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sabato 20 gennaio 2018

Dossier “OLTCIT”. Un sabotaggio in piena regola della cooperazione economica fra Est ed Ovest

REDAZIONE NOICOMUNISTI


DI LUCA BALDELLI




Una storia emblematica dell'aspetto delinquenziale del capitalismo: il sabotaggio e l'affossamento della fabbrica automobilistica romena Oltcit. Il tutto raccontatoci dal compagno Luca Baldelli.

domenica 6 novembre 2016

Ultimo atto per l'ISIS?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Eric Margolis


Traduzione di Guido Fontana Ros

In qualità di ex soldato e di corrispondente di guerra in 14 conflitti, assisto a tutto il trambusto dei media sull'assedio sempre più stringente di Mosul, in Iraq e scuoto la testa. Questa "liberazione" organizzata dall'occidente di Mosul è uno dei più grandi pezzi di teatro politico-militare che abbia mai visto.

Lo Stato Islamico (IS), il difensore di Mosul, è una tigre di carta, gonfiato a dismisura dai media occidentali. L'IS, come lo scrivente ha detto per anni, è una folla armata composta da ventenni e trentenni malcontenti, fanatici religiosi e da moderni anarchici. Alla sua testa vi è una squadra di ex ufficiali dell'esercito iracheno con esperienza militare.

Questi ex ufficiali di Saddam Hussein sono dediti alla vendetta per la distruzione della loro nazione e il linciaggio del suo ultimo leader da parte degli USA, ma la truppa rango non ha addestramento militare, manca di disciplina, le comunicazioni sono scadenti e la logistica è a pezzi.

Infatti l'attuale Stato islamico è quello che l'Impero Ottomano definiva "Bashi-bazouks", una masnada di tagliagole irregolari e feccia dalle fogne inviata a punire e terrorizzare i nemici per mezzo di torture, rapine, saccheggi e incendi dolosi.

Quello che mi ha stupito nella guerra occidentale contro il finto ISIS è la sua lentezza, la mancanza di slancio e l'esitazione. A mio avviso, l'ISIS è stato in gran parte creato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati come arma da usare contro il governo della Siria, proprio come i mujahadin afghani sono stati utilizzati dagli Stati Uniti e dai sauditi per rovesciare il governo afghano filo-sovietico. Israele ha provato ad usare la stessa tattica, aiutando a creare Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Entrambi sono stati creati ​​per dividere l'OLP.

L'ISIS è un movimento ad hoc, che vuole punire l'Occidente e i sauditi per la brutale carneficina che hanno inflitto al mondo arabo.

Le forze ausiliarie occidentali e curde sono state sedute a un'ora e mezza d'auto dalle città di Mosul e di Raqqa per oltre un anno. Invece gli aerei militari occidentali - soprattutto degli Stati Uniti -  hanno bombardato cautamente intorno a questi obiettivi in ​​quello che potrebbe essere uno sforzo per convincere i fuggiaschi  dell'ISIS a ricongiungersi alle forze guidate dagli Usa che combattono il regime di Damasco.

Si noti che l'ISIS non sembra aver mai attaccato Israele benché stia giocando un ruolo importante nella distruzione della Siria. Alcuni rapporti dicono che Israele stia fornendo supporto logistico e medico all'IS.


L'assedio di Mosul viene rappresentato dai media occidentali come un'eroica seconda Stalingrado. Non lasciatevi ingannare. L'IS ha solo 3-5.000 combattenti con armi leggere a Mosul e Raqqa, forse anche meno. I leader dell'IS sono probabilmente ormai lontani. L'IS ha poche armi pesanti, è senza alcuna copertura aerea, e le sue comunicazioni sono scarse. I suoi eterogenei combattenti saranno molto presto a corto di munizioni e di esplosivi.

A circondare Mosul ci sono almeno 50.000 soldati guidati dall'occidente, sostenuti da artiglieria pesante, batterie di razzi, carri armati, veicoli blindati e da una forza aerea impressionante.

Le forze imperiali occidentali sono composte dai duri combattenti peshmerga curdi, dall'esercito e dalle forze speciali  irachene, da alcuni curdi siriani, dalle forze irregolari iraniane volontarie e da almeno 5.000 soldati USA chiamati "consiglieri", oltre a un piccolo numero di forze speciali francesi, canadesi e britanniche. Nelle retrovie ronzano alcune migliaia di soldati turchi, supportati da carri armati e artiglieria, pronti a 'liberare' l'Iraq, che una volta era parte dell'Impero Ottomano.

