lunedì 21 ottobre 2013

La questione dei dissidenti spiegata da Yuri Andropov

REDAZIONE NOICOMUNISTI


Pubblichiamo un interessante documento digitalizzato e introdotto da  Andrej Zdanov (pseudonimo)


Il suono della parola «dissidente» evoca nella coscienza dei più quell'immagine stereotipata e romantica che le fonti di disinformazione della borghesia ci hanno demagogicamente propinato per decenni, e tuttora ci impongono (alcuni hooligan del capitalismo ancora oggi creano siti a sostegno del «dissenso» nei paesi socialisti ormai crollati ma che, a quanto pare, incutono ancora timore nelle loro anime meschine; ecco un esempio:www.italian-samizdat.com/),l’immagine dell'«intellettuale» perseguitato dai potenti unicamente «per le sue idee». Questa fotografia completamente alterata dal photoshop dei mass media capitalistici non riflette fedelmente la realtà e questo dovrebbe esser chiaro ad ogni comunista cosciente. Ciononostante l’enorme flusso di «informazioni» deformate e, in molti casi, completamente false, così come l’assenza di una egemonia culturale comunista nell'odierna fase storica, creano non poche difficoltà nel rispondere agli attacchi del nemico. Un efficace rimedio a questa debolezza è costituito dalle spiegazioni fornite dai dirigenti sovietici, in questo caso dall'allora presidente del KGB Yuri Andropov, per lunghi anni direttamente coinvolto nella lotta contro i «dissidenti» e al medesimo tempo capace di osservare i fatti col distacco e col realismo che si convengono all'analisi scientifica marxista. Le sue parole sono altresì in grado di chiarire alcune questioni, come quella del carattere monolitico della società sovietica e della «lotta di classe sotto il socialismo», non di rado oggetto di divergenze con i compagni maoisti e hoxhaisti. Buona lettura, compagni.




Dal Rapporto presentato alla riunione solenne tenuta a Mosca in occasione del 100° anniversario della nascita di F.E. Dzeržynskij (9 settembre 1977) da Yuri Andropov



[…]


Compagni,


nel momento in cui il nostro paese si volge verso il passato per commemorare il sessantesimo anniversario della Rivoluzione socialista d’ottobre, non possiamo dimenticare che la formidabile attività creativa del popolo sovietico si è svolta nel contesto di una lotta incessante contro le forze che si frapponevano sulla via dello sviluppo socialista della nostra patria, tentando in tutti i modi di impedirci di costruire la vita nuova, sforzandosi di strangolare il paese dei Soviet. Ingerenze, blocco economico, complotti controrivoluzionari, aggressione nazista, ricatto economico: ecco alcune sfide che abbiamo raccolto e affrontato vittoriosamente. La realtà ha mostrato l’invincibilità del sistema sovietico, la volontà inflessibile del popolo sovietico di difendere le conquiste della Rivoluzione d’ottobre. 
Tuttavia, i nemici del socialismo non hanno ancora rinunciato ai loro tentativi di boicottare il nuovo regime, o per lo meno di complicare il suo sviluppo, visto che è diventato impossibile abbatterlo con la forza delle armi. Essi combattono il socialismo nella politica e nell'economia, nonché con i loro servizi segreti, usando lo spionaggio e fomentando il deviazionismo, compreso quello ideologico. 
I servizi speciali dell’imperialismo tentano di travisare in modo vergognoso gli scopi e la natura stessa della politica del PCUS e dello Stato sovietico e di nuocere alla realtà sovietica. Essi svolgono in campo ideologico azioni di sabotaggio, puntando sul cosiddetto deviazionismo ideologico. Vogliono erodere e smantellare la convinzione comunista dei sovietici, imporci punti di vista e una morale estranei al socialismo e tentare infine di ottenere cambiamenti politici e sociali nella società sovietica, a vantaggio dell’imperialismo. 
Tutto ciò fa purtroppo parte del mondo così duro in cui viviamo. Ecco perché anche oggi dobbiamo essere molto vigili e prendere tutte le misure indispensabili per neutralizzare le azioni di sabotaggio dei nemici del socialismo. Il partito considera questo un dovere non solo degli organi di sicurezza dello Stato, ma anche di tutte le organizzazioni sociali di Stato, di tutti i comunisti e di tutti i cittadini del nostro paese. 
Abbiamo motivi validi per considerare una conquista fondamentale l’unità ideologica e politica della società sovietica. La storia non aveva mai conosciuto un sistema sociale come il nostro, in grado di far convivere quasi in un’unica famiglia tutte le classi e tutti i gruppi sociali di una società, tutte le nazionalità e le etnie di un paese. Questo si è verificato perché l’unità ideologica e politica è divenuta una delle principali fonti di forza della società sovietica. Da qui si spiegano gli attacchi violenti da parte degli avversari del socialismo a questa unità. Da qui anche l’incredibile chiasso organizzato dalla propaganda occidentale intorno alla famosa questione «dei diritti e delle libertà», alla questione detta dei «dissidenti». Lo stesso termine di «dissidente» (colui che la pensa in un modo diverso) è un’abile trovata propagandistica, che mira a indurre in errore l’opinione pubblica. Utilizzando questo termine, la propaganda borghese spera di dare a intendere che il sistema sovietico non lascia ai suoi cittadini la libertà di pensarla come vogliono e perseguita tutti coloro «che la pensano diversamente», vale a dire che dissentono dalla linea ufficiale. Questo quadro non ha assolutamente nulla a che vedere con la realtà. 

Nel corso di un recente intervento, il compagno Leonid Brežnev ha chiaramente enunciato la posizione del partito a questo proposito. «Non è proibito da noi pensare diversamente dalla maggioranza, né valutare in maniera critica questi o quegli aspetti della vita sociale», ha detto. «Siamo riconoscenti ai compagni che muovono critiche fondate con il fine di far progredire le cose. Coloro che muovono critiche sbagliate vengono da noi considerati semplicemente persone fuorviate». 
Signori ideologi borghesi, vorremmo attirare la vostra attenzione sull'articolo 49 della nuova Costituzione dell’Unione Sovietica. Vi si trova chiaramente enunciato il diritto dei cittadini dell’Unione Sovietica a muovere critiche e a proporre suggerimenti. Vi è detto molto esplicitamente che le vessazioni nei confronti di chi muove delle critiche sono proibite. 
La cosa è diversa quando un pugno di individui che si sono estraniati dalla nostra società si impegnano in attività antisovietiche, violano le leggi, forniscono informazioni calunniose all'Occidente, diffondono dicerie infondate e tentano di provocare comportamenti antisociali. Questi rinnegati non possono godere di nessun appoggio all'interno del paese. Per questo motivo non si azzardano a intervenire nelle fabbriche, nei kolchoz e nelle amministrazioni. Se lo facessero, verrebbero subito allontanati. I «dissidenti» sono nemici del socialismo che hanno fatto appello alla stampa occidentale, ai servizi diplomatici, ai servizi segreti o simili. Tutti sanno che esiste una professione di «dissidente» generosamente remunerata con valuta pregiata e altre elemosine: il che, alla fine, non è molto diverso dal sistema con cui i servizi segreti imperialisti retribuiscono i loro agenti. 
Alcuni esponenti occidentali pongono questa domanda che credono sottile: Come spiegate l’esistenza di «dissidenti» dopo sessant’anni di potere sovietico? 
Questa domanda è «sottile» solo a prima vista. In effetti, sarebbe aberrante supporre che tra i sovietici (più di 260 milioni di persone) non vi fosse nessuno che, su questo o quel problema, la pensa diversamente dalla grande maggioranza. 
Gli scritti di Marx e di Lenin e la realtà ci insegnano che l’educazione dell’uomo nuovo richiede moltissimo tempo e moltissimi sforzi, che è molto più facile realizzare mutamenti sociali ed economici anche profondi. Ma l’elemento più importante è un altro: l’educazione dell’uomo nuovo nei paesi socialisti non si fa sottovuoto, ma nel contesto di una lotta ideologica e politica sempre più aspra in campo internazionale. Sessant’anni di vita nuova sono poca cosa rispetto a millenni trascorsi sotto il segno di una mentalità e di una morale scaturita dalla proprietà privata; non è dunque il caso di stupirsi se esistono nella nostra società persone che non si adattano ai princìpi collettivi del socialismo. Abbiamo il diritto di considerare un successo che queste persone siano sempre più rare. 
Che ogni decisione fondamentale in materia di politica interna ed estera (il nuovo progetto di Costituzione, per esempio) sia oggetto di un dibattito nazionale; che la politica del partito venga intesa dal popolo sovietico come una questione che gli attiene profondamente; che praticamente il 100 per cento degli elettori voti in favore di questa politica; tutto questo non è forse una testimonianza eloquente dell’unità ideologica e politica della nostra società? 
Questo non significa che nel socialismo avanzato non possano esservi individui le cui azioni non si inscrivono né nell'ambito morale, né in quello giuridico, della società sovietica. Le ragioni del fenomeno sono diverse: smarrimento politico o ideologico, fanatismo religioso, deviazionismo nazionalista, rancori e fallimenti personali – vissuti come sottovalutazione da parte della società dei meriti e delle possibilità di un singolo individuo – infine instabilità psichica. Abbiamo a che fare con tutti questi casi. L’edificazione della nuova società, della nuova civiltà comunista è un processo complesso e difficile. Non potrebbe essere altrimenti. 
Come abbiamo già detto, noi ci sforziamo di aiutare coloro che sbagliano, di far loro cambiare opinione e di portarli a correggere i loro errori. Ma quando alcuni di questi «dissidenti» intraprendono azioni che violano le leggi sovietiche, è necessario utilizzare altri metodi. Anche se poco numerose, queste persone esistono ancora nel nostro paese, così come esistono, purtroppo, ladri, colpevoli di concussione, speculatori e altri tipi di delinquenti comuni. Tutti costoro danneggiano la nostra società e per questo devono essere puniti conformemente alle leggi sovietiche. 
E che non ci si rimproveri di mancare di umanità in questi casi. Noi riteniamo che dar prova di umanità significhi difendere gli interessi della società e porre termine all'attività criminale di coloro che impediscono ai sovietici di vivere e lavorare con tranquillità e nella sicurezza. 
Devo dire a questo proposito che nel nostro paese i cittadini condannati per attività antisovietiche non sono stati mai così poco numerosi come oggi, da quando esiste il potere sovietico. Si tratta di eccezioni. Questa situazione è il logico riflesso dei processi politici e socio-economici di rafforzamento dell’unità della società sovietica. 
Ecco in che cosa consiste realmente la questione dei «dissidenti». Differisce dal quadro che ne dà la propaganda borghese come il giorno dalla notte. […] 

(Yuri Andropov, Sulla strada del socialismo, Mondadori, 1984, pp. 229-233)

La decrescita felice è realizzabile nel capitalismo?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Articolo di Davide Spagnoli pubblicato su: 
http://www.istitutogramsciforli.it/wordpress/?p=1144



Finalmente un buon cappuccino! Ma proprio buono: con il giusto equilibrio di schiuma, compattezza e temperatura del latte.

Mi ero fermato in quel bar, in cui non avevo mai messo piede prima, come tappa della passeggiata che stavo facendo, nonostante il diluvio che già da qualche giorno, a tratti, assediava Forlì.
Il cappuccino era straordinario e il bar, forse proprio per quella ragione, era affollato e non ho potuto fare a meno di ascoltare la conversazione dei miei vicini di bancone.
Un ragazzo e una ragazza, immagino universitari, stavano discutendo sul tema della decrescita e lei era piuttosto dubbiosa sulla possibilità di realizzare una cosa del genere.
Non sono rimasto ad origliare a lungo, un po’ perché il cellulare lampeggiava e un po’ perché era imbarazzante entrare non invitato nel privato di quei due ragazzi, ma una volta a casa ho deciso di chiedere alla rete cosa fosse la decrescita, che poi ho imparato essere aggettivata con un felice, decrescita felice…
Ma ho condiviso le obiezioni della ragazza ed anch’io mi chiedo se sia possibile realizzarla sul serio la decrescita felice, oltretutto in un sistema i cui attori sono i capitalisti.
Ma chi è un capitalista?
Quale criterio possiamo usare per definirlo?
“Chi detiene e investe grandi capitali privati in attività economiche produttive”, così mi dice il dizionario on line del Corriere della Sera.
Ma quel “grandi capitali” è decisamente vago: grandi quanto?
Che so, c’è una soglia limite oltrepassata la quale si entra nel novero dei capitalisti ed un centesimo prima non lo si è ancora?
È un centesimo che fa la differenza? Inoltre, individuata una soglia limite, si deve tener conto della svalutazione?
È una definizione troppo vaga. E allora come potremmo fare?
Beh, quello che posso vedere è che c’è una grande differenza di atteggiamento, da parte mia e da parte della stragrande maggioranza di quanti conosco, nei confronti del denaro.
Credo che noi tutti lo usiamo per soddisfare i nostri bisogni, eppure ci sono delle istituzioni, ma anche delle persone, che hanno come fine il profitto in quanto tale.
Beh, adesso mi vengono in mente le corporation, ossia le multinazionali, le banche e qualche raro caso di persone realmente feticiste del denaro. Ma il commerciante, l’artigiano, il contadino, il piccolo ed anche il medio imprenditore lavorano, spesso come dei muli, per vivere agiatamente, e quindi, anche per loro come per noi, il denaro è solo un mezzo per vivere meglio e non il fine in se stesso.
Il fine del profitto per il profitto? Ma che senso ha?
Per noi nessuno, ma per il capitalista ne ha tanto, anzi è la sua ragione di vita.
Beh, questo allora significa che tra noi e il capitalista c’è un contrasto di fondo: per noi il fine è la soddisfazione dei bisogni, per lui è il profitto.
La controprova?
In questi anni molti imprenditori, a causa della crisi e dell’impossibilità di evitare il licenziamento, e quindi la messa in crisi dei propri dipendenti e delle loro famiglie, si sono suicidati.
Non ho mai avuto notizia di una cosa del genere da parte di banche e corporation. Mai.
Non solo. Se si guarda bene a come agiscono le banche e le corporation si vede chiaramente che a loro delle persone non importa proprio niente: il loro unico fine è il profitto.
Beh, questa definizione mi sembra decisamente meno vaga di quella del Corriere.
Ma se il fine del capitalista è il profitto è del tutto evidente che il suo obiettivo sarà allora quello di realizzare quanto più guadagno può.
Ma come si può fare in regime di libero mercato? Attenzione: il libero mercato in questione è quello idealtipico, un mercato ideale e perfetto, senza vincoli o costrizioni, insomma il mercato ideale, il miglior ambiente in cui possa agire il capitalista.
Dunque, per ottenere il massimo profitto, il capitalista dovrebbe essere in regime di monopolio ed invece…
Beh, se si considera il mercato, in realtà è possibile essere monopolista, certo non per sempre, ma per un certo periodo di tempo sì.
Il mercato, al contrario di quanto comunemente si ritiene, non è tanto un luogo fisico, ma è il mercato dei bisogni costantemente ampliato proprio dal capitalismo.
Se il capitalista detiene il brevetto per la produzione di un certo bene, in grado di soddisfare un certo bisogno, allora agirà in regime di monopolio di fatto, perché i concorrenti, pure presenti sul mercato, non hanno ancora acquisito la tecnologia sufficiente per produrre lo stesso bene, con qualità pari se non superiore, ad un prezzo inferiore e quindi per conquistare loro una posizione di monopolio di fatto.
Ma presto o tardi la concorrenza sarà in grado di realizzare beni ad un prezzo inferiore.
Breve digressione.
Il capitalismo abbassa costantemente i prezzi di produzione dei beni perché meccanizza la produzione, ossia, sostituisce l’uomo con le macchine, il quale viene costantemente espulso dal mercato del lavoro.
Torniamo al nostro capitalista.
Visto che la situazione è che la concorrenza è ora in grado di sostituire il nostro nel monopolio, che scelte può fare il capitalista per restare “in sella”?
Può investire in tecnologia per abbassare sempre più i costi di produzione, oppure può comprimere il salario dei lavoratori e anche in questo caso, nel breve periodo, l’effetto è una riduzione sensibile dei costi.
Ma in questo meccanismo è presente anche un bug, un ospite decisamente indesiderato: nonostante gli sforzi fatti, la percentuale dei profitti tende inesorabilmente a calare. E del resto è del tutto evidente: se prima la torta se la pappava uno solo, in seguito, spartirsela con altri implica inesorabilmente che le fette siano sempre più piccole.
A questo punto, però, l’unica scelta possibile, grazie alla tecnologia, è aprire un altro mercato dei bisogni...ed il ciclo si ripete.
Oltre a queste considerazioni c’è da tenere presente che i presidenti dei consigli di amministrazione delle corporation e delle banche hanno un orizzonte temporale molto breve: il bilancio trimestrale. La loro unica preoccupazione è fare profitti perché il bilancio trimestrale sia positivo per loro stessi e gli azionisti.
Con un orizzonte temporale di tre mesi è molto difficile che i CEO (Chief of Executive Office, Presidente del Consiglio d’amministrazione) possano preoccuparsi di quanto può accadere tra vent’anni, ma anche solo tra sei mesi, perché il loro time limit è a tre mesi di distanza.
Quello che la decrescita felice chiede è che ci sia una programmazione che nell’arco di qualche anno ci porti ad essere, secondo i suoi sostenitori, tutti più felici... mi pare invece che, nel capitalismo, le condizioni per una tale impresa proprio non ci siano.
Mi sa che le obiezioni della ragazza fossero fondate…



mercoledì 9 ottobre 2013

TELECOM: la madre di tutte le privatizzazioni.


REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Danila Cucurnia


Cosa c'era prima di Telecom?


Prima del 1994, il settore delle telecomunicazioni controllato dallo Stato, era diviso fra diverse società operanti in regime di monopolio:

  • SIP che si occupava della rete fissa urbana e della prima rete mobile
  • ASST che gestiva le dorsali e gli snodi teleselettivi
  • ITALCABLE che curava i collegamenti internazionali
  • TELESPAZIO per le comunicazioni satellitari
Tutte queste aziende facevano capo alla capogruppo STET a sua volta controllata dall'IRI. Queste aziende, nel 1994, davano lavoro a 120.000 persone che nel 2002, dopo soli 8 anni, scenderanno a 80.000. Si trattava di aziende che, nonostante i ladrocini perpetrati da manager nominati dai partiti, veri e propri boiardi di stato, riuscivano sovente a produrre utili, innovazione tecnologica e occupazione. Si pensi ad esempio alla CSELT di Torino dove l'ingegner Leonardo Chiariglione inventava lo standard video MPEG e il formato audio mp3, grazie al quale oggi vediamo film e sentiamo musica in internet. Ricordiamo anche l'introduzione negli anni '70 della teleselezione con software e hardware italiano che fece scuola a livello mondiale.

Cosa succede nel 1994?

In quell'anno, essendo internet in Italia ancora agli albori, tutte queste società vengono fuse insieme e nasce la TELECOM. Fin da subito si manifesta la natura truffaldina dell'operazione poiché il capitale immobiliare che l’azienda di stato porta in dote (terreni ed edifici nei centri storici delle più importanti città italiane, ad esempio a Roma in una traversa di Fontana di Trevi, a Milano a Via Cordusio, etc), viene volutamente sottostimato per rendere più appetibile la futura cessione ai privati.

Chi gestisce questa operazione?

A questo punto l'aria comincia ad essere satura di uno strano odore composto da aroma di mortadella e olezzo d'incenso da sacrestia: a gestire l'operazione è Romano Prodi, presidente dell'IRI, che rassegna le dimissioni pochi giorni dopo, quando Berlusconi diventa Presidente del Consiglio.

Con Berlusconi il cammino della privatizzazione si interrompe?

Assolutamente no, si prosegue; viene liquidata la STET e giunge l'ora del passaggio successivo: la collocazione in Borsa di Telecom.

Chi si trova alla regia dell'operazione di collocamento in Borsa della Telecom?

L'olezzo descritto più sopra torna a diffondersi. A dirigere l'operazione ritroviamo il nostro Romano Prodi, nel frattempo tornato alla ribalta come Presidente del Consiglio, che mette insieme un “dream team” (“squadra da sogno” per chi non mastica l'idioma della perfida Albione).
La squadra magica è composta da:
Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro;
Mario Draghi, direttore generale del Tesoro (oggi presidente della Bce);
Vittorio Grilli, braccio destro di Draghi.

Cosa escogita il dream team?

Al grido di “W la modernità” e “mercato è bello”, parte l'operazione per far diventare Telecom una vera Public Company, Wow!
Vendere, vendere! Azionariato popolare! La democrazia nel mercato!
La realtà sarà ben diversa, a dispetto dei proclami che all'azionariato degli investitori di mercato finanziari e industriali non sia riservato più del 3%, mentre al Tesoro andrà il 5,5% (oltre alla golden share: per spiegazioni su cosa è chiedere alla Camusso), si permetterà alla FIAT, con appena lo 0,6%, di dettare legge. Infatti, dopo l'epurazione di Biagio Agnes e Ernesto Pascale, la FIAT fa cacciare dalla guida del gruppo Telecom, Guido Rossi. Umberto Agnelli attraverso il suo fido Gabriele Galateri di Genola e Suniglia ( ci mettiamo anche un VienDalMare al cognome?) nomina come Presidente Gian Mario Rossignolo che verrà allontanato dopo 10 mesi, non prima di aver fatto ridere mezzo mondo.

In tutta questa vicenda manca qualcuno. Dove erano gli intrepidi difensori dei diritti dei lavoratori?

Naturalmente impegnati a intonare inni per la Public Company, infatti CGIL-CISL-UIL, in Telecom, danno il loro consenso all’utilizzazione del TFR, anche nel caso dei lavoratori/trici che già ne hanno usufruito, per l’acquisto delle azioni. Come si vede il vizio di mettere le mani sul TFR parte da lontano. Il prezzo di collocamento in borsa è lit. 10.908 (euro 5.63) e di 10.795 (euro 5.58) per i dipendenti : chi avesse tenuto le azioni Telecom dal 1997 ad oggi (euro 2.09), si troverebbe una perdita del 169% circa, con buona pace di chi sostiene il vantaggio di conferire il TFR dei lavoratori alla Borsa.

Quanto incassò lo Stato dalla collocazione in Borsa?

Il Tesoro incassò dalla vendita 11,82 miliardi di euro, ma dal punto di vista del progetto industriale, dell'occupazione e dell'innovazione tecnologica fu un disastro. Naturalmente la gestione della Telecom viene caratterizzata da faide, guerre intestine, veti incrociati nonostante si crei il cosiddetto "nocciolo duro" dell'azionariato composto da:
  • IMI 0,8%
  • Credito italiano 0,7%
  • Credito Suisse First Boston 0,7%
  • Ifil 0,6%
  • Generali 0,6%
  • Compagnia San Paolo 0,6%
  • Comit 0,5%
  • Ina 0,5%
  • Mps 0,5%
  • Fondazione Cariplo 0,5%
  • Alleanza 0,4%
  • Rolo Banca 0,3%

Come si arriva a Bernabè e alla scalata dei "capitani coraggiosi" di Colaninno ?

Mancano i soldi e si sperava che li mettesse la FIAT visto che c'era un suo uomo al comando, l'eccezionale Gian Mario Rossignolo. La FIAT da quasi un secolo è abituata a prendere dallo Stato mica a mettere, quindi non ci pensa neanche per un minuto, oltretutto è in crisi e piena di debiti...
La presidenza di Rossignolo è attraversata da una straordinaria conflittualità dei managers e dei soci che gli sono dietro e che cercano di assumere il controllo senza metterci altri soldi.
Rossignolo combatte Tommasi, amministratore delegato (proviene dall' IRI-STET) che ha quasi chiuso un accordo con AT&T e manda a monte l’accordo stesso. Tommasi si dimette. Gamberale, sostenuto dai DS, in particolare da D’Alema, gli succede contro Caio, ex Olivetti, sostenuto da Profumo, Credito Italiano. Rossignolo cerca un accordo con Berlusconi (Mediaset), ma trova il veto da parte degli Agnelli; cerca allora un partner internazionale, CABLE & Wireless, ma anche questa operazione non riesce.

Ma questi "capitani coraggiosi" quando entrano in scena?

Nell’ottobre del 1998, arriva Bernabè dall’ENI (aficionado del Club Bilderberg). A questo punto arrivano anche i nostri "capitani coraggiosi": prende il via l’operazione Colaninno-Cuccia-D’Alema che porterà, nel febbraio del 1999, all’OPA lanciata dal consiglio d’amministrazione di Olivetti, che ha venduto INFOSTRADA ed OMNITEL al gruppo Mannesman. Infatti al ragioniere di Mantova, Roberto Colaninno viene un'idea meravigliosa: far comprare all'Olivetti il 51% delle azioni Telecom senza soldi.

Caricatura di D'Alema ispirata da Vauro


Come senza soldi?

Mai sentito parlare delle società "scatole vuote" (chiedere a Berlusconi, lui sì che se ne intende)?
Il nostro ragioniere mantovano crea la BELL società con sede in Lussemburgo. I soci sono Gnutti, altri industriali bresciani, Consorte dell'UNIPOL (Bersani e D'Alema ne sapete qualcosa?) e i furbetti del quartierino. Insomma gli imprenditori vicini al PD.
Bisogna dire che l'operazione, al ragioniere, non sarebbe riuscita senza l'appoggio di Bersani e D'Alema da una parte e di Cuccia dall'altra. Infatti D'Alema, quando si profila l'assemblea dei soci Telecom indetta da Bernabé per decidere sull'OPA, impedisce la partecipazione del Ministero del Tesoro, tant'è che Draghi se lo fa mettere per iscritto, così viene a mancare il numero legale. D'Alema in realtà vuole dare una legnata ad alcuni suoi nemici e crearsi un polo industriale amico, similmente a quanto fatto da Craxi con Schimberni e Gardini.
Dal canto suo Cuccia di Mediobanca procura i contatti con alcune banche internazionali che mettono il denaro come Dlj,Chase, Lehman.
L'Olivetti attraverso la società Tecnost controllata dalla Bell, controlla la Telecom con il 51% delle azioni accumulando un debito di 25,5 miliardi di euro. Non basta: viene creata un'ennesima società la HOPA cui oltre ai soggetti già elencati aderisce anche il Monte dei Paschi di Siena (a volte le coincidenze...). Si tratta di un'operazione di leverage buyout: compri un’azienda facendo i debiti e poi trovi il modo di scaricare il tuo debito sull’azienda che hai scalato.
La gestione di Colaninno è principalmente una gestione finanziaria, preoccupata attraverso artifizi (fusioni, scorpori), di impedire un’eventuale scalata di Telecom e di rendere più agevole il flusso di denaro che da Telecom deve affluire, attraverso le varie scatole, a TECNOST per sanare il debito.
Insomma il gioco delle tre carte fatto da magliari con la benedizione del PD.

Quand'è che Colaninno va a far danni da un'altra parte?

Abbastanza presto Olivetti comincia a barcollare in Borsa e anche Telecom va sempre peggio, per cui gli amichetti bresciani di Colaninno vogliono sfilarsi; insomma è un prendi i soldi e scappa. Non sembra vero ai loro occhi quando all'orizzonte compare Tronchetti Provera con alle spalle Benetton, Pirelli e banche come la Lazard che fa una buona offerta. Frattanto i debiti di Telecom arrivano a 51 miliardi di euro. Siamo nel 2001-2002.
La gestione di spremitura della Telecom di Colaninno trova un degno continuatore nel Tronchetti Provera, nessun investimento viene fatto.

E il Tronchetti Provera?

Il marito di Afef viene definitivamente travolto dallo scandalo spionistico causato dalla premiata ditta Tavaroli-Sasinini-Ghioni-Cipriani-Mancini, tutti managers Pirelli - Telecom, che godevano piena fiducia di Tronchetti Provera, con l’aggiunta del vice capo del SISMI. Se ne deve andare, non a mani vuote: incassa 295 milioni di euro. Neanche il ragionier Colannino si può lamentare, infatti si porta via anche lui circa 250 milioni.

Chi arriva dopo?

Comincia la lagna dell'italianità della Telecom che si trascina fino ai giorni nostri con l'offerta spagnola.
Vorrebbe comprare Carlos Slim, imprenditore telefonico messicano, oggi l’uomo più ricco del mondo. Bocciato. Bussa alla porta di Tronchetti, Cesar Alierta di Telefónica. Bocciato anche lui. Alla fine fiorisce la impagabile “operazione di sistema”. Il governo Prodi battezza un pasticcio in cui una nuova scatola, battezzata Telco, strapaga a Tronchetti le sue azioni: 2,8 euro contro i 2,2 della quotazione in Borsa.
Ai piccoli azionisti, che detengono l’80% del capitale, niente nemmeno stavolta.
La Telco è formata da Telefónica España, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca.
E chi è il presidente di Mediobanca? Gabriele Galateri di Genola, l’immancabile.
Chi è il direttore generale di Mediobanca? Alberto Nagel, che attualmente intende far vendere a Mediobanca le sue partecipazioni azionarie in Telecom.
E chi è il numero uno di Intesa Sanpaolo? Bazoli, profeta delle operazioni “di sistema”.
L’operazione si chiude a fine aprile 2007. Mediobanca e Intesa Sanpaolo litigano fino a dicembre per scegliere il nuovo manager. Nel frattempo l’azienda rimane affidata a Riccardo Ruggiero, l’uomo di Tronchetti, famoso per gli stipendi, le buonuscite e l’autovelox che lo becca a 311 all’ora in autostrada sulla Porsche e che finirà invischiato nell’inchiesta sulle sim false di Tim.
A dicembre arriva la scelta di Franco Bernabè (di nuovo lui), decisa dal comitato nomine di Mediobanca di cui fa parte Tronchetti, il quale dunque è chiamato a scegliere il successore nell’azienda che ha venduto, ma anche evidentemente comprato.
Elegantemente Tronchetti non si presenta alla riunione dalla quale esce il nome del nuovo presidente di Telecom Italia: Gabriele Galateri di Genola, che lascia così la poltrona di Mediobanca a Cesare Geronzi.
Geronzi passerà alle Generali da dove sarà cacciato e al suo posto di presidenza oggi c’è lui: Gabriele Galateri di Genola e Suniglia, il quale ha comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali.

Stessa domanda di poco più sopra: la “Triplice” cosa ha detto di tutto questo?

