venerdì 17 giugno 2016

I guanti di Ezhov



REDAZIONE NOICOMUNISTI


di Davide Spagnoli

Questa espressione russa che significa «tenere qualcuno per il collo» – oggi noi diciamo per le palle – ha origine nella cultura contadina russa.

Nel XVIII secolo nei dizionari troviamo già consolidato un adagio che recitava: «Se vuoi prendere i ricci devi indossare guanti imbottiti». Ma all’epoca non era inteso in senso punitivo.

Questa espressione nasce dal fatto che nelle cantine dei contadini spesso si trovavano dei topi. Un buon gatto che sia d’aiuto per risolvere questo problema non si trova con facilità. Ma c’è un altro predatore che può essere d’aiuto: il riccio! Ma come portarlo nel luogo giusto? È proprio per questo che si usano guanti cuoio senza fodera.



Ma già in Checov e Pushkin l’espressione «Serrare nei guanti per i ricci» ha assunto il senso di «tenere in pugno qualcuno», «mettere i piedi sul collo di qualcuno» può essere trovata già in Checov e Pushkin.



Poi, negli anni ‘30 del XX secolo, con un gioco di parole, in russo Ezhov è la parola che indica riccio ma Ezhov era anche il cognome del capo dell’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni), la polizia politica sovietica, e allora l’espressione «Serrare nei guanti per i ricci», divenne «Serrare nei guanti di Ezhov», che assunse una connotazione prima benevola e poi famigerata.

Questa immagine, realizzata dall’artista Efimov, è intitolata «I guanti di Ezhov»







In esso il Commissario del popolo tiene saldamente nella mano guantata degli animali spinosi (dei ricci?) ed un’idra dalle molte teste, la rappresentazione dei trotskisti e dei bukhariniani. Ma quando la repressione ordinata da Ezhov iniziò a colpire in massa i comunisti membri del partito o semplici simpatizzanti, spesso assolutamente innocenti, l’espressione cambiò significato ed ebbe una connotazione estremamente negativa, e il periodo della repressione di Ezhov viene ancora oggi ricordata come la Ежовщина Ezhovshcina, «i brutti tempi di Ezhov» (1937-1939), quello che Robert Conquest ha chiamato «Grande terrore», durante il quale vennero arrestate un milione e mezzo di persone; di queste, secondo recenti studi, ne vennero giustiziate 681.692 e non i milioni di cui parla Robert Conquest, che, secondo un articolo apparso su The Guardian il 27 gennaio 1978 pag. 13, lavorava fin dal 1956 all’Information Research Department (IRD). L’IRD venne fondato nel 1947 con il nome di Communist Information Bureau, era un dipartimento del Foreign Office britannico con il compito di combattere l’influenza dei comunisti attraverso la diffusione di storie false spacciate come vere. Per questo sporco lavoro erano stati assoldati giornalisti e chiunque fosse in grado d’influenzare l’opinione pubblica. Secondo The Guardian nel citato articolo il compito di Robert Conquest era quello, per l’appunto, di scrivere una “storia nera” dell’Unione Sovietica.

Il perché Ezhov abbia fatto uccidere così tante persone, in grande maggioranza comunisti, è da ricercare nel fatto che, in vista della guerra che tutti sapevano sarebbe scoppiata molto presto, aveva stretto un accordo con i giapponesi per distruggere la fiducia della popolazione nello Stato e nel governo, in modo che quando il Giappone avesse attaccato il morale della popolazione fosse stato depresso e sfiduciato, disponibile per un cambio di regime. La circostanza è confermata da una sentenza del 1998 del Collegio militare della Corte Suprema che ha riconosciuto Nikolai Ezhov non essere soggetto alla riabilitazione in quanto 

«[…] Ha provocato l’aggravamento delle relazioni con i paesi amici dell’URSS e ha cercato di accelerare il conflitto militare tra l’URSS e il Giappone».






IL MURO DI BERLINO. BREVE GENESI DI UNA BARRIERA ANTIMPERIALISTA

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Luca Baldelli

In un mondo di finzioni e mistificazioni, ciò che è autentico e vero sfugge alle cognizioni dei più o viene sottaciuto per non turbare gli equilibri dittatoriali, finanche dispotici, dei detentori del potere politico, economico e culturale. La sinistra revisionista da sempre si unisce al coro di prefiche piangenti sulle macerie del Muro di Berlino.


