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mercoledì 30 gennaio 2019

Verità e bugie su Stalin. Un'intervista esclusiva con Grover Furr

Traduzione di Danila Cucurnia


A distanza di circa 15 anni dall'intervista a Grover Furr, rilasciata a Revleft nel luglio 2006 (pubblicata da noi nel 2012 nella traduzione del compagno Davide Spagnoli: Intervista a Grover Furr rilasciata il 18 luglio 2006 a RevLeft)pubblichiamo oggi una nuova intervista, più completa, del dicembre 2018. Gli studi e le ricerche documentali di Furr, che a fine intervista ricorda il collega Domenico Losurdo scomparso nel giugno del 2018, sono una delle fonti più autorevoli per combattere l'anticomunismo e continuare a spazzare via tutto il fango gettato sull'operato di Josif Stalin. (D.C.)

Verità e bugie su Stalin. Un'intervista esclusiva con Grover Furr





giovedì 10 gennaio 2019

Trotskij nell’Italia fascista del 1932 e l’assoluta inconsistenza del PCL


Di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli




In un nuovo articolo, intitolato “Dalla tragedia alla farsa”, emerge per l’ennesima volta l’inconsistenza e il carattere involontariamente autodistruttivo della direzione del PCL, di un nucleo dirigente allo stesso tempo presuntuoso, inetto e sottoposto a continue scissioni: un caso da manuale di teoria e praxis della “scissione permanente”.
Infatti avevamo innanzitutto invitato per ben due volte il micro partitino in oggetto, a partire dal nostro articolo intitolato volutamente “Quattro sfide alla candida ignoranza del PCL sul caso Olberg”, a dare risposta alle questioni concrete da noi sollevate proprio rispetto al caso di Valentin Olberg.
Pur sapendo che non ci sarà risposta neanche stavolta, ripetiamo per la terza e ultima volta almeno tre delle domande da noi sottoposte al PCL già alla fine di novembre del 2018 e, non certo a caso, lasciate senza alcun contraddittorio e replica da parte di Ferrando, nel suo articolo del 3 dicembre. 
“Prima sfida per il PCL: come può spiegare che Olberg non si dichiarò in nessun modo stalinista, e più precisamente una talpa e un agente provocatore stalinista, quando egli venne arrestato agli inizi di gennaio del 1936, proprio dalla polizia stalinista, ossia dal suo (presunto) “datore di lavoro”?
Seconda sfida. Proprio seguendo l’ipotesi avanzata dal PCL non si può spiegare in alcun modo perché Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non abbia affermato e dichiarato subito, nel gennaio 1936, sia verbalmente che per iscritto, che egli volontariamente si era finto trotzkista dal 1929 al gennaio 1936, su incarico della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca; che egli si era volontariamente presentato e fatto passare per trotzkista durante sette lunghi anni, dal 1929 fino all’inizio del 1936, su incarico e dietro ordini proprio della polizia stalinista e dei suoi capi di Mosca.
Terza sfida per il PCL: come può spiegare la distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg, il presunto agente stalinista, ricevette il falso passaporto honduregno nel 1935 dai nazisti e quello nel quale egli confessò tale elemento decisivo alla polizia stalinista nel maggio del 1936?
Infatti un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di più di un anno creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, ossia nel giugno del 1936.
Lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.
Seppur involontariamente, lo storico antistalinista Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: la falla emerge quasi subito, sempre accettando come veritiera tale ipotesi.
Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro e innegabile.
Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale clamoroso aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro elemento sicuro e riportato persino dall’antistalinista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi concreti rapporti logistici con Tukalevskij e i nazisti. 
Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di circa cinquecento giorni tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936, dieci mesi dopo) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.
È solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i circa cinquecento giorni che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936, più di un anno dopo?
Per niente: si tratta invece di un’informazione sicura che demolisce ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente l’ipotesi opposta, di una notizia sicura rispetto a una condotta di Olberg imperniata sul seguire scrupolosamente la “regola del silenzio” rispetto al nemico, nel caso specifico il regime stalinista.
I cinquecento giorni che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data dell’ammissione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto che fa sparire anche i dubbi quasi irragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista nelle fila trotzkiste”.
Creando, ovviamente, un’inevitabile domanda: perché la Gestapo e i nazisti fornirono un passaporto falso a un intellettuale ebreo, comunista e antistalinista, intenzionato e deciso a entrare in modo illegale nell’Unione Sovietica stalinista del 1935?”.
Anche nel nuovo articolo “Dalla tragedia alla farsa” la direzione del PCL riesce in modo farsesco e più che imbarazzante a non rispondere in alcun modo alle nostre sfide sul caso Olberg.
Nulla, zero e niente anche nella loro ultima pseudo risposta, e la ragione di tale silenzio risulta fin troppo semplice: chi con nulla ferisce, nel nulla perisce.
In secondo luogo avevamo dimostrato già in precedenza e con tutta una serie di argomenti, ivi compreso il significativo e lungo silenzio tenuto in merito dall’intelligente e preparato storico trotzkista Brouè, la concretissima realtà della ricevuta della lettera spedita da Trotskij a Karl Radek all’inizio del 1932: si può ritrovare tale materiale nel nostro articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij”.
Cosa ha opposto di concreto il PCL, nell’articolo dell’8 gennaio 2019, ai “fatti testardi” (Lenin) che abbiamo presentato rispetto alla cocciuta ricevuta della lettera del 1932, conservata non a caso negli insospettabili archivi Trotskij di Harvard?
Ancora una volta, nulla. Zero. Niente.
In terza battuta avevamo sfidato Ferrando e il PCL almeno a entrare nel merito di “Linköping”: parola e città svedese riportata dallo stesso Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, che demolisce senza scampo la tradizionale tesi antistalinista sulla presunta e immaginaria impossibilità materiale del volo di Pjatakov, nel dicembre 1935.
Anche su questa tematica nell’articolo in oggetto emerge un patetico zero, un niente farsesco e un nulla paradossalmente estremamente rivelatore.
E per le coincidenze da noi evidenziate rispetto agli eventi del 1935, a partire dal fatto sicuro e innegabile che un aereo civile proveniente dall’estero era atterrato in quel mese nell’aeroporto norvegese di Kjeller, a soli cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss e da dove risiedeva allora Trotskij?

Nulla, zero, niente anche in questo caso specifico.