Una beata minchia!
Dalla pagina http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585(invito chi volesse approfondire questa vicenda a leggere questo ottimo articolo):
"Negli scenari, sin qui descritti, va sottolineato che CGIL-CISL-UIL & CO hanno tenuto fede al celebre motto “Franza o Spagna, purché se magna”, nel senso che hanno pienamente appoggiato e sostenuto tutti i processi attuati. Anzi, come ogni neofita che si rispetti, sono stati zelanti sacerdoti del libero mercato ed interessati rappresentanti della cogestione, infittendo le stanze della cogestione e della compartecipazione economica - un esempio per tutti il fondo pensioni integrativo (Telemaco), e sottoscrivendo una serie di accordi a perdere a danno di lavoratrici e lavoratori. Hanno cominciato, già, nel 1996, predisponendo, quando ancora l’unica azienda delle telecomunicazioni era Telecom, la trasformazione del contratto nazionale dei lavoratori Telecom in quella di settore delle telecomunicazioni, peggiorando, naturalmente, le condizioni normative ed economiche di partenza, ad esempio soppressione della 14 mensilità, coefficienti, etc. Hanno dato, come scritto sopra, il loro consenso all’uso del TFR per l’acquisto delle azioni, al momento della privatizzazione. Hanno sottoscritto tutte le esternalizzazioni, stipulando accordi d’armonizzazione, salvo offrire, successivamente, un’opposizione di circostanza, di fronte alle preoteste di lavoratrici e lavoratori che inviavano loro diffide a sottoscrivere accordi che li riguardassero. Hanno sottoscritto tutti gli accordi sulla mobilità, a prescindere di chi governasse Telecom, chiudendo gli occhi sull’incremento del fenomeno degli appalti e sub appalti. Hanno dato il loro consenso allo smantellamento del settore informatico aziendale (sia FINSIEL, sia TELECOM), accettando che lo stesso fosse dato in appalto e sub appalto ad una miriade di aziende e azienducole. Hanno appoggiato la crescita di mostri tipo ATESIA, favorendo l’uscita del lavoro da Telecom e TIM e siglando accordi che davano legittimità all’adozione dei contratti CO.CO.CO. nei riguardi di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Come le tre scimmiette non hanno visto, sentito e detto nulla sulla vergognosa vicenda delle intercettazioni, malgrado siano presenti in una valanga di commissioni paritetiche a livello nazionale, regionale, provinciale"

Ma la storia si ripete?

Parrebbe di sì, infatti leggiamo su Repubblica del 3/10/2013 che Bernabé si dimette dalla presidenza di Telecom. Anche lui non se ne va a mani vuote: porta via un "gruzzoletto" di 6,6 milioni di euro.

Quindi, salvo interventi del governo, Telefónica España si avvia ad assumere il controllo di Telecom. Comunque rimanete sintonizzati perché la storia continua...


LINK:
http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=585
http://sottoosservazione.wordpress.com/2010/04/16/la-polpa-di-telecom-ha-riempito-le-loro-pance-lettera-di-colaninno/

http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Telecom-Sismi
http://www.ilgiornale.it/news/e-tronchetti-aula-rivela-fu-letta-dirmi-riprendere-tavaroli.html



venerdì 30 agosto 2013

LA CONCEZIONE DEL MONDO MARXISTA

REDAZIONE NOICOMUNISTI



In questa occasione, la redazione di NOICOMUNISTI propone un interessante saggio del compagno Fabrizio Merlo, nell'intento di stimolare un fecondo confronto sulla visione marxista del mondo che, ribadiamolo fin da subito, è autenticamente scientifica.


La concezione del mondo marxista


Introduzione

Lo scritto seguente è frutto della rielaborazione critica delle letture che mi hanno impegnato negli ultimi mesi, a partire da “Ludwig Feuerbach” di Friedrich Engels e due brevi scritti, “Sulla storia della filosofia di Alexandrov” di Andrej Zdanov, e “Del materialismo dialettico e del materialismo storico” di Iosif V. Stalin, che hanno costituito a tutti gli effetti per me le introduzioni non solo alla filosofia marxista ma anche alla filosofia in generale; oltre alla successiva lettura di altri testi più elaborati, come “Dialettica della natura” di F.Engels. In realtà lo scritto che presento è cominciato come una proposta di discussione circa una critica alla filosofia marxista trovata nell’edizione de “La città del sole” del già citato opuscolo di Friedrich Engels su Feuerbach, dove il curatore Giovanni Sgrò, facendo affidamento a un testo del filosofo Lucio Colletti (1) introduce lo scritto del filosofo tedesco soffermandosi su di una differenza interpretativa della dialettica hegeliana rispetto al suo amico e collega Karl Marx, la quale differenza avrebbe segnato profondamente, il corso del marxismo teorico mutandone “profondamente il carattere e la struttura”. 
Cito integralmente il passo:

“…A essere quindi «critica e rivoluzionaria per essenza» non è, come sostiene Engels, la dialettica hegeliana tout court, immediatamente presa, perché nella «sua forma mistificatala dialettica» può ben servire a «trasfigurare lo stato di cose esistente»; ad essere, invece, «critica e rivoluzionaria per essenza» è in realtà, la dialettica nella sua «forma razionale»,«rovesciata», bonificata e demistificata materialisticamente, le cui «forme generali del movimento» ha sì «scoperto ma nello stesso tempo mistificato».
A differenza da quanto sostiene Engels,la dialettica hegeliana è, secondo Marx, sì «la forma fondamentale di ogni dialettica, ma soltanto dopo l’eliminazione della sua forma mistica, ed è appunto questo che distingue» il «metodo di svolgimento» di Marx da quello di Hegel, perché Marx è «materialista, Hegel idealista». Mi preme osservare che se la controversia vertesse solo intorno all’interpretazione di Hegel, la cosa in fondo avrebbe scarso peso. Il fatto sostanziale e fondamentale è ,però, che da questa diversa interpretazione Engels ricava alcune deduzioni che avranno un peso decisivo sul corso ulteriore del marxismo teorico e che ne modificheranno profondamente il carattere e la struttura.
Al di là e nonostante tutti i distinguo e le precisazioni di Engels, sta di fatto, tuttavia, che già con l’Antiduhring e poi più esplicitamente col Feuerbach, « il “marxismo” incorpora a sé questa banalità liberale e piccolo-borghese secondo cui la clavis aurea per intendere Hegel sarebbe da ricercare nella contraddizione tra il metodo e il sistema, tra i princìpi rivoluzionari e le conclusioni conservatrici ».
Non solo questo. Il marxismo incorpora anche un’altra « banalità liberale e piccolo-borghese”, e cioè che «per “raddrizzare” la dialettica hegeliana» basterebbe cioè «prendere questa dialettica così com’è e “applicarla” alla materia».
L’ingenuità di questa interpretazione risulta chiara se si considera che Engels non si avvede che «il problema non è di “applicare” la dialettica di Hegel alle cose”, ma di vedere come «la materia, le cose, entrino concretamente a strutturare la nuova dialettica», come cioè quest’ultima si configuri, una volta che non sia più «dialettica di puri pensieri”, ma «dialettica materialistica o scientifica» .
In conclusione: attraverso l’interpretazione di Engels, il marxismo – che è una concezione della storia che è nata « sulla base e in funzione dell’analisi della società borghese moderna», una teoria che offre «l’analisi scientifica della formazione economico-sociale capitalistica» – subisce, per così dire, una sorta di « ritraduzione in termini speculativi » e torna ad essere, cioè, «una ”concezione generale del mondo” nel vecchio senso della parola, una filosofia che sovrasta e soverchia l’analisi scientifica concreta» .” (2)

Andando avanti con le letture e con il tentativo di controbattere a Sgrò e Colletti, il testo prendeva sempre maggior dimensione, fino a che non ho trovato interessante collegare l’argomento trattato con una critica all’esposizione dei princìpi della filosofia marxista fatta da Stalin, comparsa sul forum “ScintillaRossa”, poiché l’argomento è molto simile e certe accuse rivolte al leader bolscevico sono assolutamente identiche a quelle mosse al filosofo tedesco.
Contenuto del presente scritto è dunque un tentativo di difesa da un attacco importante al marxismo, mirante ad offendere il materialismo dialettico per colpire la rivoluzionaria concezione del mondo marxista, facendo leva su di un presunto “peccato originale” del marxismo; tale “peccato originale” viene fatto risalire a delle interpretazioni erronee della filosofia di Hegel da parte di Engels, a detta di Sgrò sostanzialmente differenti da quelle di Marx. Nel caso delle critiche di Morganti queste si sviluppano maggiormente sul campo politico, ma comunque la battaglia si svolge principalmente in filosofia, giacché il pomo della discordia è la dialettica hegeliana, in quanto a questa i nostri critici fanno risalire l’origine dei presunti mali della filosofia marxista.
Nell’esposizione della dottrina marxista e della filosofia materialistico dialettica, mi è venuto naturale rispondere alle critiche contrapponendo argomenti tratti da una delle mie ultime letture, “Scienza, marxismo, cultura” di Emilio Sereni, che già fin dalle prime pagine si è dimostrata una lettura pregna di una forza culturale, politica e scientifica capace di scardinare completamente sul piano teorico tutto l’impianto ideologico della borghesia. Molto devo a questo scritto, e credo che sia una lettura obbligata per ogni marxista degno di tale qualifica. Il titolo appena citato non è l’unico testo che ho affrontato nelle ultime settimane, ad esso infatti si affiancano “Materialismo ed empiriocriticismo” di V.I. Lenin e “Antiduhring” di F.Engels.
Sebbene tali letture mi propongano continuamente moltissimi spunti di riflessione, fin troppi, per questo e per il fatto che ho accumulato materiale in abbondanza, e che alcuni argomenti, come quello sulla scienza, non sono stati sviluppati ancora del tutto, per il momento mi limito a sperare che questo scritto, pur contenendo sicuramente ancora delle lacune o errori ideologici, possa stimolare l’interesse di tutti i compagni che lo leggeranno verso gli argomenti trattati, che a mio avviso sono di estrema importanza, e — nel caso dei rapporti tra filosofia e scienza —da alcuni anche sottovalutati. Mi scuso inoltre per lo stile forse un po’ troppo ripetitivo, che comunque ho trovato quasi naturale per esporre gli argomenti trattati, i quali necessitano del massimo della chiarezza (o perlomeno, la mia intenzione era quella di essere il più chiaro possibile).
Dunque, buona lettura, compagni.

Fabrizio Merlo 


I

Le critiche a Engels e Stalin
Differenza interpretativa di Hegel tra Marx ed Engels

Occorre innanzitutto tenere a mente una premessa, una chiave per comprendere il giudizio su Engels di Sgrò e Colletti, i quali notano di sfuggita il carattere dilettantesco, e “volgarizzante” nella diffusione delle idee elaborate insieme a Marx. Chiaramente questa è una pulce messaci nell’orecchio da Sgrò e Colletti che dovrebbe dirci di non fidarci troppo del collaboratore di Marx in genere, e da ciò partirebbe quindi la separazione tra Marx e tutto il marxismo.
Dal confronto tra il poscritto alla seconda edizione de Il Capitale e il Feuerbach di Engels non credo che si possano ricavare deduzioni così differenti e tali da trasformare la filosofia marxista in una scienza delle scienze, poiché Marx poneva l’accento sulla forma razionale della dialettica, spogliata del rivestimento mistico, ”perché considera ogni forma divenuta nel fluire del movimento, perciò anche dal suo lato transitorio (…) ed essa è critica e rivoluzionaria nel suo intimo”; mentre Engels parlava di carattere conservatore e carattere rivoluzionario, il primo relativo, e il secondo assoluto (il solo assoluto ch’essa ammetta). Ma quindi Engels non sostiene che la dialettica di Hegel sia critica e rivoluzionaria “tout court”. Inoltre sia Marx che Engels hanno usato l’espressione “rovesciare, capovolgere la dialettica di Hegel”. Non è chiaro quindi da dove Sgrò ricavi un’affermazione di questo tipo, almeno io non l’ho trovata nel testo, mentre un’estrapolazione di alcuni pensieri presi da Engels sulla dialettica hegeliana e ricombinati seppur grossolanamente difficilmente può condurre alla conclusione che Engels abbia preso la dialettica hegeliana così com’era e l’abbia applicata “alle cose”, come dice Colletti.
Engels affermava inoltre la contraddizione tra metodo e sistema e tra princìpi rivoluzionari e conclusioni conservatrici. Secondo Engels, Hegel vede nella monarchia per ceti promessa da Federico Guglielmo II la realizzazione dell’Idea assoluta come compimento della Storia, poiché il genere umano giunge alla conoscenza di tale Idea assoluta, conoscenza raggiunta nella filosofia hegeliana. Dato che questo è in contraddizione con il metodo dialettico che non ammette nulla di definitivo, assoluto, sacro, ma di ogni cosa ne dimostra la caducità, e giustifica determinate tappe della conoscenza e della società solo per il loro tempo e le loro circostanze, Engels giustamente sottolinea come “le esigenze interne del sistema filosofico bastano quindi da sole a spiegare come si giunga, con un metodo di pensiero essenzialmente rivoluzionario, a una conclusione politica molto modesta”. Hegel quindi era costretto a trovare una conclusione, un compimento della sua filosofia poiché potesse proclamarsi definitiva. A questo Engels aggiunge un’accusa di parziale filisteismo ad Hegel. Questa interpretazione di Engels, che trova la ”clavis aurea” per intendere Hegel nella contraddizione tra metodo e sistema sarebbe, secondo Colletti, una banalità liberale e piccolo-borghese.

Analogie tra due diverse critiche al materialismo dialettico

Vorrei però fare ora un confronto tra le critiche di Sgrò-Colletti al metodo dialettico nelle mani di Engels e le posizioni di un ultrasinistro, tale Matteo Morganti; leggendo un suo intervento sul forum “Scintilla Rossa”(3), ho trovato nel tentativo di confutare l’interpretazione di Stalin della filosofia marxista, un indizio su di una critica di fondo comune, diciamo un tasto che viene toccato spesso dai critici “di sinistra” del marxismo, a prescindere dall’autore criticato, che sia esso Engels o Lenin piuttosto che Stalin. Alcune citazioni di Lucio Colletti sembrano essere l’origine di molte interpretazioni critiche dei diversi autori “di sinistra”, tra i quali anche Costanzo Preve. Questo tratto comune tra le varie critiche “da sinistra” consiste nello speculare sugli errori di interpretazione filosofici, presunti errori di metodo e di comprensione dei sistemi. Nel caso di Sgrò-Colletti il bersaglio è Engels ed oggetto di critica sono, da una parte, la tesi della contraddizione tra metodo e sistema in Hegel, e dall’altra l’applicazione della dialettica hegeliana alla materia, e sia ben chiaro, la dialettica presa così com’è, operando una semplice inversione meccanica. Come ho detto prima, ciò non mi pare verificato filologicamente, anche perché Marx ed Engels usarono termini molto simili riguardo a che cosa si doveva fare con la dialettica di Hegel. Per Colletti il marxismo è solo una “concezione della storia nata sulla base e in funzione dell’analisi della società borghese”, che analizza scientificamente la “formazione economica-sociale capitalistica”; quindi, implicitamente, egli vuole separare il materialismo dialettico dal marxismo e gettarlo via, poiché il primo sarebbe un puro sistema filosofico di vecchio tipo, che sottopone a sé i risultati della ricerca scientifica — dunque il materialismo dialettico sarebbe antiscientifico —.
In Morganti invece, abbiamo per prima cosa una critica alla correttezza scientifica del termine “materialismo dialettico”, cosa sicuramente interessante e su cui ritorneremo più avanti, ma quello che più ci interessa adesso è il fatto che sia nelle critiche di Morganti a Stalin, sia in quelle di Sgrò-Colletti a Engels troviamo un punto comune, e cioè che la dialettica nelle mani di Engels in un caso e di Stalin nell’altro sarebbe stata mal recepita o comunque applicata “direttamente” dalla dialettica di Hegel. Differenza tra le due critiche è quindi la riconduzione della natura di “scienza delle scienze” del marxismo al peccato originale di Engels filosofo dilettante, da parte di Colletti, mentre Morganti non nomina affatto un presunto errore interpretativo di Engels, anzi dice che Marx ed Engels “trasformano” entrambi la dialettica hegeliana, e si concentra quindi esclusivamente su Stalin accusandolo di aver strumentalizzato la dialettica per proteggere il suo potere personale. Notiamo di sfuggita e ribadiamo come i critici di sinistra tendano in diversi modi di difendere un marxismo originario da presunte speculazioni, revisionismi, reinterpretazioni, attaccando questo autore e salvandone il o i predecessori, autoelevandosi al rango di marxisti puri e ortodossi . Ma tornando nel merito delle critiche, c’è da sottolineare un altro punto in comune di Morganti con Colletti. Egli infatti dice della frase iniziale dello scritto di Stalin che “già dice tutto del tentativo di tarpare le ali alla ricerca scientifica”; Colletti accusa il marxismo dopo Engels di essere tornato una “scienza delle scienze”, una “filosofia che sovrasta e soverchia l’analisi scientifica concreta”.

