcune illuminanti considerazioni sui ritmi di lavoro, sul regime delle retribuzioni degli operai, sull’andamento dei prezzi dei generi di consumo:
“l’attività costruttrice – scrive il giornalista – è stata sorprendente durante i pochi mesi che sono passati dal luglio 1930, quando i lavori sono cominciati. La prima opera ad essere completata ha raggiunto il record della velocità. In poco più di quattro mesi il fiume Ural ha visto costruire una diga, lunga tre quarti di miglio e contenente 40.000 metri cubi di cemento armato: 1500 operai, lavorando in tre turni di otto ore l’uno, per 24 ore al giorno, stimolati dal sistema di cottimo, dai premi e da tutte le arti della propaganda, hanno costruito questa diga così rapidamente e così bene come non avrebbe potuto essere costruita in alcuna altra parte del mondo. Tale è l’opinione di Jack Clark, l’ingegnere americano che soprasiedette ai lavori (…) Il salario medio degli operai impiegati nella diga di Magnetogorsk, secondo l’ingegnere sovietico in carica, è di 5 rubli al giorno, ma egli disse che la eccezionale laboriosità di alcuni di essi ha permesso loro di guadagnare perfino 12 rubli al giorno (…). La carne si vendeva a 160 copechi il chilo (1,60 rubli, ndr), il burro, che a Mosca costa 20 rubli al chilo, qui ne costava 8. Le uova due rubli per decina. Grande quantità di koumis, il latte fermentato di cavalla, che è una specialità kirghisa, si poteva avere in fiaschi, o in bicchieri o in tazze”.
Veduta di Magnitogorsk

Un’agiatezza tale da far invidia a qualsiasi lavoratore occidentale, nel periodo preso in considerazione! C’è da rilevare poi che Knickerbocker non potette assistere, negli anni a venire, al gigantesco progresso che si registrò, a Magnitogorsk, relativamente allo sviluppo dell’edilizia abitativa [ad esempio si veda come si risolse il problema a Leningrado]: alla fine degli anni ’30, in quel centro nevralgico dell’apparato produttivo sovietico, non era rimasta più nemmeno una baracca, in quanto tutti gli operai e gli impiegati avevano ricevuto assieme alle loro famiglie, al pari di altre figure professionali, alloggi salubri e confortevoli, in nuovi quartieri dalle vie ampie e squadrate. Tuttavia le stesse baracche viste da Knickerbocker, e da lui descritte in alcuni passaggi, erano infinitamente più confortevoli e funzionali di quelle ben note ai minatori e agli operai italiani emigrati nel BENELUX: tutte costruite in legno di pino, con parti in cemento, esse erano ottimamente isolate dagli agenti atmosferici esterni ed il loro livello di pulizia era sempre ottimo, sovente impeccabile.

Operai intenti a impiantare un giardino dinanzi alle baracche provvisorie di Magnitogorsk
Per quanto concerne la città di Stalingrado, anch’essa trincea fondamentale nella lotta per il compimento del Primo Piano Quinquennale, Knickerbocker vi rileva segnali inequivocabili di benessere e sviluppo:
“I salari degli operai russi e delle operaie a Stalingrad vanno da 2 a 5 rubli al giorno (…) e i meccanici esperti guadagnano fino a 10 rubli al giorno. (…) 22.000 operai lavorano alla costruzione della fabbrica e degli alloggi, 7.000 alla produzione di trattrici. Essi vivono in condizioni che sarebbero considerate lussuose in Mosca. 7.000 sono alloggiati in nuovi caseggiati divisi per appartamenti, di cui ce ne sono 100. Ogni caseggiato contiene 40 appartamenti di 3 camere l’uno. Gli altri (gli addetti alla costruzione di impianti industriali ed edifici abitativi, ndr) vivono in baracche. Mangiano meglio che non in qualsiasi ristorante russo, per i russi, in Mosca. Ho visitato uno dei ‘stolovayas’ (trattorie tipiche russe, ndr). Il suo menù, cotto abbastanza bene, servito con sufficiente pulizia, consisteva di una zuppa di maccheroni per 25 kopeck, di manzo per 50, di pesce e pomidoro per 25, di caffè per 15, di maccheroni al latte per 25, di cervello per 50, di polpette di manzo in cavoli per 50, di dolce per 45, di tè per 5 kopeck.”.
Niente male davvero, per un ristorante popolare utilizzato principalmente come mensa dagli operai! Quale operaio americano, nello stesso periodo, poteva gustare, a prezzi accessibili, simili leccornie? Nelle mense delle fabbriche occidentali, nonché nelle osterie e trattorie accessibili al ceto proletario, non si andava oltre una minestra e qualche aringa!

