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sabato 22 agosto 2015

23 agosto 1939

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros



76 anni fa, URSS e Germania nazista siglavano un patto di non aggressione, il famigerato Patto Molotov-Ribbentrop. Famigerato perché, da 76 anni, è uno degli argomenti favoriti per infangare l'operato del compagno Stalin e dell'URSS. Abbiamo già in passato pubblicato su queste pagine, un articolo che ristabilisce la verità storica (qui). Torniamo a farlo perché repetita juvant.
Presentiamo un articolo sintetico ma molto chiaro e comprensibile dello storico Michael Jabara Carley, docente di storia all'Università di Montréal in Canada, sicuramente non un comunista. L'articolo è stato pubblicato dal sito www.strategic-culture.org, il 22/08/2015.

La traduzione:

Il 23 agosto segna l'anniversario del patto di non aggressione nazi-sovietico che permise alla Germania hitleriana di attaccare la Polonia nove giorni dopo, senza il timore di intervento sovietico contro di essa. Senza dubbio nei commenti dei media mainstream occidentali, ci sarà un florilegio circa il dittatore sovietico Joseph Stalin che <<tradisce>> i suoi sedicenti <<alleati>> francesi e britannici, sulla <<Polonia pugnalata alle spalle>>, sulla <<collusione>> con Adolf Hitler e così via.
Si tratta di un evento annuale, atteso con ansia dai propagandisti occidentali russofobi, volto a rammentarci l’iniquo ruolo sovietico nell’avvio della Seconda Guerra Mondiale. Al giorno d'oggi, naturalmente, quando i media mainstream dicono <<sovietico>>, vogliono che pensiate alla Russia e al suo presidente Vladimir Putin. I <<giornalisti>> occidentali non possono avere altro in testa su Putin: a volte è un altro Hitler, a volte è un'altro Stalin.
Quando si tratta della Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è al di sopra di ogni critica e ottiene un sacco di simpatia in occidente, in quanto fu la prima <<vittima>> sia della Germania nazista chee dell'Unione Sovietica. La Wehrmacht invase la Polonia il 1° settembre e l'Armata Rossa si mosse da oriente 17 giorni più tardi. Fu una <<pugnalata alle spalle>> sovietica.
O piuttosto fu un’altra cosa? Winston Churchill, allora Primo Lord dell'Ammiragliato, vide le cose in modo diverso. In una trasmissione della BBC il 1° ottobre 1939, osservava che l'azione sovietica <<era chiaramente necessaria per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista>>. Dato che il governo polacco era già crollato, meglio per l'URSS essere in quei confini orientali della Germania nazista.
Nel corso del 1930 la Polonia svolgeva il ruolo di guastatore. Era un quasi-dittatura di estrema destra, antisemita e comprensiva verso il fascismo. Nel 1934 l'Unione Sovietica lanciava l'allarme su Hitler e la Polonia firmava un patto di non aggressione a Berlino. Chi ha pugnalato alla schiena chi? La Francia aveva un'alleanza formale con la Polonia e si sentì tradita. Fino al 1939 la Polonia fece tutto il possibile per sabotare gli sforzi sovietici per costruire un'alleanza antinazista, sulla base della coalizione antitedesca della Prima Guerra Mondiale con Francia, Gran Bretagna, Italia, e nel 1917 gli Stati Uniti. Può sorprendere, ma Maksim Litvinov, il commissario sovietico per gli Affari Esteri, vedeva l'Italia fascista come parte di un'alleanza difensiva contro la Germania hitleriana. Litvinov avrebbe anche voluto portare la Polonia nella sua coalizione antinazista e nel 1934 mise in guardia il suo omologo polacco, Józef Beck, del pericolo di Hitler. Beck lo derise.
La Polonia si sentiva intrappolata tra due grandi potenze ostili, ma delle due, l'URSS era di gran lunga il suo <<peggior nemico>>. Queste erano vecchi orientamenti politici; la russofobia polacca risaliva a molti secoli addietro. Nel 1934-1935, quando l'Unione Sovietica cercò di stipulare un patto di mutua assistenza con la Francia, la Polonia tentò di ostacolarla. Nel 1938, durante la crisi cecoslovacca, il ministro degli Esteri Beck disse che se lo scopo di Hitler era quello di ottenere i territori dei Sudeti, la Polonia avrebbe dovuto  avere il distretto di Teschen. In altre parole, se Hitler ottiene il suo bottino, noi polacchi vogliamo la nostra parte. Litvinov accusò Beck di essere nelle mani di Hitler, ma Beck lo lo derise nuovamente. La Polonia fu complice di Hitler nel 1938, prima di diventare la sua vittima nel 1939.
Che dire della Francia e della Gran Bretagna? L'URSS vedeva la Francia come un <<perno>> della sicurezza collettiva in Europa. Supportato da Stalin, Litvinov avvertì i suoi omologhi occidentali che Hitler era indirizzato alla guerra e che era essenziale organizzare un'alleanza difensiva contro di lui. Fu Litvinov, non Churchill, a concepire per primo una <<grande alleanza>> contro Hitler. Purtroppo, la politica sovietica subì una battuta d’arresto dopo l’altra. La coalizione di Litvinov  diventò la Grande Alleanza che non Ci Fu Mai.
Come fu possibile? Tra le altre ragioni, fu perché le élite conservatrici di Gran Bretagna e Francia e anche dell’Europa in generale, temevano il bolscevismo più del nazismo. Ci furono importanti eccezioni, naturalmente, a questa regola generale; i diplomatici sovietici li chiamavano <<corvi bianchi>>. I nazisti erano ammirati per la loro virilità e mascolinità. L'odore del cuoio e del sudore fascista era un potente afrodisiaco per le insicure, estenuate, élite europee che videro la Germania nazista come un baluardo contro il bolscevismo.
