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martedì 12 luglio 2016

Gli sforzi per contenere la Cina sono FALLITI: l'attacco in Bangladesh vanifica il gioco segreto navale di Abe

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Yoichi Shimatsu

FONTE


Traduzione di Guido Fontana Ros





L'attacco notturno che ha ucciso 20 stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan di Dhaka, in Bangladesh non era semplicemente un attacco terroristico a caso, dal momento che aveva tutte le caratteristiche di un'operazione in stile militare meticolosamente preparata contro un bersaglio selezionato per motivi specifici.

Gli aggressori si sono identificati come sostenitori dell'ISIS, ma le loro richieste ai negoziatori della polizia includevano il rilascio dei membri del locale Jamaat-al-Mujaheedin (JM), una rete di militanti diffusa e ben collegata che è a favore della sostituzione del sistema politico del partito laico del Bangladesh, imposto dall'intervento indiano che ha posto fine alla sua unione con il Pakistan, con uno stato islamico.

L'JM è sostenuto da clan locali di primo piano, comprese le famiglie di militari e di capi della polizia e ha accesso ai file classificati dell'intelligence nazionale, compresi quelli attinenti alle relazioni di interesse strategico-militare del Giappone in Bangladesh e nella regione del Mar delle Andamane.

L'obiettivo dell'attacco al Bakery Cafe Holey Artisan era quello di impedire un'alleanza in erba giapponese-indiana-americana-australiana chiamata Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza, che intende segretamente stabilire una base navale alleata in Bangladesh che serva da "fortezza dei crociati" contro gli interessi islamici nell'Asia del Sud-Medio Oriente e per contrastare la crescente presenza della Cina nella regione dell'Oceano Indiano-Andamane.

L'operazione di controspionaggio JM contro gli interessi giapponesi in Bangladesh ha richiesto mesi di sorveglianza e il tracciamento dei movimenti dei funzionari giapponesi, tra cui le delegazioni in visita, la cui eliminazione era l'obiettivo dell'attacco in stile militare.

I sette giapponesi che si sono incontrati al caffé in riva al lago, non erano "ingegneri" con un progetto di "costruzioni", come affermato ai media da parte del governo di Shinzo Abe. Solo un uomo lavorava per una ditta di ingegneria vera e propria, gli altri sei erano lì con la copertura di "studi di progettazione" coinvolti in operazioni di influenza-spaccio e corruzione di politici e burocrati del Bangladesh, con l'obiettivo di installare una base navale, come parte di un piano per la costruzione di un porto commerciale.


Abe e il QSD: una nuova sfera di prosperità condivisa


Il piano di Shinzo Abe è quello di stabilire una base navale nel Mar delle Andamane del nord come parte di una strategia geopolitica chiamata Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (QSD), in base alla quale un'alleanza (offensiva) di Stati Uniti-Giappone mira a coinvolgere l'Australia e l'India nel contenimento dell'espansione della potenza navale cinese. Il QSD è in sostanza la NATO per il teatro di battaglia del Pacifico e dell'Oceano Indiano.

Per il Governo neo-militarista di Tokyo, il QSD è un revival sanzionato degli Stati Uniti della Sfera della Grande Comune Prosperità dell'Oriente, la scommessa del Giappone di stabilire un impero militare pan-asiatico durante la Seconda Guerra Mondiale. Il nonno di Abe, il ministro per le munizioni di guerra Nobusuke Kishi, fu un architetto chiave della strategia di co-prosperità.

Abe ha salutato l'eredità della "liberazione" da parte dell Giappone dell'Asia del Sud nella Seconda Guerra Mondiale nel corso della sua prima visita di stato in India. Il suo discorso revanscista è stato seguito dalla vendita di idrovolanti ShinMaywa all'esercito indiano per proteggere i suoi nuovi campi petroliferi offshore nelle Andamane meridionali e per condurre una sorveglianza aerea a lunga distanza nella regione ricca di energia.

Una base navale segreta contro i cinesi


Il Bangladesh è stato scelto come sito di fatto per un porto navale alleato sia per motivi geografici che politici. La nazione economicamente debole fornisce una piattaforma a terze parti per la costruzione di basi militari e per operazioni militari segreteicontro l'influenza cinese nel Mar delle Andamane, senza il coinvolgimento diretto e aperto delle potenze regionali, India, Thailandia e Myanmar, che sono riluttanti di farsi ulteriormente impegolare con le operazioni militari degli Stati Uniti.