Questo Muro è stato elevato a simbolo di ogni orrore, di ogni nefandezza, senza spiegare come e perché nacque, quali furono le cause che portarono alla sua edificazione. Nessuno mai ricorda che, nel mondo, di Muri (uso volontariamente la lettera maiuscola, per dileggiare un’austera, assurda sacralità, che non pertiene alla storia degli uomini se non per altri aspetti…) ve ne sono ancora in piedi moltissimi, e tutti tirati su dall’imperialismo; tra Usa e Messico, tra Israele e Territori arabi,tra Marocco propriamente detto e territori abitati dalla minoranza sahrawi, tra greci e turchi a Cipro. Altro che Unicità del Muro di Berlino! Questa è, semmai, solo e soltanto l’idolo di cartapesta con il quale il sistema dominante cela le sue malefatte e il suo stupro dell’umanità.

Muro di Gaza


Ma torniamo al Muro di Berlino. Come nacque? Nel 1945, con la liberazione della Germania dall’hitlerismo, la Nazione tedesca si vide trasformare in un territorio di occupazione anglo – americano – francese da un lato, sovietico dall’altro. Mentre l’Urss spinse però sempre per la costituzione di una Germania unita e sovrana in breve tempo, gli Stati occidentali, pur travagliati da contese e contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche, cercarono di sabotare ogni sforzo in tal senso, mirando a fare della Germania la piazzaforte atlantica in Europa, il trampolino di lancio per una nuova guerra progettata contro l’Urss e i Paesi a democrazia popolare.

Muro al confine USA/Messico


Gli archivi dell’FBI, oggi desecretati, rivelano che il leader britannico Churchill aveva pianificato l’“Operazione Unthinkable“, ovvero un attacco occidentale contro l’Urss e l’Est europeo, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, alfine di piegare Mosca e di portare tutti i Paesi del futuro Patto di Varsavia sotto l’ombrello dell’imperialismo occidentale.

Linee d'attacco generali del piano di aggressione all'URSS in Germania

Filippo Gaja, nella sua documentatissima opera “Il Secolo Corto“ (Maquis editore, 1996), mette bene in luce altri analoghi piani orditi negli Usa e nelle segrete stanze dell’Occidente capitalista. Non è un caso che, a partire dai primi mesi del 1945, vennero reclutati in massa ex nazisti nei servizi segreti e nei circoli militari occidentali.


Immaginiamo cosa sarebbe successo se l’Urss non avesse, a tappe forzate, messo a punto la sua bomba atomica! Le provocazioni degli Stati occidentali, delle loro armate e dei loro servizi nella Germania occupata non conoscevano tregua: nel 1948, gli Stati occidentali ruppero di fatto, in modo evidente, il condominio antinazista in Germania, creando una moneta per le sole zone occidentali, il Marco tedesco ( DM ) e lavorando per la costituzione di uno Stato tedesco occidentale, in palese violazione di ogni accordo sino a quel momento sottoscritto. I sovietici, che volevano una Germania unita e neutrale, fondata sul principio del’autodeterminazione, si videro costretti ad abbandonare il Consiglio alleato e a prendere contatti con i Partiti operai operanti nel territorio da loro occupato, con l’intenzione di fondare quella che poi sarebbe diventata la DDR.

A questo seguirono provocazioni, scontri e quello che è passato alla storia come il BLOCCO DI BERLINO (durato 11 mesi), del quale si incolpano i sovietici ma che fu il frutto dei complotti occidentali e dei sabotaggi alla pace commessi dall’imperialismo. Questi maneggi, questi luridi intrighi proseguirono e, il 29 maggio 1949, in spregio ad ogni patto e ad ogni volontà di pace e di rispetto della sovranità tedesca, venne dichiarata e proclamata unilateralmente la RFT (Repubblica Federale Tedesca), protettorato americano e occidentale in funzione palesemente antisovietica e antiprogressista, sotto le armi statunitensi, inglesi e francesi.


Per reazione (e lo sottolineiamo, PER REAZIONE) il 7 ottobre 1949 venne proclamata la RDT (REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA), o DDR, nel settore cosiddetto “sovietico“. Questo stato di cose non significò la fine delle trame guerrafondaie imperialiste. Lasciamo parlare gli archivi e varie fonti occidentali, molto più eloquenti e obiettivi dei pennivendoli anticomunisti in servizio permanente effettivo: fino al 1961, la Germania democratica ( DDR o RDT che dir si voglia ) dovette subire inenarrabili sabotaggi, azioni terroristiche, diversioni. La CIA, Radio Free Europe, organizzazioni di ex nazisti protetti nella RFT, si fecero paladini ed esecutori delle seguenti azioni sul territorio della DDR:
– danneggiamento, tramite esplosivi, incendi dolosi ecc.. di centrali energetiche, cantieri navali, dighe, canali, edifici pubblici, distributori di benzina, negozi, stazioni radio, trasporti pubblici;