Per gli Stati Uniti, le attuali operazioni militari in Siria e Iraq sono la realizzazione del sogno più grande di un imperialista: truppe indigene guidate da ufficiali bianchi, il modello del vecchio britannico Raj indiano. Washington, arma addestra, equipaggia e finanzia tutti i suoi ausiliari nativi.

L' IS si è cacciato in un dilemma pericoloso. Essendo un movimento politico, è stato ben lieto di controllare la seconda città più grande dell'Iraq, ma come forza di guerriglia non avrebbe dovuto rintanarsi in un'area urbana dove era altamente vulnerabile ad attacchi aerei concentrati ed essere circondato. Questo è ciò che sta accadendo in questo momento.

Nella gran parte pianeggiante Mezzaluna Fertile con troppo pochi alberi, le forze di terra sono totalmente vulnerabili alle forze aeree, come le recenti guerre del 1967, del 1973 tra Israele e arabi e  la guerra del 2003 guerre in Iraq hanno dimostrato. Dispersione e tattiche di guerriglia sono l'unica speranza per coloro che mancano di copertura aerea.

Per le forze dell'IS sarebbe meglio disperdersi in tutta la regione per continuare i loro attacchi mordi e fuggi. In caso contrario rischiano di essere distrutti, ma essendo per lo più dei giovani fanatici di mentalità sanguinaria, non possono ascoltare la logica militare e procederanno a favore di fare un'ultima resistenza tra le rovine di Mosul e Raqqa.

Quando questo accadrà, i leader occidentali si accapiglieranno per rivendicare la paternità della faux crusade contro la tigre di carta dell'ISIS.

venerdì 21 ottobre 2016

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

REDAZIONE NOCOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI



Da 70 anni leggiamo ovunque dell'aggressione da parte della feroce Corea del Nord alla piccola, pacifica, indifesa e, dimenticavamo DEMOCRATICA PERBACCO!, Corea del Sud.

E' successo veramente così o la Corea del Nord è stata trascinata in un terrificante conflitto dall'aggressione imperialistica USA?

Il compagno Luca Baldelli in questo articolo ci espone i fatti che portarono alla guerra

sabato 9 luglio 2016

IL CAMMINO DEL BANGLADESH TRA COLONIALISMO, IMPERIALISMO E RISCATTO NAZIONALE

REDAZIONE NOICOMUNISTI


di Luca Baldelli


In questi giorni, sotto le luci della ribalta, volenti o nolenti, c’è un Paese dell’area asiatica, nel delta del mitico Gange: il Bangladesh. Ripercorrere la storia di questo Paese significa, anche e soprattutto, comprendere quel che oggi avviene nei suoi confini. Fisicamente, geograficamente e demograficamente, alcune notazioni bastano ad inquadrare il territorio e la sua gente: 