Dopo le battute d'arresto politiche nel vicino Myanmar, la Cina ha sviluppato legami militari più stretti con il Bangladesh, rinforzati con la proposta cinese di costruire un porto in acque profonde a Sonadaria, un progetto di costruzione del valore stimato in 8 miliardi di dollari.

Per contrastare il piano cinese, Tokyo è attivamente intervenuta con un'offerta alternativa per un'altro porto nella vicina Matarbari, per mezzo della Japan International Cooperation Agency (JICA) che offre un mutuo agevolato di 3 miliardi di dollari per un progetto da 4,6 miliardi di dollari.

Il progetto del porto di Matarbari comprende quattro centrali elettriche a carbone con 2.400 megawatt di capacità totale di generazione elettrica insieme al dragaggio dei canali di navigazione per le navi cisterna GNL e prevede che il porto sia in grado di gestire cacciatorpedinieri e sottomarini. Il porto in apparenza civile sarebbe stato gradualmente convertito a scopi militari, inizialmente attraverso "operazioni di salvataggio e recupero" durante le frequenti catastrofi causate dai cicloni in Bangladesh.

La Sumitomo Heavy Industry e la società Marubenitrading sono coinvolte in questa operazione, che ha oscurato rapidamente il precedente progetto cinese, pur essendo grande solo la metà del pacchetto di Pechino. La differenza di scala è stata fatta dalla corruzione dei funzionari governativi da parte della rete di lobbying giapponese.

JICA come la J-CIA


Significativamente, il programma giapponese di aiuti JICA e molti dei suoi appaltatori collegati in Myanmar e Bangladesh sono dominati da due gruppi alleati della yakuza, l'organizzazione Sasakawa (che include la Nippon Foundation) e la Soka Gakkai. La nuova religione Soka Gakkai sponsorizza il Komeito (il partito del governo pulito), che è un membro della coalizione di governo con il Partito Liberal Democratico.

La SG è alleata con il gruppo del crimine organizzato Yamaguchi-gumi in particolare nel riciclaggio di denaro sporco attraverso le sue filiali religiose estere e reti di piccole imprese (tra cui ristoranti in stile giapponese).

L'organizzazione Sasakawa, agendo nominalmente attraverso la Nippon Foundation che si occupa d iniziative caritatevoli e la Chiesa dell'Unificazione, è una rete criminale che gestisce le operazioni di gioco d'azzardo che coinvolgono la motonautica in Giappone.

Questi affari clandestini legati agli sport acquatici, che sono collegati con il commercio delle metanfetamine (shabu), sono condotti in collaborazione con la Tosei-kai, un gruppo della yakuza di Tokyo gestito da mafiosi coreani (zai-nichi), discendenti dei soldati che hanno prestato servizio per l'impero giapponese nella Corea occupata.

L'ala di destra della yakuza, Yoshio Kodama ha creato Tosei-kai, come forza paramilitare noleggiandola alla stazione della CIA a Tokyo per proteggere le basi militari degli USA dal movimento studentesco di sinistra del Giappone durante la Guerra Fredda e la guerra del Vietnam. Da allora, la Nippon Foundation ha sponsorizzato progetti collegati ai mari come un mezzo per promuovere l'espansione navale giapponese all'estero, tra cui la festa Ocean Day, che promuove l'espansione navale giapponese e l'industria baleniera.

Il gruppo criminale Sasakawa ha una lunga storia di collaborazione segreta con i gruppi fascisti italiani, a partire da prima della guerra con il Partito Popolare che il suo defunto fondatore (Kokusai Taishu-a), modellò sul Partito Fascista di Benito Mussolini.

La collaborazione con le operazioni nere dei fascisti italiani continuò nel dopoguerra, con il Giappone che servì come un rifugio sicuro per i terroristi di destra, tra cui il latitante di nome Zorzi, coinvolto nel 1969 nel'attentato dinamitardo false flag alla sede milanese della Banca dell'Agricoltura.

Il continuo collegamento criminale continue tra i neo-militaristi giapponesi e i fascisti italiani è un filo che collega i nove italiani uccisi nell'attacco alla Holey Bakery. Alcuni degli italiani apparentemente lavoravano nel settore dell'abbigliamento in Bangladesh, ma il settore tessile fornisce una copertura conveniente ad eventuali agenti della NATO assegnati a quella regione.