Il Primo ministro britannico Neville Chamberlain temeva la vittoria alleata insieme all'Unione Sovietica più d quanto temesse la sconfitta per mano della Germania nazista. Una vittoria dell'Armata Rossa, con il bolscevismo al seguito, avrebbe potuto avanzare nel cuore dell'Europa. <<Ho incontrato Hitler><, Chamberlain dichiarava nel settembre 1938 dopo una delle sue tre visite in Germania, <<e credo in lui>>. Ma gli accordi di Monaco di Baviera, che sacrificarono la Cecoslovacchia, servirono solo da incoraggiamento alle ulteriori aggressioni naziste.
Ci fu un'ultima possibilità nel 1939 di concludere un'alleanza contro la Germania nazista. Anche in questo caso, la parte sovietica prese l'iniziativa. E ancora gli inglesi, seguiti a malincuore dai francesi, strascicarono i loro piedi (la tirarono per le lunghe). In realtà, se leggete i giornali diplomatici sovietici dalla metà alla fine degli anni ‘30, è difficile evitare la conclusione che la Gran Bretagna fosse a capo dei sabotatori della sicurezza collettiva sovietica. Stalin licenziò l'apparentemente donchisciottesco commissario Litvinov all'inizio del maggio 1939 e lo ha sostituì con il più duro Vyacheslav Molotov. Forse i negoziatori francesi e britannici avrebbero preso più sul serio Molotov. Non è successo. Ancora la tirarono per le lunghe, con il risultato che, gli ultimi negoziati tenuti a Mosca nell’agosto 1939, fallirono. Non è grave, concluse Stalin  e così fece un accordo con Hitler per evitare la guerra a fianco di alleati inaffidabili.
Il capitolo finale di questa abissale storia si è verificò durante l'autunno del 1939 e l'inverno del 1940, quando la parte britannica decise di pubblicare una raccolta di telegrammi e dispacci, un cosiddetto Libro Bianco, sui negoziati del 1939. Il loro obiettivo era quello di dimostrare che la colpa del fallimento dei negoziati ricadeva sulla parte sovietica, non su quella inglese o francese. Il Libro Bianco fu abbozzato nel mese di gennaio 1940 e il Foreign Office britannico era impaziente di pubblicare.
L'intera operazione si rivelò un fiasco perché il Quai d'Orsay, il ministero degli Esteri francese, aveva avuto <<alcuni dubbi>> circa la pubblicazione e pose il veto. I diplomatici francesi erano maestri di eufemismo. A Parigi pensarono che il Libro Bianco avrebbe potuto essere interpretato per dimostrare che la parte sovietica era seriamente intenzionato a concludere un'alleanza antinazista mentre loro, i francesi e inglesi, non lo erano. Il Libro Bianco provocò  un’irritazione supplementare a Parigi, perché ometteva di dimostrare che la Francia era stata più determinata di Londra per un accordo con  per l'accordo con Mosca. Il Quai d'Orsay minacciò di pubblicare un proprio Livre Jaune per salvare la credibilità della Francia, anche se c'era ben poco da salvare.
Anche il governo polacco in esilio non era troppo ansioso per la pubblicazione da quando la Polonia aveva cercato di ostacolare i colloqui del 1939. Questo cominciava a sembrare un diverbio tra malfattori. Per aggiungere imbarazzo, un alto funzionario del Foreign Office era preoccupato che il Libro bianco fosse <<tendenzioso>>. Un altro funzionario era preoccupato dalla reazione degli Stati Uniti. Gli americani avrebbero creduto alla versione inglese <<dato che la nostra reputazione [negli Stati Uniti] di dire la verità, non è troppo brillante>>? Poi c'era la preoccupazione aggiuntiva che l'URSS potesse pubblicare il proprio resoconto. Cosa sarebbe successo se l'opinione pubblica avesse ritenuto veritiera la versione russa e non quella inglese? Alla fine, il governo britannico saggiamente decise di non pubblicare il Libro bianco. Venne rapidamente dimenticato durante le catastrofi militari che sommersero la Gran Bretagna e Francia nella primavera del 1940.
Ecco il contesto reale del patto di non aggressione nazi-sovietico di cui non si sentirà mai parlare nei media mainstream occidentali. Gli storici occidentali hanno cercato con forza di spiegare la pacificazione e di salvare la reputazione di Chamberlain. Ma anche i diplomatici britannici e francesi sentirono allora il bisogno di nascondere la loro condotta, per paura che fosse addossata lor la colpa del fallimento dell’alleanza nel 1939. <<Abbiamo tagliato fuori una figura piuttosto spiacevole>> disse un funzionario del Foreign Office. E fecero anche di più. Fu la simpatia per il fascismo, che confuse l’ovest riguardo a Hitler.
Che commedia. E quanti scrupoli a Londra. In questi giorni i governi occidentali e i da loro <<ispirati>> giornalisti, se li si può chiamare giornalisti, non si preoccupano di quanto <<tendenzioso>> possa essere un argomento quando si tratta di infangare la Federazione Russa. Tutto è permesso. Dovremmo lasciarli equiparare i ruoli dell’URSS e della Germania nazista per l'avvio della Seconda Guerra Mondiale? Certamente no. Fu Hitler a volere la guerra e i britannici e i francesi, in particolare i britannici, che più volte gli tennero bordone, rifiutarono le proposte sovietiche per la sicurezza collettiva e fecero pressioni la Francia per fare lo stesso. Allora e solo allora Stalin cercò di placare Hitler attraverso il patto di non aggressione. Come poi sì scoprì, l'appeasement sovietico non funzionò meglio per l'URSS di quanto non l’avesse  fatto per la Francia e la Gran Bretagna. Infatti, nel giugno 1941 si rivelò una catastrofe.
Se i fatti indiscutibili e la storia reale avessero una qualche importanza, il media mainstream avrebbero meno armi nella loro cassetta degli attrezzi della propaganda volgare con cui attaccare il Presidente Putin e la Russia. Purtroppo, i propagandisti occidentali non prestano molta attenzione a ciò che è realmente accaduto in passato che tanto assomiglia a ciò che sta accadendo nel presente. Proprio perché c’è un pericolo questi spacciatori di falsità devono essere contrastati pubblicamente.