  • deragliamento di treni merci, con gravi ferimenti di lavoratori; incendio di 12 automobili trasportate su uno di questi treni e distruzione dei meccanismi di pressione dell’aria ecc…;
  • distruzione di strade e ponti ferroviari, piazzamento di esplosivi sulla linea Berlino – Mosca (per fortuna scoperti in tempo, sarebbe stato un massacro indicibile!);
  • utilizzo di acidi speciali per danneggiare macchinari industriali, furto sistematico di progetti e acquisizioni sul punto di essere brevettate, possibili grazie a spie e quinte colonne;
  • incitamento a scioperi senza senso e scopo;
  • uccisione di 7000 mucche di una cooperativa agricola con l’avvelenamento del filo di recinzione utilizzato per imballare il mangime degli animali;
  • attacchi e devastazioni di sedi delle sinistre a Berlino Est (e anche a Ovest);
  • falsificazione su larga scala di tessere annonarie per generare disorganizzazione negli approvvigionamenti di beni alimentari e quindi malcontento nella popolazione;
  • invio di cartelle fiscali false per generare rabbia tra la gente e creare problemi nell’apparato industriale ;
  • reclutamento su vasta scala di professionisti, tecnici, medici, operai , con la promessa di lauti compensi a occidente (a Berlino Ovest i medici che scappavano dalla DDR venivano remunerati a peso d’oro, anche con proventi per assistiti – fantasma).

Ecco cosa si nascondeva dietro le famose “fughe“ all’ovest, al termine delle quali solo un 50% dei profughi trovava quel che era stato promesso e all’altro 50 si rendeva difficile se non impossibile ritornare in Patria!

Rivolta del 1953

Memorabile fu la “rivolta“ del 1953, un episodio di diversione e destabilizzazione partorito in occidente, nelle cucine aduse alla preparazione di pietanze velenose della RFT: bande di delinquenti e deviati, pagate lautamente dalle agenzie spionistiche occidentali, provocarono disordini a Berlino Est, proprio quando alcune sagge riforme stavano migliorando il tenore di vita della popolazione e dopo che la Direzione della SED (il Partito guida della DDR) aveva intrapreso un dialogo con i lavoratori per la rettifica di alcune storture esistenti nel quadro economico.

Uffici del Partito Socialista dati alle fiamme

In 272 Comuni su 10.000 si segnalarono disordini, con vetrine rotte, assalti a forze di polizia, violenze contro militari sovietici, prova dello sforzo messo in campo dalle centrali imperialiste per minare un processo di costruzione del socialismo sempre più vincente, con tutti i suoi problemi. Prova anche, però, della capacità del sistema della DDR di parare i colpi ed impedire estesi disordini: alla repressione di quelle azioni banditesche, prima della Polizia concorsero le Milizie operaie presenti azienda per azienda.

Visto che qualcuno, educato a bere tutta la propaganda spazzatura del capitalismo, ma stranamente sempre pronto ad obiettare e a mettere in campo “senso critico“ quando si parla di socialismo reale, potrebbe diffidare, cito una per una le fonti che raccontano tali fatti. Sono tutte fonti occidentali di prima mano!

Si tratta della rivista “Democratic German Report“, pubblicata clandestinamente a Berlino Est dall’inglese John Peet, ex capo corrispondente dell’agenzia Reuters, della rivista della Camera di Commercio degli Usa (“Nation’s Business“), di articoli del “The New Yorker“ , di “The Nation“, del “Saturday Evening Post“, dei libri di De Gramont e Tully sulla Cia e sulla guerra fredda. Ne parla ampiamente e dettagliatamente anche William Blum, nella sua opera “Killing hope“, tradotta in italiano col titolo “ l libro nero degli Stati Uniti“ (Fazi, 2003).

Una guerra a “bassa intensità“ combattuta con il pervicace fine di destabilizzare la DDR e spianare la strada alla restaurazione dell’ordine borghese nel suo territorio, con il ritorno dei grandi proprietari terrieri e dei magnati che avevano foraggiato a suo tempo il nazismo. Una guerra che culminò con la pseudo – rivolta “operaia“ del 1953, che in realtà vide come protagonista la feccia istigata dai servizi segreti occidentali. Una guerra che rischiò di diventare reali con le minacce di guerra nucleare da parte degli Stati Uniti nel 1959/1961, minacce corroborate da manovre militari in grande stile, provocatorie per antonomasia, da parte degli Stati occidentali lungo la linea di confine tra le Germanie. Il 28 marzo 1958, in barba ad ogni volontà distensiva, il Bundestag tedesco – occidentale decideva di armare l’esercito (la Bundeswehr) della “armi più moderne“, intendendo con questa dizione, evidentemente, anche le armi nucleari. La RFT otteneva dagli alleati il permesso di aumentare il tonnellaggio delle navi da guerra, stringeva accordi con Inghilterra e Stati Uniti per l’acquisto di missili e di aerei a reazione.