La corruzione stile Tokyo


Come ha fatto Tokyo a battere l'offerta dei rivali cinesi così in fretta? I sette imprenditori a pranzo alla Holely Artisan Bakery rappresentano i metodi subdoli utilizzati dai giapponesi per ottenere favori dalle élite politiche nei paesi in via di sviluppo. Solo uno di loro era un vero e proprio ingegnere.

Gli altri tre, tra cui due donne, apparentemente erano dipendenti della Almec, una società di "design" di Shinjuku con un ruolo abbozzato nella pianificazione e facilitazione dei progetti con le pratiche tipiche giapponesi del corteggiare i clienti con viaggi regalo, favori e regalie, tra cui borse di denaro contante.

Le altre tre imprese giapponesi alla cena erano presenti con lo spin-off recentemente organizzato dei Oriental Consultants, un'altra società di "pianificazione" con 57 anni di storia di facilitazioni all'estero per la JETRO (Japan External Trade Relations Office) e la JICA.

L'affiliata Global della Oriental Consultants è stato creata nel 2014, una linea temporale che coincide con la formazione da parte di Shinzo Abe di un'agenzia di intelligence nazionale, sul modello della US National Security Agency, la CIA e della Defense Intelligence Agency, la DIA.

Oriental Consultants ha una divisione di mappatura satellitare, fatto che segnala il coivolgimento del team in Bangladesh nella sorveglianza geospaziale finalizzata alla creazione di un'enclave della difesa giapponese nella regione del Mar delle Andamane per contrastare l'influenza militare cinese.

La capogruppo ha anche una divisione comunicazioni satellitari che fornisce trasmissioni di dati sicure. Aspetti della loro missione clandestina includerebbero l'antiterrorismo, mettendo i consulenti giapponesi in rotta di collisione con Jamaat-al-Mujaheedin/ISIS.




L'attacco all'Islam militante


L'operazione clandestina che coinvolge il progetto del porto giapponese è stata progettato per controllare la rabbia nazionalista in Bangladesh, dove la popolazione musulmana è sempre più diffidente nei confronti del coinvolgimento di Shinzo Abe nelle guerre in Medio Oriente e per l'alleanza militare sempre più stretta del Giappone con Nuova Delhi, la potenza egemone dell'Asia meridionale.

La sfiducia popolare nei confronti dell'India è aumentata a causa dell'avvento al potere del BJP, il partito di Modi, una coalizione nazionalista indù con un passato di atrocità di massa contro i musulmani in India.

Il coinvolgimento segreto di Shinzo Abe nel conflitto siriano ha portato direttamente alla decisione dell'ISIS di decapitare gli ostaggi giapponesi, tra cui gli "otaku militari (fan)" Haruna Yukawa e il giornalista Kenji Goto.

La spia transessuale Yukawa era un agente segreto del generale in pensione dell'Aviazione militare Toshio Tamogami, il fondatore della Nippon Kaigi, la potente lobby parlamentare dei conservatoi per la revisione costituzionale e la rimilitarizzazione del Giappone. Tamogami funge da portavoce degli ufficiali neoconservatori politicizzati nelle Forze di autodifesa, che sostengono il riprisino della capacità militare offensiva delle forze giapponesi.

Le operazioni di intelligence giapponesi in Siria e l'atteggiamento belligerante di Abe hanno innescato le ripetute minacce da parte dell'ISIS. Nel vano tentativo di assolvere lo sciovinismo di Abe dalle responsabilità, Tokyo ha l'importanza di questo nell'uccisione di un operatore umanitario giapponese in Bangladesh e il pedinamento di altri cittadini giapponesi in quel paese.

L'attacco alla panetteria di Dhaka mostra che il Giappone sarà d'ora in poi l'obiettivo primario per il massacro di ostaggi di ostaggi a causa della strategia di Abe di stabilire delle basi militari nell'Asia del Sud, insieme alle vendite di armi, alle operazioni segrete e ai cosiddetti interventi umanitari per bloccare il progetto cinese della "One Belt" attraverso Asia del sud.

Questo ambizioso sforzo per contenere la Cina invece, ha messo il Giappone in rotta di collisione con i militanti islamici che si oppongono alle forze americane e indiane nella regione.

