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martedì 15 settembre 2015

Dal pubblico al privato: privatizzazione nell’Italia fascista degli anni ‘20

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Continuando nella nostra tradizione di sciupafiabe, presentiamo la traduzione di uno studio accademico sulle privatizzazioni fatte da Mussolini appena salito al potere. A proposito di "anticapitalismo" del fascismo con buona pace dei sansepolcristi della prima ora, il primo atto del primo governo di Mussolini quale fu? una bella privatizzazione...

TRADUZIONE

giovedì 30 luglio 2015

Controcorrente: la privatizzazione nella Germania nazista degli anni '30

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Proseguendo nella nostra tradizione di sciupafiabe ci occupiamo dei nazionalsocialisti che cercano di farsi passare per anticapitalisti e antimperialisti. 
Bene, ci dispiace, ma al di là delle pie intenzioni e degli altisonanti proclami elettorali del partito nazista, la Germania negli anni '30, unico paese al mondo a farlo in quell'epoca, diede il via a una massiccia politica di privatizzazione dei beni pubblici per ringraziare chi li aveva generosamente sostenuti e per finanziare in parte, al resto ci pensarono gli amichetti anglosassoni, la sua corsa al riarmo.
A sostegno di quanto affermato presentiamo la traduzione di uno studio accademico del professor Germà Bel dell'Università di Barcellona.

Per chi va di fretta, sappiamo che leggere e informarsi è faticoso, un riassunto:
"La Grande Depressione stimolò la proprietà statale nei paesi capitalisti occidentali. La Germania non fece eccezione; gli ultimi governi della Repubblica di Weimar acquisirono imprese private in diversi settori. Più tardi, il regime nazista trasferì la proprietà pubblica ei servizi pubblici al settore privato. Nel fare così, andò contro le principali tendenze nei paesi capitalisti occidentali, nessuno dei quali sistematicamente riprivatizzò le imprese nel corso degli anni ‘30. La privatizzazione in Germania nazista rappresentò anche un caso unico nel trasferire in mani private la fornitura di servizi pubblici in precedenza forniti dal governo. Le imprese ed i servizi trasferiti alla proprietà privata appartenevano a diversi settori. La motivazione centrale della privatizzazione, fu dovuta a forti restrizioni finanziarie  come in molte privatizzazioni recenti, in particolare all'interno dell'Unione europea. Inoltre la privatizzazione venne utilizzata come strumento politico per migliorare il supporto al governo e al  partito nazista."

TRADUZIONE IN PDF


FONTE


giovedì 14 novembre 2013

Alitalia: dalla privatizzazione alla vendita.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Danila Cucurnia




Si torna a parlare i questi giorni della vendita, dopo la privatizzazione, di una importante azienda nazionale operante in un settore strategico: il trasporto aereo.

Perché strategico? Perché il fatto di avere una compagnia aerea italiana crea un indotto che moltiplica di 4 volte ogni euro investito.
Molti si chiedono come mai un'azienda che un tempo era tra le prime per volume di passeggeri e rotte coperte, si sia potuta ridurre ad essere un'azienda che produce solo deficit.
Indubbiamente molti fattori endogeni ed esogeni hanno condotto a questo stato di cose: Alitalia (Prima della privatizzazione - Dopo la privatizzazione), fondata nel 1946, conobbe fino all'inizio degli anni '70 un periodo ininterrotto di crescita; questo periodo d'oro, dovuto sia ad una buona amministrazione, sia dal fatto di essere una controllata IRI, che quindi attingeva a finanziamenti pubblici, era dovuto al fattore strutturale della fase espansiva dell'economia capitalista del dopoguerra (il miracolo italiano); ma quando arrivano la crisi petrolifera, che fa salire alle stelle il prezzo del carburante e la diffusione del liberismo selvaggio in economia, con la conseguente deregulation (allo slogan “più mercato meno stato” Jimmy Carter dice infatti che il problema del trasporto aereo in crisi è la troppa “regulation”), si apre la strada ad una concorrenza scatenata e senza regole che fa la prima grande vittima: la PanAM.

Alitalia comincia ad entrare in crisi e l'esasperazione delle lotte sindacali interne non aiutano a sfatare l'opinione che l'azienda italiana vada fallendo non perché sia male amministrata, ma perché è un'azienda pubblica.