Tra il 1958 e il 1960 cadevano sistematicamente nel vuoto, per i rifiuti delle autorità tedesco – occidentali e di quelle americane che ne tiravano le fila, molteplici iniziative di pace della DDR e dell’URSS che, se attuate, avrebbero certo potuto cambiare in meglio il corso della storia. Si oppose un secco “no“, in particolare, alla proposta sovietica di un Comitato pantedesco, paritetico RFT – DDR, per la risoluzione dei problemi della coesistenza postbellica, per lo sviluppo dei contatti in ambito politico, culturale, scientifico, base questa per poter giungere ad un più ampio accordo futuro.

Nel novembre del 1958, Urss e Ddr proposero di fare di Berlino Est una unità politica autonoma e smilitarizzata, ma la NATO pose subito un veto, che dimostrava come non si volesse in alcun modo rinunciare a quell’avamposto in funzione antisovietica, avamposto dal quale erano partite tutte le azioni terroristiche contro la DDR. Nel 1960 crebbero le minacce imperialiste, anche con ventilate intenzioni, da parte degli Usa, di ricorrere alle armi nucleari. Non era la prima volta che avveniva: durante la crisi del ’48, il generale americano Huebner, comandante delle forze americane in Germania, disse che se fosse scoppiata la guerra “gli sarebbe piaciuto vedere una bomba atomica sganciata sopra il Reno“ (si vedano i “Diari“ di J.V. Forrestal, Segretario di Stato alla Difesa degli Usa in quel periodo).

Il Segretario alla Difesa USA, Forrestal che finì i suoi giorni “suicidato” in manicomio

Ecco perché, il 13 agosto del 1961, la DDR si vide costretta a edificare il Muro di Berlino, che nella dizione originale era “Antifaschistischer Schutzwall“, ovvero “Barriera Antifascista“. Per come si svilupparono i fatti, esso andrebbe chiamato, più che altro, “Barriera antimperialista“, essendo il fascismo atlantico di servizio, quello reclutato nel dopoguerra dalle agenzie spionistiche e dagli Stati Maggiori occidentali, solo un fantoccio dell’imperialismo americano e occidentale. Nulla mai si spiega da sé e i fatti difficilmente parlano da soli: tutto si spiega e tutto parla, sempre, alla luce di un contesto generale che lo determina.

L’effetto della propaganda: isterismo di massa, presto se ne sarebbero pentiti
Ciò vale anche per la costruzione del “Muro di Berlino“, sul quale continuano a piangere, come gli Ebrei sul Muro del Pianto (con tutte le debite differenze e il rispetto che si deve alla spiritualità dei popoli) proprio gli eredi di coloro che ne causarono la costruzione con le loro minacce, le loro manovre, i loro intrighi contro la pace e l’umanità. Nessuno mai ha parlato dei tedesco – occidentali che si trasferirono nella DDR ( tra 600 / 700.000 ), ovvero in un Paese che da solo si era caricato il peso delle riparazioni postbelliche e che era dovuto partire da zero visti i livelli di distruzione della Seconda Guerra Mondiale nei suoi territori, molto più alti che nella RFT. Nessuno mai menziona il fatto che i vari Muri costruiti in occidente o nei protettorati occidentali sparsi per il mondo, nonché in Israele, hanno visto morire ai loro piedi in pochi anni più gente che in tutti i 28 anni di storia del Muro di Berlino.

I circoli finanziari anglosionisti festeggiano…
Le celebrazioni, l’oleografia dolciastra e stomachevole del Post ’89, oltre che reticenti, in quanto tacciono sull’esistenza di ben altri Muri, sono anche meschine e vigliacche, perché sempre censurano le cause e gli antefatti storici. Oggi, tra la popolazione dell’Est della Germania, tira un forte vento di nostalgia o , per dirla con un’espressione molto calzante e ad effetto, di “Ostalgia“: lo esprimono chiaramente i sondaggi, lo dicono alcuni incontrovertibili risultati elettorali, come quello della Turingia . Chiaro segno, questo, che a quelle latitudini un passato che si vorrebbe ostracizzare e criminalizzare è, invece, ammirato e rimpianto per le conquiste sociali che seppe garantire e che oggi si sono polverizzate sotto il “Panzerkapitalismus“. E nessun “Muro“ propagandistico e ideologico delle oligarchie che reggono le sorti del mondo potrà frenare questo vento di sana nostalgia!