  1. ll Paese, con capitale Dhaka (Dacca) si trova nel Delta del Gange, alla confluenza dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, coi rispettivi affluenti. Quasi 170 milioni di abitanti (pressoché tre volte l’Italia) si distribuiscono su appena 147.570 km2 (una superficie inferiore del 50% a quella del Belpaese), con una densità di popolazione tra le più elevate al mondo. Nel Paese vi sono 58 corsi d’acqua transfrontalieri, quasi tutti lambenti i limina dell’India, unico Paese confinante col Bangladesh, se si esclude una piccola porzione di Birmania. Bastano questi primi elementi a far capire quanto le risorse idriche e il loro corretto governo siano, nella prospettiva bengalese, una questione assai delicata e ricca di risvolti geopolitici, spesso di non facile soluzione. Nel 1975, ad esempio, l’India costruì una diga a 18 km dal confine col Bangladesh e le autorità di Dhaka (Dacca ) denunciarono questo fatto come un pericolo per l’approvvigionamento idrico del Paese, comportando la deviazione di corsi d’acqua di fondamentale importanza. Il Paese è poi situato a meno di 12 metri sopra il livello del mare, perciò basterebbe che le acque del Golfo del Bengala si alzassero di appena un metro, per inondare il 50 % del territorio del Bangladesh. 
  2. La pressione demografica, enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31 per mille ancora all’inizio degli ’90, con una mortalità del 13 per mille appena e quindi un incremento annuo medio del 2,3%), ha spinto a guadagnare sempre più terreni, prima incolti o coperti da foreste, alle attività e ai bisogni umani. Ciò, se da un lato ha consentito l’incremento del benessere materiale, in molti casi, per contraltare, ha determinato catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi. Infatti, i cicloni, i tornado, le piogge torrenziali portate dai monsoni tra i mesi di giugno e settembre, le mareggiate, le inondazioni verificatesi a cadenza regolare, hanno determinato, in un Paese coinvolto da massicce deforestazioni e conseguenti fenomeni di erosione del suolo, calamità in gran copia. Basti pensare al ciclone “ Bhola “ del novembre del 1970 che provocò, in una colossale ecatombe, la morte di più di 300.000 persone. Ancor di più le calamità degli anni ’90 e degli anni 2000, con quasi 1.000.000 di morti complessivamente, in una situazione aggravata dal venir meno di qualsiasi pianificazione territoriale nazionale.
  3. Il suolo, a causa della composizione chimica dei minerali che lo compongono, contiene in abbondanza arsenico. Un tempo la popolazione si approvvigionava con le acque di superficie. Le autorità del Paese, onde ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e le infezioni intestinali, hanno incoraggiato, con l’appoggio delle istituzioni internazionali, a partire dagli anni ’70, la costruzione di un gran numero di pozzi in tutto il Paese. In tal modo, l’epidemiologia ha registrato sì il calo delle patologie prima citate, ma, con le acque di falda contaminate dall’arsenico, è aumentata per converso, esponenzialmente, l’incidenza di tumori e patologie prima sconosciute. Per ogni guadagno in termini di condizioni di vita, la storia del progresso umano fa segnare pariteticamente un regresso, e anche il Bangladesh non ha fatto eccezione. 


In questo contesto territoriale, difficile come pochi altri, il popolo bengalese si è fatto strada nella storia con eroismo e abnegazione. Ai tronfi paladini della “superiorità occidentale“, che in questi giorni, sulla scorta di eventi tragici, suonano le fanfare di Goffredo di Buglione, andrebbe chiesto cosa sarebbe stato dell’Europa e dell’Occidente in genere se questa parte del mondo avesse principiato il suo cammino ascendente, settant’anni fa, nelle stesse condizioni, dagli stessi blocchi di partenza del Bangladesh, in un contesto sovrappopolato, sfruttato e depredato dal colonialismo fino alla metà del sec. XX... Ipotesi certamente calzante, in linea di principio, se non fosse che, naturalmente, esiste un piccolo particolare: a colonizzare, il Bangladesh e non solo, era proprio l’Occidente, che oggi dispensa sermoni.

Quando parliamo del Bangladesh, occorre riferirci, in primo luogo, alla regione storica del Bengala, nella cui parte orientale si situa la Nazione. Quella occidentale, infatti, si trova sotto la sovranità indiana ed ha visto lo sviluppo impetuoso del “Left Front”, guidato dal Partito Comunista Marxista Indiano (CPI – M), che ha comandato negli ultimi trent’anni, pur tra revisioni e processi “governisti“ che ne hanno attutito di molto la carica rivoluzionaria. L’esistenza di un Bengala occidentale e di un Bengala orientale, a rompere la primigenia unità della regione, è uno dei frutti avvelenati dell’imperialismo e del colonialismo. Infatti, questa regione ha avuto sempre un alto grado di consapevolezza unitaria sia rispetto a se stessa, sia rispetto alla necessità di una compagine statale indiana forte, potente e rispettata nel mondo.

Battaglia di Plassey


Partiamo dal ‘700. Nel XVIII secolo, il Bengala è retto da governatori autonomi, i Nawab. L’imperialismo inglese, che estende i suoi tentacoli sul subcontinente indiano attraverso la “British East India Company“, questa sovranità intende cancellarla in nome dei suoi loschi interessi. Ecco provocazioni, scontri, fino alla battaglia di Plassey del 1757, in seguito alla quale il dominio anglosassone si afferma e si consolida sul Bengala e su tutta la Penisola indiana. Sotto alle ceneri del colonialismo più rapace e sfruttatore, però, ardono le braci della causa nazionale, della ribellione. Calcutta, centro principale del Bengala occidentale, diviene, nel 1772, Capitale dell’India britannica, sotto un’Amministrazione mista militare – civile. La Città, però, diviene anche, al di là dei crismi dell’ufficialità, il focolare del movimento anticoloniale e antimperialista, una fucina, un crogiolo inesauribile di fermenti di libertà ed emancipazione.