Knickerbocker non sorvola certo sull’esistenza del “lavoro forzato” [per un'informazione corretta sulla materia si veda qui, qui e qui] sul quale tante speculazioni sono state imbastite dai falsari della storiografia borghese, ma, ancora una volta, nel suo racconto risaltano obiettività e rispetto dei fatti reali. Egli, infatti, riporta letteralmente le parole di Ivan Jakovlevich Bergis, Presidente della “Compagnia Volga – Caspiana”, uno dei più fiorenti trust attivi nel taglio, nella lavorazione e nel trasporto di legname:
“Nella industria del legname (…) i kulak sono impiegati solo nel tagliare e trasportare gli alberi. E’ vero che sono usati nelle segherie a Sverdlovsk, nella regione degli Urali, ma non crediate che si tratti di lavoro non pagato come si fa coi prigionieri (…). La nostra legge è chiara. Chi non lavora non mangia, e i kulak non vogliono lavorare. Così ora noi insegniamo loro a lavorare”.
Sull’incidenza complessiva del “lavoro forzato”, Knickerbocker, in poche battute, fa strame di tutte le grottesche speculazioni anticomuniste che vanno per la maggiore ancora oggi, tendenti ad accreditare un universo sovietico simile all’Egitto del tempo dei Faraoni, con masse di schiavi orrendamente oppressi, giacenti sotto al giogo di un pugno di tiranni:
“Quanto al lavoro dei prigionieri di cui ha fatto cenno il presidente, non ce n’è molto che salti agli occhi di chi viaggia attraverso quelle regioni dell’Unione dei Soviet che si possono visitare. In tutto il mio viaggio io ho notato un solo gruppo di prigionieri, una banda di uomini sul genere di quelli che si vedono frequentemente nel Texas o in altri Stati del Sud che impiegano ancora oggidì i prigionieri per i lavori stradali. Questa banda l’ho vista in Cheliabinsk e ritornava da una zona dove aveva lavorato a gettare le fondamenta di case per operai”.
Sulle accuse all’Urss di praticare il dumping, ovvero forme di esportazione aggressive ed agguerrite, tutte condotte sulla base della rincorsa al prezzo più basso, tale da mettere in difficoltà i produttori delle stesse tipologie di merci e prodotti esportate nei loro rispettivi Paesi, Knickerbocker non giunge a conclusioni nitide e precise, supportate da dati inequivocabili, ma di certo non si accoda al baccano propagandistico, agli strali e agli anatemi lanciati, con insistente martellamento, dalle centrali della propaganda capitalistico – borghese. Con particolare riferimento all’antracite, materia prima presente in posizione preminente nelle accuse rivolte all’Urss, egli evidenzia alcuni fatti:
“I fatti sono che nel 1928 l’Unione dei Soviet vendette in America 113.000 ton. di antracite; nei primi sette mesi del 1930, 129.332 tonnellate. Nel 1928 la produzione totale dell’antracite d’America fu di ton. 74.552.312 e non molto meno nel 1929. Le vendite sovietiche ammontarono a meno che a una settecentesima parte della totale produzione americana dell’anno scorso. Se l’esportazione di antracite sovietica in America raddoppierà nel 1930, allora, questa percentuale ammonterebbe a una trecentocinquantesima parte.”.
Del resto, solo una propaganda bugiarda e mistificatrice poteva incolpare di concorrenza sleale un Paese le cui esportazioni erano regolate, come quelle di ogni altra Nazione, da accordi e parametri messi neri su bianco al momento della sottoscrizione delle intese e dei trattati commerciali: nel caso in cui, per assurdo, vi fosse stato un minimo fondamento di verità nelle accuse, sarebbe bastato che gli Usa e l’Europa avessero chiuso i loro confini alle esportazioni sovietiche ed elevato dazi, per risolvere il problema nella maniera più logica ed efficace! Invece, il mondo capitalista, in crisi nera, desiderava le materie prime ed i prodotti sovietici, disponibili ad ottimo prezzo sul mercato, riservandosi però, allo stesso tempo, con l’ atteggiamento schizofrenico e irriconoscente suo tipico, la licenza di lanciare attacchi contro l’Urss per una concorrenza sleale che era, invece, puro e semplice rispetto di termini stabiliti consensualmente in forma pattizia.