Avevamo altresì chiarito che Ferrando, nel suo articolo dell’inizio di dicembre dello scorso anno, non aveva detto alcunché neanche sul terzo capitolo del nostro libro: seguito fedelmente, nella sua strada nichilista, anche dal disastroso articolo intitolato “Dalla tragedia alla farsa”. 
E il quinto capitolo del libro “Il volo di Pjatakov”? Anche in questo caso nulla emerge dall’articolo in oggetto, che da una farsa si trasforma ormai in una burla mal riuscita.
Zero, nulla e neanche una risposta anche nei confronti dell’apparentemente assurda “gita nel ghiaccio” compiuta da Trotskij dal 20 al 22 dicembre del 1935, in una gelida foresta norvegese e nonostante che egli si dichiarasse allora “malato”, stanco e febbricitante.
Nell’allucinato pezzo in via di esame non si può trovare ovviamente nulla neanche sulla miserevole figuraccia rimediata da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey, sempre in relazione alla sopracitata “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935.
Infine avevamo sottolineato già nell’articolo intitolato “McGregor, Pompei 1932 e le menzogne di Trotskij” tutta una serie di indizi e prove indirette a favore dell’esistenza concreta dell’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, nella Norvegia del dicembre 1935.
Non si trattava certo di elementi di poco conto.
Ad esempio lo storico trotzkista Brouè aveva infatti ammesso che Lev Sedov, su incarico di Trotskij, mentì clamorosamente nel 1936 rispetto all’esistenza del concretissimo e indiscutibile Blocco delle opposizioni antistaliniste del 1932.
Inoltre erano venuti alla luce del sole i due viaggi compiuti apertamente da Trotskij, nel novembre e nel dicembre 1932, nell’Italia fascista di quel tempo; due viaggi senza avere guai e scocciature di alcun genere da parte della polizia del prototipo di quei regimi fascisti definiti correttamente dall’Internazionale Comunista di matrice stalinista, nel dicembre del 1933, come “la dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale finanziario”.
Bene, a questo punto ripubblichiamo e ripetiamo per la seconda volta tale sezione del nostro intervento precedente, a cui ovviamente nulla ha potuto obiettare la patetica direzione del PCL all’inizio di gennaio.
“Primi due flash. 
Durante la sesta sessione della commissione Dewey “di fronte alla domanda di Dewey avente per oggetto se egli tenesse “un diario”, Trotskij rispose: non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano. In questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.
Un’evidente bugia, visto che esiste un diario scritto sicuramente da Trotskij nel corso del 1935.
Tra l’altro Trotskij non scrisse unicamente il concretissimo diario del 1935, ma il leader in esilio della Quarta Internazionale ricordò con notevole precisione, in una nota del 9 febbraio contenuta proprio nel suo diario del 1935, che “ne tenni uno” (di diario) “per qualche settimana allo scoppio della guerra”, e cioè nell’agosto del 1914, e anche “un altro in Spagna, dopo la deportazione dalla Francia, nel 1916. Credo che sia tutto”. 
Quindi scopriamo l’esistenza di ben tre diari scritti da Trotskij, nel 1914, nel 1916 e nel 1935: niente male, per una persona che invece dichiarò nell’aprile del 1937 di non tenere “un diario”, a solo due anni di distanza dal momento in cui egli iniziò a scrivere il diario del 1935. 
Sempre sotto l’aspetto dell’abilità di Trotskij nel produrre disinformazione va notato altresì che sempre nel suo diario “dimenticato” del 1935, e più precisamente il 9 aprile del 1935, il leader della Quarta Internazionale annotò che, “nei giorni scorsi, ho letto sulla “Veritè” (l’organo principale di informazione dei trotzkisti francesi, dal 1929 al 1936) “un saggio intitolato: Où va la France? Si tratta di un giornale che, come dicono i francesi, “se rèclame de Trotskij”. Nella sua analisi c’è molto di vero, ma anche molto di taciuto. Non so chi scriva questa serie di articoli” (ripetiamo volutamente: “non so chi scriva questa serie di articoli”) “comunque, uno che conosce a fondo il marxismo”. 
Pertanto Trotskij sottolineò il 9 aprile del 1935, e sempre sul suo diario, che egli non sapeva chi scrivesse “questa serie di articoli”, contenuti sotto il titolo di “Où va la France” e appena usciti su un periodico trotzkista: il problema deriva dal fatto che l’autore di quella “serie di articoli” risulta senza ombra di dubbio proprio lo stesso Trotskij, ossia l’autore delle note contenute nel suo diario del 1935, in data 9 aprile 1935.
In quella data, pertanto, Trotskij dichiarò di non conoscere l’identità dell’autore di un saggio scritto ed elaborato da lui stesso, ossia “uno che conosce a fondo il marxismo”: il leader della costituenda Quarta Internazionale non era diventato schizofrenico di colpo, giudici-lettori.
Essendo ormai in cattivi rapporti con le autorità francesi a partire dalla seconda metà del 1934, dopo la buona accoglienza invece ricevuta al suo arrivo come esule in Francia nel luglio del 1933, Trotskij temeva in quella fase storica un’eventuale perquisizione della polizia locale, che avrebbe potuto colpire e interessare anche il suo diario: non desiderando in alcun modo rivelarsi come l’autore degli articoli dal titolo “Où va la France”, egli dichiarò quindi di non conoscere la paternità di questi ultimi. 
Un trucco e una forma sottile di disinformazione usata, per motivi comprensibili, dal leader in esilio della Quarta Internazionale? Certo, ma si tratta di un’ulteriore prova della capacità di Trotskij di produrre clamorose menzogne, in questo caso non prive d’arguzia e umorismo, quando tale particolare praxis gli faceva comodo e serviva i suoi bisogni concreti”. 
Passiamo ora a un terzo elemento illuminante, ossia la grande elasticità tattica dimostrata dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.
Un notevole grado di spregiudicatezza tattica nei confronti degli apparati statali borghesi era stato usato in ogni caso da Trotskij “già nel dicembre del 1932, rispetto all’orrendo regime fascista italiano allora al potere da dieci anni. 
Tornando nel suo esilio in Turchia, dopo una conferenza da lui tenuta a Copenaghen il 27 novembre del 1932, Trotskij transitò infatti per la Francia al fine di imbarcarsi verso i lidi ottomani, ma egli ebbe allora uno scontro con le autorità di Parigi per banali questioni logistiche; al fine di risolvere la situazione Trotskij cercò e ottenne aiuto, invece che dalla vicina Spagna democratico-borghese del 1932, proprio dalla dittatura anticomunista di Mussolini che, secondo le testuali parole dello storico trotzkista Brouè, gli concesse un “visto italiano di transito”. Quest’ultimo ha notato in proposito che Trotskij, “ripartito il mattino del 2 dicembre,” (1932, da Copenaghen) “attraversa la Francia con Lev Sedov, che l’accompagna fino a Marsiglia: qui hanno luogo incidenti con la polizia francese che lo vuole imbarcare a forza su una vecchia tartana, la Campidoglio” (della serie: la comodità prima di tutto). “Ne nasce uno scandalo da cui esce grazie a un visto italiano di transito”, passando brevemente per Milano prima di imbarcarsi per la Turchia. 
Molto prima dei suoi spregiudicatissimi colloqui in Messico, nel giugno e luglio del 1940, con il funzionario statunitense Robert McGregor, Trotskij non ebbe in sostanza alcun problema politico e morale nel dicembre del 1932 a ricercare e ad acquisire un “visto italiano di transito” dalle autorità fasciste italiane, ossia da quella dittatura reazionaria di Mussolini che da dieci anni perseguitava ferocemente e senza interruzione i comunisti e le forze democratiche. 
La sicura informazione sul viaggio italiano – legale e autorizzato dalle autorità fasciste – del leader in esilio della Quarta Internazionale va inoltre collegata e messa a confronto con la tesi, più volte esposta da Trotskij, secondo il quale egli non prese mai e in alcun caso “accordi”, e non avviò mai anche solo delle “trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Ad esempio anche nel suo testamento del febbraio-marzo del 1940, redatto poco prima della morte del leader della Quarta Internazionale, Trotskij scrisse: “Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v’è una macchia sul mio onore rivoluzionario. Né direttamente, né indirettamente non sono mai sceso ad accordi o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia.
Avendo conosciuto ormai sia il viaggio (legale, autorizzato) di Trotskij, nell’Italia fascista del 1932 sia le affermazioni contenute nel suo testamento del febbraio-marzo 1940, sono possibili a questo punto solo tre ipotesi.
Prima ipotesi: a giudizio del Trotskij che scriveva nel 1940, Mussolini e il regime fascista italiano del 1932 non risultavano dei “nemici della classe operaia”. Escludiamo subito tale tesi.
Seconda ipotesi: Trotskij, nel 1940, si era dimenticato completamente del suo viaggio legale nell’Italia fascista del dicembre 1932. Vista l’ottima memoria di Trotskij, sommata al carattere molto particolare sia dell’incidente di Marsiglia sia della sua successiva permanenza in Italia, dove egli tra l’altro si trovò allora attorniato e seguito da alcuni giornalisti fascisti che cercavano inevitabilmente di ottenere le sue dichiarazioni, escludiamo subito anche tale ipotesi.
A questo punto non rimane che una sola alternativa: Trotskij mentì clamorosamente, anche nel suo testamento del 1940, sul fatto di non essere “mai sceso ad accordi”, “né direttamente né indirettamente”, “o anche solo a trattative dietro le quinte” con i “nemici della classe operaia”. Riteniamo che tale conclusione sia inattaccabile, visto che per entrare pubblicamente e legalmente nell’Italia fascista del dicembre del 1932 Trotskij doveva inevitabilmente “trattare” e “accordarsi”, “direttamente o indirettamente”, con la polizia fascista e le autorità fasciste italiane: per l’appunto egli doveva quindi “accordarsi” con inequivocabili e sicuri “nemici della classe operaia” come quel funzionario statunitense legato all’FBI, ossia Robert McGregor, a cui Trotskij fornì in Messico tutta una serie di succulente informazioni nell’estate del 1940, durante un colloquio tra i due su cui torneremo in seguito”. 