II

Uno sguardo alla concezione del mondo della filosofia marxista

Vediamo allora cosa dice Stalin ne “Il materialismo dialettico e il materialismo storico”; lo scritto comincia così:
«Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito marxista-leninista »
La “concezione del mondo” o “Weltanschauung” è, nelle filosofie premarxiste, un sistema chiuso e compiuto a cui la ricerca filosofica deve attenersi. Più precisamente, il sistema conduce alla definizione di una “verità assoluta” che tutto spiega e tutto conosce, anche la filosofia hegeliana fa parte di queste filosofie, e lo fa notare Engels nel suo commento ad Hegel sulla contraddizione tra metodo e sistema, commento poi bollato da Colletti come banalità liberale e piccolo-borghese. Sebbene preparato da Hegel e dedotto poi da Marx ed Engels quando fecero i conti con la loro vecchia coscienza filosofica, cioè quando si occuparono di compiere una critica alla filosofia tedesca, qui troviamo il primo contenuto rivoluzionario della filosofia marxista: la vecchia filosofia in quanto dottrina che pretende di raggiungere la “verità assoluta” è finita.

«…non appena abbiamo scorto... che il compito posto in questo modo alla filosofia non vuol dire altro se non che un singolo filosofo deve realizzare ciò che può essere realizzato soltanto dall’intero genere umano nel suo sviluppo progressivo — ha detto Engels — non appena scorgiamo questo, la filosofia intera, nel senso che finora si è dato a questa parola, è finita. Si lascia correre la ”verità assoluta”, che per questa via e da ogni singolo isolatamente non può essere raggiunta, e si dà la caccia, invece, alle verità relative accessibili per la via delle scienze positive e della sintesi dei loro risultati a mezzo del pensiero dialettico» (Engels, Ludwig Feuerbach)

Engels, Marx e le figlie di quest'utimo
Con il marxismo la concezione del mondo cessa di essere un sistema di conoscenze della natura e dell’uomo che in una determinata epoca e nella testa di un singolo filosofo riassuma tutto l’infinito progresso nella conoscenza da parte dell’intero genere umano. E’ assurdo infatti poter dare un’immagine esaustiva del mondo nell’interezza dei suoi innumerevoli intrecci, nessi, sviluppi, se il mondo continua a vivere la sua storia infinita, per non dire nulla del fatto che un singolo filosofo non può certo realizzare ciò che spetta all’intero genere umano. Per Engels, la contraddizione tra il desiderio di una conoscenza compiuta, definitiva del mondo nelle sue molteplicità, e l’impossibilità di giungere ad una tale conoscenza è il motore dello sviluppo intellettuale dell’uomo, che non giungerà mai a termine (4). Ma se per le filosofie premarxiste e anche per i nostri critici, la concezione del mondo è un sistema da costruire fino alla chiusura dello stesso con una verità assoluta conclusiva che tutto spieghi, e che quindi dia un’immagine definitiva di un processo non concluso, per il marxismo invece la concezione del mondo viene a costituirsi dai progressi scientifici, senza però negare in toto l’elaborazione filosofica dei problemi della conoscenza del mondo, dando quindi la giusta importanza alle geniali intuizioni dei creatori dei sistemi filosofici del passato spesso addirittura in anticipo sulla concreta ricerca scientifica, in particolar modo ai materialisti (Feuerbach) e ai dialettici (Eraclito, Aristotele, ma soprattutto Hegel), senza i quali non avremmo la moderna filosofia marxista, il materialismo dialettico. Questi progressi scientifici e filosofici hanno delineato quella che a onor del vero pare essere ed è effettivamente l’unica “verità assoluta” del materialismo dialettico: la materia, ovvero la natura, l’uomo, la società, tutto ciò che è oggettivo, indipendente dal nostro pensiero, vive e si sviluppa incessantemente, e tale sviluppo è eterno ed è frutto delle contraddizioni, delle reciproche azioni delle cose e dei fenomeni della natura, contraddizioni anche interne alle stesse cose e fenomeni; tale sviluppo segue delle leggi obbiettive, che non possono essere né create né distrutte dall’uomo, in quanto indipendenti da esso, ma possono tuttavia esser conosciute. Dunque, in estrema sintesi, lo sviluppo, o per utilizzare la terminologia marxista, il “movimento” infinito della materia. Tale “verità assoluta” non è cosa confutabile: poiché è infinito ciò che non ha fine ma che non ha neanche inizio, è illogico pensare che prima del Big Bang ci fosse un nulla da cui all’improvviso siano comparse le particelle elementari dell’universo. Ciò riporterebbe alla tesi dell’atto creativo di una divinità, con tutte le assurdità che ciò comporta; di conseguenza è illogico anche concepire la distruttibilità della materia e del movimento ad essa connaturato; è più logico concepire un’eterna trasformazione del movimento della materia che segua delle leggi determinate. Ciò è quel che ci dice, per esempio, anche il primo principio della termodinamica.
HEGEL
Tale, in breve, la “verità assoluta” su cui si basa la concezione del mondo del materialismo dialettico. Una “verità assoluta” basata principalmente sui risultati delle scienze naturali, cosa quindi ben diversa dalla verità assoluta delle filosofie premarxiste, dato che questa verità nel materialismo dialettico non proviene da un bisogno di eliminare le tutte contraddizioni filosofiche, ma è semplicemente l’affermazione scientifica di una certezza incontestabile e che non dipende affatto dalle fantasie dei filosofi marxisti, è quindi oggettiva. Se i nostri critici vogliono contestare quest’affermazione come verità assoluta nel vecchio senso datogli dalle filosofie premarxiste, come gabbia per la ricerca scientifica, allora o sono in aperta malafede, oppure contestano la possibilità di una conoscenza oggettiva del mondo. Tale “verità assoluta” non è dunque un sistema, ma il nucleo della filosofia materialistico dialettica, il principio fondamentale del mondo da cui derivano tutte le conoscenze di dettaglio che sono ricercate e sistemate dalle scienze positive, alle quali il marxismo chiede di prendere coscienza del carattere dialettico della natura che esse stesse hanno provato, e di scoprire le leggi di questo movimento in ogni singola parte (5), rendendo così superflua una scienza particolare (6) che cerchi di dimostrare il nesso complessivo, la qual ricerca come abbiamo detto porta le scienze, secondo Engels, a compiere un sistema conoscitivo che dia un’immagine esatta, conclusiva del mondo, mondo che è in infinito sviluppo, e abbiamo quindi quella contraddizione che spinge il nostro sviluppo intellettuale.

Quindi riassumendo: 

Esiste una “verità assoluta” nella filosofia marxista? Sì, sebbene non nel senso che gli davano le vecchie filosofie, ed è l’affermazione del carattere dialettico della materia, il principio fondamentale, dunque, della “weltanschauung” marxista. E’ la filosofia marxista un sistema filosofico chiuso? No, poiché un sistema filosofico chiuso è quel sistema che pretende di dare un’immagine definitiva di un processo infinito. La concezione del mondo marxista soverchia e sovrasta l’analisi scientifica concreta? No, perché una volta scoperto scientificamente il principio fondamentale del mondo, cioè il movimento incessante della materia ad esso connaturato, non vi è nessuna necessità di ingabbiare la ricerca scientifica in un sistema definitivo. “Ad ogni scoperta che faccia epoca nelle scienze naturali il materialismo deve cambiare la sua forma” (Engels, Ludwig Feuerbach): il contenuto della filosofia materialistico-dialettica pone infatti come fondamento il cambiamento, tutto il resto delle conoscenze scientifiche, che viene dopo questo fondamento, costituisce la forma di questa filosofia.

Il materialismo dialettico come filosofia di partito

Veniamo alla seconda parte della frase di Stalin citata, dove si parla di filosofia di partito. Per i nostri critici è inammissibile anche solo accostare i termini “partito” e “concezione del mondo”, come avviene appunto nelle prime righe dello scritto di Stalin. Chiaro è che un partito politico dotatosi di una concezione universale chiusa e assoluta, proclamata verità e quindi inappellabile non può portare nulla di buono, e sicuramente ogni buon filisteo borghese alla lettura congiunta delle parole “Stalin”,”concezione del mondo”,”del partito” farà una smorfia di raccapriccio. 
Ma per il marxismo una filosofia “di partito” non solo è ammissibile, è anzi doverosa in quanto schierarsi e intraprendere una lotta costante contro le filosofie reazionarie, contro le concezioni universali è necessario per l’abbattimento delle classi dominanti e la realizzazione del comunismo. Il marxismo stesso, per dirla con Zdanov, “è sorto, si è sviluppato e ha vinto in una lotta spietata contro tutti i rappresentanti della corrente idealistica”(7). Dato che ai filosofi marxisti si chiede di trasformare il mondo e non semplicemente di intenderlo o descriverlo, la filosofia si fa partitica in senso compiuto. Non più lotta tra materialismo e idealismo per così dire solo in sede accademica, ma si porta la lotta sul terreno pratico, il materialismo diventa una filosofia della prassi, e con i filosofi che devono trasformare il mondo abbiamo il secondo contenuto rivoluzionario della filosofia marxista .
Tuttavia dalle parole di Stalin non possiamo derivarne che un singolo partito debba avere il controllo della filosofia, anche perché si parla di partito marxista-leninista in genere, non del partito comunista bolscevico dell’URSS o di un altro partito comunista in particolare. Può sembrare una sottigliezza, ma è comunque opportuno constatarlo, poiché parlando del partito marxista-leninista ci si riferisce implicitamente ad un’organizzazione internazionale, la quale ha interessi certamente più ampi del singolo partito nazionale o locale, oltre ad abbracciare un numero di individui enormemente maggiore e provenienti da diversi paesi e quindi culture, il che rende più difficile la sottomissione della ricerca filosofica ad esigenze particolari di gruppo. Oltretutto, da quel che si è scritto sopra, è chiaro che nella concezione marxista il partito è qualcosa di diverso dal classico partito di massa che partecipa alle elezioni nei sistemi borghesi, qui il partito si fa prototipo della società futura, ed è chiaro che debba avere la propria concezione del mondo.

La filosofia marxista come “scienza delle scienze” 

La filosofia marxista parte dunque da un principio fondamentale scientifico, poiché verità obbiettiva scoperta grazie al progresso delle scienze positive. Il processo conoscitivo che ci ha portati a tale principio fondamentale dimostra come l’attività pratica sia essenza della conoscenza, questa non vi può essere senza attività pratica. La filosofia comprende quindi la necessità dell’attività pratica-trasformatrice non solo come verifica di una teoria, ma come “momento intrinseco al processo stesso della conoscenza”(Engels), poiché una teoria non può sporgere spontaneamente nella nostra testa senza attività pratiche, senza sperimentazione. Comprendendo quindi l’essenza del processo della conoscenza, la filosofia si fa scienza in senso completo, cioè conoscenza obbiettiva del mondo, strumento d’intervento sul mondo per conoscerlo; la vecchia filosofia, non avendo compreso ciò, si limitava a descrivere ed interpretare il mondo fornendo conclusioni non oggettive per quel bisogno istintivo di eliminare le contraddizioni che porta l’uomo ad inventare il concetto di perfezione. Ma per la dialettica, le contraddizioni non solo vanno accolte, ma sono esse stesse fonte di sviluppo, il motore nascosto del movimento della materia, che nella terminologia marxista prende un significato diverso da quel che ne danno le varie scienze positive, più ampio. Ciò che è perfetto infatti non si sviluppa, non avendone bisogno proprio in quanto perfetto. Pertanto la vecchia filosofia non era ancora “scienza”, dato che la sua spinta propulsiva era data dalla volontà di costruire un sistema, una verità assoluta che tutto spiegasse. La filosofia, dunque, imprigionava la ricerca scientifica, invece che stimolarla, in uno schema di conoscenze finito per un processo infinito, il processo della conoscenza, con una oggettiva rinuncia alla conoscenza effettiva. Era un settore particolare della conoscenza che non aveva come scopo la trasformazione positiva del mondo, poiché il suo scopo, abbiamo detto, era invece solo eliminare le contraddizioni in un processo, quello della conoscenza, per sua natura contraddittorio: non un processo continuativo, graduale, caratterizzato da un pacifico perfezionamento nozionistico, dal semplice al complesso, come la costruzione di una torre poggiando sempre più mattoni l’uno dopo l’altro; ma costituito da momentanei regressi, salti improvvisi, difficoltà insormontabili, lotte ideologiche.
Si poneva dunque, la filosofia, al di sopra delle scienze positive, sebbene come campo indipendente della conoscenza, la vecchia filosofia si sforzava di pensare con il proprio cervello, e pervenne a notevoli conclusioni poi confermate dalla pratica scientifica, spesso molti anni dopo. Solo con il passaggio al carattere scientifico la filosofia smise di confezionare sistemi definitivi per un processo infinito. Ma a tal punto, e con lo sviluppo delle scienze positive e delle loro scoperte, il processo conoscitivo doveva poter proseguire attraverso un’unione “ideologica” delle scienze positive e della filosofia divenuta scienza, le prime avendo assorbito il pensiero dialettico, cui esse stesse hanno contribuito a definire con le loro scoperte, e con la seconda che rinunciava ad un ruolo passivo e di semplice interpretazione, in cui le ricerche scientifiche concrete dovevano entrare nel sistema filosofico nei nessi che gli dava il filosofo, oppure starne fuori. Le scienze positive si dovevano elevare al livello della filosofia, e la filosofia al livello di scienza. Quest’ultima si doveva restringere alla dottrina del pensiero ovvero allo sviluppo della logica dialettica, dialettica come studio dei concetti in opposizione alle categorie rigidamente fissate della metafisica (in senso marxista), e allo stesso modo affermare e consolidare le tesi materialistiche nella lotta contro tutte le varie forme di concezioni idealistiche, che si schieravano dalla parte della reazione in filosofia.