Non mi asterrò…

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Di Giuseppe Di Meo

Non mi asterrò e non voterò il “serpentone metamorfico” PDS-DS-PD.
Non voterò chi sostenne il colpo di stato di Majdan e sostiene i nazisti ucraini.
Non voterò chi parteggia per i fascisti venezuelani.
Non voterò chi appoggiò i tagliagole libici e il relativo intervento imperialista (scavalcando Berlusconi) e chi sostiene i terroristi (estremisti e “moderati”) in Siria.
Non voterò chi sta dalla parte dei golpisti brasiliani.
Non voterò chi ha preso posizione a favore dei liberisti argentini contro la Kirchner.
Non voterò chi definì il legittimo presidente dell’Honduras (deposto tramite un golpe) un “provocatore” solo perché cercava di rientrare nel suo paese.
Non voterò chi parteggiò per i fascisti di OTPOR contro Milosevic.
Non voterò chi prese le parti degli spacciatori di organi umani dell’UCK con conseguente bombardamento disumanitario contro la Jugoslavia.
Non voterò chi è sempre schierato con l’imperialismo statunitense e occidentale e sempre contro chi vi si oppone (dimostrando di avere una posizione politica al riguardo perfino peggiore rispetto a quelle di Berlusconi e della Lega).
Non voterò chi accusa ingiustamente i paesi resistenti all’imperialismo di ogni nefandezza, chiudendo gli occhi di fronte alle atrocità compiute dagli USA e dai paesi occidentali e di fronte agli orrori perpetrati dall’Arabia Saudita e dal Qatar.
Non voterò chi inventa di tutto e cerca ogni pretesto per demonizzare Russia, Cina e gli altri paesi che si oppongono all’imperialismo.
Non voterò chi apologizza l’Unione Europea (creatura… USA!) che ci sta strangolando.
Non voterò chi è sempre schierato con le banche e sempre contro le masse proletarie, lavoratrici e popolari.
Non voterò chi sta sempre dalla parte dei grandi imprenditori capitalistici e contro gli operai.
Non voterò chi ha avuto propri esponenti coinvolti nella vicenda “Panfilo Britannia” che diede inizio alla svendita degli apparati produttivi italiani.
Non voterò chi criticò Berlusconi per “non avere fatto come Cameron” (con i suoi massacri sociali).
Non voterò chi oggi taglia pensioni e sanità, avendolo già fatto in passato.
Non voterò chi annovera fra le proprie fila colui che definì sé stesso il “re delle privatizzazioni” e un altro esponente di spicco che disse “nessuno ha privatizzato così tanto come noi”.
Non voterò chi ha smantellato l’articolo 18 e l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori.
Non voterò chi ha varato il Jobs Act, avendo imposto in passato la precarietà e il Pacchetto Treu, rifiutandosi inoltre di cancellare la Legge Biagi.
Non voterò chi ha ripetutamente sottoposto a restrizioni il diritto di sciopero.
Non voterò chi dà del “fascista” a destra e a manca, avendo ex-missini e monarchici antidemocratici iscritti nel proprio partito (per non parlare degli infiltrati malavitosi).
Non voterò chi ha stabilito patti antipopolari del “Nazareno”, della “playstation” o di piatti culinari.
Non voterò chi ha per proprio prestigioso rappresentante il “comunista preferito” di Henry Kissinger.
Non voterò chi ha sdoganato i fascisti equiparandoli ai partigiani.
Non voterò chi ci ha propinato le peggiori leggi elettorali nel corso degli anni.
Non voterò chi tenta di smantellare la Costituzione, cercando pure di imporre l’antidemocratica elezione di “secondo grado” al Senato, che così non verrà più direttamente eletto dai cittadini.
Non voterò chi taglia i fondi per gli invalidi, negando pure il rinnovo delle tessere per i trasporti pubblici ad essi riservate (tramite l’innalzamento della percentuale di invalidità richiesta).
Non voterò chi, nonostante le strombazzate propagande padronali, ha reso Torino una città morta.




martedì 14 giugno 2016

Notizia dell’ultima ora: nazisti ucraini del Pravy Sektor attaccano i tifosi inglesi a Marsiglia

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Traduzione di Guido Fontana Ros


Articolo di Ian Greenhalgh, pubblicato il 10 giugno 2016


BECCATI: 200 teppisti ucraini, vestiti di nero, armato di coltelli sono stati sbarcati per creare caos, da navi cipriote adibite alla pesca di sardine. 