Negli anni '90 si cerca di reagire investendo molto, ma il risultato è disastroso: bilanci in grave passivo e tensioni sindacali a dismisura.
Nel 1996 l’azionista, ovvero lo Stato, nomina come Amministratore Delegato, Domenico Cempella, da sempre in Alitalia, che commenta: «Trovai una situazione che si può descrivere così: debiti per 3mila miliardi, patrimonio netto 150 miliardi, 10 anni di perdite e una situazione interna abbastanza difficile perché c’erano delle forti lotte intestine fra sindacati. Era un prodotto che non stava sul mercato, l’Alitalia era veramente tecnicamente fallita».

Infatti, mentre in Europa si reagisce alla situazione attraverso piani industriali, investimenti e alleanze ( la deregulation ci mette 15 anni ad arrivare e le compagnie di bandiera perdono il monopolio dei voli nazionali ed europei, arrivano le imprese private che aumentano i voli e diminuiscono i prezzi insieme a qualità e sicurezza. Ciò significa dire addio ai soldi pubblici), in Italia si sta fermi, anzi, la situazione è ancora più grave in quanto l'Alitalia oramai deve coprire i debiti causati dallo Stato attraverso l'uso politico ed elettorale, anziché imprenditoriale, della compagnia nazionale.
Vi sono infatti voli quasi sempre vuoti perché funzionali ai vari politici che devono viaggiare velocemente da Roma a Milano...da Sicilia a Roma...etc etc


E cosa fa Cempella per risanare la situazione?
Cempella riorganizza l'azienda nel giro di due anni: la risana, riesce a pagare i debiti e ad avere utili e propone di far entrare i lavoratori, attraverso la cessione di azioni ai dipendenti, nel consiglio di amministrazione, trovando la durissima opposizione dei sindacati, prima della CGIL e poi degli altri. 
Cempella si rende conto che Alitalia è troppo grande per competere sulle rotte nazionali con le compagnie low cost ed è troppo piccola per competere con i giganti internazionali; propone quindi una fusione con una compagnia che sia complementare ad Alitalia: la KLM (compagnia di bandiera olandese), che possiede i velivoli mancanti ad Alitalia, la quale in compenso ha le rotte che KLM non ha.

Sembra che tutto proceda e che KLM sia favorevole alla fusione anche perché il governo italiano sta investendo per realizzare un grande aeroporto a Malpensa. Per la posizione geografica al centro dell'Europa, Malpensa, si presta a diventare un grande HUB internazionale.
Ma questo tentativo di risanamento viene bloccato da interessi economici della Francia e della Germania che intervengono a Strasburgo accusando Alitalia di concorrenza sleale in quanto gode di finanziamenti statali, contrariamente a quanto stabilito dalle convenzioni (accusa in palese malafede in quanto sia il governo francese che quello tedesco finanziano le proprie compagnie di bandiera, ma evidentemente questo non vale per l'Italia)

A questa situazione si aggiunge il blocco interno bipartisan: la trasformazione di Malpensa in un HUB internazionale viene ostacolata dal centro-destra di Albertini, che preferirebbe dirottare gli investimenti su Linate e dal sindaco di Roma Rutelli, centro-sinistra, che teme un declassamento dell'aeroporto di Fiumicino; tutto questo per non perdere consensi politici. Il colpo di grazia ad Alitalia viene dato da Massimo Dalema che, nominato Presidente del Consiglio, blocca i lavori di Malpensa causando il fallimento del progetto di fusione: pur di uscire dal marasma italiano, gli olandesi di KLM, pagano una pesantissima penale ad Alitalia rischiando loro stessi il fallimento. A quel punto Cempella se ne va sbattendo la porta.