Rabindranath Tagore


Si comincia nell’800, con la grande stagione del Rinascimento bengalese, che valica i confini del ‘900 e vede affermarsi talenti come il poeta Tagore e lo scienziato Satyendra Nata Bose. L’arte, la cultura, la scienza, diventano arene nelle quali lo spirito nazionale indiano, mai sopito, rifulge di vivida luce contro il rullo compressore dell’ Union Jack, indicando alle masse oppresse la possibilità di ribaltare una sorte non ineluttabile né irreversibile. Il XX secolo vede lo sviluppo più impetuoso del movimento di liberazione dal giogo britannico e dai suoi corollari feudali, reazionari, oscurantisti, anacronistici.

Satyendra Nata Bose
Tre figure si impongono: il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru e Subhas Chandra Bose. Il primo viene dalla Penisola del Kathiawar, il secondo da Allahabad, mentre il terzo è bengalese. Il primo opta per la nonviolenza più radicale, il secondo ha una visione progressista, antifascista e democratica che lo collega ai grandi movimenti europei, il terzo è per l’insurrezione armata e non esita a far causa comune anche col Terzo Reich e col Giappone fascista, pur di abbattere la dominazione britannica.

Mahatma Gandhi
Questi tre padri della Patria, ognuno con le proprie contraddizioni, le specificità e la diversità delle scelte, saranno le pietre miliari dell’India indipendente, la quale, però, non nasce senza subire i retaggi di divisione, inquinamento ideologico e morale, settarismo, incoraggiati e voluti dal colonialismo inglese. Il divide et impera di antico - romana memoria, in India è da due secoli un comandamento che potrebbe campeggiare sullo sfondo del Taj Mahal, quasi ad ingemmare beffardamente le sue sontuose cupole. Nel 1947, infatti, avviene la partizione del Paese, in seguito a torbidi e violenze di natura etnico – religiosa. L’unità indiana, che tanti progressisti, nazionalisti democratici e anticolonialisti avevano sognato e perseguito scandendo le tre parole d’ordine “Ittefaq, Etemad, Qurbani“ (“Unità, Concordia, Sacrificio“), viene incrinata.

Jawaharlal Nehru
Nasce lo Stato del Pakistan, a maggioranza musulmana, sotto la guida di Mohammed Ali Jinnah. Il Bengala occidentale, con Calcutta, va all’India. In questa regione, che nel 1943 aveva visto una carestia tremenda, le cui responsabilità risiedono nella politica genocida dei britannici, si svilupperà, come abbiamo visto, un forte movimento marxista – leninista e progressista, destinato a durare nel tempo e a diventare egemone nella scena politica, vincendo quasi sempre le tornate elettorali. Il Bengala orientale, invece, viene assegnato al Pakistan, Stato musulmano, a forte impronta confessionale, filoamericano, antisovietico e bastione delle alleanze militari imperialiste nel quadrante asiatico (in primis, la SEATO).

Subhas Chandra Bose
Il popolo bengalese si mobilita in massa contro questo stato di cose, araldo com’è di grandi battaglie di libertà, progresso ed emancipazione. I comunisti, che hanno supportato con orgoglio, coerenza e lucidità la causa nazionale, senza mai confonderla con la ricerca di alleanze strumentali in funzione antibritannica, fino alla fine hanno cercato di salvare l’unità del Paese, combattendo la logica settaria ed escludente delle divisioni lungo confini etnico – religiosi, oltretutto quantomai complessi, intricati e discutibili . Questa posizione è molto simile a quella dei democratici e progressisti bengalesi, che si scontrano con l’ottusità e il carattere reazionario del governo pakistano. Negli anni ’50 e ’60, si impone sulla scena bengalese un’eroica figura di patriota, di combattente antimperialista per la democrazia, i diritti e per profonde trasformazioni sociali : si chiama Sheikh Mujibur Rahman, ha militato nella “Lega Musulmana del Bengala” ed è poi entrato a far parte della “Lega Musulmana Awami”, fondata da Hasan Shaheed Suhrawardy, da Maulana Bashani ed altri, con un programma fortemente innovativo, anti – feudale, socialista.