Polizia francese spara lacrimogeni nella zona del porto vecchio di Marsiglia

Questo sta accadendo quasi mentre parliamo. 200 uomini indossanti magliette nere, passamontagna neri e armati di coltelli sono calati sulla zona del porto di Marsiglia, dove i tifosi di calcio, russi ed inglesi si erano riuniti per bere birra nell’atmosfera del luoghi e prendere il sole.
Tutti stavano oziando  in santa pace, l’atmosfera era molto rilassata, i tifosi inglesi e russi si mescolavano in allegria, scattandosi reciprocamente foto mentre intonavano canzoni oscene.




Poi, come dal nulla, un’orda di criminali vestiti di nero è arrivata e ha cominciato ad attaccare tifosi inglesi. L’affermazione fatta immediatamente sulla BBC è stata che questi aggressori siano teppisti russi. Naturalmente, questo è ancor più grave della demonizzazione nauseante della Russia e di tutte le cose russe che abbiamo visto svolgersi negli ultimi mesi.

Questi uomini non erano affatto russi, anche se parlavano russo. Essi sono stati tratti dallo stesso ambiente di estrema destra dei neonazisti di Lvov, per lo più membri del Pravy Sektor, che sono stati anche responsabili del massacro di Odessa.



I pescherecci di sardine sono di proprietà di una società cipriota di cui, almeno due soci sono ex uomini del Mossad; queste navi che hanno portato la squadraccia in affitto mescolata ai membri dei loro equipaggi, la scorsa notte nel porto di Marsiglia,sono probabilmente già sulla via del ritorno verso il Mar Nero.

Ci aspettavamo un attacco terroristico false flag  a Euro 2016, ma ci aspettavamo che prendere la forma più consueta di un gruppo terroristico “islamico” che sparasse alla gente o facesse esplodere qualcosa. Questo è un nuovo tipo di gioco, ma è fin troppo chiaro chi sia il giocatore.

domenica 12 giugno 2016

La svolta di Salerno


REDAZIONE NOICOMUNISTI


Presentiamo un articolo apparso sul numero 26 del settembre 2014 della rivista Teoria e Prassi che fa chiarezza sul grave fraintendimento diffuso fra molti compagni che fa coincidere l'inizio del revisionismo e dell'abbandono di ogni prospettiva rivoluzionaria da parte del gruppo dirigente del PCI con la "svolta di Salerno.



lunedì 6 giugno 2016

Stalingrado, 1942: 1077° reggimento femminile di artiglieria contraerea


REDAZIONE NOICOMUNISTI



A cura di Guido Fontana Ros





23 agosto 1942: la VI Armata tedesca lancia un'offensiva contro la città. Dopo un feroce bombardamento, la 16° Divisione Panzer avanza rapidamente alla volta dell'aeroporto di Gumrak. A difesa dell'areoporto e della zona circostante era schierato il 1077° Reggimento contraereo. Questo reggimento di 75 ragazze, comandato dal Col. Rayinin era composto da giovani che a malapena avevano finito le scuole secondarie, tutte volontarie. Il reggimento venne tagliato fuori dalle linee russe ma queste ragazze non si persero d'animo, misero i loro cannoncini M 1939 da 37 mm ad alzo zero e cominciaronono a sparare contro i corazzati della 16° Panzer. Combatterono per 2 giorni, centrando 83 corazzati e distruggendone 33 ma alla fine le loro postazioni vennero eliminate una per una. Solo pochissime riuscirono a sopravvivere ma la pianura era cosparsa delle carcasse di blindati e di automezzi della Whermacht fuori combattimento...

Tutto questo senza munizioni perforanti, infatti i proiettili dell'antiaerea erano proiettili a frammentazione.

I nazisti con la ferocia e vigliaccheria che li ha sempre contraddistinti, infuriati per le perdite subite, gettarono in un pozzo circa 40 di loro ferite ma ancora vive.



300.000 donne combatterono come addette alle batterie contraeree. La difesa contraerea di Leningrado, Mosca e Stalingrado fu quasi interamente retta da loro. Un pilota della Lutwaffe ebbe ad affermare: "Preferisco 10 volte volare nei cieli di Tobruk controllati dagli inglesi che volare una sola volta attraverso la contraerea gestita dalle tiratrici russe.