…attraverso l’interpretazione di Engels, il marxismo (…) torna ad essere, cioè, «una ”concezione generale del mondo” nel vecchio senso della parola..” (citazione di Colletti riportata da Sgrò)

La “weltanschauung” materialistico dialettica non è quindi una concezione del mondo nel vecchio senso datogli dalle filosofie premarxiste. Come già abbiamo detto, è impossibile avere una “weltanschauung” definita dell’infinito processo quale è il nostro mondo. Difatti Stalin dice che il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito, e il materialismo dialettico non è una dottrina o un sistema finito, un’immagine di tutti i nessi della natura conclusa da una verità che spieghi tutto, ma è in estrema sintesi l’affermazione del movimento dialettico della materia. La questione ovviamente non si riduce a questo, qui abbiamo solo il punto di partenza ( a sua volta punto di arrivo di tutta la filosofia che abbiamo avuto finora) per la costruzione di un complesso coerente, un sistema valido per un determinato grado dello sviluppo della conoscenza, che ricordiamo essere un processo dialettico. Il materialismo dialettico è la definizione della filosofia nuova ed essa non si riduce semplicemente al principio fondamentale, ovvero l’affermazione del movimento dialettico della materia, ma studia lo sviluppo del pensiero dialettico e afferma la validità delle tesi materialistiche in aperto scontro con le varie forme della filosofia idealistica. L’affermazione del movimento dialettico della materia costituisce dunque il nucleo di tutta la nuova conoscenza, di tutta la nuova “weltanschauung” comprese quindi anche le scienze positive. Tale nuova concezione del mondo è propria della società comunista, in quanto nella società delle contraddizioni antagonistiche la concezione del mondo, di riflesso, è un sistema incoerente e limitato di conoscenze ideologiche e scientifiche che frenano e rinchiudono il processo conoscitivo nella gabbia della multiforme sovrastruttura borghese.
Alcune parole sulle tesi del materialismo ci permetteranno di dare l’ultimo affondo alle accuse sulla filosofia marxista, il materialismo dialettico, di essere una “scienza delle scienze”. La filosofia materialista consiste di due aspetti, il primo è l’affermazione della materia, quindi la natura, il fisico, come dato primo e il pensiero, lo spirito, la coscienza, ecc, come derivato; il secondo aspetto è la gnoseologia, la sua teoria della conoscenza, ovvero le affermazioni della teoria materialistica sulla possibilità di una conoscenza valida del mondo reale. I due aspetti sono strettamente collegati tra loro: se noi infatti affermiamo che il pensiero è un prodotto della materia, o della natura, dell’evoluzione dell’uomo, e non al contrario una metafisica entità cosciente che esiste da sempre e capace di creare, secondo un atto di pura volontà indipendente, la materia, la natura e le sue leggi, ecc, ammettiamo implicitamente che non esistono “barriere” nella conoscenza del mondo esterno a noi. Il pensiero è il più sviluppato prodotto della materia, di ciò che è oggettivo ed esiste indipendentemente da noi, e non un prodotto di se stesso. Il pensiero senza basi materiali non esiste e non può esistere. Senza l’osservazione e l’azione sulla natura noi non potremmo avere i concetti, anche i più semplici ed astratti come positivo/negativo, uguale/contrario, identico/diverso ecc, che vengono dunque ricavati per astrazione dalla natura e dall’intervento dell’uomo su di essa. Quindi la natura viene “riflessa” nella mente per mezzo dei nostri sensi, sebbene questo termine usato spesso da Lenin in alcuni casi potrebbe sembrare troppo legato alla passività della conoscenza della natura, mentre noi sappiamo che è necessario anche un intervento attivo del soggetto nel processo conoscitivo. Comunque, il termine descrive molto efficacemente la derivazione del pensiero dal mondo materiale e la possibilità di una valida ed obbiettiva conoscenza dello stesso. Ciò che ha reso possibile l’illusione che sia effettivamente il pensiero il demiurgo della realtà, è l’elevata complessità della rielaborazione di questo “riflesso” nel pensiero, e la limitatezza fisiologica del cervello umano – nel senso che il cervello di un solo individuo ha un limite ovviamente troppo ristretto per concepire gli infiniti nessi della natura – e il suo antropocentrismo come naturale riflessione della realtà più immediata attorno a sé, hanno fatto sì che sorgesse l’idea della limitatezza assoluta della conoscenza, che non ci sia più nulla da conoscere oltre l’immediata esperienza quotidiana, cosa che come sappiamo oggi – e come afferma il materialismo dialettico – è falsa, poiché la limitatezza della conoscenza è una limitatezza storica, relativa ad una determinata epoca e ai suoi sviluppi nella pratica e nella tecnica. 
Dunque, se noi siamo d’accordo con la teoria materialista per la quale la materia, il fisico, la natura è il dato primo ed è qualcosa che esiste anche senza di noi, e non è un prodotto del pensiero, ci rendiamo chiaramente conto della possibilità di scoprire qualcosa che ancora non conosciamo; nel caso in cui invece affermiamo che il pensiero è il dato primo e la materia, la natura sono prodotti del pensiero, esistono solo nelle nostre sensazioni, ecc, cosa potremmo mai scoprire di nuovo che non sia già frutto del pensiero, del cervello umano?
Se ci aggiungiamo che il mondo, la natura, la materia vive un processo di sviluppo continuo, ne consegue che un “riflesso” esatto del mondo e del suo infinito processo è possibile solo in un infinito processo conoscitivo, e ciò è in aperta contraddizione con il tentativo di chiudere la conoscenza in un sistema finito. Può esserci una vera conoscenza scientifica solo se ammettiamo il principio gnoseologico materialistico dialettico, la possibilità cioè di una conoscenza obbiettiva del mondo materiale. E’ chiaro quindi che con queste premesse, la filosofia come scienza e proprio in quanto scienza cessa di sovrastare l’analisi scientifica concreta, non può essere definita come una scienza generale che abbia come obiettivo la spiegazione universale e definitiva del mondo in quanto compito impossibile da realizzarsi; per questo non parliamo di “scienza delle scienze”, in quanto il risultato a cui è giunta la filosofia con il marxismo, è una conoscenza di tipo fondamentale a cui si è giunti con e parallelamente alle scoperte delle scienze positive, e tale conoscenza viene assorbita dalle scienze positive stesse.
In quanto appena esposto troviamo una nuova rivoluzione nel processo della conoscenza , rivoluzione ancora ben lungi dal completamento. Se infatti con il marxismo la filosofia si restringe ulteriormente (nell’antica Grecia, per esempio, non esisteva una differenziazione dei vari settori particolari del sapere, politica, filosofia, matematica e scienze naturali facevano parte di un unico campo) e diventa scienza particolare, avente per oggetto lo studio del pensiero dialettico e materialista, la momentanea sconfitta della rivoluzione proletaria porta con sé nuove grandi difficoltà nella lotta proletaria del pensiero marxista contro tutta la sovrastruttura ideologica delle vecchie classi. La filosofia marxista in quanto studio del pensiero materialista e dialettico non è certo la corrente filosofica attualmente dominante, e la situazione di decadenza e agonia in cui versa il capitalismo borghese rigenera continuamente vecchie concezioni filosofiche e “scientifiche” già sconfitte dal marxismo, magari sotto nuove forme o spesso senza neanche troppi sforzi di mascheramento. Tutto il coerente complesso di idee sviluppate e affermate dal marxismo, la sua dottrina rispondente al nuovo grado di sviluppo storico della società, viene ridicolizzata, falsificata, o coperta dal silenzio a seconda delle circostanze. Ma tale dottrina – che necessita come l’aria di un continuo sviluppo di forma e di dettaglio, checché ne dicano coloro che accusano il marxismo di anacronismo e dogmatismo – dovrà finalmente soppiantare l’attuale ideologia dominante, ideologia certamente multiforme e multicolore, ma che si caratterizza per un contenuto ben determinato, e che funge oramai da più di un secolo da freno allo sviluppo in tutti i sensi della società. Tale ideologia, come vedremo nel paragrafo seguente, influenza la stessa ricerca scientifica concreta, sebbene riesca efficacemente ad occultarlo.

La scienza nella concezione del mondo marxista

E’ inevitabile fare qui un raffronto tra la filosofia marxista e il suo atteggiamento verso le scienze positive e lo stato attuale in cui versa la scienza, ossia nell’epoca del capitalismo monopolistico.
Se innanzitutto l’idea di una “scienza di partito” può sembrare un assurdo scandaloso per i borghesi filistei, la “libera” scienza borghese certamente non può sottrarsi dal venir criticata sia per i mezzi limitati, sia per questioni che riguardano la coscienza scientifica. Nel primo caso, basta vedere in un paese come il nostro quale parte del reddito viene impiegata per la ricerca (1,1 % del pil – 2,2 % per l’Europa e 2,8 % per gli USA) (8), e l’Italia è uno dei paesi più industrializzati al mondo, o la scarsissima attenzione che viene rivolta alla divulgazione scientifica, da parte delle istituzioni, che preferiscono tagliare sulle spese per l’istruzione, oppure i mezzi di informazione che cercano di imbonire il grande pubblico con racconti di fede e fornendo briciole di nozioni scientifiche relegate al ruolo di semplice curiosità. 
EMILIO SERENI
A ben vedere, la scienza, come diceva Emilio Sereni, si presenta nella sua concreta realtà storica sotto due aspetti: quello di forza produttiva – in quanto insieme di uomini, mezzi, strumenti che hanno un ruolo attivo pratico nella “creazione delle condizioni di vita materiali e morali della società” (9) – e come “forma particolare di coscienza di una determinata società o di un determinato gruppo sociale” (10). I due aspetti sono in rapporto dialettico tra loro, si condizionano reciprocamente, in quanto lo sviluppo della scienza come forma di coscienza particolare avviene sulla base dello sviluppo della scienza come forza produttiva e viceversa il suo sviluppo come forza produttiva è condizionato dal suo sviluppo come forma di coscienza e dal suo grado di coerenza ed obbiettività. 
Generalmente si ammette che gli scienziati sono influenzati dal pensiero, dall’ideologia della società in cui vivono, ma si insiste spesso sul fatto che nell’ambito strettamente professionale gli scienziati di ogni epoca sono guidati da una comune mentalità scientifica, che pone come obbiettivo la conoscenza della verità, dichiarandola velata, nascosta, ma comunque accessibile con il metodo della ricerca, dell’osservazione e della discussione. Innanzitutto notiamo che ciò è perfettamente in linea con il pensiero materialistico dialettico, e non potrebbe essere altrimenti, dato che quest’ultimo è un pensiero coerentemente scientifico che si basa sullo sviluppo storico del pensiero scientifico stesso, da cui trae le sue origini.
Ma, ritornando a quel che abbiamo detto prima, sulla scienza come forma particolare di coscienza sociale, è sbagliato additare a questa mentalità scientifica un valore astorico e sempre valido per ogni scienza particolare. La scienza, nel suo sviluppo storico, è rimasta spesso imprigionata dallo stesso grado di sviluppo delle sue conoscenze: per esempio finché era possibile osservare solo una realtà immediata come il movimento dei gravi o dei corpi celesti, tutta la scienza si basava sulla meccanica terrestre e celeste, sulle sue leggi, sui suoi metodi. Dal “De revolutionibus” di Copernico fino a Newton passando per Galileo e Keplero, questo periodo è caratterizzato da una mentalità scientifica propria, empirista, che mette al centro l’osservazione e la sperimentazione invitando a non cercare spiegazioni che non siano direttamente verificabili con la sperimentazione appunto, e attraverso procedimenti matematici. Engels stigmatizzava tale mentalità scientifica rivolgendosi spesso proprio a Newton (11). Nel caso degli scienziati del ‘700 troviamo un certo agnosticismo nel pensiero scientifico dovuto al limitato sviluppo della scienza come forza produttiva e come forma di coscienza, nonché una “weltanschauung” che concepiva la natura come un insieme immutabile di oggetti indipendenti gli uni dagli altri, senza uno sviluppo nel tempo, un’evoluzione quindi. Nell’800 le cose cambiano in quanto industria e scienza vanno di pari passo verso un grande periodo di sviluppo quantitativo e qualitativo, fino ad unirsi in una scienza particolare dedicata all’applicazione dei risultati delle scienze naturali alle tecniche produttive, la tecnologia. La scienza diviene in maniera orami più che evidente a tutti forza produttiva, e dato il carattere intrinsecamente rivoluzionario della base tecnica della produzione capitalistica, la scienza pratica, applicata, viene spinta sempre più dal modo di produzione capitalistico, il quale peraltro si evidenzia per la contraddizione tra l’impiego del macchinario e dell’automazione come mezzo per diminuire e semplificare il lavoro umano, e le sue dirette conseguenze sull’intensificazione di tale lavoro umano o della sua eliminazione a seconda delle circostanze; in una parola, l’applicazione della scienza alla tecnica produttiva si ritorce contro l’uomo; la divisione del lavoro si intensifica. Nel ‘900 la ricerca scientifica compie ulteriori passi in avanti, arrivando a risultati che fanno epoca poiché rimettono in discussione tutto il sistema del sapere scientifico che si era consolidato all’epoca, come la relatività generale einsteiniana e la meccanica quantistica che lasciano tutt’oggi molti problemi aperti poiché nono sono state inquadrate in un sistema comprensivo come quello newtoniano o quello di Maxwell. Tale periodo si caratterizza anch’esso per la presenza problemi ideologici nel mondo scientifico, soprattutto per quanto concerne le questioni gnoseologiche, che hanno visto casi di affermatissimi scienziati come Ernst Mach e altri cadere nell’idealismo soggettivo, oppure praticare un coerente e naturale materialismo in cattedra o in laboratorio per poi filosofare sull’impossibilità di una conoscenza obiettiva del mondo, assumendo quindi posizioni agnostiche.
La scienza, nel suo sviluppo storico, ha cambiato spesso metodi e mentalità, ma anche lo stesso oggetto di studio in seguito a rivoluzioni nell’interpretazione della realtà. Mezzi, strumenti, conoscenze a disposizione, e forme di coscienza esterne come la teologia o concezioni del mondo basate sulla limitazione dello sviluppo della scienza stessa, ne hanno determinato il corso storico. L’amore degli uomini per la conoscenza è un’importante spinta allo sviluppo della scienza, ma non è esattamente la sua “legge fondamentale”, per così dire, altrimenti tale sviluppo sarebbe stato lineare, e noi sappiamo invece che questo sviluppo ha avuto un inizio in Egitto e in Mesopotamia dal 3000 a.C. con la matematica e l’astronomia come strumento pratico, per i costruttori, gli agrimensori, per regolare la semina e le feste religiose, le previsioni del futuro, ecc, insomma come forza produttiva; mentre in Grecia divenne strumento di speculazione sulla natura del mondo, che portò ad una netta separazione tra l’osservazione empirica e il pensiero astratto protrattosi fino ai giorni nostri. Spesso nel processo storico della conoscenza scientifica, non si riusciva ad andar oltre, con i mezzi e le conoscenze a disposizione, in un particolare campo scientifico, allora si dichiarava raggiunto il limite alla conoscenza in quel determinato campo; e la divisione del lavoro, la specializzazione degli scienziati nelle varie scienze positive, evitava la visione del quadro d’insieme agli stessi scienziati. In quanto rimanevano sconosciuti i nessi reali del processo della conoscenza, la scienza rimaneva una forma particolare di coscienza sociale, dunque un tipo di coscienza ideologico, nel senso del termine che gli davano Marx ed Engels (12); di conseguenza la scienza non ha sempre sostenuto chiaramente la possibilità di una conoscenza che formasse una concezione del mondo coerente ed obbiettiva, concezione del mondo che invece nella filosofia greca era presente come obbiettivo della ricerca conoscitiva, sebbene la filosofia greca, pur interpretando l’universo come un tutto, sfuggiva alla definizione moderna di scienza per diversi motivi; già abbiamo detto che era un’indagine totale della natura e dell’uomo e non vi erano differenze tra scienze particolari, ma oltre a ciò non si può parlare nel caso della filosofia greca come scienza in quanto forza produttiva, come è avvenuto in tempi moderni e in maniera chiara con l’ascesa della classe borghese e la sua produzione industriale e capitalistica; classe che, con il suo dominio sulla vita materiale e culturale della società, nel momento storico in cui perde il suo slancio rivoluzionario e inizia la sua involuzione imperialista, rinuncia alla trasformazione positiva del mondo da parte dell’uomo, frenando lo sviluppo della scienza o declassandola a mero strumento degli interessi del capitale invece che dell’uomo.
La nuova rivoluzione scientifica consiste dunque in una nuova riorganizzazione dell’effettiva conoscenza del mondo: dopo l’indagine totale dell’epoca greca, dopo lo sviluppo delle scienze positive, ci sia avvia ad una conoscenza scientifica del mondo in senso effettivo, in cui la storicamente necessaria e progressiva divisione del lavoro nelle scienze avuta dal Rinascimento fino ad oggi, si risolva in una mentalità comune, di metodo, che affermi la necessità di un collegamento tra le varie scienze, di una discussione comune sui problemi comuni delle singole discipline; ma occorre soprattutto che ogni singola scienza si inserisca “consapevolmente” nel processo sociale e storico della conoscenza, poiché un nuovo salto di qualità in questo processo è possibile solo superando la ristrettezza dell’esperimento individuale o puramente motivato da logiche industriali, di mercato o di solo interesse pratico di breve periodo. La necessità di specializzazione che ha portato alla divisione del lavoro nelle scienze dal Rinascimento in poi, va ulteriormente crescendo con il progresso del processo conoscitivo. Dunque ad un singolo scienziato si chiede un periodo sempre più lungo di formazione in cui egli prende visione di tutto il progresso storico che lo ha preceduto nel settore in cui intende specializzarsi. Rimangono allora poco tempo e risorse fisiche e mentali per occuparsi dello studio generale degli altri settori, e ciò vale per lo scienziato così come per gli altri lavoratori. Si prospetta allora uno sviluppo quantitativo nel numero di individui che si occupino di ricerca scientifica concreta; per questo è necessario un nuovo corso politico, una nuova riorganizzazione dei rapporti di produzione per un nuovo sviluppo delle forze produttive. In particolare occorre elevare il livello culturale di tutta la popolazione, cosa impossibile con l’attuale divisione del lavoro della società in generale – mentre finora abbiamo menzionato la divisione del lavoro nella fattispecie della ricerca scientifica – che inchioda gli individui ad una specifica professione per tutta la vita, con orari di lavoro che incidono pesantemente sull’attività quotidiana e che scoraggiano spesso anche le più semplici attività intellettuali; così come è necessario uno stimolo all’attività culturale e scientifica fin dall’infanzia, cosa che manca nella società di tipo capitalistico.
La scienza deve quindi divenire attività pratica sociale, questo nella futura società comunista, quando la nuova rivoluzione scientifica sarà completata in una comune “weltanschauung” e una comune coscienza “obbiettiva” del processo di conoscenza, non più quindi coscienza di tipo ideologico, ovvero parziale, classista e supposta come coscienza indipendente dallo sviluppo materiale della società. Ciò non comporterà benefici meramente pratici, ma come dice Sereni, significherà una vera e propria conquista gnoseologica, in quanto la scienza diverrà pratica umana associata e cosciente, ove l’attività di tutti gli individui sia riunita in una concezione del mondo finalmente unitaria e coerente che ponga come base “l’infinita capacità di conoscenza obbiettiva dell’umanità associata” (13).
Per cui, in definitiva, per il marxismo la scienza deve: prender coscienza del carattere dialettico del processo conoscitivo e dell’indissolubilità della teoria dalla pratica; prender coscienza del suo carattere sociale; dunque prender coscienza della possibilità di una conoscenza valida del mondo, trasformandolo; prender coscienza anche del fatto che i limiti imposti alla conoscenza sono solamente limiti storici dettati dai mezzi, dalle conoscenze e dal modo di pensare; quindi assumere una chiara coscienza materialista in contrasto con l’idealismo e l’agnosticismo che impediscono o rallentano una conoscenza obbiettiva del mondo; quindi, in breve, il processo della conoscenza da processo ideologico deve diventare processo cosciente ed obbiettivo, scientifico nel senso proprio della parola.