Un altro segmento “di prove indirette riguarda invece le innegabili ed evidenti bugie espresse nel 1936-37 dal leader della Quarta Internazionale e da suo figlio rispetto alle loro reali relazioni con molti imputati nei processi di Mosca, oltre ai casi sopra esaminati di Pjatakov e Radek. 
Partiamo dalla clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, con l’autorizzazione e l’impulso diretto da parte del padre, rispetto alla reale posizione politica di I.N. Smirnov.
Lo storico trotzkista P. Brouè ci ha infatti informati che dopo il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 “Sedov, spinto dal padre che gli chiede di fare quel che ormai non può più fare di persona, comincia la preparazione di un opuscolo, che lo porta a definire meglio la linea di difesa e a condurre un esame critico molto accurato del verbale del processo. Per evidenti ragioni di sicurezza e per timore di nuocere alla difesa degli uomini nelle mani della GPU” (ossia della polizia stalinista) “che non hanno ancora negato, Sedov decide di negare tutto ciò che ha a che fare con il blocco delle opposizioni del 1932. Per le esigenze della difesa Smirnov, che Sedov ammette di aver incontrato, banalizzando però la conversazione, è trattato come un qualsiasi capitolazionista” (della corrente trotzkista) “del 1929, distinto da Zinoviev solo per sfumature; allo stesso modo, tutti gli imputati di Mosca vengono presentati come avversari politici di Trotskij quali effettivamente sono stati in una certa epoca, ma non erano più veramente nel 1932”. 
Focalizziamo innanzitutto l’attenzione sulla figura di I.N. Smirnov: lo stesso storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, per le “esigenze della difesa” e “spinto dal padre”, Lev Sedov mentì rispetto alla reale posizione e ruolo politico di I.N. Smirnov, e che cercò invece di farlo passare per un qualsiasi “capitolazionista” rispetto a Stalin, mentre sempre Brouè nel 1991 aveva invece stabilito che I.N. Smirnov fosse, senza dubbio e a tutti gli effetti, già nel corso del 1931 un dirigente politico antistalinista assai vicino alla Quarta Internazionale, come si è già citato in precedenza.
Siamo quindi in presenza di una plateale menzogna elaborata di comune accordo dal duo Sedov/Trotskij, certo sostenuta per le legittime “esigenze della difesa” della costituenda Quarta Internazionale (Brouè); ma se Sedov e Trotskij mentirono rispetto al reale ruolo politico svolto da Smirnov per le “esigenze della loro difesa”, per quale motivo non avrebbero potuto (e dovuto) pronunciare menzogne anche rispetto alla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, sempre “per le esigenze della difesa”? Si tratta in tutti i casi dell’esistenza (o non esistenza) di rapporti politici di matrice antistalinista, in entrambi negati con forza da Sedov/Trotskij.
La sequenza di bugie continuò con la clamorosa menzogna espressa da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, rispetto alla concreta e indiscutibile esistenza del “blocco delle opposizioni” nel 1932.
Nel passo sopracitato lo storico trotzkista Brouè ammise apertamente che, sempre per le “esigenze della difesa” di Trotskij, suo figlio (e in seguito lo stesso Trotskij, davanti alla commissione Dewey e in altre occasioni) mentirono negando la realtà sicura e indubbia del “blocco delle opposizioni nel 1932”, alleanza politica invece realmente formatasi nel corso di quell’anno.
Di nuovo: se Sedov/Trotskij dissero bugie e raccontarono storie anche negando la concreta esistenza di un fronte unito delle opposizioni antistaliniste nel 1932, sempre per le (legittime) “esigenze della difesa”, perché non dedurne che essi raccontarono frottole anche sulla reale posizione politica di Pjatakov/Radek nel 1931-36 e sul volo di Pjatakov, sempre per le legittime “esigenze della difesa” di Trotskij e della costituenda Quarta Internazionale?
Un discorso identico va effettuato anche per la clamorosa menzogna pronunciata da Lev Sedov, sempre con l’autorizzazione da parte del padre, (“spinto dal padre”) in relazione ai reali rapporti politici creatisi nel 1932 tra Trotskij e Zinoviev/Kamenev, principali imputati al processo di Mosca dell’agosto del 1936.
Nel passo sopracitato lo storico trotzkista P. Brouè ci informa che, sempre per le “esigenze della difesa”, Sedov presentò “tutti gli imputati di Mosca” (al processo di Mosca dell’agosto 1936) “come avversari politici di Trotskij, quali effettivamente sono stati in una certa epoca ma non erano più veramente nel 1932”: tutti gli imputati quindi, ivi compresi Zinoviev e Kamenev, come del resto fece suo padre qualche mese dopo davanti alla commissione Dewey. 
Di nuovo: se Sedov/Trotskij mentivano sulla reale posizione politica di Zinoviev/Kamenev nel 1932, che allora operavano in qualità di astuti oppositori clandestini di Stalin, oltre che rispetto alla loro reale relazione (di alleanza politica) con Trotskij sempre nel 1932, per quale motivo non dedurre che essi produssero menzogne anche sulla reale posizione politica di Pjatakov e Radek nel 1931-36, oltre che sul volo di Pjatakov?”.
Sempre per le “esigenze della difesa”, certo.
Ultimi due flash rilevanti, rispettivamente su Robert McGregor e sulla gita di Trotskij a Pompei nel novembre del 1932, con un regime fascista allora dominante in Italia.
A giudizio di Trotskij si poteva infatti “diventare un informatore temporaneo dell’apparato statale degli USA, se le circostanze concrete l’avessero richiesto.
Trotskij giunse infatti fino al punto di incontrarsi due volte in Messico nel 1940 con un rappresentante del consolato statunitense nel paese latino-americano, un certo Robert G. McGregor, per un flusso di informazioni a senso unico sulle attività degli stalinisti in Messico, teso e finalizzato ad aprire uno spiraglio alla richiesta di visto per gli USA, espressa da tempo da parte del leader dell’ormai costituita Quarta Internazionale. Nel rapporto dell’FBI del 1940 risulta che “nel giugno, Robert Mc Gregor del consolato si è incontrato con Trotskij nella sua casa… Egli” (McGregor) “si incontrò di nuovo con Trotskij il 13 luglio… Egli diede a Mc Gregor i nomi di pubblicazioni messicane, di leader politici e sindacali e di funzionari governativi che, secondo quanto si asseriva, erano legati con il CPM” (Partito Comunista Messicano). “Egli” (Trotskij) “affermò che uno degli agenti principali del Komintern, Carlos Contreras” (l’italiano Vittorio Vidali) “era al servizio del Comitato Direttivo del CPM. Egli discusse anche i presunti sforzi di Narciso Bassols, ex ambasciatore messicano in Francia, che Trotskij sosteneva fosse un agente sovietico, per ottenere che egli” (Trotskij) “fosse espulso dal Messico”. 
Il professor William Chase dell’università di Pittsburgh, che ha trovato il rapporto arrivato all’FBI nel 1940 proprio negli Us States archives-RG 84, notò giustamente che “col procurare al consolato USA informazioni sui loro comuni nemici, fossero essi messicani o comunisti americani o agenti sovietici, Trotskij sperava di provare il suo valore a un governo” (quello statunitense) “che non aveva desiderio di garantirgli un visto d’ingresso”: diventare momentaneamente un informatore e un confidente dell’FBI non costituiva pertanto un grosso ostacolo per lo spregiudicato e disinvolto Trotskij, sempre che tale azione fosse finalizzata a raggiungere un obiettivo politico da lui ritenuto importante. 
A giudizio di Trotskij, dunque, entrare in rapporti di collaborazione momentanea e tattica con nazioni e apparati statali capitalistici non costituiva certo un tabù e un grave problema politico, in certi casi: provi dunque Ferrando, se ci riesce, a dimostrare che i colloqui confidenziali del 1940 di Trotskij con un funzionario statale americano siano una “falsificazione stalinista”.
Si è inoltre già ricordato in precedenza come il leader in esilio della Quarta Internazionale fosse entrato in diretto e indiscutibile contatto “con le autorità fasciste italiane alla fine del 1932, nel suo viaggio di ritorno in Turchia dalla conferenza da lui tenuta a Copenaghen, e a questo punto si può aggiungere che Trotskij si fermò tranquillamente nell’Italia di Mussolini anche durante la tappa di andata del suo viaggio in Europa, visitando Pompei in compagnia della moglie e attorniato in tale escursione anche da quasi una decina di altre persone.
Avvocato del diavolo: “Servono prove indiscutibili, per questa vostra affermazione”.
Ce le fornisce lo stesso Trotskij che, in un’intervista del 23 novembre 1932 rilasciata al giornale danese Politiken, citò esplicitamente Pompei notando che proprio in quel luogo “noi” – ossia lui stesso e sua moglie – “abbiamo avuto una grande esperienza”.
Si tratta di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?
In ogni caso stiamo analizzando una “grande esperienza” di Trotskij che ovviamente si basava sul preventivo e indiscutibile assenso del governo fascista rispetto al suo passaggio sul suolo italiano, con i relativi contatti preliminari tra le due parti in causa necessari a tal fine.
Per ammissione dello stesso leader della Quarta Internazionale in via di costruzione, dunque, nel novembre del 1932 e durante il viaggio di andata verso Copenaghen Trotskij si fece una bella gitarella a Pompei con la moglie, mentre durante il ritorno in Turchia egli si fermò una seconda volta e di nuovo nell’Italia fascista di quel tempo, sempre volontariamente e sempre con l’accordo indispensabile delle autorità anticomuniste di Roma.
Spesso un’immagine vale più di mille parole, e su questa materia si può facilmente trovare un breve ma interessante filmato sulla gita di Trotskij a Pompei cliccando su internet “Leon Trotsky: Trotsky visits the ruins of Pompeii with his wife, Natalia Sedova” (online footage.tv, 18 giugno 2015); oppure si può osservare la foto con Trotskij e sua moglie a Pompei ricercando “Leon Trotsky Russian statesman, visiting Pompeii with his wife”. 
Si tratta forse di un’altra falsificazione stalinista, Ferrando?”
È stato fin troppo facile evidenziare la totale vacuità e inconsistenza delle corbellerie partorite in questo caso specifico dalla fallimentare micro direzione del PCL: ma ormai, di fronte a un caso clinico di natura politica talmente disperato, conviene proprio pensare ad altro.