Nella II° Guerra Mondiale i sovietici impiegarono nell’Armata Rossa circa un milione di soldatesse, di cui 320.000 combatterono in prima linea. Furono loro conferite 150.000 decorazioni tra cui 91 Stelle d’oro da Eroe dell’Unione Sovietica



MUHAMMAD ALÌ. STORIA DI UN MILITANTE ANTIMPERIALISTA

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Articolo di Luca Baldelli


La scomparsa di Muhammad Ali non è la semplice dipartita di un gigante dello sport, ammirato e osannato dalle platee e dalle folle di tutto il Pianeta. Nel triste evento, che ha commosso e scosso l’opinione pubblica mondiale, c’è ben altra “cifra“ : Alì era, prima che un divo dello sport, un uomo a tutto tondo, che nulla ha mai lasciato a forme di divinizzazione fine a se stesse e organiche al sistema, alle sue carte patinate e ai suoi mutevoli lustrini. La sua militanza antimperialista, antirazzista e contro i padroni del mondo ne ha fatto, per sempre, una delle figure più affascinanti, vere ed esemplari della storia dell’umanità.

Ripercorrere brevemente le tappe della sua vita è, pertanto, doveroso e illuminante al tempo stesso. Nato da Cassius Marcellus Clay Sr. (1912 – 1990) e da Odessa O’ Grady (1917 – 1994), Cassius Marcellus Clay Jr. (cambierà il suo nome in Muhammad Alì con la conversione all’Islam) cresce in un ambiente familiare contraddistinto da una fervente religiosità di stampo battista (da parte della madre) e metodista (dal lato paterno). Nel suo nome, e in quello del padre, c’era già un destino: Cassius Marcellus Clay, infatti, era stato un celebre politico della storia degli Stati Uniti, intrepido combattente contro la schiavitù nell’800. A 18 anni, Cassius Clay si guadagna l’ammirazione di tutto il mondo alle Olimpiadi di Roma, arena nella quale il suo talento pugilistico rifulge come un sole raggiante di eleganza, padronanza tecnica e forza.


Passeranno quattro anni e l’atleta, nel corso di un incontro vittorioso con il celebre campione Sonny Liston, annuncerà la sua conversione all’Islam, religione che, nella sua visione del mondo, rappresentava il più potente strumento di riscatto per il popolo nero d’America e per i neri di tutto il mondo. Successivamente, Clay comunicherà al mondo il cambiamento del suo nome in Muhammad Alì. Sempre in occasione del suo incontro con Liston, il 25 febbraio del 1964, Clay/Alì manifestò senza mezzi termini il suo credo, i suoi più intimi convincimenti, conflittuali tanto col razzismo dei bianchi Wasp (White, Anglo – Saxon, Protestant), incappucciati o no alla maniera del Ku Klux Klan, quanto con quello delle persone di colore subalterne agli schemi culturali e politici schiavistici imposti dai dominatori: “Noi negri dobbiamo crearci un mondo nostro, senza continuare a scimmiottare i bianchi“. Date queste premesse, fu per lui naturale l’adesione al movimento “Nation of Islam “, guidato da Elijah Muhammad, carismatico capo religioso e politico, mentore di calibri quali Malcom X e Louis Farrakhan: tale formazione mirava a costruire una forte autocoscienza e autodeterminazione nera, al di là e al di fuori di ogni commistione con gli stereotipi e i costrutti storico – sociali dei bianchi. Il ghetto, in questa visione, non era una realtà respinta, ma introiettata e da superare, vincere e gettare nel pattume della storia non con l’anonimo e livellante melting pot delle etnie, ma a partire dalla riscoperta dell’origine africana dei neri d’America, dai legami di autorganizzazione e solidarietà vivi e pulsanti proprio nelle stamberghe, nei cortili e nei luoghi di vita associata di Harlem, del Bronx ecc.


Nel 1970, oltre a più di 20 luoghi di preghiera in tutti gli Usa, la “Nation of Islam“ arriverà a contare su una rete capillare di centri sociali, tipografie, lavanderie, panetterie e, inoltre, su vaste estensioni di terreni da una parte all’altra dello sterminato Paese. Un personaggio come Muhammad Alì, campione sportivo di eccellenza, ma anche uomo senza peli sulla lingua nel denunciare ingiustizie e discriminazioni, non poteva che essere guardato in cagnesco dal potere costituito, felice delle medaglie conquistate dal pugile solo nella misura in cui queste recavano prestigio all’immagine mondiale della potenza americana.