III

Il metodo dialettico marxista e la sua origine hegeliana
L’origine del metodo dialettico

Sgrò-Colletti e Morganti centralizzano le loro accuse a Engels e Stalin sull’origine della dialettica marxista. La critica comune afferma che il marxismo avrebbe dovuto accorgersi del pericolo di contagio del contenuto della dialettica hegeliana da parte della forma idealistica datagli da Hegel.
Non avendo letto Hegel non posso dire con certezza quale sia stato il processo che lo portò alla definizione del suo sistema filosofico, tuttavia penso di poter escludere che sia partito da un metodo dialettico già razionale per poi avvolgerlo in un sistema forzatamente idealistico. In quest’ultimo caso avrebbero ragione Colletti e Morganti, soprattutto in merito alla diatriba forma/contenuto, poiché il sistema idealistico avrebbe effettivamente contagiato i princìpi su cui si basa il metodo dialettico contenuto in esso, ma a mio parere porre la questione in questi termini è fuorviante, come dire che il feto viene “contagiato” dal patrimonio genetico della madre. Di solito Il nuovo nasce dal vecchio, non vi viene inserito. E’ a mio avviso più probabile che questo contenuto dialettico rivoluzionario si sia man mano sviluppato in seno al suo sistema filosofico idealistico come risultato dell’osservazione dello svolgimento della Storia - ma anche della natura, p.es. Hegel vide nella chimica la trasformazione della quantità in qualità e viceversa - e che abbia compiuto delle involontarie e non ben comprese scoperte soffocate dall’idealismo del sistema, il quale doveva pur giungere a un compimento, ad una verità assoluta nascondendo il vero significato del metodo dialettico, critico e rivoluzionario per essenza, secondo Marx; tuttavia Engels astrae le leggi della dialettica tanto dalla storia della società umana che da quella della natura, pur senza nascondere che le tre leggi fondamentali sono state sviluppate da Hegel come pure leggi del pensiero – ma, “chi del resto conosce, anche solo un poco, il suo Hegel, sa pure che Hegel, in centinaia di passi, trae le prove più convincenti per le leggi dialettiche dalla natura e dalla storia” (Engels, Dialettica della natura) – eppure si dedica tra il 1872 e il 1882 a scrivere una dialettica della natura nella quale esporre tutte le leggi dialettiche rintracciabili nello sviluppo di essa, e che siano dimostrate valide anche per la ricerca scientifica teorica. Tale opera non verrà purtroppo mai completata da Engels, e i relativi manoscritti preparatori verranno pubblicati dall’istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca solo nel 1927 dopo esser stati occultati da Bernstein, il teorico del revisionismo, per ben 30 anni. In questo suo scritto oltre a sferrare continui attacchi alle concezioni metafisiche degli scienziati della sua epoca (ma il discorso vale purtroppo anche per la nostra) pur giustificate dalle circostanze storiche, e a lodare la filosofia per il suo costante impegno a pensare da sé, lasciando le giustificazioni di dettaglio alla scienza, Engels segue un’esposizione fedelmente materialista, dando quindi grande priorità alla ricerca scientifica dei fatti che forniscano i princìpi generali per la dialettica, piuttosto che seguire a ruota libera il puro pensiero teoretico, a dispetto di quel che ne dice Colletti; tale pensiero dialettico già nell’antica Grecia e nella modernità, soprattutto nella persona di Hegel raggiunge una grande quantità di geniali intuizioni, che Engels non manca certo di sottolineare anche per contrapporle alle concezioni metafisiche della scienza sebbene portasse regolarmente a conclusioni assurde e forzate; il pensiero di Hegel porta già in sé quel metodo dialettico che porta a concepire la natura, la storia non come un ammasso casuale di fenomeni, bensì come insieme di processi correlati e interdipendenti, e serve a mostrare di ogni cosa il suo lato caduco e il suo divenire, ed è precisamente questo che interessa Marx ed Engels.(14) Ma anche in altri scritti Engels sottolinea l’origine scientifica della moderna dialettica (materialista), per esempio nell’introduzione dell’Antiduhring, dove si rileva che i marxisti non devono costruire le leggi dialettiche introducendole nella natura, ma di rintracciare le leggi della dialettica nella natura e svilupparle da essa; e nello stesso Ludwig Feuerbach non manca di elencare le scoperte che hanno fatto la storia della scienza poiché hanno permesso di scoprire i nessi esistenti fra le varie materie, che tramutarono l’intera scienza della natura da scienza empirica a scienza teorica, e che quindi potevano fornire un quadro complessivo della natura come insieme di processi, e dunque una natura vivente una propria storia, il che era per esempio negato da Hegel, il quale concedeva alla natura uno svolgimento solo nello spazio ma non nel tempo.
Ma alla fine del discorso, ovviamente si dirà che un conto è proclamare il metodo, altra cosa è saperlo applicare coerentemente. Engels era ben conscio di questo e nel “Ludwig Feuerbach” affermò:

…Ma riconoscerla (la dialettica, nda) a parole e applicarla concretamente, nella realtà, in ogni campo che è oggetto di indagine, sono due cose diverse. Se però nelle ricerche si parte continuamente da questo modo di vedere, allora finisce una volta per sempre l’esigenza di soluzioni definitive e di verità eterne; si è sempre coscienti che ogni conoscenza acquisita è necessariamente limitata, è condizionata dalle circostanza in cui la si è acquisita(…)”

E mi pare che tutto ciò dica più di mille parole, sul metodo, sulla sua validità, su quelle che poi furono le accuse alla scienza sovietica, mi pare che risponda perfettamente alle critiche di Colletti e ci faccia ben capire come siano traballanti le argomentazioni costruite contro Engels per farlo sembrare uno scienziato dilettante e incompetente al punto di corrompere il pensiero marxista con le sue ingenuità filosofiche e scientifiche.

Il metodo dialettico marxista

Supponendo comunque che il sistema (forma) abbia contagiato il metodo (contenuto), esso presenta i seguenti tratti caratteristici:
  • Esso indaga le cose nella loro essenza, senza fermarsi all’apparenza del fenomeno e cercandone la contestualizzazione nel complesso dei rapporti con gli altri fenomeni che lo circondano, poiché il fenomeno avulso dalle condizioni che lo circondano può diventare incomprensibile nella sua essenza. 
  • Per tale metodo dunque è importante trovare i nessi reali nello svolgimento delle cose piuttosto che affibbiargli dei nessi ideali. 
  • Per tale metodo è importante trovare la legge che governi i fenomeni e soprattutto la legge del loro svolgimento, della loro mutazione, poiché concepisce le cose del mondo come dei processi invece che supporle come entità compiute ed immutabili. 
  • Per tale metodo anche le categorie di pensiero rigide e schematiche sono insufficienti alla comprensione reale dei fatti. In opposizione al principio di non contraddittorietà esso permette di vedere in ogni cosa che noi intendiamo come vero il suo lato falso, così come in ciò che affermiamo essere necessario la sua casualità, oppure ci dice che la quantità può trasformarsi in qualità e viceversa o che un corpo in equilibrio possa essere allo stesso tempo in movimento, o ancora che ciò che è causa può divenire effetto e viceversa. Tale metodo ammette quindi la contraddizione e ricava da essa la forza motrice dello sviluppo.
  • Il metodo dialettico è un metodo storico: concepisce un’idea come adeguata o meno al suo tempo piuttosto che dichiararla idealisticamente “giusta” o “sbagliata” secondo dei supposti princìpi di giustizia eterna o divina. Ricerca nelle cose il “nuovo” che si sviluppa dal “vecchio”. 
Questo è dunque il metodo dialettico che si presume sia stato contagiato dalla forma idealistica del sistema hegeliano. Vedremo nel prossimo capitolo di confutare questa tesi applicando lo stesso metodo criticato da Sgrò-Colletti e Morganti.

IV
Critiche di Morganti

Proseguiamo dunque la nostra trattazione con l’analisi della critica di Morganti allo scritto di Stalin, poiché è interessante vedere come i critici speculino su questioni filosofiche per attaccare il socialismo sovietico. Cogliamo quindi l’occasione per mettere in pratica il metodo dialettico esposto nei precedenti capitoli e difendere la “weltanschauung” materialistico-dialettica. 
Cito dall’intervento di Morganti sul forum “Scintillarossa”:

“«Infatti, Marx ed Engels hanno preso dalla dialettica di Hegel solo il suo «nucleo razionale», gettando via la corteccia idealistica hegeliana e sviluppando la dialettica per imprimerle un carattere scientifico moderno » (STALIN). Qui c’è qualcosa che non quadra con il metodo dialettico ma STALIN sembra non accorgersene come dimostra in particolare l’uso del verbo “sviluppando”. Cosa vuol dire estrarre dalla dialettica hegeliana il nocciolo razionale per gettare alle ortiche la ganga mistica (il sistema speculativo hegeliano)? E’ corretto affermare che Marx-Engels sviluppano il nocciolo razionale? È meglio dire che trasformano il nocciolo razionale…

Morganti si concentra sulle parole usate da Stalin, in maniera molto pedante, poiché appare molto forzato sostenere che con l’utilizzo della parola “sviluppo” al posto di “trasformazione” si sia dato il via ad un occultamento dell’origine reale della dialettica marxista, tanto da assopire e ingannare i comunisti sovietici:
Pensiamo a cosa ha significato nella storia del pensiero il concetto di “sviluppo”: non serve essere particolarmente ferrati per comprendere che l’idea di sviluppo nasconde surrettiziamente il progresso inteso come “processo lineare di movimento da un inizio ad una fine”; esattamente il contrario del processo dialettico, anzi è proprio un concetto pre-dialettico quello di sviluppo-progresso, perché non prevede rotture-salti qualitativi (cambiamenti di terreno) e anche quando li introduce, sono posizionati in linea di continuità con i momenti precedenti, le opposizioni inconciliabili qui si conciliano benissimo, tutto procede linearmente e al diavolo le contraddizioni insanabili che – una volta risolte – daranno luogo ad un “oggetto” superiore. Attenzione perché qui siamo posizionati in uno dei terreni più scivolosi del marxismo, presentarlo come sviluppo-evoluzione significa renderlo “neutro” rispetto a tutto quello che lo precede(…); non è un caso che un critico del marxismo come teoria dell’evoluzione (questa volta a vantaggio del proletariato) come Walter Benjamin abbia fatto notare come questo genere di marxismo sia stato un tentativo (vano per definizione) di far assumere alle masse proletarie l’idea di progresso, idea (anzi ideologia!) tanto cara ai padroni, che sono ben felici di navigare sicuri nel verso della corrente; mentre Lenin ci ha sempre ammonito sul nostro compito principale: remare contro-corrente.”

a) Per prima cosa, dobbiamo dire che se il pensiero pre-dialettico non ammette salti improvvisi, la dialettica invece non esclude affatto il concetto di sviluppo graduale, ammette sia l’evoluzione che la rivoluzione e il loro rapporto dialettico, come passaggio dalla quantità alla qualità, il che significa che una lenta evoluzione può improvvisamente portare a un punto di rottura, quindi un salto qualitativo.

b) La parola “sviluppo” viene spesso usata da Marx e da Engels, perlomeno nelle traduzioni italiane di diverse loro opere.

c) Il concetto di “sviluppo” può si far pensare a un progresso lineare da un inizio ad una fine, ma non credo sia giusto affermare che escluda in ogni caso il cambiamento improvviso. Applicare la parola “sviluppo” all’operazione effettuata dai filosofi padri del comunismo scientifico, per di più in un’opera divulgativa, prende un significato diverso da quello del concetto di movimento materiale – ovvero il movimento della natura, della società, del pensiero. Sostituire la parola “trasformazione” a “sviluppo” non cambia di molto le cose, visto che trasformare significa “cambiare forma”; “sviluppare” significa disfare, sciogliere un viluppo, svolgere, districare ciò che è avviluppato; 

d) La rivoluzione non risolve ogni tipo di contraddizione, e sicuramente una rivoluzione politica non basta per passare alla società comunista. Pensiamo solamente al necessario sviluppo delle forze produttive tale da garantire la distribuzione dei prodotti secondo i bisogni. Avrebbe forse senso parlare di “rivoluzione delle forze produttive”? Per costruire una società comunista non c’è forse bisogno di un grande aumento della produttività nell’industria e nell’agricoltura tale da poter assicurare la riproduzione allargata, quindi il soddisfacimento dei sempre crescenti bisogni della società? C’è bisogno quindi di uno sviluppo quantitativo per arrivare ad un salto qualitativo nelle condizioni di vita delle persone. Pensiamo anche alla funzione dello stato. Non dice forse Engels che lo stato non si abbatte ma si estingue perché perde sempre più le funzioni per le quali si è sviluppato? Questo gradualismo è forse antidialettico? Il ragionamento del Morganti portato sul piano pratico ci porta a pensare che secondo lui il passaggio dal socialismo al comunismo deve avvenire necessariamente attraverso nuove rivoluzioni, per essere considerato dialettico, o come sarebbe più corretto dire, perché lo vuole la dialettica stessa. Non solo. Per Morganti evidentemente il comunismo si dovrebbe “imporre” con un atto di rottura, sebbene egli non lo caratterizzi, non dicendo quindi se si tratti di un processo puramente politico o economico o le due cose allo stesso tempo.
Di quali contraddizioni inconciliabili parla poi Morganti? Forse di quelle tra proletariato e borghesia? Ma una volta concentrati i principali mezzi di produzione (in epoca staliniana rimaneva la proprietà colcosiana in agricoltura, che ancora non era di tutto il popolo), la contraddizione economica principale del capitalismo tra il carattere sociale della produzione e la proprietà privata dei mezzi di produzione era tolta di mezzo. Forse contraddizioni inconciliabili tra operai e contadini? Tale contraddizione fu superata già in sede teorica e anche pratica da Lenin, poiché a differenza di quel che sostenevano trotzkisti, menscevichi ecc. non erano contraddizioni inconciliabili. Egli lascia intendere che Stalin abbia “neutralizzato” (stessa espressione usata da Costanzo Preve) il marxismo come scienza della rivoluzione, quindi interrompendo o escludendo una rivoluzione che portasse direttamente al comunismo. Perché solo due possibilità ci sono, a rigor di logica, o un graduale passaggio al comunismo, o una sua imposizione per mezzo di un nuovo movimento rivoluzionario.