martedì 18 settembre 2012

Sul patto Molotov-Ribbentrop

NOICOMUNISTI

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Sul patto Molotov-Ribbentrop
di Alessandro Leoni

su altre testate del 03/09/2009 

[tratto da Problemi della transizione al socialismo in Urss (a cura di Catone A., Susca E.), La Città del Sole, 

Il «Trattato di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca» fra il Terzo Reich e l'URSS, del 23 agosto 1939, è argomento che necessita di attenzione, riflessione e approfondimento; non solo perché è stato un principe della propaganda antisovietica e anticomunista fino a tutt'oggi, ma anche perché, salvo rare eccezioni, argomento non sufficientemente analizzato dalla storiografia di sinistra, intendendo con tale riferimento quella che ha correttamente rifiutato ogni sia pur ambiguo rapporto con l'antisovietismo.
La storiografia di matrice comunista - e/o in ogni modo di sinistra - ha dimostrato una certa reticenza nell'affrontare con la dovuta attenzione l'argomento; ciò si spiega da una parte con la relativa facilità dell'operazione di propaganda ideologica scatenata dalle forze reazionarie e conservatrici; dall'altra con la debolezza psicologica oltre che politica della cultura storica marxista. 
Eppure la tesi fondamentale della controffensiva ideologica reazionaria postbellica, ovvero l’affermazione del concetto di “totalitarismo” con cui si rimuovevano le responsabilità dei capitalisti inserendo, al loro posto, una visione superficiale, nel vero senso della parola, della realtà che accomunava dittature capitalistiche alle dittature socialiste, coglieva proprio nel cosiddetto «Patto Ribbentrop-Molotov» la manifestazione di questa intima, celata omogeneità. Da ciò non solo l’interesse, ma la necessità di affrontare l’argomento da parte di tutti coloro che respingendo l’egemonia del pensiero, dell’ideologia liberale e perciò del dominio, quello sì tendenzialmente totalitario, capitalistico, avrebbero dovuto misurarsi su questo, importante, emblematico avvenimento.