Nel tirare le somme circa i successi e gli insuccessi del Piano Quinquennale, Knickerbocker enuncia un giudizio assolutamente limpido, privo di ambiguità e fumosità:
“Quando si consideri il pro ed il contro del Piano Quinquennale alla fine del secondo anno, si vede che l’attivo sorpassa il passivo, di tanto da far rettificare il giudizio che sulle prime se ne poteva dare considerando solo l’aspetto della popolazione.”.
Le cifre riportate dal giornalista, sono di per se stesse eloquenti:
“L’industria primaria è aumentata del 37,7%, l’industria degli articoli di consumo è aumentata solo dell’11,1%. La produzione totale fu doppia che nel 1913. Nessun ramo dell’industria mancò di aumentare la sua produzione ed anche l’industria del carbone, che è tra le più criticate, ha avuto un aumento del 17,6%. Grave, in rubli carta, fu il fatto che i costi di produzione invece di diminuire dell’11,8% , come voleva il Piano, furono ridotti solo del 7,1%, mentre la produttività del lavoro aumentò solamente del 13% contro il 25,2 propostosi dal Piano. La qualità delle produzione è assai povera, poiché in alcune industrie vi è una percentuale del 30% di scarto. Tuttavia l’aumento annuale nella produzione quantitativa è così grande che una larga percentuale della produzione totale si può anche scartare per la cattiva qualità e resterebbe sempre un volume di produzione quale la Russia non ha mai raggiunto prima.”.
Al netto di certe considerazioni, dettate dalla scarsa capacità di distinguere tra obiettivi eccessivamente ottimistici della pianificazione, riveduti e corretti in corso d’opera, e risultati concreti prodigiosamente conseguiti tenuto conto di condizioni interne ed internazionali sommamente difficoltose, Knickerbocker ci consegna un panorama di eccezionale sviluppo, di progresso imponente, reale, percepibile ad un primo sguardo. Egli, giornalista borghese ed anticomunista, per formazione convinto delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo, si bagna i piedi nell’acqua dell’umiltà e, con caparbia volontà di comprendere, oltre le cortine fumogene dei cliché, indaga la realtà della pianificazione economica sovietica, ricavandone spunti di eccezionale valore, cogliendo il gigantesco, pionieristico sforzo di superamento di un contesto di secolare arretratezza compiuto con volontarismo unito alla più rigorosa programmazione, alla più certosina ricognizione delle forze disponibili, alla più esigente razionalità economica e sapienza tecnico – organizzativa. I risultati finali del Primo Piano Quinquennale vedranno un Paese interamente trasformato, pronto ad affrontare l’onda d’urto dell’imperialismo bellicista nazifascista, avendo consolidato ed ampliato la propria base industriale, agricola, tecnica e scientifica. Knickerbocker non aveva preso lucciole per lanterne… Questo suo approccio scientifico, oggettivo, disincantato e spassionato, gli fa indubbiamente onore, specie nel momento in cui rende ancora più evidenti la faziosità, la bugia elevata a sistema, la capziosità inconcludente nelle analisi, tipiche della pubblicistica capitalistico – borghese, imperialista ed anticomunista, nel suo eterno quanto vano tentativo di deprezzare, infangare, distruggere, le conquiste storiche del socialismo reale, della più gloriosa esperienza sociale, politica e civile che ha sollevato dalla miseria e dallo sfruttamento milioni di uomini e donne in Urss, nell’Est europeo tutto, rendendo possibile, al contempo, la liberazione dal giogo colonialista e imperialista di vaste masse in Africa, Asia, America Latina.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

H.R. Knickerbocker, “Il piano quinquennale sovietico”(Bompiani, 1931 e 1932).

Ludo Martens, “Stalin, un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005).