Non ci dilungheremo sul truffaldino tentativo di una cordata nazional-popolare, come quella dei “capitani coraggiosi” alla Colaninno, questa volta capeggiata però da Berlusconi, che mise insieme, nel 2008, il fior fiore dei "prenditori" italiani, da Marcegaglia a Benetton, Riva, Ligresti, Caltagirone per finire a Passera della banca Intesa San Paolo. Naturalmente la pensata straordinaria fu quella di spezzare l'Alitalia in 2 tronconi: una, la "bad company" cioè la parte caricata dai debiti, dagli esuberi ecc, rimase in mano a, indovinate un po', allo stato, quella buona, la "good company" andò alla cordata dei nostri prenditori...
Il giochetto nel 2008 costò circa 3 miliardi di euro ai cittadini italiani, un bel prezzo per mantenere il tricolore sulle ali.
Quindi dal 2008 ai nostri giorni, l'Alitalia ha continuato  a creare debiti.
Sono di questi giorni le notizie di trattative con vari possibili acquirenti da Air France-KLM a Aeroflot passando per la compagnia di bandiera di Abu Dhabi. La storia si ripete con i soliti 2 schieramenti: i patrioti con le solite cordate di prenditori con l'eventuale ingresso delle FS o di Poste Italiane e gli esterofili alla ricerca di acquirenti esteri. In realtà entrambi gli schieramenti rappresentano le 2 facce della stessa medaglia. Quella del capitalismo nel suo aspetto peggiore, quello finanziario cioè quello dedito al saccheggio e alla rapina della ricchezza collettiva della nazione.














mercoledì 9 ottobre 2013

TELECOM: la madre di tutte le privatizzazioni.


REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Danila Cucurnia


Cosa c'era prima di Telecom?


Prima del 1994, il settore delle telecomunicazioni controllato dallo Stato, era diviso fra diverse società operanti in regime di monopolio:

  • SIP che si occupava della rete fissa urbana e della prima rete mobile
  • ASST che gestiva le dorsali e gli snodi teleselettivi
  • ITALCABLE che curava i collegamenti internazionali
  • TELESPAZIO per le comunicazioni satellitari
Tutte queste aziende facevano capo alla capogruppo STET a sua volta controllata dall'IRI. Queste aziende, nel 1994, davano lavoro a 120.000 persone che nel 2002, dopo soli 8 anni, scenderanno a 80.000. Si trattava di aziende che, nonostante i ladrocini perpetrati da manager nominati dai partiti, veri e propri boiardi di stato, riuscivano sovente a produrre utili, innovazione tecnologica e occupazione. Si pensi ad esempio alla CSELT di Torino dove l'ingegner Leonardo Chiariglione inventava lo standard video MPEG e il formato audio mp3, grazie al quale oggi vediamo film e sentiamo musica in internet. Ricordiamo anche l'introduzione negli anni '70 della teleselezione con software e hardware italiano che fece scuola a livello mondiale.

Cosa succede nel 1994?

In quell'anno, essendo internet in Italia ancora agli albori, tutte queste società vengono fuse insieme e nasce la TELECOM. Fin da subito si manifesta la natura truffaldina dell'operazione poiché il capitale immobiliare che l’azienda di stato porta in dote (terreni ed edifici nei centri storici delle più importanti città italiane, ad esempio a Roma in una traversa di Fontana di Trevi, a Milano a Via Cordusio, etc), viene volutamente sottostimato per rendere più appetibile la futura cessione ai privati.

Chi gestisce questa operazione?

A questo punto l'aria comincia ad essere satura di uno strano odore composto da aroma di mortadella e olezzo d'incenso da sacrestia: a gestire l'operazione è Romano Prodi, presidente dell'IRI, che rassegna le dimissioni pochi giorni dopo, quando Berlusconi diventa Presidente del Consiglio.

Con Berlusconi il cammino della privatizzazione si interrompe?

Assolutamente no, si prosegue; viene liquidata la STET e giunge l'ora del passaggio successivo: la collocazione in Borsa di Telecom.

Chi si trova alla regia dell'operazione di collocamento in Borsa della Telecom?

L'olezzo descritto più sopra torna a diffondersi. A dirigere l'operazione ritroviamo il nostro Romano Prodi, nel frattempo tornato alla ribalta come Presidente del Consiglio, che mette insieme un “dream team” (“squadra da sogno” per chi non mastica l'idioma della perfida Albione).
La squadra magica è composta da:
Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro;
Mario Draghi, direttore generale del Tesoro (oggi presidente della Bce);
Vittorio Grilli, braccio destro di Draghi.

Cosa escogita il dream team?