10 gennaio 2019

venerdì 3 marzo 2017

Il volo di Pjatakov- V parte

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo la V parte dell’ottimo lavoro dei compagni di “mondorosso” che continua a smantellare la scintillante ed elaborata cattedrale di bugie costruita da Trotsky contro il regime sovietico e in particolare contro la realtà dei Processi di Mosca. In questa parte viene spiegato perché il viaggio di Pjatakov a Berlino sia come il cacio sui maccheroni per mettere a punto il piano di destabilizzazione interna dell'URSS.
PARTE V





domenica 25 settembre 2016

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana Ros



L'immagine esemplifica quello che viene creduto dal gran pubblico ancora oggi: i Processi di Mosca furono una farsa creata da Stalin per eliminare gli avversari nella lotta per il potere assoluto.

Non è assolutamente così, la verità storica è ben altra.

Ne abbiamo parlato spesso su queste pagine e ne parleremo ancora.

Presentiamo un eccellente studio sul caso di Valentin Olberg, accusato di esser entrato in URSS  con un falso passaporto per organizzare l'assassinio del compagno Stalin su ordine di  Trotskij.

Naturalmente per la vulgata anticomunista diffusa in primis dai trotzkisti, Valentin Olberg non è nient'altro che un agente provocatore sovietico.

La realtà è ben diversa.

Leggetelo e diffondetelo.

LINK ALLO STUDIO

venerdì 22 luglio 2016

Un fraudolento studio accademico anticomunista di una "rispettabile" fonte conservatrice: il Professor Paul Johnson

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Di Grover Furr


Traduzione di Guido Fontana Ros


[NOTA: tutti i grassetti sono stati aggiunti da me - GF]

Una citazione del prof. Johnson da Modern Times (NY: Harper & Row, 1983), pp. 334-335:

"Durante il resto del 1937 e anche nel 1938, molte migliaia di membri del POUM e anzi altri uomini di sinistra di ogni formazione politica, furono giustiziati o torturati a morte nelle carceri comuniste. Tra di loro un gran numero di stranieri, come l'ex segretario di Trotsky, Erwin Wolff, il socialista austriaco Kurt Landau, il giornalista britannico 'Bob' Smilie e l'ex docente presso la Johns Hopkins University, José Robles. Tra coloro che a malapena riuscirono a scamparla ci furono Orwell e Willy Brandt, il futuro cancelliere tedesco. "[Nota 87]
Nota 87, p. 739: "Thomas, op.cit., 705­6; Bernard Crick, George Orwell: A Life (London 1980), 224-­6".

Secondo la n. 48 allo stesso capitolo, "Thomas" è Hugh Thomas, The Spanish Civil War, edizione del 1961.
Diamo una controllata alle note di piè pagina.

Non abbiamo sotto mano l'edizione del 1961 del Thomas ma abbiamo l' "edizione rivista ed accresciuta" del 1977 e il materiale corrispondente si trova nelle stesse pagine, nelle pagine 705-706. Qui sotto c'è quello che dice:

"Anche se Nin fu l'unico membro della direzione del Poum a essere ucciso, anche un certo numero di simpatizzanti internazionali morirono in circostanze misteriose: tra questi Erwin Wolf, metà ceco, metà tedesco, un altro ex segretario di Trotsky, che fu rapito a Barcellona ​​e mai più visto, il socialista austriaco Kurt Landau, Marc Rhein, il giornalista figlio del vecchio leader menscevico, Rafael Abramovich (Abramovich fece due infruttuosi viaggi in Spagna per scoprire quello che era accaduto), José Robles, docente presso la Johns Hopkins University di Baltimora, forse ucciso perché era stato interprete del generale Berzin caduto in disgrazia e forse, 'Bob' Smilie, il giornalista inglese, figlio del leader dei minatori che era venuto in Spagna per conto del British Independent Labour party e morto a quanto pare di appendicite, in una prigione a cui era stato inviato senza giustificazione".
In breve secondo Thomas:

  1. Niente circa i "migliaia"
  2. Nessuna prova che Wolf, Landau, Rhein, Robles o Smillie (questa è la corretta grafia), siano stati uccisi dai comunisti. Wolf fu "rapito" ma Thomas non dice da chi, e scomparve. Il padre di Rhein fece "due viaggi infruttuosi" e non riuscì a far luce sulle circostanze della scomparsa del figlio. Robles "forse" fu ucciso. Smillie ha un "forse" troppo attaccato al suo nome, benché qui non abbia alcun senso ed è contraddetto dalla successiva affermazione che egli "morì apparentemente di appendicite in prigione".
  3. Si noti che anche Thomas che non è uno storico obiettivo ma solo un accanito anticomunista, usi le parole "senza giustificazione" per qualificare l'arresto di Smillie. Le prove sono citate più sotto e dimostrano che questo è un ennesimo tentativo di frode anticomunista, in quanto vi erano parecchie ragioni per l'arresto di Smillie.
Le sole cose di qualche rilevanza dette nel testo di Crick a pp. 224-226 per la citazione di Johnson sono queste:

"Di ritorno al fronte dopo una licenza, Orwell apprese che un altro membro del contingente I.L.P., Bob Smillie (nipote del grande leader dei minatori scozzesi), era stato arrestato dopo aver fatto ritorno in Spagna da un giro di propaganda in Inghilterra. Smillie era in prigione a Valencia (dove morì e non è mai stato chiarito se per appendicite acuta o assassinato dai comunisti)". p.224
"Essi [Orwell e due amici, McNair e Cottman] cercarono di persuadere Brandt ad andare con loro in Inghilterra ma Brandt rifiutò. Cottman ricorda poi l'umore permeato di dispiacere di Brandt a causa di "lavoratori che uccidono altri lavoratori", che provava anche pietà per i poveri tra le fila fasciste, fino a diventare alquanto pacifista in questa sua tristezza in quanto una buona causa gli lasciava l'amaro in bocca".
Secondo Crick quindi:

  1. sulla morte di Smillie "non si è mai fatta chiarezza". Non ci sono prove per attribuirla a un assassinio da parte dei comunisti.
  2. Nulla dice sul fatto che Brandt "avesse proprio tentato di scappare" o che fosse minacciato da qualche pericolo in particolare.
La conclusione:ogni singola affermazione e accusa in questo paragrafo di Johnson è un falso, senza alcun supporto da fonti autentiche, anche da quelle estremamente anticomuniste, a cui si riferisce nella sua nota di piè pagina.