Intendiamoci, gli storici, anche quelli più ufficiali, di parte comunista hanno trattato l’argomento (dalla Storia della grande guerra patriottica, edita in URSS e tradotta in varie lingue fra le quali l’italiano, all'intelligente Roberto Battaglia, comunista e storico italiano), ma sempre, potremmo dire, di sfuggita e con un taglio iperdifensivistico che tradiva un qualche, sia pure non esplicitato, imbarazzo. 
A me pare, e con il prosieguo del presente lavoro mi riservo anche di dimostrarlo, che ciò derivi dalla profonda influenza idealistica, addirittura moralistica, propria all'intero movimento comunista del ’900; il che ha di fatto impedito, fra l'altro, di rapportarsi alla realtà con quella consapevolezza che solo l'appropriarsi della dialettica può rendere effettuale.
Insomma la realtà è costituita di contraddizioni, il volerle artificiosamente cancellare porta, inevitabilmente, solo alla debolezza e alla confusione. 
Non è certamente un caso che il miglior lavoro sull'argomento sia stato scritto da uno storico tedesco, d’orientamento moderato-conservatore, nella prima metà degli anni sessanta, P. Fabry. 
Affrontare l’argomento “Patto Ribbentrop-Molotov” significa avere chiaro il quadro internazionale della fine degli anni trenta. 
Infatti nel 1938 la dirigenza sovietica - Stalin, in particolare – si trova di fronte a questo scenario: i Fronti Popolari sono in crisi; in Francia la spinta unitaria e progressista si è oramai arenata di fronte all'incapacità di reagire adeguatamente contro l'espansionismo fascista in Europa e nel mondo (annessione/unione tedesca dell'Austria, crisi dei Sudeti con la mutilazione cecoslovacca, partecipazione/intervento dell'Italia, della Germania, del Portogallo, nella guerra civile spagnola); in Spagna, dove lo scatenarsi della “guerra civile” ha messo in risalto la debolezza politica e culturale della classe dirigente “repubblicana”, le sue contraddizioni e soprattutto l' emblematica latitanza delle forze “democratiche” a livello internazionale (l'ipocrita politica del “non intervento” sostenuta addirittura ed in concomitanza col massiccio intervento delle potenze statuali fasciste e reazionarie).
Truppe tedesche varcano la frontiera nei Sudeti
A ciò si devono aggiungere tutta una serie di altri, evidenti, minacciosi accadimenti: sempre nel 1938 la tensione in Estremo Oriente, in crescita dal 1933, anno dello scatenamento della guerra giapponese alla Cina, si materializza con un vero e proprio attacco dell’Armata nipponica della Manciuria (divenuta “stato protetto” del Giappone) verso il retroterra della più importante città sovietica sul Pacifico, Vladivostok, con lo sconfinamento di un corpo d’armata del Sol Levante nella regione del lago Hanka (maggio/giugno/luglio 1938). Ciò causerà una vera e propria guerra locale, vinta, certo, dall’Armata Rossa, ma non senza consistenti perdite e naturali riflessioni sull’ormai permanente minaccia giapponese verso l’estremo oriente sovietico.
Se a ciò aggiungiamo l’espandersi e il coagularsi del fascismo a livello internazionale, in Europa e fuori (poco conosciuta e studiata, almeno da noi, è l’attrazione del fascismo nei paesi extraeuropei, sia in America Latina che in Asia e Medio-Oriente) si comprende facilmente la preoccupazione del gruppo dirigente sovietico dell’epoca. 
Il 1938 segna in ogni modo lo spartiacque nella politica internazionale con una sicura ricaduta, anche, nell'orientamento della dirigenza sovietica dell’epoca, spinta dai fatti, ben più che dalla riflessione teorico-ideologica, a cercare una via d’uscita dalla sempre più evidente minaccia per l’esistenza stessa del primo stato degli operai e dei contadini.
Spartizione della Cecoslovacchia stabilita 
nel Trattato di  Monaco