Al grido di “W la modernità” e “mercato è bello”, parte l'operazione per far diventare Telecom una vera Public Company, Wow!
Vendere, vendere! Azionariato popolare! La democrazia nel mercato!
La realtà sarà ben diversa, a dispetto dei proclami che all'azionariato degli investitori di mercato finanziari e industriali non sia riservato più del 3%, mentre al Tesoro andrà il 5,5% (oltre alla golden share: per spiegazioni su cosa è chiedere alla Camusso), si permetterà alla FIAT, con appena lo 0,6%, di dettare legge. Infatti, dopo l'epurazione di Biagio Agnes e Ernesto Pascale, la FIAT fa cacciare dalla guida del gruppo Telecom, Guido Rossi. Umberto Agnelli attraverso il suo fido Gabriele Galateri di Genola e Suniglia ( ci mettiamo anche un VienDalMare al cognome?) nomina come Presidente Gian Mario Rossignolo che verrà allontanato dopo 10 mesi, non prima di aver fatto ridere mezzo mondo.

In tutta questa vicenda manca qualcuno. Dove erano gli intrepidi difensori dei diritti dei lavoratori?

Naturalmente impegnati a intonare inni per la Public Company, infatti CGIL-CISL-UIL, in Telecom, danno il loro consenso all’utilizzazione del TFR, anche nel caso dei lavoratori/trici che già ne hanno usufruito, per l’acquisto delle azioni. Come si vede il vizio di mettere le mani sul TFR parte da lontano. Il prezzo di collocamento in borsa è lit. 10.908 (euro 5.63) e di 10.795 (euro 5.58) per i dipendenti : chi avesse tenuto le azioni Telecom dal 1997 ad oggi (euro 2.09), si troverebbe una perdita del 169% circa, con buona pace di chi sostiene il vantaggio di conferire il TFR dei lavoratori alla Borsa.

Quanto incassò lo Stato dalla collocazione in Borsa?

Il Tesoro incassò dalla vendita 11,82 miliardi di euro, ma dal punto di vista del progetto industriale, dell'occupazione e dell'innovazione tecnologica fu un disastro. Naturalmente la gestione della Telecom viene caratterizzata da faide, guerre intestine, veti incrociati nonostante si crei il cosiddetto "nocciolo duro" dell'azionariato composto da:
  • IMI 0,8%
  • Credito italiano 0,7%
  • Credito Suisse First Boston 0,7%
  • Ifil 0,6%
  • Generali 0,6%
  • Compagnia San Paolo 0,6%
  • Comit 0,5%
  • Ina 0,5%
  • Mps 0,5%
  • Fondazione Cariplo 0,5%
  • Alleanza 0,4%
  • Rolo Banca 0,3%

Come si arriva a Bernabè e alla scalata dei "capitani coraggiosi" di Colaninno ?

Mancano i soldi e si sperava che li mettesse la FIAT visto che c'era un suo uomo al comando, l'eccezionale Gian Mario Rossignolo. La FIAT da quasi un secolo è abituata a prendere dallo Stato mica a mettere, quindi non ci pensa neanche per un minuto, oltretutto è in crisi e piena di debiti...
La presidenza di Rossignolo è attraversata da una straordinaria conflittualità dei managers e dei soci che gli sono dietro e che cercano di assumere il controllo senza metterci altri soldi.
Rossignolo combatte Tommasi, amministratore delegato (proviene dall' IRI-STET) che ha quasi chiuso un accordo con AT&T e manda a monte l’accordo stesso. Tommasi si dimette. Gamberale, sostenuto dai DS, in particolare da D’Alema, gli succede contro Caio, ex Olivetti, sostenuto da Profumo, Credito Italiano. Rossignolo cerca un accordo con Berlusconi (Mediaset), ma trova il veto da parte degli Agnelli; cerca allora un partner internazionale, CABLE & Wireless, ma anche questa operazione non riesce.

Ma questi "capitani coraggiosi" quando entrano in scena?

Nell’ottobre del 1998, arriva Bernabè dall’ENI (aficionado del Club Bilderberg). A questo punto arrivano anche i nostri "capitani coraggiosi": prende il via l’operazione Colaninno-Cuccia-D’Alema che porterà, nel febbraio del 1999, all’OPA lanciata dal consiglio d’amministrazione di Olivetti, che ha venduto INFOSTRADA ed OMNITEL al gruppo Mannesman. Infatti al ragioniere di Mantova, Roberto Colaninno viene un'idea meravigliosa: far comprare all'Olivetti il 51% delle azioni Telecom senza soldi.

Caricatura di D'Alema ispirata da Vauro


Come senza soldi?