Prendiamo in esame alcuni dei personaggi citati e vediamo quali siano le altre prove che li riguardano


  1. Bob Smillie
    In "Morte di Bob Smillie, Guerra Civile Spagnola ed Eclissi del Partito Laburista Indipendente", l'Historical Journal 40, 2 (1997), conclude che egli fu arrestato in base all'accusa di essere un disertore; venne trasferito alla custodia della polizia segreta essendo sospettato di "ribellione contro le autorità" per la sua partecipazione ai combattimenti di Barcellona, cadde ammalato e quindi trasferito all' "ospedale provinciale nella notte di giovedì 11 giugno, dove morì a mezzanotte di peritonite" (p.445). Ulteriori dettagli medici sono dati nel prosieguo dell'articolo.
    Questi conclusioni furono raggiunte all'epoca dei fatti da David Murray, rappresentante dell'ILP che fece un'inchiesta sul campo e ne riportò, proprio contestualmente allora il risultato all'ILP. Perfino il dottore che curò Smillie fu sentito.
  2. Erwin Wolf
    Qui c'è una citazione da "Con Trotsky in Norvegia (seguito)", Revolutionary History, 2, 2 (estate 1989), giornale trozkista.
    https://www.marxists.org/history/etol/document/norway/nor02.htm
    "
    Erwin Wolf fu segretario di Trotsky nel 1936. Egli si innamorò di Hjordis, la figlia di Konrad Knudsen. A seguito del loro arresto da parte della polizia di stato, Jonas Lie decise di mettere su una nave diretta ad Amburgo, Wolf e jean van Heijenoort, che era come ucciderli. Subito entrarono in contatto con un membro del Partito del Lavoro, il giornalista Fin Moe [15] che intervenne. Si decise allora che la nave facesse prima scalo a Copenhagen dove avrebbe deciso la questione la polizia danese. Il fatto importante è che non vi erano accuse contro di loro che erano anche in possesso di regolari passaporti. La polizia danese comunque decise di espellerli dalla Danimarca. Per quanto è di mia conoscenza, so che presero un aereo per il Marocco per poi far ritorno da lì in Europa. 
    Hjordis Knudsen si ricongiunse con Erwin Wolf a Parigi e di lì, insieme, si recarono in Spagna. Non so se lo fecero con propri mezzi o con l'aiuto dell'organizzazione, ma Hjordis Knudsen mi disse in seguito che ricevettero un avviso che stavano per essere arrestati dalla GPU. Lei riusci a scappare. Erwin Wolf scomparve.". 
Alcuni passi tratti da "Kurt Landau, 'Stalinism in Spain', prefazione di Alfred Rosmer, Revolutionary History 1, 2 (estate 1988),

"Verso la mattina del del 27 luglio 1937 Erwin Wolf fu arrestato per la prima volta. Venne fermato al 24 della Puerta del Angel insieme ad un altro giornalista ed è proprio lì che P e KTh lo videro per l'ultima volta. Wolff fu rilasciato il giorno dopo. E' molto interessante notare come la stampa spagnola non pubblicasse nulla circa il suo arresto mentre il quotidiano italiano fascista Corriere della Sera, il 29 luglio pubblicasse questo trafiletto: 'Il 27 luglio 1937 la polizia segreta spagnola procedette all'arresto dei giornalisti Erwin Wolf e Rst. Furono fermati al 24 della Puerta del Angel, per aprire un'indagine preliminare sulla loro attività politica'. L'arresto dei due giornalisti era solo noto agli 'insiders', ulteriore prova che i fascisti italiani avevano piazzato dei loro agenti all'interno del GPU.Dopo essere stato rimesso in libertà, Wolf fece ritorno al suo domicilio. Dopo aver appreso che il suo giornale aveva cessato le pubblicazioni, decise di lasciare la Spagna. Non ebbe alcuna difficoltà ad ottenere il visto per l'espatrio. Il giorno della sua partenza il suo amico Tioli gli chiese al telefono di passare da  lui a ritirare delle lettere. Wolf promise alla moglie di fare ritorno entro un'ora. Un'ora dopo avvisò la moglie che avrebbe tardato ancora un po'. Da quel momento Wolf e Tioli scomparvero. La stanza di Tioli all'hotel Victoria era sorvegliata dalla polizia da parecchie settimane e tutti quelli che chiedevano di lui venivano fermati.La sorella di Wolf intervenne in favore del fratello presso l'ambasciata spagnola a Praga. Il 10 ottobre 1937 ricevette la seguente risposta:  
Ambasciata di Spagna, 
Praga 
Madame, 
Ho l'onore di comunicarle che secondo un'investigazione della Direzione Generale della Sicurezza, di cui il Ministero degli Interni ci ha informato, vostro fratello Ewin Wolf è stato in prigione, arrestato per attività sovversiva. Fu posto in libertà il 13 settembre 1937.
Hanno osato pretendere che Wolf venne arrestato per attività sovversiva! Non conosciamo fin troppo bene il motivo dell'arresto di Wolf e del perché il GPU sia la causa della sua scomparsa. Wolf era stato segretario personale di Trotzky e sembra che avesse dovuto pagarla cara".

La verità: secondo le informazioni disponibili a questi 2 ricercatori anticomunisti e trozkisti, nessuno sa cosa accadde a Wolf.

Kurt Landau
Da Eva Eisenschitz, "Un comunista tedesco nella Guerra Civile di Spagna", What Next, 1999 (dalla pagina internet dedicata a Trotsky su  
http://www.marxists.org/history/etol/revhist/otherdox/whatnext/eisensch.html:


"Katia Landau che era giunta da Vienna con il marito Karl, era stata arrestata con lui. Kurt era stato in precedenza segretario privato di Trotsky. Il PC era sulle sue tracce. Egli aveva abbastanza esperienza politica da sapere che non avrebbe lasciato vivo la Spagna. Gli anarchici lo nascosero per settimane. Quindi egli cambiò sistemazione. Gli portavo cibo e notizie. Lui prese a sottolineare continuamente una cosa: quando il movimento operaio si impadronisce di qualcosa, non lo abbandona più, sia se egli rimanesse in attività o meno. Due giorni dopo la mia ultima visita, Kurt svanì nel nulla. Quindi gli stalinisti avevano sistemato i loro conti. Alla fine della guerra civili, nessuno poté provare nulla contro di loro".
La verità: secondo questa fonte trotskista, nessuno sa quello che accadde a Landau. 

In Deadly Illusions di John Costello e Oleg Tsarev (New York, Crown, 1993), apprendiamo dalla documentazione d'archivio di Alexander Orlov, capo del NKVD nella repubblica spagnola, che degli agenti comunisti seguivano Landau per arrestarlo o più probabilmente per ucciderlo. Non c'è nessuna prova che ciò sia avvenuto. E' possibile che l'abbiano ucciso, ma anche se l'avessero fatto avrenmmo dovuto trovarne traccia nell'archivio di Orlov a Mosca e Tsarev non ne ha trovata alcuna.

Questo è avvenuto molto tempo dopo che i sovietici avevano ottenuto informazioni sui tentativi Trotskij di assassinare Stalin;  i sovietici ebbero le prove della collaborazione di Trotsky con i tedeschi per la sconfitta dell'Armata Rossa in tempo di guerra e le confessioni del Maresciallo Tukhachevsky, di molti altri alti ufficiali e di personaggi di spicco come Bukharin, Iagoda ed Enukidze concernenti il loro coinvolgimento con Trotstky e i trotkisti in questi piani. Questo avvenne dopo la rivolta dei Giorni di Maggio di Barcellona del 1937, una "pugnalata alla schiena" alla Repubblica Spagnola. I sovietici avevano eccellenti prove del coinvolgimento tedesco e franchista in questa rivolta. Tale coinvolgimento poteva consistere solo in una infiltrazione, anche se più probabilmente si trattò di qualcosa di vicino alla collaborazione.