Sheikh Mujibur Rahman
Il carattere progressista e anticonfessionale della Lega verrà sottolineato ancor più agli inizi degli anni ’60, quando Mujibur , succeduto a Suhrawardy nella conduzione del movimento, ne muta il nome, togliendo ogni riferimento religioso, in “Lega Awami“. Contro un Pakistan sempre più retrivo, chiuso e centralista, la “Lega Awami“ si erge a paladina delle prerogative bengalesi e propone vaste, radicali riforme, che cementano la popolazione attorno a parole d’ordine comuni alle masse oppresse e sfruttate, a prescindere dalle appartenenze confessionali. Questo elemento rappresenta un pericolo enorme per chi ha puntato e punta sulla divisione, sugli scontri, sulle ostilità reciproche per consolidare il suo potere.

Nel 1966, ad una conferenza dei partiti di opposizione a Lahore, Mujibur lancia la piattaforma dei “Sei Punti“ , intitolata “Our Charter of Survival  (“La nostra Carta della sopravvivenza“), imperniata attorno a richieste di sano federalismo, di formazione di una milizia bengalese, di equa ripartizione e gestione delle risorse. Un programma accattivante, coinvolgente, che riunisce attorno alla Lega Awami tutti i progressisti del Bengala orientale. Nel quadriennio successivo, i consensi alla “Lega Awami” crescono esponenzialmente e il potere centrale pakistano reagisce con repressioni, violenze, misure liberticide. Rahman viene arrestato e poi rilasciato, assieme ad altri, in seguito ad un processo farsa per la cosiddetta “Cospirazione di Agartala“, col quale si accusano il leader bengalese ed altri di aver cospirato contro il Pakistan in combutta con l’India.

L’onda impetuosa della riscossa bengalese, però, non si arresta e nel 1970 la “Lega Awami “ vince alla grande, conquistando 167 dei 169 seggi dell’Assemblea Nazionale destinati al Pakistan dell’Est (nome col quale viene chiamato il Bengala orientale, futuro Bangladesh) . I militari pakistani, cani da guardia dell’ordine imperialista, non intendono mollare la presa, riconoscendo democraticamente il risultato elettorale, e così intervengono per buttare tutto a carte quarantotto, accendendo la fiamma della Guerra di Liberazione Nazionale Bengalese.

Patrioti bengalesi
Il popolo, sotto le parole d’ordine delle formazioni progressiste, “Lega Awami“ e “Partito Comunista“ in testa, insorge e, con l’aiuto fraterno dell’India non allineata, ottiene l’indipendenza. E’ il 1971 e nasce il Bangladesh sovrano e indipendente, sotto la guida saggia e coraggiosa di Sheikh Mujibur Rahman. Molti sono i problemi da risolvere e tutti spinosissimi, creati dalla dominazione coloniale prima e dal centralismo predatorio pakistano poi.

Bandiera del Bangladesh
Bandiera del Bangladesh

Occorre partire da zero, in un Paese con una densità di popolazione elevatissima, la più elevata al mondo, poche risorse e fattori climatici oltremodo penalizzanti. Mujibur, appoggiandosi non solo alla sua Lega, ma anche al Partito Comunista, che ha rappresentato l’altra avanguardia del movimento nazionale democratico, con militanti coraggiosi che hanno sacrificato la vita per la causa suprema della liberazione, attua una politica di nazionalizzazioni, riforme agrarie e redistribuzione della ricchezza che, pur tra sabotaggi scientificamente pianificati da parte dei settori reazionari, riesce a ravvivare l’economia del Bengala orientale come mai era avvenuto prima. Bisogna ricordare che l’Esercito pakistano, prima di venir sconfitto sul campo, ha devastato la gran parte della regione bengalese – orientale.

Profughi (1971)
Una fonte al di sopra di ogni sospetto, ovvero il “ Time Magazine “ statunitense del 17 gennaio 1972, parla di 6 milioni di case distrutte, di 1.400.000 famiglie contadine lasciate senza sementi e senza attrezzi, di un paesaggio, in alcuni luoghi, simile a quello di uno spazio che abbia conosciuto un’esplosione nucleare. Quasi ovunque mancano mezzi di locomozione funzionanti e tutte le auto private sono state distrutte o imbarcate e portate via. Vi sono poi i poveri, i rifugiati, i fuggitivi, con flussi da esodo biblico. Questo lo scenario, alla nascita dello Stato del Pakistan. Ecco perché l’opera del primo governo di Mujibur Rahman ha del miracoloso : in un contesto che rasenta l’impossibilità operativa, si riesce a dare impulso al potere d’acquisto delle masse, alla piccola e media impresa, alla rimozione degli ostacoli feudali – clientelari – parassitari che hanno costituito l’ordito della trama dominatrice coloniale prima e neocoloniale poi.