Mai sentito parlare delle società "scatole vuote" (chiedere a Berlusconi, lui sì che se ne intende)?
Il nostro ragioniere mantovano crea la BELL società con sede in Lussemburgo. I soci sono Gnutti, altri industriali bresciani, Consorte dell'UNIPOL (Bersani e D'Alema ne sapete qualcosa?) e i furbetti del quartierino. Insomma gli imprenditori vicini al PD.
Bisogna dire che l'operazione, al ragioniere, non sarebbe riuscita senza l'appoggio di Bersani e D'Alema da una parte e di Cuccia dall'altra. Infatti D'Alema, quando si profila l'assemblea dei soci Telecom indetta da Bernabé per decidere sull'OPA, impedisce la partecipazione del Ministero del Tesoro, tant'è che Draghi se lo fa mettere per iscritto, così viene a mancare il numero legale. D'Alema in realtà vuole dare una legnata ad alcuni suoi nemici e crearsi un polo industriale amico, similmente a quanto fatto da Craxi con Schimberni e Gardini.
Dal canto suo Cuccia di Mediobanca procura i contatti con alcune banche internazionali che mettono il denaro come Dlj,Chase, Lehman.
L'Olivetti attraverso la società Tecnost controllata dalla Bell, controlla la Telecom con il 51% delle azioni accumulando un debito di 25,5 miliardi di euro. Non basta: viene creata un'ennesima società la HOPA cui oltre ai soggetti già elencati aderisce anche il Monte dei Paschi di Siena (a volte le coincidenze...). Si tratta di un'operazione di leverage buyout: compri un’azienda facendo i debiti e poi trovi il modo di scaricare il tuo debito sull’azienda che hai scalato.
La gestione di Colaninno è principalmente una gestione finanziaria, preoccupata attraverso artifizi (fusioni, scorpori), di impedire un’eventuale scalata di Telecom e di rendere più agevole il flusso di denaro che da Telecom deve affluire, attraverso le varie scatole, a TECNOST per sanare il debito.
Insomma il gioco delle tre carte fatto da magliari con la benedizione del PD.

Quand'è che Colaninno va a far danni da un'altra parte?

Abbastanza presto Olivetti comincia a barcollare in Borsa e anche Telecom va sempre peggio, per cui gli amichetti bresciani di Colaninno vogliono sfilarsi; insomma è un prendi i soldi e scappa. Non sembra vero ai loro occhi quando all'orizzonte compare Tronchetti Provera con alle spalle Benetton, Pirelli e banche come la Lazard che fa una buona offerta. Frattanto i debiti di Telecom arrivano a 51 miliardi di euro. Siamo nel 2001-2002.
La gestione di spremitura della Telecom di Colaninno trova un degno continuatore nel Tronchetti Provera, nessun investimento viene fatto.

E il Tronchetti Provera?

Il marito di Afef viene definitivamente travolto dallo scandalo spionistico causato dalla premiata ditta Tavaroli-Sasinini-Ghioni-Cipriani-Mancini, tutti managers Pirelli - Telecom, che godevano piena fiducia di Tronchetti Provera, con l’aggiunta del vice capo del SISMI. Se ne deve andare, non a mani vuote: incassa 295 milioni di euro. Neanche il ragionier Colannino si può lamentare, infatti si porta via anche lui circa 250 milioni.

Chi arriva dopo?

Comincia la lagna dell'italianità della Telecom che si trascina fino ai giorni nostri con l'offerta spagnola.
Vorrebbe comprare Carlos Slim, imprenditore telefonico messicano, oggi l’uomo più ricco del mondo. Bocciato. Bussa alla porta di Tronchetti, Cesar Alierta di Telefónica. Bocciato anche lui. Alla fine fiorisce la impagabile “operazione di sistema”. Il governo Prodi battezza un pasticcio in cui una nuova scatola, battezzata Telco, strapaga a Tronchetti le sue azioni: 2,8 euro contro i 2,2 della quotazione in Borsa.
Ai piccoli azionisti, che detengono l’80% del capitale, niente nemmeno stavolta.
La Telco è formata da Telefónica España, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca.
E chi è il presidente di Mediobanca? Gabriele Galateri di Genola, l’immancabile.
Chi è il direttore generale di Mediobanca? Alberto Nagel, che attualmente intende far vendere a Mediobanca le sue partecipazioni azionarie in Telecom.
E chi è il numero uno di Intesa Sanpaolo? Bazoli, profeta delle operazioni “di sistema”.
L’operazione si chiude a fine aprile 2007. Mediobanca e Intesa Sanpaolo litigano fino a dicembre per scegliere il nuovo manager. Nel frattempo l’azienda rimane affidata a Riccardo Ruggiero, l’uomo di Tronchetti, famoso per gli stipendi, le buonuscite e l’autovelox che lo becca a 311 all’ora in autostrada sulla Porsche e che finirà invischiato nell’inchiesta sulle sim false di Tim.
A dicembre arriva la scelta di Franco Bernabè (di nuovo lui), decisa dal comitato nomine di Mediobanca di cui fa parte Tronchetti, il quale dunque è chiamato a scegliere il successore nell’azienda che ha venduto, ma anche evidentemente comprato.
Elegantemente Tronchetti non si presenta alla riunione dalla quale esce il nome del nuovo presidente di Telecom Italia: Gabriele Galateri di Genola, che lascia così la poltrona di Mediobanca a Cesare Geronzi.
Geronzi passerà alle Generali da dove sarà cacciato e al suo posto di presidenza oggi c’è lui: Gabriele Galateri di Genola e Suniglia, il quale ha comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali.