In tale logica, il Patto di Monaco, del settembre 1938, si erge quale vera e propria monumentale, materiale manifestazione della volontà “occidentale”(soprattutto anglosassone) di spingere la crisi verso uno sbocco quale quello della guerra fra III Reich e URSS. Il disegno risultava fin troppo evidente. Una guerra fra Germania - magari alleata con una serie di altri stati affini per orientamento politico-ideologico e per collocazione geografica, dall'Italia, all'Ungheria, agli stati baltici, comprendendo, magari, la stessa Polonia post-pilsudskiana dei così detti “pan/colonnelli” - e URSS, non solo offriva l’opportunità di colpire a morte lo “stato-canaglia” ante litteram, l’URSS, ma permetteva, inoltre, d’ipotizzare anche l'indebolimento della potenza tedesca, concorrente strategica, all'interno del campo imperialista, delle potenze tradizionalmente egemoni (Gran Bretagna, USA e Francia). Come l’URSS riuscì ad evitare questa certamente poco entusiasmante prospettiva è merito, mai digerito dall'occidente più o meno liberale, dei nuovi dirigenti sovietici e in primo luogo di I. V. Stalin.
Questo esplicito riconoscimento di merito per il leader comunista sovietico non significa aderire ad una visione acritica dell'opera, complessivamente intesa, di Stalin né, tanto meno, resuscitare una surrettizia liturgia da “culto della personalità”; significa, molto semplicemente, riscontrare dati di fatto, respingere ogni opportunistico allineamento all'opera demolitrice e demonizzante portata avanti, in questo ultimo mezzo secolo, nei confronti di un dirigente rivoluzionario, comunista, che s'inserisce a pieno titolo fra i grandi protagonisti della storia contemporanea. 
In sintesi, dobbiamo riacquistare la libertà critica nei confronti dei fenomeni storici del ’900 e in particolare su quelli inerenti la vicenda rivoluzionaria comunista.
L'onestà, prima di ogni altra caratteristica, esclude di uniformare il proprio linguaggio a quello dei vari campioni della reazione che hanno sempre distorto e criminalizzato le esperienze rivoluzionarie non già per i loro tanti limiti e per gli errori da esse compiuti, bensì per gli innegabili pregi che quei sommovimenti di massa ebbero allora e che continuano, positivamente, ad operare anche in questa fase così contraddistinta dagli effetti della vittoriosa controrivoluzione globale determinatasi alla fine degli anni ottanta, primi anni novanta del secolo scorso.
Truppe naziste scardinano barriera 
al confine polacco
Tornando all'analisi storica di quegli avvenimenti, dobbiamo, per efficacia descrittiva e chiarezza valutativa, ripercorrere le tappe che portarono all’intesa di agosto (Patto Sovieto-Germanico di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca, Mosca 23 agosto 1939) e al poco successivo deflagrare del conflitto che, iniziato in Europa (1° settembre 1939) si sarebbe esteso, nel giro di 27 mesi (22 giugno 1941 attacco all’URSS; 7 dicembre 1941 attacco giapponese agli USA), a livello mondiale. Dal Patto di Monaco (siglato da Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia) che liquidava la Repubblica Cecoslovacca quale stato sovrano (oltre che amputarlo del territorio del Sudetenland) al così detto Patto Ribbentrop-Molotov, intercorse meno di un anno e, tuttavia, in quel breve periodo gli avvenimenti si accavallarono con tale rapidità e contraddittorietà come in pochi altri momenti della, pur mai lineare, storia umana.
A Monaco quattro potenze (due “democratiche”, Francia e Gran Bretagna, e due “fasciste”, Germania e Italia) si accordarono sul destino di uno stato sovrano, retto da un regime costituzionale-democratico, senza neppure coinvolgerlo, quanto meno formalmente, nelle trattative. La storia ci ha consegnato molte espressioni di brutale cinismo, ma a Monaco si superarono tutti i limiti immaginabili, tanto da legittimare la “cancellazione de jure” del trattato stesso (con la formula: «d’illegittimità intrinseca»), fatto unico nella storia della diplomazia europea, nella metà degli anni ’70 del secolo scorso.
Riprendendo la sistematica ricostruzione della genesi del Patto Ribbentrop-Molotov cerchiamo di definire una precisa serie di logiche domande/questioni:

  • da chi partì l’iniziativa della svolta nelle relazioni bilaterali;
  • quali furono gli obbiettivi comuni e particolari dei due soggetti (il III Reich e l’URSS); 
  • infine, il bilancio dell’intera operazione e il suo significato storico- strutturale. 
Molti studiosi fanno risalire la nascita, quanto meno sul piano dell’ipotesi/progetto, dell’iniziativa finalizzata al varo di un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali sovieto-tedesche alla relazione che I. Stalin illustrò al XVIII congresso del PCUS (Mosca 9/12 marzo 1939), nella quale il leader sovietico esprimeva, in termini inequivocabili, la volontà dell’intero gruppo dirigente moscovita di evitare lo scontro militare con la Germania, ricordando come l’URSS non avesse mai confuso il conflitto ideologico con le relazioni interstatuali. Il concetto di “coesistenza pacifica” fra stati a ordinamenti economico-sociali e politico-istituzionali diversi era, del resto, già, da anni, parte integrante del bagaglio teorico-culturale della politica di Mosca (del resto già nel 1931 l’URSS aveva sottoscritto un trattato di regolamentazione politico-diplomatica con l’Italia di Mussolini). Per inciso possiamo rilevare un ulteriore elemento di superficiale lettura e giudizio storico-politico; quasi sempre si legge, anche su qualificati testi storici che il concetto di “coesistenza pacifica” sarebbe nato a metà degli anni ’50 quale elaborazione, autonoma, del “movimento dei non allineati” (Bandung in Indonesia, 1955), ripresa dall'URSS e dal movimento comunista internazionale dopo il XX Congresso del PCUS (1956).