Nel 1966, Alì infranse ogni residua ambiguità, prendendo una chiara e netta posizione contro la guerra in Vietnam: si rifiuterà, con coraggio da leone, integrità e coerenza rare a trovarsi, di andare a combattere una guerra imperialista, di rapina e genocida, che non riconosceva come sua. Le parole da lui pronunciate allora, a tal proposito, restano scolpite nella roccia:

la mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa ? Non mi hanno mai chiamato ‘negro‘, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, non hanno mai stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera“.


Con eroica abnegazione, piena coscienza del suo ruolo e delle sue intime convinzioni, nonché dei doveri conseguenti, Alì pagò il prezzo di questo coraggio con la carcerazione e la cancellazione dei titoli guadagnati sul ring. Il potere yankee mostrò, in tal modo, al di là degli slogan sulla “democrazia“, i “ diritti “ e la “libertà“, il suo vero volto reazionario e repressivo verso ogni voce in dissenso con le false verità dell’establishment. Alì non si dette per vinto e continuò a gridare al mondo che il Re, che in molti vedevano vestito di tutto punto, era più nudo che mai. Uscito di prigione, il campione puntò tutto al riscatto della sua persona, metafora della lotta di tutta la gente di colore d’America ma anche di tutti gli sfruttati, gli emarginati, di tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo.


Ferrea, netta, fu, ad esempio, la sua solidarietà con la Rivoluzione cubana, artefice della creazione del “primo territorio libero d’America“. Nel 1996 e nel 1998, nel corso di due viaggi a La Habana, donò 1,2 milioni di dollari per acquistare attrezzature mediche e altro materiale necessario al consolidamento e alla difesa della sanità cubana, punta di diamante riconosciuta in tutto il mondo per il suo livello.


Parole sincere di ammirazione furono spese da Muhammad Alì anche nei riguardi dell’Unione Sovietica, da lui visitata nel 1978, con tanto di incontro “al vertice“ con Leonid Brezhnev, Segretario del PCUS.

L’incontro più emozionante e ricco di valenza simbolica, fu però quello della grande rivincita di Alì: il match con il Campione del Mondo Foreman in Zaire, il 30 ottobre del 1974. Il luogo scelto per l’incontro non fu certo casuale: dal Congo (questo il nome storico del Paese) erano stati condotti in schiavitù negli Stati Uniti milioni e milioni di neri, tanto che una famosa piazza di New Orleans era denominata “Congo Square“. A guidare il Paese, allora, era Mobutu Sese Seko, il quale investì sull’incontro tutto il suo prestigio e le sue aspettative di “riabilitazione“ agli occhi di una parte del mondo che lo identificava, e a ragione, come il protagonista principale del complotto contro il grande Lumumba, figura integerrima e leggendaria di combattente antimperialista. Quell’incontro era, per Alì, la “madre di tutte le battaglie“ del riscatto: Foreman, emblema del nero “integrato“, coccolato e osannato dal potere bianco, ad onta della sua proverbiale scontrosità, era un avversario non solo fisico, ma anche ideologico, per un Alì che aveva fatto invece dello scontro col sistema, della lotta contro l’imperialismo, i soprusi e le ingiustizie, la sua ragione di vita.


Prima di salire sul ring, in quell’occasione, Muhammad Alì pronuncerà ancora una volta parole cariche di significato, che possono essere definite una sorta di manifesto politico e sentimentale:

“Io non combatto per il mio prestigio, ma per migliorare la vita dei miei fratelli più poveri che vivono per strada in America, i neri che vivono di sussidi, che non hanno da mangiare, che non hanno coscienza di se stessi, che non hanno futuro. Voglio vincere il titolo per andare tra i rifiuti con gli alcolizzati. Voglio stare in mezzo ai drogati, alle prostitute. Voglio aiutare la gente“.


Contro ogni pronostico sapientemente pompato dalla stampa del regime, Alì vinse sul Campione Foreman, fino a quel momento protagonista di trionfi su calibri quali Frazier, destinato poi a battere Alì in un discusso incontro. L’Africa tutta esplose di gioia e voglia di riscatto, quel 30 ottobre del 1974, e con l’Africa tutto il mondo schiacciato, ma indomito, sotto il tallone dell’imperialismo: con Alì avevano vinto gli sfruttati, gli ultimi, i paria, il sale della Terra. Quello stesso mondo tenace, mai vinto, ricco di fermenti e di speranze, che oggi onora il Campione con sentimento e trasporto davanti al suo trapasso, anche oggi che, ipocritamente, il potere costituito cerca goffamente di inserire Muhammad Alì come icona nel suo posticcio Pantheon.