Civili bengalesi massacrati dall'esercito pakistano (1971)
Senza la nazionalizzazione delle grandi industrie, la lotta contro il feudalesimo e le vecchie concezioni sociali, il Bangladesh non avrebbe potuto alzarsi sulle sue gambe e iniziare il suo cammino. Fino al 1974, le cose sembrano marciare spedite, ma i pericoli e le trame sono sempre dietro l’angolo. Approfittando delle difficoltà create da una tremenda siccità e da successive, implacabili piogge con inondazioni e calamità, i settori di destra cominciano ad architettare un golpe contro Mujibur.

Militari pachistani, luridi lacchè degli imperialisti, infieriscono su patrioti bengalesi

Si utilizza strumentalmente la questione della carestia per abbattere il governo progressista, come se carestie e fame non fossero state la costante della storia del Paese da secoli e come se il numero dei decessi sia anche stavolta da olocausto, quando invece i dati dimostrano che, nonostante l’ecatombe, la Nazione ha retto come non mai allo sconquasso, con appena 30.000 morti di cui la gran parte per le inondazioni (in India, le carestie made in England avevano portato via ogni volta milioni e milioni di persone e il ciclone del 1970, venuto assieme ai militari pakistani, aveva mietuto 300.000 vittime almeno). Senza la risposta autorevole del governo, la decisione nell’affrontare le questioni, la vicinanza alle classi popolari, le tremende calamità atmosferiche avrebbero potuto causare milioni, non migliaia, di decessi.

Tant’è , i settori reazionari, irritati dalla sicurezza e dalla sollecitudine di Mujibur per il popolo, nonché dal suo tentativo di consolidare la compagine esecutiva, ricorrendo legittimamente ai “bastioni” difensivi sanciti nel corpus legislativo - costituzionale, nel 1975 attuano il golpe che porta al suo allontanamento. La regia è tutta statunitense, con la CIA che offre addestramento, armi, finanziamenti e pianifica gli obiettivi da colpire; gli esecutori, e solo essi, sono locali.

La marionetta CIA, generale Ziaur Rahman

Dopo varie vicissitudini, a prendere il timone del Paese è, nel 1977, il Generale Ziaur Rahman, legato a doppio filo all’imperialismo. Con lui, le controriforme reazionarie, dettate dalle centrali del capitalismo e della finanza, saranno protagoniste della scena politica, tra l’ostilità generale del popolo, che a causa della repressione feroce di ogni fermento democratico si manifesta solo in modo debole, con la resistenza passiva, ove possibile, e con l’episodico accendersi di focolai di rivolta.

A partire dal 1982, a proseguire e anzi a rendere più spietata l’opera di normalizzazione e restaurazione, è il generale Ershad. E’ in questo periodo che il Bangladesh comincia a diventare centro attrattore di imprese straniere desiderose di sfruttare a quattro soldi il lavoro di centinaia di migliaia di operai, anche e soprattutto bambini e adolescenti, prima protetti da legislazioni rigide e severe e ora, eliminato o ridimensionato il lascito di Mujibur Rahman, esposti al liberismo più spietato e selvaggio.

La tragedia del crollo della fabbrica di Rana Plaza, dove anche Benetton sfruttava la manodopera locale 
Con l’inizio degli anni ’90 e la fine della contrapposizione tra occidente capitalista e campo socialista, il Paese viene traghettato verso la democrazia borghese : tramonta l’epoca delle dittature militari e si ripristina la funzionalità delle istituzioni rappresentative, con la “Lega Awami“ che riconquista peso e vince anche la tornata elettorale del 1996. Una magra consolazione: ormai tutti i programmi politici sono annacquati, omologati al pensiero unico del mercato, con poche lodevolissime eccezioni (le formazioni comuniste rientrano in questo novero).