Altri storici sottolineano fatti precedenti alla relazione di Stalin al XVIII congresso ricordando una serie di segnali provenienti, in questo caso, dalla parte delle autorità tedesche. Dal lungo e cordiale colloquio che il Führer-Cancelliere imbastì con l’ambasciatore sovietico al tradizionale “ricevimento” d’anno nuovo, il 12 gennaio 1939 a tutta una ulteriore serie di segnali che, fra la fine del 1938 e l’inizio del fatidico ’39, vennero emessi dalle più diverse fonti.
In realtà in tutto quel periodo (ottobre ‘38 luglio/agosto ‘39) ciò che di sicuro e documentato emerge è l’indeterminatezza della politica estera tedesca, l’ambiguità delle potenze occidentali (Londra e Parigi), il pressappochismo irresponsabile della diplomazia italiana e, per contro, la determinazione sovietica ad evitare l’isolamento totale da una parte e il coinvolgimento nella guerra (che il PCUS e la Internazionale Comunista davano, ormai, per certa!), dall'altra. 
Il processo d’avvicinamento fra Berlino e Mosca è puntualmente ricostruito dall'ormai, certo non recente, saggio del Fabry (del 1964!), lavoro che anche con le recenti aperture degli archivi ex-sovietici non viene scalfito nella validità, anzi ne risulta rafforzato sia per il valore interpretativo che per quello descrittivo. 
Vale la pena soffermarsi su un aspetto particolarmente emblematico della mistificazione e distorsione compiute dalla propaganda filo-imperialista antisovietica (di destra e di “sinistra”!): mi riferisco alla tesi, quasi universalmente accettata, riguardante il presunto esplicito accordo spartitorio della Polonia che sarebbe avvenuto, segretamente, con il «Patto di Non aggressione Neutralità e Reciproca Consultazione» siglato a Mosca il 23 agosto 1939. Di quel trattato faceva parte, sia pure a latere, il protocollo con il quale le due parti contraenti (III° Reich e URSS) definivano, delimitavano le rispettive «aree di sicurezza/competenza» reciproche (la così definita «linea fluviale» che seguiva, appunto, i corsi dei fiumi: Pissa, Narew, Vistola, San) rispetto lo spazio, al momento (23 agosto 1939) esistente, fra i confini della Germania e dell’URSS; cioè lo stato polacco quale esso era uscito con i trattati parigini del 1919, che avevano concluso la “grande guerra” (1914/1918), sia con il Trattato di Riga (1921) che aveva posto fine al conflitto scatenato dalla neonata Polonia contro la giovane Repubblica Federale Sovietica Russa. Non voglio qui dedicare troppo spazio alla, pur logica, naturale considerazione circa l’irresponsabilità dello sciovinismo “grande polacco” che inseguiva l’obbiettivo di ricostruire la Polonia imperiale degli Jagelloni, dal Baltico al Mar Nero (!), approfittando della, congiunturale, debolezza dei suoi vicini, all’ovest la Germania e all’est la Russia, cioè le due nazioni maggiormente colpite, devastate dalla “prima guerra mondiale” e dalle sue conseguenze immediate (rivoluzioni, guerre civili, tensioni secessioniste, ecc.), tuttavia vale la pena ricordare come osservatori tutt’altro che filo-russi o, tanto meno filo-sovietici, quale, per esempio, lord Curzon (eminente tradizionale rappresentante della leadership imperiale britannica) esprimessero giudizi negativi e forti preoccupazioni per il futuro rispetto all’insensata espansione di Varsavia verso territori popolati a netta maggioranza da comunità ucraine, russo-bianche, rutene, lituane, ecc., fattori che non avrebbero potuto non avere conseguenze conflittuali. 
Tornando al “riservato” «protocollo a latere» del Trattato Sovieto-Germanico si devono sottolineare le seguenti caratteristiche: 
  1. il sistematico uso del condizionale per quanto riguardavano le condizioni necessarie a mettere in pratico effetto la suddivisione delle “sfere di sicurezza e competenza” reciproche;
  2. l’assenza di ogni automatismo circa l’eventuale azione spartitoria;
  3. la totale assenza di ogni accordo collaborativo sul piano militare;
  4. nessun preciso impegno circa la definitiva sistemazione dei territori in questione.
A tali constatazioni si devono aggiungere sia l’effettivo sviluppo delle relazioni politico-diplomatiche fra Berlino e Mosca intercorso fra il 23 agosto e il 17 settembre 1939 (giorno nel quale le unità militari sovietiche superarono la linea confinaria con la Polonia), sia la precisa individuazione degli scopi e obbiettivi che le due potenze si prefiggevano con il trattato medesimo. 
La frenetica attività diplomatica che la Germania aveva sviluppato soprattutto a partire dalla primavera del ’39 individuava una serie di obbiettivi che possiamo così riassumere: 
  • evitare l’accerchiamento impedendo un accordo fra Londra, Parigi e Mosca; 