Stessa domanda di poco più sopra: la “Triplice” cosa ha detto di tutto questo?

Una beata minchia!
Dalla pagina http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585(invito chi volesse approfondire questa vicenda a leggere questo ottimo articolo):
"Negli scenari, sin qui descritti, va sottolineato che CGIL-CISL-UIL & CO hanno tenuto fede al celebre motto “Franza o Spagna, purché se magna”, nel senso che hanno pienamente appoggiato e sostenuto tutti i processi attuati. Anzi, come ogni neofita che si rispetti, sono stati zelanti sacerdoti del libero mercato ed interessati rappresentanti della cogestione, infittendo le stanze della cogestione e della compartecipazione economica - un esempio per tutti il fondo pensioni integrativo (Telemaco), e sottoscrivendo una serie di accordi a perdere a danno di lavoratrici e lavoratori. Hanno cominciato, già, nel 1996, predisponendo, quando ancora l’unica azienda delle telecomunicazioni era Telecom, la trasformazione del contratto nazionale dei lavoratori Telecom in quella di settore delle telecomunicazioni, peggiorando, naturalmente, le condizioni normative ed economiche di partenza, ad esempio soppressione della 14 mensilità, coefficienti, etc. Hanno dato, come scritto sopra, il loro consenso all’uso del TFR per l’acquisto delle azioni, al momento della privatizzazione. Hanno sottoscritto tutte le esternalizzazioni, stipulando accordi d’armonizzazione, salvo offrire, successivamente, un’opposizione di circostanza, di fronte alle preoteste di lavoratrici e lavoratori che inviavano loro diffide a sottoscrivere accordi che li riguardassero. Hanno sottoscritto tutti gli accordi sulla mobilità, a prescindere di chi governasse Telecom, chiudendo gli occhi sull’incremento del fenomeno degli appalti e sub appalti. Hanno dato il loro consenso allo smantellamento del settore informatico aziendale (sia FINSIEL, sia TELECOM), accettando che lo stesso fosse dato in appalto e sub appalto ad una miriade di aziende e azienducole. Hanno appoggiato la crescita di mostri tipo ATESIA, favorendo l’uscita del lavoro da Telecom e TIM e siglando accordi che davano legittimità all’adozione dei contratti CO.CO.CO. nei riguardi di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Come le tre scimmiette non hanno visto, sentito e detto nulla sulla vergognosa vicenda delle intercettazioni, malgrado siano presenti in una valanga di commissioni paritetiche a livello nazionale, regionale, provinciale"

Ma la storia si ripete?

Parrebbe di sì, infatti leggiamo su Repubblica del 3/10/2013 che Bernabé si dimette dalla presidenza di Telecom. Anche lui non se ne va a mani vuote: porta via un "gruzzoletto" di 6,6 milioni di euro.

Quindi, salvo interventi del governo, Telefónica España si avvia ad assumere il controllo di Telecom. Comunque rimanete sintonizzati perché la storia continua...


LINK:
http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585
http://sottoosservazione.wordpress.com/2010/04/16/la-polpa-di-telecom-ha-riempito-le-loro-pance-lettera-di-colaninno/

http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Telecom-Sismi
http://www.ilgiornale.it/news/e-tronchetti-aula-rivela-fu-letta-dirmi-riprendere-tavaroli.html