Il liberismo, i dettami del FMI e della BANCA MONDIALE distruggono ogni parvenza di industria nazionale solida e indipendente, ogni ambito pubblico sottratto a logiche mercantili di speculazione, ogni controllo reale sulle risorse del Paese. La corruzione è padrona della scena, senza quasi soluzione di continuità. La popolazione, da sempre ostile ad ogni integralismo e fedele ai principi progressisti, democratici, rivoluzionari, viene intimidita, ricattata, costretta ad arrendersi alla sfiducia. Alla lunga, questo stato di cose, negli anni 2000, genera una risposta pericolosa e irta di rischi non solo per il subcontinente indiano: in un Paese di oltre 100 milioni di abitanti, la stella del fondamentalismo finisce col diventare, da reietta che era, sempre più attraente. Un vero e proprio rifugio/binario morto, sapientemente allestito dalle centrali imperialiste e reazionarie, per un ribellismo che, se non trovasse quella valvola di sfogo, finirebbe per rivolgersi di nuovo a movimenti progressisti, democratici, antimperialisti corroborati, negli ultimi anni, da una visione eurasiatica capace di porre fine all’unipolarismo atlantico.

Bambini al lavoro
L’ISIS bengalese è dunque servito sul piatto, nel solito gioco dello scontro di civiltà che maschera ingiustizie sociali macroscopiche e distruzione della sovranità degli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con la strage di Dakha (Dacca), dinanzi alla quale i media asserviti sono caduti dal pero, fingendo di ignorare una realtà che ci parla, ancora una volta, delle trame dell’imperialismo per salvare se stesso da un crollo imminente. Il tutto trascinando nel baratro, se necessario, il mondo intero, in una deflagrazione che risulta assai facile provocare anche con qualche fiammella, quando si è cosparso il prato del pianeta della benzina dell’odio confessionale.

giovedì 23 giugno 2016

LA LUNGA STRADA VERSO L’INGANNO: FATTI E ANTEFATTI DI PEARL HARBOR

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

7 dicembre 1941. Il Giappone militarista e filo - fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma ), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli Usa di Franklin Delano Roosevelt hanno, offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. 


Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie“, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e Urss e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero Usa avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendolo ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. 

Il Presidente Franklin Delano Roosvelt


Non era, in fondo, una novità, questa: negli anni ’20 e ’30, l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo, che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa“ sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo – americano e anglo – nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo“, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo – americano, d’altro canto), notevoli appigli. 

Il senatore William E. Borah, uno dei massimi esponenti della politica isolazionista USA

L’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo – americana martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment americano: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale“ egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore americana), e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. 
Augusto Cesar Sandino

Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta, ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. 

Winston Churchill


Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire. 



Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità americana, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando.

Propaganda nazista dell'aggressione all'URSS


Gli Usa, al contrario dell’Urss, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts“, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “ by the way of deception “, per dirla alla yankee. 


E’ l’ottobre del 1940 quando il Luogotenente Comandante della Marina, Arthur H. McCollum, confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti otto ( “Eight Action Memo“), incentrati sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra . Vediamoli uno per uno: 

  1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
  2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
  3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
  4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Oriente;
  5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
  6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
  7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
  8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna. 

Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli Usa. 

Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70 % dei metalli ferrosi e più del 93 % del rame utilizzati in Giappone erano stati importati dagli Usa. 

L'Ammiraglio James O. Richardson

Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo americano, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta“ del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza.

Foto aerea del porto di Pearl Harbor

Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani americani. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località ha fatto il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei “Saratoga“. C’è però dell’altro e ha a che fare con la... “magia“. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo caso….) ! Si tratta del sistema “MAGIC“, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC“ è una sorta di scatola magica dentro alla quale stanno vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate ),  TSU (J – 19) e OITE (PA – K2), utilizzati dai Consolati, JN – 25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito dal BAKER 9). 




La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo . In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria ; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti. 



Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio -  temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli Usa verso il Giappone, la formulazione del Piano Mc Collum , l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone di interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo – americani, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo – statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo.  


In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter – imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero – aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli Usa: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico“, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. 
Hideki Tojo ministro della Guerra niponico

Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente ( la grande, eroica Urss combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli Usa avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939, ben l’80% del petrolio dagli Usa! 

E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso. 

L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista – leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli Usa nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). 

Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali“) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina Usa, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Armageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così! 

Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata Usa, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo Comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. 

La spia di origine serba Dusko Popov


Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger – Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il Senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’Urss per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino, che, prontamente, gira la preziosa dritta agli Usa, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32.000 passaggi “sbianchettati“ dagli omissis!). 

L'agente sovietico Richard Sorge


Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli Usa, che procede inarrestabile come un panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo“ fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri! Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: 

“Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale“. 

Winston Churchill, dal canto suo, afferma: 

“Dalla fine del 1940, gli americani avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici“ (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale - La Grande Alleanza“, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). 

Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN – 25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26.581 intercettati dagli Usa tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno rispetto a tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. 

Insomma, i vertici del potere americano, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate“ dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli Usa avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità.

Civile ucciso a Pearl Harbor


Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli americani, dei quali 68 civili. 1178 i feriti. 



Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei Usa che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’ “Enterprise“, la “Hornet“ e la “Yorktown“. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto, a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri?

L'affondamento della Yorktown nella battaglia delle Midway


Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina americana e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?  L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sè! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? 

Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro allo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo americano, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. 

L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero americano, dall’affondamento della nave “USS Maine“ che fece scoppiare la guerra ispano – americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor. 

L'affondamento della USS Maine


Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo luogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano di finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. 

Il Presidente Mao Tse Tung


La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la loro liberazione, additando loro una vera, reale “sfera di coprosperità“ eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. 

Hiroshima


Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’Urss chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’Urss né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto questo che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. 

Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo Usa, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri. 

Riferimenti utili:

Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno“ ( Milano, Il Saggiatore, 2001 )
Peter Herde, “Pearl Harbor“ ( Milano, BUR, 2001 )
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale“, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)

giovedì 30 luglio 2015

Le cause e conseguenze della I Guerra Mondiale (III parte)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros


Dopo le analisi sui retroscena diplomatici dello scoppio della I Guerra Mondiale ad opera di Nikolai Starikov, presentiamo la traduzione della terza parte di quattro, di un saggio del marxista USA Sam Williams che ne analizza le cause strutturali dal punto di vista marxista.

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Le cause e le conseguenze della I Guerra mondiale (II parte)


REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros


Dopo le analisi sui retroscena diplomatici dello scoppio della I Guerra Mondiale ad opera di Nikolai Starikov, presentiamo la traduzione della seconda parte di tre, di un saggio del marxista USA, Sam Williams che ne analizza le cause strutturali dal punto di vista marxista.

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domenica 28 giugno 2015

Le cause e le conseguenze della I Guerra Mondiale (I parte)

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Traduzione di Guido Fontana Ros

Dopo le analisi sui retroscena diplomatici dello scoppio della I Guerra Mondiale ad opera di Nikolai Starikov, presentiamo la traduzione della prima parte di quattro, di un saggio del marxista USA, Sam Williams che ne analizza le cause strutturali dal punto di vista marxista.

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sabato 27 giugno 2015

Chi innescò la I Guerra Mondiale di Nikolai Starikov

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Presentiamo la traduzione di 4 interessanti articoli tratti dal sito Oriental Review: si tratta di articoli storici tratti da alcune opere dello storico e politico russo Nikolai Starikov.

I primi due narrano brevemente la nascita di 2 istituzioni finanziarie che tuttora segnano pesantemente la storia mondiale: la Banca d'Inghilterra e la Federal Reserve.

I successivi due invece gettano una luce diversa e non convenzionale su chi tramò per lo scoppio dell'immane massacro che fu la I Guerra Mondiale, da cui il mondo uscì ampiamente trasformato.

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domenica 19 ottobre 2014

La Rivoluzione degli ombrelli - parte II

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros


Dal sito www.orientalreview.org presentiamo (qui sotto in PDF) la seconda parte dell'articolo di Andrew Korybko, corrispondente di nazionalità americana per Voice of the Russia che attualmente vive e lavora a Mosca. L'articolo è incentrato sulla recentissima ondata di proteste a Hong Kong. Ne svela i retroscena e il meccanismo di propaganda mediatica che inquadrano questi avvenimenti nel solco delle cosiddette "Rivoluzioni Colorate" manovrate dall'imperialismo USA con buona pace dei nostri "sinistrati" già pronti ad infiammarsi di sacro ardore per la democrazia e la libbertà (sì con 2 b) in Cina.

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