“…come se il marxismo non fosse invece la scienza della rivoluzione (e le rivoluzioni non si fanno certo in continuità, sviluppando il passato, si portano a termine distruggendo il passato casomai)”

E’ molto riduttivo definire il marxismo come scienza della rivoluzione, come se suo oggetto di studio non fossero anche i periodi di sviluppo armonioso, come se la rivoluzione non fosse un momento particolare del progresso dove l’accumulazione di tensioni sfocia nella rottura, dove la quantità si traduce in qualità…e viceversa, non dimentichiamolo, poiché vuol dire che dopo la rottura, il salto, la rivoluzione quindi, essa darà corso a uno sviluppo quantitativo, graduale, così come per fare un esempio concreto, dopo l’Ottobre la rivoluzione ha dato spazio ad una grande crescita economica (nonché culturale) prima preclusa ai popoli dell’impero zarista. Questo passo è paradigmatico della concezione ideologica di Morganti, estremista e soggettivista. (15)
L’applicazione meccanica della legge dialettica del salto qualitativo per mezzo di rotture od esplosioni porta, come estrema conseguenza, alla negazione della stessa società comunista; precisamente, Morganti non dice affatto questo, mi si obietterà, ma sapendo egli che nella società comunista viene a mancare l’azione di tale legge poiché non esistono più classi ostili, Morganti può quindi certamente comprendere come non si possa pretendere che tale legge in ambito sociale sia eterna e applicabile arbitrariamente anche al periodo di transizione socialista, mentre ovviamente essa si presenta nel periodo capitalista. 

…forse molti avranno sentito parlare della dialettica forma/contenuto (….), ebbene, STALIN non la coglie e si affida al senso letterale delle parole di Marx, che però ha usato quella metafora proprio per farci saltare sulla sedia in modo da dovergli prestare attenzione...”.

Perché giocare con le metafore mi chiedo io. Se la questione è di vitale importanza Marx avrebbe dovuto parlare chiaramente e non lasciare indovinelli o piccole trappole intellettuali correttamente interpretabili solo da Morganti.

“…STALIN quindi è ben felice di operare nel senso della corrente, navigare contro-corrente sarebbe stato offrire alle masse la conoscenza per sovvertire la propria cricca.”

Da un piccola questione filologica come quella dello “sviluppo” invece che della “trasformazione” della dialettica hegeliana, che tra l’altro si sarebbe dovuta porre nel 1938 anno di pubblicazione del testo incriminato, quindi ben dopo la formazione della cricca staliniana, il Morganti crea una possente arma di distrazione di massa che ha cambiato la storia, o meglio, ha impedito di cambiare la storia. Ridicolo. 

“…La dialettica forma/contenuto appunto. Il sistema speculativo (idealistico) hegeliano (l’involucro) ha contagiato-plasmato il nocciolo (contenuto razionale, la dialettica) ed ora questa è inservibile così com’è, è piena di vizi-capricci mistici-dialettici-teologici; abbiamo il nuovo involucro materialista (anguria) ma ci troviamo in mano il vecchio nocciolo (la dialettica hegeliana) della pesca; forma e contenuto non si incontrano, il solo modo è trasformare anche la dialettica per avere in mano una dialettica quasi totalmente nuova(…)”.

Tale accusa si basa sulla stessa tesi di Lucio Colletti circa l’applicazione meccanica della dialettica hegeliana da parte di Engels, e come Colletti (sempre stando alle citazioni riportate da Sgrò) non ci dice in che modo e quanto la forma “mistificata” abbia contagiato le tre leggi fondamentali della dialettica, che sono spiegate in forma divulgativa da Stalin, ma che sono state enunciate prima da Engels, pertanto a quest’ultimo andrebbe fatta risalire il presunto errore interpretativo, come più seriamente cerca di fare Colletti. Per intenderci, se non l’ha capito Stalin, che la dialettica hegeliana non andava presa così com’era tolta dall’involucro idealista, non l’ha capito neanche Engels molti anni prima.
Si è detto già prima che la parola usata da Morganti non cambia di molto la questione, dato che abbiamo in esame un’opera divulgativa, sebbene scientifica nella forma e nei contenuti; se tuttavia vogliamo entrare in questo gioco con Morganti, dobbiamo dire che “trasformare” significa proprio cambiare forma, e se al contenuto noi cambiamo solamente forma facciamo esattamente quello di cui si lamenta. Oppure possiamo cambiare forma/involucro una seconda volta al contenuto, dopo aver gettato via già una volta il rivestimento? Ma il problema, a ben vedere, è un altro. Non è nella correttezza della terminologia utilizzata. Se infatti Marx avesse avuto bisogno di una nuova dialettica, ne avrebbe costruita una lui, o meglio, essendo materialista ne avrebbe rintracciato i princìpi dallo studio della natura, della società e del pensiero, senza minimamente interessarsi di citare Hegel sulla questione. Ma a quanto pare, la dialettica hegeliana presa così com’era poteva andare bene, a patto di ristabilire il primato della materia sul pensiero, operando così un capovolgimento. Evidentemente, se Marx diceva che Hegel aveva distesamente e consapevolmente esposto per primo le forme generali di movimento della dialettica, egli non vedeva un inquinamento tale da dover riscrivere la dialettica anche solamente “quasi” da capo. Pertanto quello a cui mirano Colletti e Morganti non è tanto una legittima critica sull’origine del metodo dialettico marxista, è proprio il metodo di Marx che a loro non va giù, dato che per loro il rivestimento aveva ormai irrimediabilmente compromesso il contenuto.

V
Correttezza scientifica della definizione 
“Materialismo dialettico”

Come ultima questione, finiamo con Morganti, dato che avevo promesso di ritornare su di una sua critica alla definizione della filosofia marxista, il materialismo dialettico.
Citiamo Morganti, sempre dalla stessa discussione su “Scintillarossa” (16):

...in STALIN si dice che il materialismo è dialettico, come se la materia potesse svilupparsi in altro modo che non dialetticamente, è una tautologia intesa in questo la locuzione “ materialismo dialettico”, perché la materia è già dall’inizio dialettica.” 

Presa nota dell’insistenza di Morganti sul povero Stalin – ma Morganti sa benissimo che già Lenin parlava di materialismo dialettico, e anche Engels – vediamo di controbattere agli ingenui attacchi morgantiani. Affermare che il materialismo sia dialettico non significa incorrere in una tautologia, come sostiene Morganti, poiché innanzitutto noi sappiamo che il movimento della materia è dialettico da Marx ed Engels in poi, mentre il materialismo meccanicista del XVIII secolo non aveva ancora sviluppato una concezione dialettica dello sviluppo materiale, e credo che questo valga anche oggi per molti di coloro che affermano la priorità della natura sullo spirito. Poiché il materialismo è semplicemente questo, affermare l’esistenza oggettiva dell’ambiente esterno a noi, indipendentemente da noi, affermare la natura, l’essere, ciò che è fisico come dato primo e la coscienza, la sensazione, lo psichico come dato secondario. Affermare questo vuol dire essere materialisti, ma ancora non si è detto nulla su come si concepisce il movimento, lo sviluppo della realtà intorno a noi, su quale metodo si adotti per la ricerca conoscitiva. Il materialismo dialettico si distingue da quello “classico”, meccanicista, perché ammette anche il ruolo del soggetto, dell’attività pratica dell’uomo sulla natura, mentre quello meccanicista si limitava a riflettere nel pensiero la realtà obbiettiva come un oggetto su cui l’uomo non ha nessuna influenza. Se per esempio noi diciamo che la coscienza dell’uomo si spiega con il suo essere, allora siamo materialisti; ma se diciamo che la sua coscienza, sorta dalle sue condizioni di vita, a un certo grado di sviluppo può cambiare il suo essere, allora siamo materialisti dialettici. 

Engels pone l’accento sul fatto che questa dialettica è materialistica, che l’essere dialettico è attributo-predicato essenziale della materia stessa...

L’attributo-predicato non è contenuto già nel soggetto, poiché la materia e l’esser dialettico sono due concetti diversi; sia ben chiaro che non voglio qui separare la materia dall’esser dialettico, non ha ovviamente senso interrogarci se la materia avrebbe potuto non essere dialettica, possiamo concepire la materia solo nel suo movimento nello spazio e nel tempo, e all’infuori di ciò sconfiniamo nella metafisica. Tuttavia noi definiamo materia (il nostro soggetto) semplicemente tutto ciò che è oggettivo, indipendente da noi e dalla nostra coscienza, e di questo oggettivo noi diciamo che è dialettico (predicato attributo). Pertanto non vi è nessuna tautologia nel dire che la materia è dialettica; così come a maggior ragione non vi è tautologia nell’affermare che il materialismo è dialettico, poiché il materialismo è una teoria filosofica indipendente nel suo sviluppo storico dalla dialettica, ed Hegel ne è una prova, così come i materialisti meccanicisti che osservavano le cose, i fenomeni così come si presentavano all’apparenza, in forma statica poiché nella maggioranza delle scienze naturali l’oggetto di studio era inconcepibile in apparenza come processo. Come potevamo sapere noi a priori che la natura fosse dialettica, e non per mezzo di un lungo processo conoscitivo durante secoli e secoli? Lo stesso processo conoscitivo è dialettico per sua natura, quindi non si può concepire la conoscenza come data già pronta e definitiva. 

Il termine “materialismo dialettico” è di dubbia correttezza teorica. (…) In sostanza la giusta accusa teorica rivolta alla locuzione si rifà alla terminologia engelsiana (dialettica materialistica) dove al centro del concetto stanno le tesi materialistiche, e dove il metodo dialettico è secondo-derivato...

La nuova filosofia, per far contento Morganti, avrebbe potuto chiamarsi dialettica materialistica, ma dato che egli cita Engels, ricordiamo che il filosofo tedesco, nel Ludwig Feuerbach, indicava l’idealismo e il materialismo come le due correnti fondamentali della filosofia. Coerentemente a ciò, la nuova filosofia, che rientrava nel campo del materialismo, doveva per forza di cose chiamarsi “materialismo dialettico” essendo appunto un tipo particolare di filosofia materialista, che si distingueva per il suo attributo dialettico. Richiamare la materia nella sua definizione, se siamo d’accordo che la sua definizione è l’estrema sintesi del suo contenuto, era obbligatorio, e infatti nessuno si rifiuta di parlare di “dialettica materialista” – lo fa anche Stalin per la gioia di Morganti – poiché tale formula è corretta tanto quanto quella invisa a Morganti. Ma la dialettica non è un campo fondamentale della filosofia.
Ma osserviamo bene ciò che dice Morganti. Egli dice prima che “l’essere dialettico è attributo-predicato essenziale della materia stessa” (e implicitamente vuole che si parli di dialettica materialistica), e poi che “il metodo dialettico è secondo-derivato” mentre “al centro del concetto stanno le tesi materialistiche”….nel primo caso, l’abbiamo già visto, la materia è il soggetto, e l’essere dialettico l’attributo-predicato. Quindi logica vuole che si parli di materia dialettica!! Ma no, risponde Morganti, perché “materia dialettica” è una tautologia – cosa falsa come abbiamo visto sopra – invece se noi sosteniamo tesi materialistiche il metodo dialettico è secondo-derivato da queste, non ripetiamo nel predicato niente che sia contenuto nel soggetto. Per forza, dico io, se mi parli di tesi e di metodo derivato…ma come hai ricavato il metodo dalle tesi materialistiche puoi anche scoprire la dialettica nella materia. No, prosegue Morganti, perché la materia è già dall’inizio dialettica, è attributo-predicato essenziale, mentre le tesi non suppongono fin dall’inizio il metodo dialettico. Dunque, dice Morganti: la dialettica può essere materialista oppure no, la materia può solo essere dialettica. E chi gli da torto su questo. Ma come egli giustamente distingue tra i concetti di tesi e metodo, il secondo derivato dalle prime, e i concetti di materia e dialettica, la seconda indissolubile dalla prima, potrebbe benissimo farla anche tra i concetti di materia e dialettica e i concetti di materialismo e dialettico, dato che il materialismo può essere dialettico oppure no, e viceversa. Insomma dicendo che “al centro del concetto stanno le tesi materialistiche, e dove il metodo dialettico è secondo-derivato..” Morganti ci fornisce involontariamente egli stesso una prova della correttezza della definizione da lui messa in dubbio.

Interessante sarebbe ritornare alla tesi di Lenin secondo cui il termine “materialismo dialettico” è il sinonimo di “materialismo scientifico”, allora in questo caso il movimento dialettico della materia impone che la scienza che lo studia sia anch’essa dialettica.”