Con la loro rete internazionale di sostenitori, i gruppi militanti affiliati con l'ISIS possono colpire gli interessi giapponesi in qualsiasi parte del mondo, compreso l'interno del Giappone. Tokyo è ora profondamente coinvolta in una guerra globale cui non può sopravvivere e tanto meno vincere.

sabato 9 luglio 2016

IL CAMMINO DEL BANGLADESH TRA COLONIALISMO, IMPERIALISMO E RISCATTO NAZIONALE

REDAZIONE NOICOMUNISTI


di Luca Baldelli


In questi giorni, sotto le luci della ribalta, volenti o nolenti, c’è un Paese dell’area asiatica, nel delta del mitico Gange: il Bangladesh. Ripercorrere la storia di questo Paese significa, anche e soprattutto, comprendere quel che oggi avviene nei suoi confini. Fisicamente, geograficamente e demograficamente, alcune notazioni bastano ad inquadrare il territorio e la sua gente: 

  1. ll Paese, con capitale Dhaka (Dacca) si trova nel Delta del Gange, alla confluenza dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, coi rispettivi affluenti. Quasi 170 milioni di abitanti (pressoché tre volte l’Italia) si distribuiscono su appena 147.570 km2 (una superficie inferiore del 50% a quella del Belpaese), con una densità di popolazione tra le più elevate al mondo. Nel Paese vi sono 58 corsi d’acqua transfrontalieri, quasi tutti lambenti i limina dell’India, unico Paese confinante col Bangladesh, se si esclude una piccola porzione di Birmania. Bastano questi primi elementi a far capire quanto le risorse idriche e il loro corretto governo siano, nella prospettiva bengalese, una questione assai delicata e ricca di risvolti geopolitici, spesso di non facile soluzione. Nel 1975, ad esempio, l’India costruì una diga a 18 km dal confine col Bangladesh e le autorità di Dhaka (Dacca ) denunciarono questo fatto come un pericolo per l’approvvigionamento idrico del Paese, comportando la deviazione di corsi d’acqua di fondamentale importanza. Il Paese è poi situato a meno di 12 metri sopra il livello del mare, perciò basterebbe che le acque del Golfo del Bengala si alzassero di appena un metro, per inondare il 50 % del territorio del Bangladesh. 
  2. La pressione demografica, enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31 per mille ancora all’inizio degli ’90, con una mortalità del 13 per mille appena e quindi un incremento annuo medio del 2,3%), ha spinto a guadagnare sempre più terreni, prima incolti o coperti da foreste, alle attività e ai bisogni umani. Ciò, se da un lato ha consentito l’incremento del benessere materiale, in molti casi, per contraltare, ha determinato catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi. Infatti, i cicloni, i tornado, le piogge torrenziali portate dai monsoni tra i mesi di giugno e settembre, le mareggiate, le inondazioni verificatesi a cadenza regolare, hanno determinato, in un Paese coinvolto da massicce deforestazioni e conseguenti fenomeni di erosione del suolo, calamità in gran copia. Basti pensare al ciclone “ Bhola “ del novembre del 1970 che provocò, in una colossale ecatombe, la morte di più di 300.000 persone. Ancor di più le calamità degli anni ’90 e degli anni 2000, con quasi 1.000.000 di morti complessivamente, in una situazione aggravata dal venir meno di qualsiasi pianificazione territoriale nazionale.
  3. Il suolo, a causa della composizione chimica dei minerali che lo compongono, contiene in abbondanza arsenico. Un tempo la popolazione si approvvigionava con le acque di superficie. Le autorità del Paese, onde ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e le infezioni intestinali, hanno incoraggiato, con l’appoggio delle istituzioni internazionali, a partire dagli anni ’70, la costruzione di un gran numero di pozzi in tutto il Paese. In tal modo, l’epidemiologia ha registrato sì il calo delle patologie prima citate, ma, con le acque di falda contaminate dall’arsenico, è aumentata per converso, esponenzialmente, l’incidenza di tumori e patologie prima sconosciute. Per ogni guadagno in termini di condizioni di vita, la storia del progresso umano fa segnare pariteticamente un regresso, e anche il Bangladesh non ha fatto eccezione. 