  • isolare la Polonia per costringerla a fare concessioni sulla questione del Corridoio di Danzica; 
  • mantenere agganciate le potenze alleate (Italia e Giappone) sia nell'azione diplomatica in corso che nell'eventualità, non cercata, non voluta, ma neppure esclusa, di un conflitto con le potenze “occidentali”. 
In tale logica s’inseriscono le pressioni di Berlino nei confronti di tutta una serie di paesi (Slovacchia, Lituania, ecc.), compresa l’URSS, perché premano a loro volta per via diplomatica e/o militare (con concentramenti di truppe sulla frontiera) su Varsavia, onde determinarne il cedimento. La stessa offerta che il Reich propose a Londra, l’apertura cioè di una nuova fase di definitiva détente fra i due stati, maturata con il memorandum consegnato al governo inglese il 25 agosto, è l’evidente prova di come fino all'ultimo il governo tedesco non desse per scontato che fosse inevitabile il confronto bellico con le potenze alleate della Polonia. 
Del resto, è noto come anche a Londra e Parigi fossero presenti e ben attive le forze che lavoravano in direzione di un duraturo compromesso con il III Reich. Ancora più significativo risulta essere l’atteggiamento di Berlino nei primissimi giorni del conflitto (1 e 2 settembre) quando, in assenza dell’immediata reazione delle potenze occidentali, la Germania si astenne da ogni sollecitazione nei confronti di Mosca, situazione che mutò radicalmente dopo la presentazione degli ultimatum inglese e francese il 3 settembre. 
La realtà, quale emerge dai documenti, sottolinea come il “Patto” fosse nato dalla congiunturale necessità della Germania, da una parte, di evitare la guerra, quanto meno su “due” fronti, senza rinunciare all'obbiettivo minimo della soluzione della questione “Danzica/Corridoio”, e dell’URSS, dall’altra, d’evitare il coinvolgimento in un – qualsiasi - conflitto e contemporaneamente di migliorare la propria posizione strategico-difensiva soprattutto rispetto ad alcune località fondamentali per l’esistenza stessa dello stato russo-sovietico (Leningrado, Minsk, Odessa, ecc.). 
L’ostilità che circondava l’URSS, l’aggressività insita nella situazione internazionale della fine degli anni trenta, così pervasi ancora dal prolungarsi degli effetti della crisi capitalistica del 1929, la relativa fragilità dello stato e della società emersi dalla rivoluzione d’ottobre (fatto di cui erano chiaramente consapevoli Stalin e il gruppo dirigente comunista dell’epoca) costituivano la base razionale sulla quale maturò la disponibilità ad un’intesa che, pur nella contraddittorietà apparente, salvaguardava l’essenziale della politica sovietica: evitare l’aggressione da parte delle potenze imperialiste nelle loro varie possibili combinazioni. 
Con la svolta diplomatica dell’agosto ’39 Mosca otteneva tutta una serie di risultati impensabili fino a pochi mesi precedenti: sviluppo delle relazioni economico-commerciali con un partner altamente industrializzato, allontanamento della prospettiva di coinvolgimento in un conflitto, liquidazione, pratica, degli effetti del Patto antikomintern, isolando così, per giunta, il Giappone, potenza al momento direttamente impegnata in attività belliche contro l’URSS (giugno/agosto 1939, violenti scontri lungo la frontiera orientale della Repubblica Popolare Mongola). 
Del resto, il rapido dissolversi dello stato polacco e la pratica totale passività degli eserciti alleati sul fronte occidentale dimostreranno l’inconsistenza, nel ’39, di ogni reale volontà di combattere e battere le potenze fasciste. L’autonomia dell’elaborazione politico-teorica del gruppo dirigente sovietico fu, all'epoca, fondamentale per la salvaguardia, prima, dell’URSS e per la schiacciante vittoria del 1945 poi. 
Riconsiderare la storia dell’URSS, del movimento comunista e rivoluzionario del ’900 è fondamentale, dunque, non solo per contrastare l’aggressività dell’ideologia capitalistico-imperialista, ma anche per riqualificare un pensiero teorico forte al servizio dell’emancipazione delle classi sfruttate, obbiettivo, quest’ultimo, certamente oggi non meno drammaticamente attuale rispetto al periodo in cui si svolsero quegli avvenimenti. 


Bibliografia:

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Mario Appelius, Una guerra di 30 giorni, Sperling e Kupfer, Milano, 1940
V. Araldi, Dalla Non belligeranza all'intervento, Cappelli, Bologna, 1965
R. Battaglia, La seconda guerra mondiale, Editori Riuniti, Roma, 1960
V. M. Berezhkov, In missione diplomatica da Hitler, CEI, Milano, 1965
N. Bethell, Gomulka, Longanesi, Milano, 1970
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