Josè Robles

Dalla sfavillante recensione di Steven Schwartz, del libro di Radosh, sul The Weekly Standard del 16 giugno 2001 (Schwartz è un anticomunista del tipo di Radosh e scrive sul SCW):
http://www.weeklystandard.com/magazine/mag_6_41_01/schwartz_bkart_6_41_01.asp



"Il primo esempio per Dos Passos fu la sparizione del suo traduttore spagnolo, Josè Robles, professore alla Johns Hopkins che si era recato in Spagna, per servire la repubblica come Dos Passos. In una sequenza di eventi ancora da chiarire oggi, Robles entrò in conflitto con agenti sovietici e scomparve, nessuno lo vide più".
La verità: secondo questa fonte estremamente anticomunista, nessuno sa cosa accadde a Robles, benché siano menzionati "agenti sovietici" per cercare di gettare comunque un po' di onta sui comunisti.


Conclusioni

Noi abbiamo cominciato con la citazione dal libro di Paul Johnson:

"Durante il resto del 1937 e anche nel 1938, molte migliaia di membri del POUM e anzi altri uomini di sinistra di ogni formazione politica, furono giustiziati o torturati a morte nelle carceri comuniste. Tra di loro un gran numero di stranieri, come l'ex segretario di Trotsky, Erwin Wolff, il socialista austriaco Kurt Landau, il giornalista britannico 'Bob' Smilie e l'ex docente presso la Johns Hopkins University, José Robles. Tra coloro che a malapena riuscirono a scamparla ci furono Orwell e Willy Brandt, il futuro cancelliere tedesco".

Non c'è alcuna prova che una sola di queste persone sia stata uccisa dai comunisti, come non vi è alcuna prova che questi ultimi abbiano ucciso migliaia di persone.

Come può Johnson, storico britannico di fama, mentire così spudoratamente? Scommetterei che la causa è sola una: l'anticomunismo.

Il comunismo, una società basata sull'eguaglianza dove gli sfruttatori e i ricchi sono detronizzati in modo che la larga maggioranza delle persone possa vivere e lavorare decentemente, è odiato dai ricchi e dagli sfruttatori. Ci vorrebbero far credere che la disuguaglianza e lo sfruttamento siano "un bene per noi", mentre il comunismo è il "male". Coloro che dicono bugie che sostengono gli interessi dei ricchi sono onorati.

Ma nessuno mente quando la verità è dalla sua parte. La verità non è ciò che i bugiardi anticomunisti vorrebbero farci credere. In questo fatto c'è la speranza di un futuro migliore.














domenica 25 novembre 2012

Trotskij e i Processi di Mosca


REDAZIONE NOICOMUNISTI

GUIDO FONTANA ROS

Tratteremo solo di alcune (tra le tante) circostanze probatorie che evidenziano chiaramente come Leiba Bronstein, alias Lev Trotskij, fosse direttamente implicato e tirasse le fila della colossale congiura smantellata durante i famosi “Processi di Mosca” (vedi post su questo blog, dal titolo "Schema dei Processi contro la Quinta Colonna in URSS dal 1936 al 1938").


Secondo il "main stream" propagandistico anticomunista, i Processi furono inventati di sana pianta dallo NKVD su ordine di Stalin per sbarazzarsi della vecchia guardia bolscevica. 
Trotskij, inoltre, affermò sempre di non aver più avuto nessuno contatto con i suoi sostenitori in URSS, dopo il suo esilio nel 1929.
Non è assolutamente così.
I Processi di Mosca furono veri processi a tutti gli effetti, le accuse erano reali e fu provata la colpevolezza degli imputati e Trotskij fu sempre in stretto contatto con i cospiratori come ha ampiamente dimostrato uno storico, per di più anticomunista, come Arch J. Getty in “Trotsky in Exile: The Founding of the Fourth International.” Soviet Studies 38, 1 (January, 1986), pp. 27-28".
Sentiamo qualche testimone diretto, non comunista e non sovietico.




Dal libro "Ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca. Relazioni autentiche e confidenziali sull'Unione Sovietica fino all’ottobre 1941" Zurigo, 1943 dell'ambasciatore USA, J. E. Davies:

"...Una ragione oggettiva (...) mi ha fatto concludere – a malincuore - che lo Stato ha realmente provato le accuse. Non esiste alcun dubbio sull'esistenza di una cospirazione assai grave fra i dirigenti contro il governo sovietico, e sul fatto che le violazioni della legge indicate nei capi d'accusa siano realmente state commesse, e siano dunque punibili. Ho parlato con praticamente tutti i membri del corpo diplomatico qui presenti, e tranne, forse, una sola eccezione, tutti sono dell’avviso che i dibattiti abbiano stabilito l’effettiva esistenza di un piano segreto e di una cospirazione miranti ad eliminare il governo." da pag. 33, dopo aver assistito al processo di Radek e altri,  il 17 febbraio del 1937 aveva inviato un rapporto in merito al Segretario di Stato degli Stati Uniti.


Stalin riceve Davies, dal film del 1943, Mission to Moscow


"Un altro diplomatico ha fatto ieri una considerazione istruttiva. Parlavamo del processo ed egli ha affermato: "Gli accusati sono senza alcun dubbio colpevoli, abbiamo tutti assistito al processo, siamo unanimi. Ma per il mondo esterno, al contrario, le descrizioni del processo hanno il carattere di una messinscena". Sapeva come ciò non rispondesse al vero, ma apparentemente era bene che il resto del mondo avesse questa impressione" da pag.86, Davies nel suo diario, l'11 marzo 1937.



"Nonostante i miei pregiudizi (...) dopo aver osservato quotidianamente i testimoni e il loro modo di deporre, e in ragione di fatti finora sconosciuti, giustificati (...) sono arrivato alla conclusione che gli accusati abbiano effettivamente violato le leggi sovietiche enumerate negli atti d'accusa. Le stesse, confermate nel contraddittorio, provano le accuse d'alto tradimento e giustificano le condanne emesse contro di loro. L'opinione dei diplomatici che hanno assistito regolarmente ai dibattiti è stata unanime: il processo ha denunciato l'esistenza di una congiura d'opposizione politica di altissimo livello. Il processo ha permesso loro di capire fatti che erano fino ad allora incomprensibili." da pag. 209, a proposito del processo a Bukarin del 1938.


Dal libro "From Right to Left" Londra 1965 dell'avvocato britannico D.N. Pritt:
"La mia impressione è che il processo sia stato condotto equamente, e che gli accusati fossero realmente colpevoli. La stessa sensazione è condivisa da tutti i giornalisti con i quali ho potuto parlare. E certamente pensavano la stessa cosa tutti gli osservatori stranieri (ce n’erano molti, soprattutto diplomatici). Ho sentito uno di loro affermare: "Naturalmente, sono colpevoli. Ma per ragioni di propaganda, dobbiamo negare.", da pag. 110-111, a proposito del Processo del 1936 contro Zinoviev e altri.