In questo contesto territoriale, difficile come pochi altri, il popolo bengalese si è fatto strada nella storia con eroismo e abnegazione. Ai tronfi paladini della “superiorità occidentale“, che in questi giorni, sulla scorta di eventi tragici, suonano le fanfare di Goffredo di Buglione, andrebbe chiesto cosa sarebbe stato dell’Europa e dell’Occidente in genere se questa parte del mondo avesse principiato il suo cammino ascendente, settant’anni fa, nelle stesse condizioni, dagli stessi blocchi di partenza del Bangladesh, in un contesto sovrappopolato, sfruttato e depredato dal colonialismo fino alla metà del sec. XX... Ipotesi certamente calzante, in linea di principio, se non fosse che, naturalmente, esiste un piccolo particolare: a colonizzare, il Bangladesh e non solo, era proprio l’Occidente, che oggi dispensa sermoni.

Quando parliamo del Bangladesh, occorre riferirci, in primo luogo, alla regione storica del Bengala, nella cui parte orientale si situa la Nazione. Quella occidentale, infatti, si trova sotto la sovranità indiana ed ha visto lo sviluppo impetuoso del “Left Front”, guidato dal Partito Comunista Marxista Indiano (CPI – M), che ha comandato negli ultimi trent’anni, pur tra revisioni e processi “governisti“ che ne hanno attutito di molto la carica rivoluzionaria. L’esistenza di un Bengala occidentale e di un Bengala orientale, a rompere la primigenia unità della regione, è uno dei frutti avvelenati dell’imperialismo e del colonialismo. Infatti, questa regione ha avuto sempre un alto grado di consapevolezza unitaria sia rispetto a se stessa, sia rispetto alla necessità di una compagine statale indiana forte, potente e rispettata nel mondo.

Battaglia di Plassey


Partiamo dal ‘700. Nel XVIII secolo, il Bengala è retto da governatori autonomi, i Nawab. L’imperialismo inglese, che estende i suoi tentacoli sul subcontinente indiano attraverso la “British East India Company“, questa sovranità intende cancellarla in nome dei suoi loschi interessi. Ecco provocazioni, scontri, fino alla battaglia di Plassey del 1757, in seguito alla quale il dominio anglosassone si afferma e si consolida sul Bengala e su tutta la Penisola indiana. Sotto alle ceneri del colonialismo più rapace e sfruttatore, però, ardono le braci della causa nazionale, della ribellione. Calcutta, centro principale del Bengala occidentale, diviene, nel 1772, Capitale dell’India britannica, sotto un’Amministrazione mista militare – civile. La Città, però, diviene anche, al di là dei crismi dell’ufficialità, il focolare del movimento anticoloniale e antimperialista, una fucina, un crogiolo inesauribile di fermenti di libertà ed emancipazione.

Rabindranath Tagore


Si comincia nell’800, con la grande stagione del Rinascimento bengalese, che valica i confini del ‘900 e vede affermarsi talenti come il poeta Tagore e lo scienziato Satyendra Nata Bose. L’arte, la cultura, la scienza, diventano arene nelle quali lo spirito nazionale indiano, mai sopito, rifulge di vivida luce contro il rullo compressore dell’ Union Jack, indicando alle masse oppresse la possibilità di ribaltare una sorte non ineluttabile né irreversibile. Il XX secolo vede lo sviluppo più impetuoso del movimento di liberazione dal giogo britannico e dai suoi corollari feudali, reazionari, oscurantisti, anacronistici.

Satyendra Nata Bose
Tre figure si impongono: il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru e Subhas Chandra Bose. Il primo viene dalla Penisola del Kathiawar, il secondo da Allahabad, mentre il terzo è bengalese. Il primo opta per la nonviolenza più radicale, il secondo ha una visione progressista, antifascista e democratica che lo collega ai grandi movimenti europei, il terzo è per l’insurrezione armata e non esita a far causa comune anche col Terzo Reich e col Giappone fascista, pur di abbattere la dominazione britannica.