Non conosco l’affermazione di Lenin riportata da Morganti, ma credo che il termine “materialismo scientifico” sia effettivamente sinonimo di “materialismo dialettico”, poiché quest’ultimo è certamente scientifico, in contrapposizione al materialismo meccanicista limitato ad un’analisi superficiale ed antropomorfa della realtà, in quanto non poteva concepire quei nessi dialettici che costituiscono il complessivo della materia, applicando al pensiero la rigidità schematica propria di quella scienza che indagava i fenomeni meglio analizzabili direttamente, la meccanica classica; materialismo meccanicista che applicava le sue concezioni anche alle altre scienze particolari, le quali necessitano di un modo diverso di concepire i fenomeni, poiché retti da leggi qualitativamente diverse. Un materialismo sostanzialmente descrittivo e non esplicativo, non dialettico, che non concepiva la realtà delle cose nel loro movimento, come processi, e che non poteva intendere l’importanza del soggetto e della sua attività pratica nel processo della conoscenza, non poteva esser definito scientifico, come nel caso del materialismo di tipo dialettico.
Engels definiva la dialettica “la scienza dei rapporti in opposizione alla metafisica”. Una scienza del movimento dialettico della materia dunque. Non occorre qui ripetere quello che abbiamo già detto sull’assorbimento del pensiero dialettico da parte di tutte le scienze, ricordiamo solo che è uno dei princìpi del materialismo dialettico. Morganti non ci dice nulla che non sappiamo già e che non sia stato contraddetto dai filosofi sovietici come Zdanov, staliniano. 
Dialettica come scienza generale dell’evoluzione della natura, della società e del pensiero, dialettica come metodo di indagine da affiancare al metodo scientifico tradizionale, materialismo come una delle due tendenze fondamentali del pensiero filosofico (Engels) da cui derivano le diverse sfumature e correnti; per questo, per il fatto che, almeno seguendo Engels , esistono due “famiglie” fondamentali di tendenze filosofiche, quelle del materialismo e dell’idealismo, ha più senso parlare di materialismo dialettico che non di dialettica materialista, dovendo dare un nome proprio alla filosofia marxista, ciò non ostante il fatto che anche il termine “dialettica materialista” venga utilizzato in alcuni scritti da Stalin, quindi come prima necessità della nuova filosofia vi è il bisogno di potersi distinguere dalle precedenti teorie appartenenti allo stesso campo filosofico;
Detto ciò è probabilmente un problema di poco conto chiedersi se sia più corretto chiamare il materialismo dialettico o chiamare la dialettica materialistica, come se guardando la questione da due lati diversi portasse a risultati incoerenti. Se può interessare a Morganti, i sovietici hanno ingegnosamente liquidato la questione coniando la parola “diamat”, abbreviazione di “dialektičeskij materializm” rendendo indissolubili i due termini come è giusto che sia.

Conclusioni

In chiusura riassumiamo brevemente gli argomenti trattati:
  1. Secondo il parere di Sgrò-Colletti, Engels, filosofo dilettante, avrebbe preso la dialettica di puri pensieri di Hegel, e l’avrebbe applicata, senza risanarla, alla realtà delle cose. Ma un’attenta lettura dei suoi scritti dimostra che non è affatto così. La moderna dialettica, per Engels, viene fuori dal processo storico della conoscenza dell’uomo sulla realtà circostante, sia per quanto riguarda l’evoluzione della natura e della società umana che per lo stesso pensiero. 
  2. Il tema dell’applicazione meccanica della dialettica hegeliana viene ripreso da Matteo Morganti spostando l’attenzione da Engels su Stalin. In questo caso la polemica è anche più tendenziosa, Morganti vorrebbe dimostrare con l’analisi pedante di una piccola questione filologica le sue grottesche teorie anti staliniane (ma quindi anche antileniniste, antimarxiste) su di una fantomatica rivoluzione tradita per interesse di “casta”. Anche nel caso di Sgrò-Colletti certamente si tenta di colpire il marxismo intero, facendo leva sulla sua espressione filosofica dopo Marx, ma questo appare un tentativo più raffinato, poiché è coperto dall’intenzione di effettuare una pura critica filosofica all’interpretazione della dialettica di Hegel che ne ha dato Engels, evitando di cadere in ridicole contraddizioni come Morganti, che nel tentativo persecutorio di confutare lo “stalinismo”, il suo chiodo fisso, si dimentica anche (o forse non sa) che le sue stesse identiche accuse mosse a Stalin riguardo al come si doveva trattare la dialettica hegeliana, vennero mosse precedentemente da Colletti a Engels, quest’ultimo non citato da Morganti. 
  3. La concezione del mondo marxista viene bollata come antiscientifica poiché non sono stati ben compresi i contenuti rivoluzionari della filosofia marxista come filosofia dialettica che nega la possibilità di qualsiasi immagine o descrizione definitiva di un mondo che per sua natura non è finito, e come filosofia che comprende il ruolo dell’azione, dell’attività pratica dell’uomo sulla natura come processo della conoscenza stessa. 
  4. Per Sgrò quindi, ma anche per Costanzo Preve, i quali si basano sulle critiche al marxismo di Lucio Colletti, il marxismo avrebbe dovuto limitarsi ad offrire un’analisi scientifica del modo di produzione capitalistico e una concezione della storia in base all’analisi della moderna società borghese, evitando l’elaborazione una concezione generale del mondo, che potesse quindi rimettere la filosofia al di sopra delle scienze. Ma è chiaro che senza il metodo dialettico tutta la teoria marxista e non solo le presunte risistemazioni e revisionismi vari di Engels e Lenin, non sarebbe mai sorta. Marx non avrebbe nemmeno mai scritto la sua opera magna, Il Capitale, senza un metodo di analisi e ricerca scientifica che potesse andare oltre l’apparenza, ma nell’intimo dei fenomeni, il metodo dialettico che già aveva sviluppato Georg Hegel, una volta liberatolo dalla sua corteccia idealistica che lo ingabbiava e portava a misere conclusioni politiche conservatrici. 
«Far derivare lo sviluppo della società da una contraddizione ad essa immanente significava aver applicato il metodo dialettico hegeliano nella sua “forma razionale” e non “mistificata” di Hegel» (Eugenio Sbardella, Introduzione a “Il Capitale di K.Marx)

In conclusione, credo di essere nel giusto se affermo che i tentativi, presi qui in esame, di confutazione del marxismo come dottrina scientifica, nel senso più conseguente del termine, sono fallaci, basati su falsa coscienza o su di una conoscenza incompleta dell’oggetto di critica, e destinati a esser a loro volta confutati, e questo per le ragioni che abbiamo visto precedentemente. Gli autori che abbiamo trattato si collocano su piani temporali nonché politici diversi; Colletti, un tempo militante del PCI, completa il suo passaggio, la sua involuzione ideologica fino all’anticomunismo craxiano – massonico di Silvio Berlusconi, e scompare dieci anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Le citazioni riportate da Colletti provengono da un libro pubblicato nel 1969, pochi anni dopo l’uscita dal PCI, ma ancora molti anni prima della totale abiura del comunismo. Morganti è un ultrasinistro senza un grande contesto politico, ma le sue critiche, provenendo “da sinistra”, possono comunque generare confusione senza per questo avere dietro di sé una storia politica o un partito importante, soprattutto in un momento come questo in cui il capitalismo vive una crisi di proporzioni gigantesche, la cui risoluzione potrebbe essere similare alle prime grandi crisi dell’epoca imperialista, che come sappiamo hanno purtroppo portato a due guerre mondiali, ma anche alla Rivoluzione d’Ottobre e all’edificazione vittoriosa del socialismo in Asia e in Europa e addirittura al largo della Florida.
Colletti neutralizza il marxismo con un paio di parole (qualcuno lo dica a Preve che il neutralizzatore del marxismo non è Stalin, ma colui che probabilmente gli ha messo in testa quest’idea malsana), facendo passare il marxismo di Marx per un’analisi del modo di produzione capitalistico che porta ad una concezione della storia che egli ammette essere scientifica, ma che viene mutilata, sterilizzata se non porta affettivamente ad una trasformazione cosciente della società, poiché il cambiamento del modo di produzione secondo il marxismo ha effetti su tutta la società nelle sue condizioni di vita materiali, sociali e culturali, e per questo il marxismo ha fatto epoca nella storia dell’umanità, mentre dalle poche parole di Colletti citate da Sgrò sembrerebbe proprio che il marxismo “originario” di Marx non porti quei cambiamenti nella storia propri di una nuova e rivoluzionaria concezione del mondo.
Morganti invece fissa il confine tra ciò che è marxismo e ciò che non lo è un po’ più in là, fino a Lenin compreso, evidentemente con l’intenzione apparente di elevare il marxismo ad una dottrina rivoluzionaria e non più semplicemente un tentativo di dare un senso più o meno plausibile al corso della storia. Ma tolto questo, e tolti anche i risvolti politici che certamente accomunano i due (o forse i tre, se ci mettiamo anche Sgrò) nella critica malevola della prima esperienza socialista della storia, l’attacco alla filosofia materialistico-dialettica è un’arma sempre efficace nella lotta al marxismo per la difesa dell’ordinamento capitalistico borghese, in quanto ciò che è di primaria importanza per i comunisti, e in tutto questo scritto ho cercato di sottolinearlo, è il possesso di una comune concezione del mondo coerente e unitaria; ciò significa che i comunisti devono tassativamente prender posizione in qualsiasi campo della conoscenza, su tutte le forme della coscienza sociale, e in tutte le attività sociali: quindi nella teoria non solo occuparsi di politica e di storia, ma di economia politica (lo studio della quale è più importante di tutto per i marxisti, ma viene spesso sottovalutato o dato per acquisito),e nella teoria-pratica di scienza, arte, cultura, tecnica, filosofia. Questo sarà cosa ovvia, normale e acquisita nella società comunista dove l’Uomo nuovo sarà un individuo completo, sebbene sussisteranno ovviamente le differenze naturali che porteranno sempre un tal individuo ad eccellere in un dato campo dell’attività teorico-pratica piuttosto che in altri – ma nella sostanza non ci saranno più conoscenze ed esperienze precluse dalla divisione del lavoro e dalla lontananza “del pensiero e del libro dalla vita” (per usare il termine con cui si esprimeva Emilio Sereni) . Ma nel nostro momento storico, invece, una concezione del mondo unitaria e coerente è indispensabile per resistere agli attacchi ideologici della classe morente, le cui idee sopravvivranno ancora per molto nelle menti degli uomini anche dopo la rivoluzione socialista.




NOTE:

(1) Lucio Colletti, filosofo e politico (1924-2001) militante nel PCI fino al 1964, revisionò la propria ideologia fino ad approdare nel centrodestra di Silvio Berlusconi negli anni ‘90.

(2) Giovanni Sgrò, Introduzione a Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca pagg.28,29,30. Le parole virgolettate sono citazioni estratte da Sgrò da “Il marxismo e Hegel”(edizioni Laterza, 1969) di Lucio Colletti. 


(4) Friedrich Engels, Antiduhring edizioni Rinascita, pag. 46

(5) Andrej Zdanov, “Sulla storia della filosofia di Alexandrov”, intervento contenuto in Politica e ideologia, edizioni Rinascita

(6) «Dal momento in cui si esige da ciascuna scienza particolare che essa si renda conto della sua posizione nel nesso complessivo delle cose e della conoscenza delle cose, ogni scienza particolare che abbia per oggetto il nesso complessivo diventa superflua. Ciò che quindi resta ancora in piedi, autonomamente, di tutta quanta la filosofia che si è avuta sino a ora è la dottrina del pensiero e delle sue leggi, cioè la logica formale e la dialettica. Tutto il resto si risolve nella scienza positiva della natura e della storia.» (F.Engels, Antiduhring edizioni Rinascita 1950)

(7) Andrej Zdanov, intervento citato


(9) Emilio Sereni, Scienza marxismo cultura Le edizioni sociali, 1949 , pag. 96

(10) ibidem.

(11) Friedrich Engels, Dialettica della natura edizioni Rinascita, pag. 19-145

(12) Per ideologia Marx ed Engels intendevano un complesso di idee (filosofiche, morali, sociali, giuridiche, politiche, ecc.) indipendente in apparenza da ogni condizionamento esterno al puro pensiero, pertanto per il pensatore le sue stesse condizioni di vita materiali non hanno alcun influenza sul suo pensiero e le forze che realmente muovono il processo del pensiero gli restano sconosciute. In tale complesso di idee gli elementi di verità venivano comunque interpretati a seconda degli interessi di classe.

(13) Emilio Sereni, op.cit. pag. 103

(14) «… nel sistema hegeliano, nel quale, per la prima volta, e questo è il suo grande merito, tutto quanto il mondo naturale, storico e spirituale venne presentato come un processo, cioè in un movimento, in un cambiamento, in una trasformazione, in uno sviluppo che mai hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esistente in questo movimento e in questo sviluppo. Mettendosi da questo punto di vista, la storia dell’umanità appariva non più come un groviglio confuso di violenze insensate che sono tutte ugualmente condannabili davanti al tribunale della ragione filosofica, ora diventata matura, e che è meglio dimenticare al più presto possibile, ma come il processo di sviluppo della umanità stessa. E ora il compito del pensiero consisteva nel seguire, attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si compie a poco a poco e dimostrarne, attraverso tutte le accidentalità apparenti, l’intima regolarità.
Che Hegel non abbia assolto questo compito, qui non ha importanza. Il suo merito, che fa epoca, è quello di averlo posto, tanto più che questo è un compito che nessun individuo da solo potrà mai assolvere.»
«Hegel era un idealista, cioè per lui i pensieri della sua testa non erano i riflessi, più o meno astratti, delle cose e dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano i riflessi realizzati della «Idea» preesistente, non si sa come, al mondo medesimo. Conseguentemente tutto veniva poggiato sulla testa, e il nesso reale del mondo veniva completamente rovesciato. E per quanto anche così alcuni nessi singoli venissero concepiti da Hegel in modo giusto e geniale, pure, per le ragioni che sono state addotte, molto, anche nei dettagli, doveva riuscire rabberciato, artificioso, architettato di sana pianta, in breve, sovvertito. Il sistema di Hegel fu come tale un colossale aborto, ma fu anche l’ultimo nel suo genere.» (F.Engels, Antiduhring edizioni Rinascita 1950)

Quando dico che di Hegel a Marx ed Engels interessava il metodo dialettico, precisamente a questo mi riferisco: trovare il nesso intimo esistente in questo movimento e in questo sviluppo.

(15) Qualche citazione dei maestri che dimostra il loro pensiero poco dialettico:

«Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco ,tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile la massa delle forze produttive. » (K.Marx-F.Engels, Manifesto del partito comunista)

«In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive…. Solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”» (Critica al programma di Gotha, K.Marx) 

(16) Citazione integrale del passo che ci interessa:

Il termine “materialismo dialettico” è di dubbia correttezza teorica. Ci sono stati pochissimi marxisti che hanno tentato di ribellarsi (anche all’estero) a questo termine (cfr. H. Lefebvre – Il materialismo dialettico). In sostanza la giusta accusa teorica rivolta alla locuzione si rifà alla terminologia engelsiana (dialettica materialistica) dove al centro del concetto stanno le tesi materialistiche, e dove il metodo dialettico è secondo-derivato. Lana caprina? No. In Engels si pone l’accento sul fatto che questa dialettica è materialistica, che l’essere dialettico è attributo-predicato essenziale della materia stessa, per differenziarsi chiaramente dall’idealismo di Hegel in quanto si pretende dialettico (perché si può benissimo costruire un idealismo dialettico, anzi è naturale, perché l’idealismo oggettivo di Hegel è proprio un’accettazione acritica dei fenomeni che appaiono alla superficie della realtà, come alla realtà superficiale appare il fatto che il denaro autovalorizza se stesso rinnovando da solo il ciclo D-M-D’, e non è mica una fantasia di qualche stralunato pazzoide, appare proprio così alla superficie, ed è per questo che gli agenti della produzione capitalistica si comportano in quel modo, si comportano così perché devono adeguarsi alle apparenze necessarie per il funzionamento del modo di produzione e non – viceversa – il denaro sembra che crei se stesso perché i capitalisti ed i lavoratori si comportano in quella maniera irrazionale); in STALIN si dice che il materialismo è dialettico, come se la materia potesse svilupparsi in altro modo che non dialetticamente, è una tautologia intesa in questo la locuzione “materialismo dialettico”, perché la materia è già dall’inizio dialettica.
Interessante sarebbe ritornare alla tesi di Lenin secondo cui il termine “materialismo dialettico” è il sinonimo di “materialismo scientifico”, allora in questo caso il movimento dialettico della materia impone che la scienza che lo studia sia anch’essa dialettica.”