Dal libro "Mosca 1937" di Lion Feuchtwanger:

"Quando a Mosca assistetti al secondo processo, quando vidi ed udii Pjatakov, Radek ed i suoi amici,  l'impressione  di  quanto  questi  accusati  dissero  ed  il  modo  con  cui  lo  dissero  fece sciogliere questi miei sospetti come la neve al sole. Se quello che dissero è falso o predisposto, allora non so più che cosa è la verità. Presi quindi i verbali del processo, meditai su quanto avevo visto e sentito, e considerai, ancora una volta, il pro e il contro della veridicità dell'accusa"



"Non posso dire di aver ricevuto questa impressione. Gli uomini processati non erano affatto persone torturate e disperate davanti al loro boia. Non bisogna, naturalmente, pensare che questo processo abbia avuto qualche cosa di fittizio, di artificioso od anche soltanto di solenne o patetico. L'aula in  cui  ebbe luogo iprocesso non era molto vasta, poteva contenere circa trecentocinquanta persone. I giudici, l'avvocato dello Stato, gli accusati ed i difensori sedevano su una bassa tribuna con scale per salirvi, non vi erano barriere fra tribunale e pubblico. E nemmeno c'era qualche cosa che ricordasse il banco degli accusati; la barriera che separava gli accusati dal pubblico sembrava piuttosto il parapetto di un palco."
"Gli accusati erano persone ben curate e ben vestite, dai gesti disinvolti e naturali, bevevano tè, avevano  giornali  in  tasca  e  guardavano  molto  il  pubblico.  Tutto  l'insieme  non  faceva l'impressione di un penosissimo processo, ma piuttosto di una discussione, condotta su un tono di conversazione, da uomini colti, che si occupavano di stabilire la verità e di giudicare quanto era successo"
Dal libro "Scritti sulla politica e la società, L.I. 1919-1941". Aufbau-Verlag. Berlino e Weimar 1968, di B. Brecht:
"Una falsa concezione li ha condotti ad un profondo isolamento e al crimine. Tutte le canaglie del Paese e dell’estero, tutti questi parassiti hanno visto instaurarsi in loro il sabotaggio e lo spionaggio. Avevano gli stessi obiettivi dei criminali. Sono persuaso che questa è la verità, e che come tale sarà intesa nell'Europa dell'Ovest, anche dai lettori nemici...Il politicante che ha bisogno della disfatta per impadronirsi del potere, persegue la disfatta. Colui che vuol essere il "salvatore" opera per mettere in atto una situazione nella quale potrà "salvare", e quindi una situazione cattiva... Trotsky ha dapprima interpretato il crollo dello Stato operaio come una conseguenza della guerra, o meglio del pericolo da essa rappresentato, ma più avanti la stessa è divenuta per lui un presupposto alla sua azione pratica. Se la guerra arrivasse, la costruzione "precipitata" sprofonderebbe, l'apparato sarebbe isolato delle masse. All'esterno occorrerà rinunciare all'Ucraina, alla Siberia orientale, ecc... All'interno, bisognerà fare concessioni, tornare alle forme capitaliste, rinforzare o lasciare rinforzarsi i gulag; ma tutto ciò va nella direzione di una nuova azione, il ritorno di Trotsky. I centri anti-stalinisti non hanno la forza morale di ricorrere al proletariato, non tanto perché siano vigliacchi, quanto piuttosto perché non possiedono una reale base organizzata in seno alle masse, non hanno niente da proporre, non hanno compiti da assegnare alle forze produttive del Paese. Dunque, confessano. E possiamo pensare che confessino anche più di quanto non ci si aspetterebbe."

Le circostanze probatorie riguardano questi punti:
1) Affaire Hotel Bristol
2) Telegramma di Trotskij del 18 giugno 1937 al Comitato Centrale
3) Dichiarazione del Ministro della Guerra nipponico Gen. Hajime Sugiyama del febbraio 1937 
4) Telegramma criptato dell’ambasciatore cecoslovacco in Berlino al presidente Benes 
5) Il coinvolgimento di Bucharin 
6) Falsa affermazione di Leon Sedov, figlio di Troskij

E' DA TENERE PRESENTE CHE SIA TROTSKIJ SIA SUO FIGLIO, LEON SEDOV, HANNO SEMPRE NEGATO OGNI CONTATTO CON GLI IMPUTATI DEI PROCESSI

1) AFFAIRE HOTEL BRISTOL
Confessione di Eduard Solomonovich Gol’tsman:
Durante una seduta dei Processi del 1936 (“Processo del centro terrorista trotskista-zinovievista” oppure “Processo dei 16”), il 21 agosto, uno degli imputati, Eduard Solomonovich Gol’tsman (“Holtzman” nella translitterazione anglosassone), ex membro dello staff (sottosegretario) del Commissariato del Popolo al Commercio Estero, affermò di avere incontrato Lev Trotskij, tramite Leon Sedov, figlio di Trotskij, a Copenaghen, nel novembre 1932.
Dal resoconto della sua testimonianza:
Holtzman:  …nel mese di novembre ho di nuovo telefonato a Sedov e ci siamo incontrati ancora. Sedov mi disse: "Prima di ritornare in URSS sarebbe una buona cosa se tu venissi con me a Copenaghen dove c’è mio padre."
Vyshinsky: Vale a dire?
Holtzman: Vale a dire, Trotsky.
Vyshinsky: Ci andaste?
Holtzman: Ero d'accordo, ma gli ho detto che non potevamo andare insieme per motivi di segretezza. Ho organizzato con Sedov di essere a Copenaghen nel giro di due o tre giorni, di prenotare all’Hotel Bristol e di incontrarci là. Sono andato in albergo direttamente dalla stazione e nel salone ho incontrato Sedov. Alle ore 10:00 siamo andati da Trotsky.


Indicato dalla freccia, l'ingresso al Grand Hotel accanto alla
confetteria Bristol 
Colpo di scena! L’Hotel Bristol a Copenaghen non esiste nel 1932!
Tutto sarebbe una sporca menzogna orchestrata dal NKVD (Narodnyj komissariat vnutrennich, Commissariato del popolo per gli affari interni)!
Questi ultimi sarebbero stati veramente dei ciaparat a far avvenire l’incontro in un hotel che non c’era più...naturalmente su ordine del cattivone per eccellenza: Stalin.
Un breve articolo pubblicato sulla prima pagina del quotidiano danese Social-Demokraten, a una settimana delle esecuzioni dei condannati in questo processo, rivela che l'Hotel Bristol a Copenhagen aveva cessato l'attività nel 1917 e non aveva mai più riaperto i battenti. Era addirittura bruciato.
A rovinare la festa, tuttavia, ci pensano i comunisti danesi che, nella edizione del 29 gennaio 1937 del loro Arbejderbladet, organo del Partito Comunista danese, affermano in un articolo di critica al pamphlet di Friedrich Adler, “Il processo alle streghe di Mosca” che sì, l’Hotel Bristol non esisteva più, ma che di fronte alla stazione di Copenaghen sorge un grande caffè di nome Bristol che:
Pianta che dimostra il collegamento fra confetteria e hotel

1) ha una grande insegna con il nome Bristol
2) ha l’ingresso proprio a fianco del Grand Hotel
3) c’è un collegamento interno con la hall dell’Hotel e sia l’hotel che il caffè appartengono alla stessa famiglia
Mettono pure una foto e una piantina…
A sciupare la fiaba ci si mette pure la rivista Soviet Russia Today, edita a New York,  che nel marzo 1937 ripubblica la foto suddetta.
Naturalmente passa tutto sotto silenzio; inoltre Leon Trotskij, nel famoso affidavit (testimonianza giurata davanti a una commissione, in questo caso un giurin giurello fatto davanti ad amici...come se Pacciani davanti ai compagni di merende giurasse di non c’entrare nulla) reso alla Commissione Dewey, nega ogni cosa, tranne il viaggio a Copenaghen.
Qualche accenno a codesta Commissione Dewey: per allontanare definitivamente i sospetti di qualsiasi coinvolgimento del "più grande rivoluzionario di tutti i tempi" con i congiurati che volevano sovvertire il primo stato socialista costruito nel mondo (ma allora i processi erano veri…), si decide di istituire una commissione di inchiesta indipendente che esaminasse i fatti, con Trostkij nelle vesti di imputato e tanto di avvocato difensore. Naturalmente una buffonata visto che i partecipanti erano o suoi collaboratori o suoi simpatizzanti. Venne anche invitato ad assistere ai lavori l’ambasciatore sovietico a Città del Messico che naturalmente declinò l'invito, essendo una persona con cognizione del senso del ridicolo.
Nelle testimonianze rese a questa Commissione ne compaiono anche 2 platealmente false che negano ogni possibile confusione tra il Grand Hotel e la caffetteria Bristol, quindi Eduard Solomonovich Gol’tsman mentiva... Tutto questo viene ampiamente discusso e smontato dal recente lavoro di uno storico svedese, Sven-Eric Holmström, New Evidence Concerning the “Hotel Bristol” Question in the First Moscow Trial of 1936, che potrete scaricare da questo link

2) TELEGRAMMA DI TROTSKY
Il 18 giugno 1937, un sorprendente telegramma giunge a Mosca. Provienente da Città del Messico ed indirizzato al Comitato Centrale del Partito Comunista Sovietico, è firmato Lev Trotskij.
Questo il testo, in inglese, in quanto i telegrammi internazionali  dal Messico in quell'epoca erano in tale lingua:



POLICY IS LEADING TO COMPLETE COLLAPSE INTERNAL AS WELL

AS EXTERNAL STOP ONLY SALVATION IS RADICAL TURN TOWARD

SOVIET DEMOCRACY BEGINNING WITH OPEN REVIEW OF THE LAST

TRIALS STOP ALONG THIS ROAD I OFFER COMPLETE SUPPORT –

TROTSKY

La traduzione:


POLITICA STA CONDUCENDO SIA COLLASSO INTERNO CHE ESTERNO

STOP SOLA SALVEZZA E’ RADICALE RIVOLGIMENTO VERSO DEMOCRAZIA

SOVIETICA COMINCIANDO CON APRIRE REVISIONE DEGLI ULTIMI

PROCESSI STOP LUNGO QUESTA STRADA IO OFFRO COMPLETO SUPPORTO -

TROTSKY



Ha qualche significato?
Troskij era stato espulso dall’URSS nel 1929 e, condannato in contumacia nei Processi, su di lui pendeva un mandato di arresto. Come pensava seriamente di rientrare in URSS?
A meno che…
1) fosse impazzito
2) volesse far dispetto a Stalin
3) non solo fosse perfettamente al corrente della cospirazione per il colpo di stato, ma sapeva che forse non tutto era ancora stato svelato dai Processi e che c’era ancora qualche margine di manovra
Del resto si può definire il 1937 un anno tremendo per l’URSS:


  • in aprile Genrikh Yagoda, (Commissario Capo del NKVD  fino al precedente settembre) e Avel’ Enukidze (come Yagoda membro del Comitato Centrale),  e altri membri del Governo, cominciarono a confessare circa il loro importante ruolo nella cospirazione;
  • a maggio vi è la rivolta interna in Spagna contro il governo repubblicano da parte degli anarchici del POUM e dei trotskisti in combutta con l’intelligence franchista e nazista;
  • a giugno scoppia il caso del processo ai militari, nel quale è imputato Mikhail Tukachevsky e non solo: risulta che nel complotto sono coinvolti oltre a Yagoda anche Bucharin e Rykov e che, cosa vergognosa, erano in contatto con i servizi segreti tedeschi e giapponesi;
  • Il 2 giugno Bucharin, dopo 3 mesi di silenzio totale, comincia a confessare. Lo stesso giorno anche Lev M. Karakhan, un prominente diplomatico ammette di far parte del complotto;
per il 23 giugno viene fissato il Plenum del Comitato centrale e il 18 arriva lo strano telegramma citato sopra.
Traetene voi stessi le conclusioni…

E' DA TENERE PRESENTE CHE SIA TROTSKIJ SIA SUO FIGLIO, LEON SEDOV, HANNO SEMPRE NEGATO OGNI CONTATTO CON GLI IMPUTATI DEI PROCESSI

Altra interessante implicazione
La stragrande maggioranza degli “storici” (ci sarebbe da aprire un bel dibattito su cosa sono in realtà questi storici), ha sempre affermato che in realtà Stalin e i suoi collaboratori sapevano che in realtà Trotskij non fosse implicato con lo spionaggio tedesco o quello giapponese. Bene, allora come si spiega la seguente annotazione autografa sulla traduzione del telegramma?
Stalin annota:
“Brutta spia” e “Sfacciata spia di Hitler”
Quindi firma lui stesso e fa firmare a V. Molotov, K. Voroshilov, A. Mikoian e A. Zhdanov
Originale del telegramma



3) DICHIARAZIONE DEL MINISTRO DELLA GUERRA NIPPONICO GEN. HAJIME SUGIYAMA
Il generale Hajime Sugiyama nel febbraio del 1937, rivelò di essere in contatti con oppositori dell'Urss che passavano informazioni riservate all'inteligence giapponese (“Soviet Links Tokyo With ‘Trotskyism.’” New York Times March 2, 1937, p. 5). Naturalmente anche quest'ultimo giornale era sotto il controllo degli "stalinisti"...

4) TELEGRAMMA CRIPTATO DELL'AMBASCIATORE CECOSLOVACCO IN BERLINO

Nel 1987, negli archivi di stato della Cecoslovacchia, viene scoperto un telegramma in cui si informava il presidente Benes che Hitler era a conoscenza che generali di alto rango preparavano un colpo di stato in URSS. Questo documento trova riscontro negli archivi nazisti catturati dagli Alleati e resi pubblici a partire dal 1974.

5) IL COINVOLGIMENTO DI BUCHARIN

Una conferma della luciferina doppiezza di Bucharin viene dalla testimonianza di un suo amico personale: Jules Humbert Droz esponente di primo piano del Partito Comunista svizzero, nonché feroce antistalinista.
Nel suo libro di memorie "Mémoirs de Jules Humbert-Droz. De Lénine à Staline. Dix ans au service de l’internationale communiste 1921-1931" Neufchâtel: A la Baconnière, 1971, afferma testualmente a pag.370 e pag 380:

"Nous eûmes une longue et franche conversation. Il me mit au courant des contacts pris par son groupe avec la fraction Zinoviev-Kamenev pour coordonner la lute contre le pouvoir de Staline. Je ne lui cachai pas que je n’approuvrais pas cette liaison des oppositions: «La lute contre Staline n’est pas un programme politique. Nous avons combattu avec raison le programme des troskystes sur des problems essentiels, le danger des koulaks en Russie, la lute contre le front unique avec les social démocrates, les problems chinois, la perspective révolutionnaire très courte, etc. Au lendemain d’une victoire commune contre Staline, ces problems politiques nous diviseront. Ce bloc est un bloc sans principles, qui s’effritera meme avant d’aboutir.»
Boukharine me dit aussi qu’ils avaient decide d’utiliser la terreur individuelle pour se débarrasser de Staline. Sur ce point aussi je fis d’expresses reserves: l’introduction de la terreur individuelle dans les lutes politiques nées de la Révolution russe risquait fort de se tourner contre ceux qui l’emploieraient. Elle n’a jamais été une arme révolutionnaire. «Mon opinion est que nous devons continuer la lute idéologique et politique contre Staline. Sa ligne conduira, dans un avenir proche, à une catastrophe qui ouvrira les yeux des communists et aboutira à un changement d’orientation. Le fascism menace l’Allemagne et notre parti de phraseurs sera incapable de lui resister. Devant la debacle du Parti communiste allemande et l’extension du fascism à la Pologne, à la France, l’Internationale devra change de politque. Ce moment-là sera notre heure. Il faut donc rester disciplines, appliquer les decisions sectaires après les avoir combtatues et s’opposer aux fautes et aux measures gauchistes, mais continue la lute sur le terrain strictement politique"
La frase chiave è questa:" Boukharine me dit aussi qu’ils avaient decide d’utiliser la terreur individuelle pour se débarrasser de Staline" vale a dire: "BUCHARIN MI HA ANCHE DETTO CHE ESSI AVEVANO DECISO DI UTILIZZARE IL TERRORE INDIVIDUALE PER SBARAZZARSI DI STALIN".


Questo nel 1929,9 anni prima del processo. Stalin stesso alla notizia del coinvolgimento di Bucharin rimase incredulo e raccomandò il massimo zelo nella condotta delle indagini al fine di esserne sicuri al 100%.


6)FALSA AFFERMAZIONE DI LEON SEDOV FIGLIO DI TROTSKIJ

Leon Sedov, nel suo " Libro rosso sui Processi di Mosca", afferma che il "Blocco della destra e dei Troskisti" non è mai esistito, che si trattò sempre di un'opposizione politica, alla luce del sole. Peccato che, tra le altre cose, esista negli archivi di Troskij, una lettera all'inchiostro simpatico scritta di suo pugno, lettera in cui attesta l'esistenza del citato Blocco e dei suoi contatti con i componenti. Lettera resa pubblica nel libro di Pierre Broué "Trotsky" - (Paris), Fayard, 1988. Del resto anche Pierre Broué era un acceso stalinista...(Per chi non capisse, è da intendersi in senso ironico: Pierre Broué era un acceso ANTIstalinista)

Chi fosse interessato ad approfondire può consultare questo breve saggio di Grover Furr a questo link.