Mahatma Gandhi
Questi tre padri della Patria, ognuno con le proprie contraddizioni, le specificità e la diversità delle scelte, saranno le pietre miliari dell’India indipendente, la quale, però, non nasce senza subire i retaggi di divisione, inquinamento ideologico e morale, settarismo, incoraggiati e voluti dal colonialismo inglese. Il divide et impera di antico - romana memoria, in India è da due secoli un comandamento che potrebbe campeggiare sullo sfondo del Taj Mahal, quasi ad ingemmare beffardamente le sue sontuose cupole. Nel 1947, infatti, avviene la partizione del Paese, in seguito a torbidi e violenze di natura etnico – religiosa. L’unità indiana, che tanti progressisti, nazionalisti democratici e anticolonialisti avevano sognato e perseguito scandendo le tre parole d’ordine “Ittefaq, Etemad, Qurbani“ (“Unità, Concordia, Sacrificio“), viene incrinata.

Jawaharlal Nehru
Nasce lo Stato del Pakistan, a maggioranza musulmana, sotto la guida di Mohammed Ali Jinnah. Il Bengala occidentale, con Calcutta, va all’India. In questa regione, che nel 1943 aveva visto una carestia tremenda, le cui responsabilità risiedono nella politica genocida dei britannici, si svilupperà, come abbiamo visto, un forte movimento marxista – leninista e progressista, destinato a durare nel tempo e a diventare egemone nella scena politica, vincendo quasi sempre le tornate elettorali. Il Bengala orientale, invece, viene assegnato al Pakistan, Stato musulmano, a forte impronta confessionale, filoamericano, antisovietico e bastione delle alleanze militari imperialiste nel quadrante asiatico (in primis, la SEATO).

Subhas Chandra Bose
Il popolo bengalese si mobilita in massa contro questo stato di cose, araldo com’è di grandi battaglie di libertà, progresso ed emancipazione. I comunisti, che hanno supportato con orgoglio, coerenza e lucidità la causa nazionale, senza mai confonderla con la ricerca di alleanze strumentali in funzione antibritannica, fino alla fine hanno cercato di salvare l’unità del Paese, combattendo la logica settaria ed escludente delle divisioni lungo confini etnico – religiosi, oltretutto quantomai complessi, intricati e discutibili . Questa posizione è molto simile a quella dei democratici e progressisti bengalesi, che si scontrano con l’ottusità e il carattere reazionario del governo pakistano. Negli anni ’50 e ’60, si impone sulla scena bengalese un’eroica figura di patriota, di combattente antimperialista per la democrazia, i diritti e per profonde trasformazioni sociali : si chiama Sheikh Mujibur Rahman, ha militato nella “Lega Musulmana del Bengala” ed è poi entrato a far parte della “Lega Musulmana Awami”, fondata da Hasan Shaheed Suhrawardy, da Maulana Bashani ed altri, con un programma fortemente innovativo, anti – feudale, socialista.

Sheikh Mujibur Rahman
Il carattere progressista e anticonfessionale della Lega verrà sottolineato ancor più agli inizi degli anni ’60, quando Mujibur , succeduto a Suhrawardy nella conduzione del movimento, ne muta il nome, togliendo ogni riferimento religioso, in “Lega Awami“. Contro un Pakistan sempre più retrivo, chiuso e centralista, la “Lega Awami“ si erge a paladina delle prerogative bengalesi e propone vaste, radicali riforme, che cementano la popolazione attorno a parole d’ordine comuni alle masse oppresse e sfruttate, a prescindere dalle appartenenze confessionali. Questo elemento rappresenta un pericolo enorme per chi ha puntato e punta sulla divisione, sugli scontri, sulle ostilità reciproche per consolidare il suo potere.

Nel 1966, ad una conferenza dei partiti di opposizione a Lahore, Mujibur lancia la piattaforma dei “Sei Punti“ , intitolata “Our Charter of Survival  (“La nostra Carta della sopravvivenza“), imperniata attorno a richieste di sano federalismo, di formazione di una milizia bengalese, di equa ripartizione e gestione delle risorse. Un programma accattivante, coinvolgente, che riunisce attorno alla Lega Awami tutti i progressisti del Bengala orientale. Nel quadriennio successivo, i consensi alla “Lega Awami” crescono esponenzialmente e il potere centrale pakistano reagisce con repressioni, violenze, misure liberticide. Rahman viene arrestato e poi rilasciato, assieme ad altri, in seguito ad un processo farsa per la cosiddetta “Cospirazione di Agartala“, col quale si accusano il leader bengalese ed altri di aver cospirato contro il Pakistan in combutta con l’India.

L’onda impetuosa della riscossa bengalese, però, non si arresta e nel 1970 la “Lega Awami “ vince alla grande, conquistando 167 dei 169 seggi dell’Assemblea Nazionale destinati al Pakistan dell’Est (nome col quale viene chiamato il Bengala orientale, futuro Bangladesh) . I militari pakistani, cani da guardia dell’ordine imperialista, non intendono mollare la presa, riconoscendo democraticamente il risultato elettorale, e così intervengono per buttare tutto a carte quarantotto, accendendo la fiamma della Guerra di Liberazione Nazionale Bengalese.

Patrioti bengalesi
Il popolo, sotto le parole d’ordine delle formazioni progressiste, “Lega Awami“ e “Partito Comunista“ in testa, insorge e, con l’aiuto fraterno dell’India non allineata, ottiene l’indipendenza. E’ il 1971 e nasce il Bangladesh sovrano e indipendente, sotto la guida saggia e coraggiosa di Sheikh Mujibur Rahman. Molti sono i problemi da risolvere e tutti spinosissimi, creati dalla dominazione coloniale prima e dal centralismo predatorio pakistano poi.

Bandiera del Bangladesh
Bandiera del Bangladesh

Occorre partire da zero, in un Paese con una densità di popolazione elevatissima, la più elevata al mondo, poche risorse e fattori climatici oltremodo penalizzanti. Mujibur, appoggiandosi non solo alla sua Lega, ma anche al Partito Comunista, che ha rappresentato l’altra avanguardia del movimento nazionale democratico, con militanti coraggiosi che hanno sacrificato la vita per la causa suprema della liberazione, attua una politica di nazionalizzazioni, riforme agrarie e redistribuzione della ricchezza che, pur tra sabotaggi scientificamente pianificati da parte dei settori reazionari, riesce a ravvivare l’economia del Bengala orientale come mai era avvenuto prima. Bisogna ricordare che l’Esercito pakistano, prima di venir sconfitto sul campo, ha devastato la gran parte della regione bengalese – orientale.

Profughi (1971)
Una fonte al di sopra di ogni sospetto, ovvero il “ Time Magazine “ statunitense del 17 gennaio 1972, parla di 6 milioni di case distrutte, di 1.400.000 famiglie contadine lasciate senza sementi e senza attrezzi, di un paesaggio, in alcuni luoghi, simile a quello di uno spazio che abbia conosciuto un’esplosione nucleare. Quasi ovunque mancano mezzi di locomozione funzionanti e tutte le auto private sono state distrutte o imbarcate e portate via. Vi sono poi i poveri, i rifugiati, i fuggitivi, con flussi da esodo biblico. Questo lo scenario, alla nascita dello Stato del Pakistan. Ecco perché l’opera del primo governo di Mujibur Rahman ha del miracoloso : in un contesto che rasenta l’impossibilità operativa, si riesce a dare impulso al potere d’acquisto delle masse, alla piccola e media impresa, alla rimozione degli ostacoli feudali – clientelari – parassitari che hanno costituito l’ordito della trama dominatrice coloniale prima e neocoloniale poi.

Civili bengalesi massacrati dall'esercito pakistano (1971)
Senza la nazionalizzazione delle grandi industrie, la lotta contro il feudalesimo e le vecchie concezioni sociali, il Bangladesh non avrebbe potuto alzarsi sulle sue gambe e iniziare il suo cammino. Fino al 1974, le cose sembrano marciare spedite, ma i pericoli e le trame sono sempre dietro l’angolo. Approfittando delle difficoltà create da una tremenda siccità e da successive, implacabili piogge con inondazioni e calamità, i settori di destra cominciano ad architettare un golpe contro Mujibur.

Militari pachistani, luridi lacchè degli imperialisti, infieriscono su patrioti bengalesi

Si utilizza strumentalmente la questione della carestia per abbattere il governo progressista, come se carestie e fame non fossero state la costante della storia del Paese da secoli e come se il numero dei decessi sia anche stavolta da olocausto, quando invece i dati dimostrano che, nonostante l’ecatombe, la Nazione ha retto come non mai allo sconquasso, con appena 30.000 morti di cui la gran parte per le inondazioni (in India, le carestie made in England avevano portato via ogni volta milioni e milioni di persone e il ciclone del 1970, venuto assieme ai militari pakistani, aveva mietuto 300.000 vittime almeno). Senza la risposta autorevole del governo, la decisione nell’affrontare le questioni, la vicinanza alle classi popolari, le tremende calamità atmosferiche avrebbero potuto causare milioni, non migliaia, di decessi.

Tant’è , i settori reazionari, irritati dalla sicurezza e dalla sollecitudine di Mujibur per il popolo, nonché dal suo tentativo di consolidare la compagine esecutiva, ricorrendo legittimamente ai “bastioni” difensivi sanciti nel corpus legislativo - costituzionale, nel 1975 attuano il golpe che porta al suo allontanamento. La regia è tutta statunitense, con la CIA che offre addestramento, armi, finanziamenti e pianifica gli obiettivi da colpire; gli esecutori, e solo essi, sono locali.

La marionetta CIA, generale Ziaur Rahman

Dopo varie vicissitudini, a prendere il timone del Paese è, nel 1977, il Generale Ziaur Rahman, legato a doppio filo all’imperialismo. Con lui, le controriforme reazionarie, dettate dalle centrali del capitalismo e della finanza, saranno protagoniste della scena politica, tra l’ostilità generale del popolo, che a causa della repressione feroce di ogni fermento democratico si manifesta solo in modo debole, con la resistenza passiva, ove possibile, e con l’episodico accendersi di focolai di rivolta.

A partire dal 1982, a proseguire e anzi a rendere più spietata l’opera di normalizzazione e restaurazione, è il generale Ershad. E’ in questo periodo che il Bangladesh comincia a diventare centro attrattore di imprese straniere desiderose di sfruttare a quattro soldi il lavoro di centinaia di migliaia di operai, anche e soprattutto bambini e adolescenti, prima protetti da legislazioni rigide e severe e ora, eliminato o ridimensionato il lascito di Mujibur Rahman, esposti al liberismo più spietato e selvaggio.

La tragedia del crollo della fabbrica di Rana Plaza, dove anche Benetton sfruttava la manodopera locale 
Con l’inizio degli anni ’90 e la fine della contrapposizione tra occidente capitalista e campo socialista, il Paese viene traghettato verso la democrazia borghese : tramonta l’epoca delle dittature militari e si ripristina la funzionalità delle istituzioni rappresentative, con la “Lega Awami“ che riconquista peso e vince anche la tornata elettorale del 1996. Una magra consolazione: ormai tutti i programmi politici sono annacquati, omologati al pensiero unico del mercato, con poche lodevolissime eccezioni (le formazioni comuniste rientrano in questo novero).

Il liberismo, i dettami del FMI e della BANCA MONDIALE distruggono ogni parvenza di industria nazionale solida e indipendente, ogni ambito pubblico sottratto a logiche mercantili di speculazione, ogni controllo reale sulle risorse del Paese. La corruzione è padrona della scena, senza quasi soluzione di continuità. La popolazione, da sempre ostile ad ogni integralismo e fedele ai principi progressisti, democratici, rivoluzionari, viene intimidita, ricattata, costretta ad arrendersi alla sfiducia. Alla lunga, questo stato di cose, negli anni 2000, genera una risposta pericolosa e irta di rischi non solo per il subcontinente indiano: in un Paese di oltre 100 milioni di abitanti, la stella del fondamentalismo finisce col diventare, da reietta che era, sempre più attraente. Un vero e proprio rifugio/binario morto, sapientemente allestito dalle centrali imperialiste e reazionarie, per un ribellismo che, se non trovasse quella valvola di sfogo, finirebbe per rivolgersi di nuovo a movimenti progressisti, democratici, antimperialisti corroborati, negli ultimi anni, da una visione eurasiatica capace di porre fine all’unipolarismo atlantico.

Bambini al lavoro
L’ISIS bengalese è dunque servito sul piatto, nel solito gioco dello scontro di civiltà che maschera ingiustizie sociali macroscopiche e distruzione della sovranità degli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con la strage di Dakha (Dacca), dinanzi alla quale i media asserviti sono caduti dal pero, fingendo di ignorare una realtà che ci parla, ancora una volta, delle trame dell’imperialismo per salvare se stesso da un crollo imminente. Il tutto trascinando nel baratro, se necessario, il mondo intero, in una deflagrazione che risulta assai facile provocare anche con qualche fiammella, quando si è cosparso il prato del pianeta della benzina dell’odio confessionale.